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作者:意- Irene Adler 当前章节:15366 字 更新时间:2026-6-22 20:39

– Una rivoluzione… – mormorai.

– Una rivoluzione, sì. Che può avere una sola conseguenza: morte e distruzione. Macerie fumanti. Questo stanno preparando i sostenitori di vostro padre. Li seguiamo da anni, in ogni movimento, in ogni lettera che riusciamo a intercettare, in ogni luogo in cui riusciamo a stanarli. Proprio come il principe Felix, vaneggiano di un modo diverso di intendere la monarchia… Ma per fortuna re Johan è al corrente di tutto e veglia sulle sorti del nostro regno.

– A me non importa del vostro regno! Tenetevelo! – gridai.

– Vi credo. Ma i ribelli hanno altri progetti per voi. Vogliono usarvi per mettere in discussione la legittimità di re Johan e scatenare una guerra civile… non lo avete voluto voi, ma la verità è che rappresentereste la fine della monarchia e di tutto ciò a cui io ho giurato fedeltà. Siete la figlia del principe Felix e, grazie alla protezione dei suoi seguaci, siete stata affidata alle cure di una famiglia seria e fedele, di estrazione tedesca. Vostro padre Leopoldo è uomo integerrimo e di nobili ideali. E non poteva sapere, quando gli fu proposta la vostra adozione, chi era la figlia che stava accogliendo nella propria casa. Tutto ciò che ha pensato era che lui e sua moglie non potevano avere figli, e che, adottandovi, avrebbe aiutato la contessa von Klemnitz, una misteriosa nobildonna boema in gravi difficoltà. Non hanno mai fatto domande, e vi hanno protetto. Fino ad ora, almeno.

– E ora, cosa sperate di fare? Portarmi a Rotterdam, a Praga… senza che mio padre intervenga? Vi scatenerà contro ogni sua conoscenza, pagherà ogni singolo poliziotto d’Inghilterra perché vi stani e vi arresti!

– Pensate davvero che vostro padre possa più del re di Boemia? – ridacchiò Oliver. – Nulla ci impedirebbe di farvi sparire oggi, per sempre. Potremmo portarvi in Russia, o in Africa. E nessuno sentirà mai più parlare della principessina Maria.

– Maledetti! – strillai.

Lui agitò nuovamente il bavaglio. – Ricordatevi sempre che potete fiatare solo per mia indulgenza. E perché, dopo tanta fatica, avevo piacere di condividere con voi il mio personale successo.

– Voi siete un uomo finito – ringhiai.

– Davvero lo credete? E in che modo, esattamente, pensate di fermarmi? Con qualche ridicola minaccia?

L’ira mi fece tremare i polsi e distolsi lo sguardo da quell’uomo odioso, concentrandomi sul luogo in cui quella conversazione stava avvenendo: la cabina di una nave, una piccola nave, o forse un veliero, che però mi pareva ancora dondolare come se fosse ormeggiato. Ma certo, mi dissi. Non eravamo ancora partiti per nessun viaggio verso Rotterdam!

Era passato ancora troppo poco tempo dal mio rapimento al castello di Newark. E quindi eravamo ancora lì, in Scozia, forse sulla nave da cui partivano le segnalazioni notturne con le lampade. Forse sulla stessa nave su cui era tenuta prigioniera la moglie di McSweeney. Magari era esattamente per quel motivo, che non ci eravamo ancora allontanati dalle rive.

E dunque, forse, non tutto era perduto!

All’improvviso, capii che parlare con il signor Oliver era la mia unica possibilità di salvezza. Più a lungo fossi riuscita a far durare quella conversazione, più a lungo potevo sperare che lui non salisse in coperta a dare l’ordine di salpare.

– A Rotterdam, dite, e poi a Praga… questo però significa che non intendete farmi sparire… – argomentai. – Ma che il vostro piano è un altro.

Lui mi guardò intensamente, come il giocatore di scacchi che sta per fare la sua ultima, sorprendente mossa.

