Capitolo 19
L’EREDE AL TRONO DI BOEMIA
Non ricordo esattamente i momenti successivi a quando Arsène e io ci lasciammo il fiume alle spalle. So che mi sorresse, forse mi portò di peso fino in camera e poi mi lasciò lì, sul grande letto in cui non avevo mai dormito. – Torno subito – mi disse.
O forse non disse niente e me lo immaginai soltanto.
Fatto sta che, quando fui sola, mi accorsi che Arsène aveva steso su di me una coperta, ma sotto avevo ancora i vestiti bagnati. Ce la misi tutta e mi alzai per prenderne altri dal baule. Un vestito viola, lo ricordo come se lo avessi ancora indosso. Aveva il collo bordato di raso nero ed era stretto in vita, ma non soffocante. E lo sentivo grattare sulla pelle, quasi fosse di tela pesante, mentre era leggerissimo.
Come leggerissimo era il bussare che sentivo alla porta. O immaginavo anche quello?
No, mi dissi, frastornata dalla febbre. C’era davvero qualcuno che bussava. Forse Arsène, che chiedeva il permesso per rientrare in camera. Oppure Sherlock. O il signor Orazio. Ecco. Doveva essere il signor Orazio, a cui Arsène aveva raccontato cosa mi era successo - forse non tutto, non il bacio! - e che era salito per vedere se mi occorresse qualcosa.
– Signor Orazio! – lo salutai, aprendo la porta con una certa fatica e imponendomi di sembrare più lucida di quanto in realtà non fossi.
Ma non era il signor Orazio.
E neppure Sherlock, o Arsène.
Era il signor Oliver.
– Signor… – feci in tempo a dire, prima di ritrovarmi con la sua mano premuta sulla bocca.
– Ora basta scappare, dannata ragazzina! – urlò lui.
Mi ritrovai a terra. Mi divincolai, forse gridai. Gli morsi una mano, poi una pezza di stoffa mi chiuse la bocca e una seconda gli occhi. Mi sentii sollevare per le spalle e capii che mi stava portando nel passaggio segreto dietro l’arazzo. Infine sentii alcune corde passarmi sotto le ascelle e intorno ai polsi, le caviglie strette in una morsa dolorosa. A fare da sfondo, il martellare sordo della mia testa, che si faceva ogni istante più violento, come il crescendo di un timpano d’orchestra.
Venni sollevata di nuovo e fui fuori, in giardino, poi sopra il sedile di una carrozza, che sobbalzò sotto il peso del signor Oliver.
L’uomo diede di frusta ai cavalli, gridando: – Oooh!
E, quando li sentii lanciarsi al galoppo, persi definitivamente i sensi.
Quando mi svegliai, tutto intorno a me si muoveva piano, in una lenta oscillazione. Mi accorsi di essere stesa su uno stretto lettino, addossato a una parete di legno. Avevo il viso in fiamme, le labbra che mi facevano male. Mossi la lingua tra i denti, e capii di avere ancora il bavaglio. Provai a muovermi, e una pesante coperta di lana mi sfregò la pelle, ruvida. E poi compresi il motivo di quel dondolio. Non era la febbre a darmi l’illusione che il mondo si muovesse: ero dentro la cabina di una barca, ed era la barca, a dondolare. Quando finalmente me ne accorsi, fui assalita da un’ondata di nausea, che mi spaventò al punto di farmi sedere, di scatto, sul bordo del letto. Provai a strapparmi il bavaglio, senza riuscirci, e mi accorsi con orrore che le mie mani erano legate con una catenella di ferro a un anello conficcato nella paratia della barca. La nausea si rintanò in fondo al mio stomaco.
E una voce, ai miei piedi, mi parlò.
– Ce ne è voluto, per riuscire a prenderti – disse quella voce.
Mi voltai e vidi il signor Oliver seduto in un angolo della cabina, su uno sgabello.
Allungò una mano per afferrare una caraffa e versarsi un bicchiere d’acqua.
– Hai sete, vero? – mi domandò. – Certo che hai sete. Se mi prometti di non fare scherzi, e di non metterti a urlare, ti tolgo il bavaglio.
Lo guardai con gli occhi spalancati dalla paura. Cercando istintivamente di muovermi e liberarmi, feci tintinnare la catenella e l’anello di ferro. E bastò quel suono a raggelarmi.
