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作者:意- Irene Adler 当前章节:15397 字 更新时间:2026-6-22 20:39

Il libro

Un’imbarcazione misteriosa, un lupo di mare ancora più misterioso, e privo di identità. Una serie di messaggi in codice. E un castello in vendita dietro il quale si nascondeva qualcosa di poco chiaro. Che cosa ci sfuggiva? Qual era il pezzo mancante per poter afferrare la verità?

L’unica certezza fu che qualcuno afferrò me.

– Aiuto! – gridai, quando il vecchio che avevamo incontrato il giorno prima al tavolo del pub sbucò da dietro una catasta di casse di legno, agguantandomi il polso.

Mi tirò a sé prima che io e Lupin potessimo reagire e mi fissò con i suoi occhi velati dalla cataratta. Aveva il fiato di un orso, denso e rancido di birra, e una presa da baleniere.

– Il morto! Il morto! – sibilò. – Io l’ho visto, il morto!

L’autrice

Anni prima di diventare un personaggio de Le avventure di Sherlock Holmes, Irene Adler era una ragazza curiosa, intelligente e ribelle. Amava anche molto la scrittura, tanto da decidere di raccontare in una serie di libri gli incredibili misteri risolti insieme ai suoi amici Sherlock e Lupin.

Irene Adler

Il porto degli inganni

Progetto Grafico

Iacopo Bruno

Capitolo 1

TREDICI PASSI

Ci vuole tempo per scrivere bene. Un tempo che io non ho più. La mia testa è piena di immagini e di ricordi cui spesso fatico a dare corpo, e, quando vi riesco, è solo per poche ore: poi gli occhi si affaticano e le dita si indolenziscono a stringere la penna. Ah, le mie dita. Non sono più quelle di una volta. Nessun movimento leggiadro è loro concesso, e anche una carezza può risultarmi dolorosa. Eppure, eccomi qui, con la cocciutaggine di sempre, seduta alla scrivania come se qualcun altro mi spingesse a farlo, e non la semplice volontà di lasciare una testimonianza di chi sono stata e di ciò che ho veduto. È a queste pagine mal scritte che confesso la mia vita, e non posso farlo senza aver sistemato ogni cosa al suo posto, ogni ricordo prima di quello che lo ha seguito, ogni parola dei miei amici perduti nel momento in cui è stata pronunciata.

Per farlo bene, dicevo, avrei bisogno di tempo, quello stesso tempo che, nel periodo a cui si riferiscono i miei diari, i tre meravigliosi anni tra il 1870 e il 1872, mi pareva sconfinato, come è sconfinato per chiunque abbia compiuto quattordici anni e abbia l’animo - come io l’avevo - di voler scoprire il mondo. Allora mi pareva che il mio unico limite fossero lo spazio, la geografia, i posti che non potevo raggiungere, vivendo a Londra in un confortevole appartamento borghese in compagnia di mio padre Leopoldo e del nostro maggiordomo Orazio, e non, come a volte fantasticavo, girovagando per il mondo come una di quelle nobildonne che esploravano in gonna le Indie Orientali e i mari dei Caraibi, la terra dei Patagoni e il continente Australe. Non che a casa mancasse un certo gusto per l’esotico, si badi bene, né per il brivido o per il mistero. E ciò non solo perché i miei migliori amici erano Sherlock Holmes e Arsène Lupin, che avrebbero continuato nel corso della loro vita a navigare nei dintorni delle pericolose latitudini del crimine, seppure, per così dire, su versanti opposti. Il mistero faceva parte della mia vita anche perché io non ero chi credevo di essere, e non sapevo chi fossi. Letteralmente, e non per un rovello adolescenziale. Non ero una giovane Werther in cerca di attenzioni. Né, come Werther, avevo alcuna inclinazione alla melanconia. Tutt’altro: l’incertezza sul mio passato discendeva dal fatto che Leopoldo non era il mio vero padre, e la mia vera madre non viveva con noi, per un non meglio precisato pericolo che mi riguardava, di cui però lui si rifiutava di raccontarmi i dettagli, nonostante fosse ormai passato quasi un anno da quando ci eravamo ritrovate. A volerla dire tutta, nemmeno il signor Orazio era un semplice maggiordomo. Ma, anche in questo caso, l’identità di questo gigante nero prima di entrare al servizio del mio padre adottivo, e l’occasione in cui si erano conosciuti, continuavano a sfuggirmi.