– Vostro padre vi amava, sapete? – disse, cogliendomi alla sprovvista. Chissà perché, mi venne da piangere. Mi morsi la lingua nel tentativo di trattenere le lacrime, cercando di convincermi che non era vero, che non ero affatto la figlia di Felix von Hartzenberg. Che non ero l’erede al trono, la sua primogenita. E che se anche lo fossi stata, non avevo comunque potuto conoscere il mio vero padre. Non sapevo chi fosse stato davvero Felix, se non per le tumultuose voci di cui aveva riempito i salotti di tutta Europa.

– E comunque sì, il nostro piano è un altro. Vogliamo far sapere ai ribelli che siete con noi… – aggiunse il signor Oliver, perfido. – E se non vogliono che l’unica figlia del loro adorato principe Felix faccia la sua stessa fine, allora dovranno eseguire i nostri ordini, per il bene del regno. E quindi niente rivoluzioni, niente cambiamenti, niente folli teorie sovversive.

– Volete usarmi per ricattare i vostri avversari – mormorai.

– “Ricattare” è una brutta parola, principessa… – sogghignò Oliver, con i suoi occhi vacui. – “Convincere” è il termine più appropriato.

– Non ci riuscirete mai. Io ve lo impedirò!

– E come, mia cara, una volta che sarete chiusa nei vostri nuovi appartamenti di Praga, con ogni lusso possiate desiderare, tranne quello di uscirne?

– Siete un mostro! – gridai.

Lo sentii ridere, una risata infernale nella sua semplicità. Poi, però, dopo un dondolio della barca, la sua risata si bloccò di colpo.

Ascoltò qualcosa, un rumore che io non avevo udito, e poi mi balzò addosso, stringendomi violentemente il bavaglio intorno alla bocca, prima che io potessi parlare. Provai a dibattermi, ma era troppo forte per me. E quando si allontanò, e nella cabina tornò il silenzio - tranne che per il clangore della catena che cominciai a strattonare disperatamente - sentii anch’io i rumori che l’avevano preoccupato.

E poi riconobbi una voce, poco distante da noi.

– Polizia di Glasgow! – gridò la voce.

Era quella del giovane agente John Bryson.

Capitolo 20

I DUE INVESTIGATORI

A condurre da noi il giovane Bryson era stato, naturalmente, il mio amico Sherlock Holmes. Ma io, chiusa nella cabina di chissà quale barca, non potevo saperlo. Non potevo sapere nemmeno dove fosse, esattamente, il luogo in cui ci trovavamo. L’avrei scoperto, mio malgrado, molto più tardi. Era il porto del pesce di Greenock, quello in cui, seguendo il suo fiuto, si era diretto a investigare Sherlock Holmes, e dove era stato proprio il signor Oliver, prima di tornare a Newark per portarci la notizia della morte di Baumann.

La nave dentro cui mi trovavo, attraccata al molo, era il peschereccio Queen Mary, ma non era affatto un’imbarcazione di pescatori, come le altre che la circondavano. A prima vista somigliava alle due barche da cui ogni mattina si scaricava il pescato sui moli, ma, a differenza di quelle, non era mai tornata con un carico di pesce. Sherlock non aveva impiegato molto a individuarla: la mattina in cui si era diretto al porto si era finto un mozzo in cerca di un lavoretto, e aveva passato in rassegna una nave dopo l’altra, offrendo i suoi servigi. Di tutti i piccoli bastimenti attraccati, la Queen Mary era stata l’unica ad attirare la sua attenzione: non solo non era impregnata dall’odore del pesce appena pescato, e le sue reti sembravano nuove, e mai usate, ma soprattutto i suoi marinai non parlavano affatto con accento scozzese. E non scendevano mai a terra a bere insieme agli altri.

Gli era bastata quella scoperta per tornare rapidamente a Port Glasgow, per avvisarci. Credeva di aver individuato la misteriosa imbarcazione che segnalava messaggi nella notte. Ma Arsène e io, nello stesso momento, appena avvertiti del fatto che il signor Baumann era stato colpito alla testa, prima di essersi impiccato, avevamo ripreso la barca per fare il nostro sopralluogo nella radura in cui avevamo assistito alla prima parte della colluttazione con Oliver. Così Sherlock aveva avvertito il giovane poliziotto, erano andati insieme fino a Newark, dove era venuto a sapere della mia scomparsa. Avevano quindi galoppato, a tutta velocità, fino al misterioso peschereccio di Greenock ed erano arrivati appena in tempo.