– Posso fidarmi di te? – mormorò il signor Oliver, fissandomi con i suoi grandi occhi acquosi. Erano al tempo stesso occhi dolci e terribili, remoti e taglienti. Ma erano anche privi di umanità, deboli eppure famelici. Occhi da uccello, pensai, e all’improvviso l’intero volto del signor Oliver mi sembrò quello di un albatro, di un Martin Pescatore, o di un qualche predatore marino.
Annuii, guardinga, e lo lasciai avvicinare. Con un gesto rapido mi slacciò il bavaglio e io inghiottii una boccata d’aria, riempiendomi i polmoni. Poi bevvi, avidamente, dalla sua caraffa. Avevo paura di smettere, perché, finita quella piccola tregua, non sapevo cosa sarebbe successo.
Il signor Oliver recuperò la caraffa e la allontanò, in modo che non potessi più raggiungerla. Poi rimase in piedi, un po’ ingobbito dato che la cabina era molto bassa, a guardarmi.
– Non capisco – mormorai. Ed era la pura e semplice verità.
Lui fece un sorriso di circostanza. – Cos’è che non capisci?
– Tutto – risposi. – Cosa ci faccio, qui?
– E tutti mi dicevano che sei una ragazzina molto sveglia! Pfff… Mi sembra ovvio che sei stata rapita! – rispose sdegnosamente il signor Oliver.
– Rapita? – ripetei, stupidamente. – E perché mi avete rapita?
Lui si accucciò davanti a me, fissandomi incuriosito. – Sei brava a recitare, principessina. Almeno, avevano ragione a dire che sei piuttosto pericolosa, a modo tuo.
«Principessina» pensai. Era la seconda volta che mi sentivo chiamare in quel modo, e che avvertivo che non si trattava di un semplice scherzo. Anche Baumann, il giorno prima, mi aveva chiamato principessa quando mi aveva fatto il baciamano.
Qualcosa cominciò a vorticare nella mia testa. Ma non era la febbre. Erano ricordi.
– Chi sei? – gli domandai.
– Chi sono io non è così importante… – rispose lui, puntandomi un dito sul petto. – Chi è importante, qui, è chi sei tu.
– Io sono Irene Adler, figlia di Leopoldo e Geneviève Adler.
– Oh, certo… – disse lui. – Questo è il nome con cui ti sei sempre nascosta. Il nome che tua madre ha cercato di proteggere… fino a oggi.
– Mia madre è morta.
– Non lei, sciocca. La tua vera madre. L’amante del re.
Scattai in avanti, per schiaffeggiarlo, ma la catenella me lo impedì.
Lui rise. – Che ardore, principessa! Che temperamento! Vedi che sai di chi sto parlando? Sappiamo che vi siete incontrate. E sappiamo anche dove. Quella serpe della von Klemnitz è stata molto abile. Ma non abbastanza da potersi nascondere per sempre…
– Cosa le avete fatto?
– Noi? Ancora niente. Non è lei che ci interessa. Tua madre è a casa, ignara di quello che sta succedendo. Ma puoi stare sicura che, una volta che verrà a saperlo…
– Mio padre vi ucciderà – esclamai.
– Oh, è davvero poco probabile che ci riesca – rispose Oliver, tornando a sedersi sullo sgabello. – Davvero poco probabile. Vuoi sapere, invece, che cosa succederà ora?
Lo guardai senza rispondere, dura.
– Succederà che questa nave prenderà il largo, e ci riporterà tutti quanti a casa.
– A casa dove?
– La prima tappa sarà Rotterdam. E da lì raggiungeremo Praga, in Boemia.
– A Praga? Io non voglio andare a Praga!
– Non ti assicuro che ci arriverai, infatti. Il tuo destino dipende da come ti comporterai. E da quanto sarai disposta ad ascoltarci.
– Ad ascoltare chi? – quasi urlai.
Nelle mani del signor Oliver comparve nuovamente il bavaglio. – Un altro grido come questo, principessa, e farete l’intero viaggio a bocca chiusa.
– Smettetela di chiamarmi così! – sibilai, allora, fuori dai denti.