Tutto mi tormentava, dunque, e occupava le pagine del taccuino azzurro su cui mi dilettavo ad annotare i miei pensieri. Gli stessi che, oggi, sto sistemando per l’invisibile lettore della mia coscienza.

C’era una frase in particolare, sul taccuino, che mi colpì, quando la rilessi ad anni di distanza.

con la complicità degli anni passati, potrei rispondermi di sì. Ma la verità è che feci bene a cancellarlo, quella lontana sera del 1872. Certo: forse, se non l’avessi fatto, qualcosa sarebbe andato diversamente, e magari non sarei diventata la donna che sono.

Una donna felice?

Oh, sì. Molto.

Ma come ci sono riuscita è tutt’altra questione, e molto probabilmente ebbe inizio quando, finalmente, mi decisi a fare un po’ di sport - con un paio di baffetti di feltro che mi aveva procurato Sherlock grazie a un amico truccatore e un nome ancor più fasullo di quello con cui Arsène Lupin affittava una camera in Marshall Street, spacciandosi per un giovane gentiluomo parigino.

Ma credo di aver già scritto, a questo proposito, che i miei due amici erano una coppia di personaggi decisamente fuori dal comune.

Capitolo 2

IL GIOVANE DOTTORE

Era iniziato tutto con l’arrivo a casa del dottor Marqueson. Era lo spavaldo e aitante giovanotto che aveva sostituito il dottor Williamson, il nostro luminare di casa. Andato in pensione per raggiunta anzianità, il vecchio dottore aveva lasciato la fosca e fangosa Londra per trascorrere i suoi ultimi anni in un cottage del distretto dei Laghi, in cui aveva investito i suoi risparmi, e prima di andarsene ci aveva presentato colui che riteneva il suo legittimo erede, a cui aveva passato il suo portafoglio di clienti. Marqueson, per l’appunto. Alto, biondo e con una folgorante stretta di mano. Si presentò all’appuntamento con mio padre in abiti poco formali e con il nodo della cravatta allentato, lo salutò come si saluta un coetaneo, nonostante mio padre avrebbe potuto essere il suo, e poi mi rivolse uno splendido sorriso. Solo poche settimane prima, l’arrivo di un giovane giardiniere aveva scatenato una tacita gelosia in Sherlock e Arsène, ormai del tutto calati nella parte di angeli custodi privi di ali, ma prodighi di consigli su chi dovessi frequentare oppure no. Non so come avrebbero reagito se fossero stati presenti alla visita del dottor Marqueson, data l’aggravante che la paziente per cui si era presentato ero io.

– Ditemi di questi fastidiosi mal di testa, signorina Adler. Provate a descrivermeli con precisione: sono giramenti di capo, o dolori ripetuti, sordi, magari qui, o qui?

Le sue mani, mentre parlava, mi toccavano il capo in diversi punti, e poi la schiena. Non si limitavano a sfiorarmi, come forse aveva fatto una volta il vecchio dottor Williamson. Ne sentivo il peso, la forma, la consistenza. E più si spostavano lungo la mia colonna vertebrale, più il viso di mio padre si corrucciava e la sua compostezza vacillava, di fronte all’audacia di quella visita.

Erano ormai quindici giorni che non mi riusciva di ragionare in modo soddisfacente, né di leggere un libro, afflitta com’ero da un dolore costante che si irradiava dal collo per sommergere ogni mio pensiero. Lo descrissi in questo modo al dottor Marqueson e lui parve molto soddisfatto della mia diagnosi. Si complimentò per quanto fosse lucida e mi disse qualcosa come: «È bello conoscere se stessi così bene, signorina».

Avrei voluto scoppiare a ridergli in faccia, ma non era certo un atteggiamento consono alla circostanza.