– Polizia di Glasgow! C’è nessuno a bordo? – tuonò ancora una volta la voce del poliziotto.

Il signor Oliver lanciò un’imprecazione e uscì dalla cabina. Sentii i suoi passi lungo le scalette e poi il tacco degli stivali sul ponte sopra di me. Non ero troppo distante, calcolai. E la nave non era enorme.

Cominciai allora a fare tutto il baccano che mi riusciva: pestai i piedi contro il pavimento e le paratie, agitai la catena fino a procurarmi lividi sul polso, tentai in ogni modo di liberarmi dal bavaglio.

Fu inutile, ovviamente.

Così mi arresi, per il momento, e cercai di capire cosa stesse succedendo sopra di me. Sentii la voce di Oliver, forte e chiara, che diceva: – Non avete nessun motivo per salire a bordo, signore!

– E voi, allora, cosa ci fate lì? – esclamò una voce familiare, quella di Sherlock. – Ci dovete delle spiegazioni, signor Oliver! E le dovete anche al vostro cosiddetto zio, il signor McSweeney!

– Tacete, moccioso! – ringhiò Oliver, o almeno mi parve che fosse lui. – Chi credete di essere?

– Questa domanda la faccio io a voi! – ribatté Sherlock. – Evelyn McSweeney non ha alcuna sorella!

– Voi forse la conoscete?

– Ho letto la dedica che si trova dietro il suo ritratto, in camera! Il ritratto commissionato da suo padre, alla sua unica e amata figlia! Chi siete, Oliver? E perché vi siete spacciato per il nipote del signor McSweeney?

– Chiedetelo a lui!

– Dov’è Irene?

– E cosa dovrei saperne io?

– Mentite, farabutto!

– E voi badate alle parole, ragazzo!

Fu allora che intervenne una terza voce: – Signori! Smettetela! Voi, signor Holmes, tacete un momento, per favore! E voi, signor… Oliver… fatemi la cortesia di voler scendere di bordo e di lasciarmi fare alcune domande!

– Sono in partenza, signore! – rispose il signor Oliver.

«NO!» urlai io nella mia mente. «Non lasciatelo partire!»

E ricominciai a fare baccano.

– In nome della polizia di Glasgow, signore!

– Ve lo ripeto, agente! – esclamò Oliver. – Non avete alcuna autorità per chiedermi di scendere, né per salire a bordo!

– Invece ce l’ho! Vi devo fare alcune domande in merito alla morte del signor Baumann. Abbiamo… ho validi motivi di sospettare che voi siate coinvolto.

– Ora basta! Ho sentito fin troppe sciocchezze!

– Perché tanta fretta di partire, signor Oliver? – lo incalzò Sherlock.

– Scendete, vi dico! – ripeté il poliziotto.

– SCHNELL! – esclamò a quel punto il signor Oliver, in tedesco.

– FERMO!

Sentii un trapestio concitato, dei passi che correvano sul ponte, e altri dentro la nave.

Poi la voce di Bryson: – In nome della polizia di…

E infine un colpo di pistola, forte e secco, che rimbombò nella stiva e nella mia cabina come una campana.

Un grido. Il grido di Sherlock.

E poi, in un baleno, la nave scricchiolò, e si mosse. Le cime caddero lungo la fiancata. L’ancora venne issata a grande velocità.

E, senza che nessuno potesse più fermarci, lasciammo la riva.

Capitolo 21

LORELEI

Mi abbandonai sul letto, disperata. Al solo sentire le onde che battevano sullo scafo caddi in uno sconforto inaudito. La voce di Sherlock, poco prima, mi era parsa la voce stessa della Giustizia, e le sue parole avevano l’ineluttabilità di quelle di un grande poeta. Era come se ci fosse stato Milton in persona, l’autore del Paradiso Perduto, a inchiodare il signor Oliver alle sue responsabilità e a fermare la Queen Mary. E non era venuto da solo. Era con il poliziotto, poi, quel Bryson che ci aveva ascoltato e aveva seguito le nostre intuizioni. E poi, invece, il colpo di pistola, e il grido di Sherlock. Chi aveva sparato? E a chi? Non volevo nemmeno prendere in considerazione la possibilità che fosse successo qualcosa a Holmes.