– E perché dovrei smettere di chiamarvi per quello che siete, Irene? Dovrei forse usare il vostro vero nome, Maria von Hartzenberg? Perché è questo che siete, Irene: una von Hartzenberg, figlia illegittima di Felix, erede al trono di Venceslao III e della donna da lui sposata in grande segreto, Alexandra Sophie von Klemnitz.
Rimasi tramortita da quelle parole, come si rimane davanti a una menzogna troppo grande per essere accettata. Sapevo perfettamente che i von Hartzenberg erano una delle più importanti dinastie nobiliari d’Europa, che Venceslao III era il vecchio re di Boemia, un re ancorato al passato e alle antiche regole della monarchia, mentre Felix, il suo primogenito, era chiamato “il principe rivoluzionario”. Nobile d’animo e aperto al futuro, era il principe valoroso e amante del popolo a cui si ispiravano i romanzi della letteratura popolare. La sua fine, per mano di un pugno di congiurati, aveva fatto parlare l’Europa intera per mesi. Come Riccardo Cuor di Leone per l’Inghilterra, Felix era stato il vento che prometteva di portare il nuovo nel piccolo ma prospero regno di Boemia, preferendo l’arte della conoscenza a quella della guerra. Su di lui erano state scritte pagine e pagine, e di lui molto mi aveva parlato Leopoldo, da sempre interessato alle sorti del continente europeo, proiettato com’era, con i suoi affari, in un futuro di grandi linee ferroviarie e commerci sempre più liberi. Raccontava, Leopoldo, del fatto che il giovane Felix fosse stato definito da certa stampa un “socialista”, ovvero qualcuno che preferiva ascoltare le ragioni degli operai anziché quelle di coloro che, a loro dire, progettavano il rinnovamento degli imperi. «Questo è stato il suo errore… Questo!» diceva spesso Leopoldo, che nel ricordare il giovane principe di Boemia e i suoi infuocati discorsi, nutriva al tempo stesso timore e ammirazione. Ma come si poteva essere rivoluzionari, senza voler trasformare ogni cosa? Come si poteva cambiare il modo di vivere della gente, se non intaccando antichi privilegi?
E così le idee rivoluzionarie procurarono al principe Felix molti nemici. Nemici efferati, guidati da una famiglia nobile, i von Ormstein, che congiurarono contro di lui e lo fecero assassinare durante una parata.
Sapevo questo di lui, ma per me non erano altro che echi di un regno lontano, che rimase tale anche quando scoprii che la mia vera madre, Alexandra Sophie von Klemnitz, era boema.
Come potevo, quindi, credere a una sola parola che uscisse dalla bocca del signor Oliver? Come potevo io, acerba adolescente vissuta tra Parigi e Londra, anche solo lontanamente accettare l’idea di essere la figlia del principe Felix di Boemia?
Non era possibile. Non era semplicemente possibile. Cercai di allontanare il turbine di pensieri che si affollavano dentro la mia testa, nel quale ora vorticavano anche tutte le mezze frasi e le piccole verità che la mia madre naturale mi aveva confessato, nelle poche occasioni in cui avevamo parlato. Doveva proteggermi dal mio passato. Non poteva rivelarmi nulla di più. Era pericoloso che ci vedessimo. Era pericolosa lei. Ed ero pericolosa io.
Perché ero la figlia del povero principe Felix, l’erede al trono del regno di Boemia?
O semplicemente stavo credendo alle menzogne di un crudele farabutto, che mi voleva ingannare approfittando del fatto che sapevo di essere stata adottata? Perché lo stava facendo? Per poter chiedere a mio padre un riscatto più alto?
O forse perché…
All’improvviso, un’altra serie di pensieri si affacciò alla mia mente. Una possibile soluzione del mistero del castello di Newark, e dei messaggi che Sherlock aveva intercettato.
– Sono io l’erede! – trasalii, a quel punto.
Il signor Oliver mi guardò.
– L’erede di cui parlavate con le lanterne! – aggiunsi.
Oliver, ammesso che quello fosse il suo vero nome, fece un’espressione stupita.
– E come fate a sapere delle lanterne, voi? – mi domandò, con un sogghigno ammirato.
Spalancai gli occhi. Avevo ragione. – Tutto questo è stato solo un… trucco per rapire me! – esclamai, dando un senso a tutte le cose che ci erano accadute negli ultimi giorni. – Voi e il signor McSweeney avete convinto mio padre a portarmi con sé al castello… per rapire me!