– Ho bisogno che denudiate la schiena, per favore – continuò Marqueson, e, mentre io arrossivo fino alle dita dei piedi, lui si voltò per fronteggiare un sempre più accigliato Leopoldo, che nel frattempo si era prodotto in un reboante colpo di tosse.

– Provate voi stesso, Sir – gli disse, porgendogli un libro aperto.

Al che papà bofonchiò: – Cosa dovrei provare?

– Secondo il mio modesto parere, che ritengo tuttavia corroborato dalla più moderna scienza medica, vi sono soltanto due possibili cause che giustifichino un simile dolore al capo in una ragazza giovane e in salute come vostra figlia. La prima… – e mentre parlava appoggiò amichevolmente una mano sulla spalla di papà e lo invitò ad avvicinarsi per poter meglio assistere alla visita – …è che la signorina Irene abbia un calo della vista, cosa che tenderei a escludere, ma di cui vorrei comunque che lei si accertasse. Tenete il libro bene in alto, in questo modo, con le pagine rivolte verso vostra figlia –. Mi sorrise. – Riuscite a leggere, signorina?

– …Dicono che l’amore sia una follia – lessi. – In realtà, ciò che accade è che la fantasia fortemente colpita da immagini piacevolissime…

Mio padre abbassò il libro di scatto, concordando con il dottore. Ci vedevo perfettamente. Al punto da scorgere tra le sue mani anche il titolo di quel volume, ovvero L’educazione sentimentale del signor Flaubert.

– E la seconda possibilità? – domandò.

– Non può essere che la colonna vertebrale – rispose prontamente il dottore. – Per controllare la quale ho chiesto a vostra figlia la cortesia di mostrarmi la schiena.

– Cosa che tuttavia mia figlia non ha accettato – disse il caro Leopoldo.

– Papà, per favore! Credo che sia davvero impossibile per il dottore controllare la mia schiena sotto questi mille lacci che si annodano fino al collo, non è vero?

E, così dicendo, mio padre assistette impotente all’arrivo della signorina Fowler, che lasciò finalmente liberi, e scoperti, il mio collo e le mie spalle.

– Come immaginavo… – osservò il dottore dopo un po’. – Posso?

Sentii nuovamente la sua mano premere contro le mie vertebre, una dopo l’altra, fino a fermarsi a quella che mi pareva la quarta o quinta dal collo.

– Potrei farvi un po’ male, signorina – mi avvisò il dottore con cortesia. – Ma credo sia importante accertare le cause della vostra indisposizione.

– Permesso accordato – gli risposi, prima che mio padre potesse dire la sua.

– Respirate forte – continuò lui, tenendo una mano premuta contro la vertebra e appoggiando l’altra alla mia fronte. – Uno, due e…

Track.

Fu questo semplice rumore che produsse la mia schiena, lasciandomi senza fiato.

Soffiai, più per la sorpresa che per il dolore, e fissai il dottore dritto negli occhi.

– Finito – disse lui, invitandomi a rivestirmi. – Nei prossimi giorni, bevete molto. Se siamo fortunati, credo che nel volgere di poche ore il vostro mal di testa diminuirà. Se così fosse, signor Adler, il problema è semplicemente di postura: vostra figlia sta crescendo in fretta e probabilmente ha un modo poco corretto di camminare, che le schiaccia la spina dorsale. Niente di grave: è del tutto normale, a questa età. E la soluzione migliore è quella di praticare un po’ di sport…

– Sport?

– Sì, sport. Attività fisica, signor Adler. Corsa, ad esempio. O meglio ancora il canottaggio, perfetto per allungare la spina dorsale.

– Ma mia figlia… Mia figlia non fa sport! – trasecolò Leopoldo.

– Papà! – protestai.

– In caso contrario – continuò il dottore, imperturbabile – chiamatemi, e se il mal di testa si ripresenta vedremo cos’altro è possibile fare.

– Senza dubbio – scandì allora Leopoldo, gelido. Poi aggiunse, accompagnando Marqueson fuori dal salotto in cui si era svolta la visita: – Da questa parte, dottore…

Erano appena scomparsi, quando il signor Orazio entrò nella stanza.