Sentii nuovamente i passi lungo le scalette, e, mentre la Queen Mary bordeggiava fuori dal porto di Greenock, diretta in mare aperto, il signor Oliver fece nuovamente capolino nella cabina. Aveva gli occhi spiritati e i capelli sconvolti sopra il capo. Gli si poteva vedere il cuoio capelluto, lucido di sudore.

– È questa la fine che farete tutti voi, piccoli impiccioni! – urlò, senza liberarmi. – Il tuo amico… non so in che modo…

Abbassò una mano, poi l’altra, esasperato. E notai, allora, che stringeva una pistola.

– Lo volete capire che non c’è nulla da fare, ormai? – continuò.

E perché, allora, era tanto importante farlo sapere a me? Per convincermi? O forse per convincere se stesso?

Lo scrutai, cercando di sfidarlo con lo sguardo. Perché capisse di non aver rapito una debole ragazzina tutta scarpine e ombrellini prendisole. E che le compagnie equivoche di questa ragazzina gli avrebbero dato molto più filo da torcere di quello che si aspettava. Il suo piano aveva funzionato alla perfezione, ma era stato scoperto dal fiuto di Arsène Lupin e dalle deduzioni di Sherlock Holmes. Non c’era solo Leopoldo Adler, da mettere a tacere. C’erano due ragazzi indomabili, uno dei quali l’aveva quasi fermato prima che salpasse. E non era finita: se davvero io ero la figlia del principe Felix, allora il mio rapimento non sarebbe passato inosservato. Non in un paese moderno e civile come la Gran Bretagna. Lo scandalo era dietro l’angolo, e nessun sovrano sarebbe stato felice di far sapere alla comunità internazionale che commissionava alle sue spie rapimenti di fanciulle. Il signor Oliver cominciava a capirlo da solo, per questo era così agitato.

Il suo compito era tutt’altro che finito. Non gli era stato sufficiente uccidere Baumann e fingere che si fosse impiccato. Il fatto stesso che egli mi avesse rintracciato a Newark significava che la sua intera fazione sapeva chi ero e dove mi trovavo e, se costretti, i ribelli boemi avrebbero di certo provocato un incidente diplomatico. Perché quella, ormai era chiaro, era una faccenda di spie: i seguaci del nuovo re Johan e dei von Ormstein contro i ribelli rimasti fedeli alla casata dei von Hartzenberg.

Mentre rincorrevo quei concitati pensieri, il cuore, una volta di più, mi saltò in gola. Avrei dovuto cominciare a parlare della mia casata? Quella del principe Felix, mio padre?

Quell’idea mi riempiva di sgomento, uno sgomento grande come una voragine, capace di inghiottire tutto il mio passato e, cosa ancora più terribile, tutto il mio futuro.

Chiusi gli occhi e feci un respiro profondo. Non potevo lasciarmi sopraffare dalle emozioni, dovevo mantenermi lucida. Era ormai chiaro che si trattava di un complotto politico. Ma, almeno così mi piaceva pensare, per fermare lo scandalo non gli sarebbe bastato togliere di mezzo Leopoldo, il fedele Leopoldo. Occorreva anche mettere a tacere Sherlock e Arsène.

“La tua sorte è nelle loro mani!” avrei voluto dirgli, per prendermi gioco di lui. Ma la verità era che ero io, a essere nelle sue mani.

E quindi dovevo dimostrarmi abile e spietata almeno quanto lui.

Vidi che accennava ad andarsene, e allora mugolai e presi a divincolarmi, cercando di attirare la sua attenzione e fargli capire che avevo bisogno di lui.

Lui mi tolse il bavaglio.

– Gridate pure, ora – mi disse, gettandolo a terra. – Tanto non c’è più nessuno a sentirvi.

– Avete sparato a Sherlock? – gli domandai, di getto.

– Siete preoccupata per lui? È il vostro amichetto preferito, eh?

– Ditemi solo se gli avete sparato, maledizione!

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