– Ecco finalmente un po’ di quel sale in zucca di cui mi avevano parlato, principessa Maria – si congratulò il signor Oliver. – Ma, come vedete, non è stato affatto facile. La prima sera, quando tutto era pronto, non eravate in camera vostra…
Ma certo! Ecco perché ero stata sistemata nella camera con il passaggio segreto. Per potermi portare fuori attraverso le cantine! Ero io, solo io, l’obiettivo di tutto!
– Mentre il giorno dopo, per vostra sfortuna… si è presentato Baumann.
– L’avete ucciso voi, non è vero?
– E chi altri? – confessò Oliver.
– Perché l’avete fatto? Il signor Baumann era solo un eccentrico signore capitato qui per caso!
Oliver rise di gusto, una risata cattiva e selvaggia.
– Un eccentrico signore capitato qui per caso? Quello che voi vi ostinate a chiamare Baumann era qui per lo stesso motivo, principessa.
– Per rapirmi? – domandai.
– O per impedire a me di farlo. Ma ci ha sottovalutato. È venuto qui da solo, di sua iniziativa, e gli occorrevano tempo e rinforzi per potermi fermare.
– Siete un mostro! – esclamai.
– Lo dite voi. Sono solo qualcuno che porta a termine gli incarichi che ha ricevuto.
– E il signor McSweeney è mostruoso quanto voi!
– Oh, andateci piano con i vostri giudizi! – rispose lui. – Non crediate che il signor McSweeney abbia collaborato con tanta facilità. Ma era la persona giusta per farlo: l’unica di cui vostro padre si sarebbe fidato. Come infatti è stato.
– Voi non siete suo nipote, vero?
– Direi di no – rispose il signor Oliver. – E per indurlo a recitare la parte abbiamo dovuto, come dire, convincerlo con argomenti molto stringenti…
– Vigliacchi – sibilai, anche se non sapevo di quali argomenti stesse parlando. E poi mi venne in mente: – La moglie!
Ricordai una delle supposizioni di Sherlock, ovvero che la signora McSweeney non fosse affatto partita per Parigi.
– Ancora una volta la vostra logica deduttiva mi stupisce, principessa Maria.
– Io mi chiamo Irene! – protestai.
– Siete la degna figlia di vostro padre: una donna moderna, che pratica sport e frequenta giovanotti di oscuri natali. E di dubbia moralità.
– Non vi permetto di parlare così dei miei amici!
– E come li definireste, altrimenti? – insinuò il signor Oliver. – Lo sapete benissimo, chi sono le vostre frequentazioni. Il figlio di un funzionario girovago che si dilettava di politica, lasciando la moglie con due figli e una bambina… e quello di un ladruncolo da circo, che aveva sedotto una nobildonna parigina. Devo aggiungere altro?
Lo ignorai, ma avrei voluto picchiarlo.
– Comunque c’erano i vostri amici, come li chiamate – riprese – ed erano sempre tra i piedi, rendendo ogni cosa più difficile. Ma meglio qui, lontano dai luoghi che conoscevate bene, piuttosto che a Londra, dove ci sono molti più sguardi curiosi di quanto si possa immaginare. E casa Adler, ormai, dopo gli avvenimenti degli ultimi mesi, era troppo sorvegliata. Sia da parte di chi, come noi, ha a cuore il bene della Boemia e del nuovo sovrano, sia da parte di Baumann e di quelli come lui, che vivono nel passato.
– Casa nostra era osservata? E da quando?
– Se avete la pazienza di ascoltarmi, principessa Maria, proverò a illustrarvi la mia posizione in tutto questo. Ascoltate, perché non la ripeterò. La mia fedeltà, come quella dei miei uomini, va al re Johan, della grande casata dei von Ormstein. E il re teme che qualcuno voglia gettare il regno nel caos. Vostro padre, il vostro vero padre, era un uomo pericoloso. Un uomo le cui idee lo hanno reso indegno della corona di Boemia, ma che era tuttavia riuscito a conquistare gli animi di molte teste calde. Ribelli che ora stanno ordendo un colpo di stato. Sapete che cos’è un colpo di stato?