– Ti dispiace controllare, Orazio? Temo per il povero dottore – gli confidai, riallacciandomi il vestito.

– Non vi preoccupate, signorina – annuì lui, affrettandosi a seguirli.

Sentii prima sbattere il portone e poi mio padre esclamare, a voce sufficientemente alta perché lo si potesse sentire dalla strada: – Che razza di sfacciato questo dottorucolo da quattro soldi! Hai sentito che roba? Sport!

La proposta parve anche a me alquanto insolita, ma dovetti ammettere che, esattamente come il giovane dottore aveva previsto, dopo poche ore il mal di testa scomparve.

Lo comunicai il giorno seguente a colazione. Mio padre, trincerato dietro il giornale, lo riabbassò solo per domandarmi: – Ne sei sicura?

– Nel modo più assoluto – risposi. – Mi sento come nuova.

Lui guardò il signor Orazio, che in simili occasioni era capace di assumere un’irripetibile espressione che comunicava al tempo stesso totale distacco e appoggio incondizionato.

– E se allora lo dice la scienza, che sport sia – mormorò Leopoldo, spiegazzando il giornale tra le dita. – E tu magari hai idea di come… insomma… si dovrebbe fare, per…?

– Credo di sì, papà – risposi io con un sogghigno divertito. – Credo sia sufficiente iscrivermi a un club sportivo.

– Va bene, va bene, ma con discrezione, per la santissima Regina! – sbottò lui, rialzando il giornale. E poi, non contento, borbottò: – Ragazze che fanno sport. Dove finiremo, di questo passo, Orazio? Dove?

Capitolo 3

AL THAMES ROWING CLUB

Il club di canottaggio davanti al quale il signor Nelson fece fermare la carrozza era un sobrio edificio a due piani, con un timpano triangolare e una piccola darsena sulla riva del Tamigi.

Sulla scelta, Sherlock era stato irremovibile: o al Thames Rowing Club, o non se ne parlava nemmeno. Aperto al pubblico da non più di una dozzina d’anni, era il club di canottaggio per eccellenza, l’unico dentro il quale, per dirla con le parole del mio amico, valesse la pena mettere il naso. Ed era appunto il naso, lungo e affilato, che Sherlock si stava stropicciando mentre saliva in carrozza.

– C’è un problema – ci disse, prendendo posto sul sedile di fronte al mio.

– Buonasera, signor Nelson.

– Buonasera a voi, signorino Holmes. Di quale problema si tratta?

– Del club – spiegò Sherlock, a disagio nella tenuta color crema di una taglia più grande, di sicuro appartenuta a suo fratello Mycroft.

Arsène lo seguiva alcuni passi dietro, a braccia incrociate, e ci guardava con sconsolato distacco, come se non ci conoscesse neppure. Indossava un maglione di lana a collo alto e un paio di impertinenti pantaloncini corti al ginocchio, color alabastro. Se quella era la sua tenuta da canottaggio, gli donava alla perfezione.

– Cosa succede? – domandai. – Nella borsetta ho almeno tre ghinee, e per la questione dell’età c’è il signor Orazio a garantire per noi.

– Non è un problema di soldi, né di età – rispose Sherlock.

– E allora di cosa si tratta? – chiesi.

– Del tempo – ci informò Arsène dalla strada. Lo guardammo. – Nel senso che, se ti va di aspettare un secolo, forse allora ammetteranno anche le donne in questo prestigiosissimo club…

– Ah, sì? – sbottai. – E allora sapete che vi dico?

– Credo di riuscire a immaginare cosa diresti, Irene, ma Arsène e io abbiamo già in mente un piccolo escamotage – mi interruppe il giovane Holmes.

Frugò nelle tasche del cappotto e ne tirò fuori un involto di carta velina, dentro al quale c’era il paio di baffetti finti cui ho già accennato. Baffetti rossi, naturalmente.

– Se il signor Nelson lo consente, – proseguì Sherlock – abbiamo pensato che, invece di iscrivere al Club Sherlock, Lupin e Irene, potremmo iscrivere Sherlock, Lupin e…

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