Il signor Oliver scosse il capo, spazientito. – Ho sparato a quell’altro, il poliziotto. Ed è stato un errore. Un grande errore. Avrei dovuto toglierlo subito di mezzo, quel vostro amico. Ma lo farò alla prima occasione. Intanto ha cominciato a farsi una nuotata nelle acque fresche del Clyde!
Mi riempii d’aria i polmoni. Grazie al cielo, Holmes era salvo e sapevo bene che non bastava un po’ d’acqua fredda a fermarlo.
– Ho bisogno del bagno – ringhiai.
Lui mi guardò, stralunato. Preso da un improvviso imbarazzo, mi indicò un catino, infilato sotto il letto. Gli mostrai la catenella che mi teneva serrati i polsi.
– È un po’ difficile, in questo modo – sibilai. – Anche per una principessa.
Lui sbuffò. La Queen Mary si impennò sulle onde. Una chiavetta baluginò fuori da una tasca e aprì il lucchetto che teneva ferma la piccola catena.
– Niente scherzi… – mi ordinò, aspettando fuori dalla porta della cabina.
Mi massaggiai prima le mani, poi mi tastai il corpo, che mi pareva coperto di lividi. Infine provai a camminare. Il pavimento oscillava e così la mia testa, in preda alle vertigini. Ero debole e le tempie mi pulsavano. Mi accarezzai la fronte con il palmo della mano. Scottava.
Ma non abbastanza per dare fuoco a quella stanza.
E fu allora che sentii il canto delle sirene.
Narra la leggenda che Lorelei era una delle sirene del Reno, una divinità dell’acqua. Cantava con voce melodiosa dall’alto di uno scoglio, e con il suo canto attirava contro le rocce gli sventurati marinai che se ne invaghivano. Accadde un giorno che un’intera spedizione di soldati fu incaricata di ucciderla. Ma prima che potessero colpirla, il Reno, suo padre, la protesse con un’onda di spuma e, dallo scoglio su cui lei viveva la portò nelle profondità, da cui Lorelei non emerse mai più. Da allora, nessun marinaio venne mai più attirato dalla sua voce, e nessuno fece mai più naufragio sulla rocca che porta ancora il suo nome.
Ma la sirena di cui sentii il canto, il giorno del mio rapimento, era un’altra Lorelei. E aveva la voce, terribile e imperiosa, del signor Orazio Nelson.
Quando la sentii pensai di essere impazzita. Ma poi mi accorsi che Oliver, dopo aver chiuso in fretta la porta della mia cabina, abbandonava la sua posizione di guardia per salire sul ponte. Io mi avventai contro la porta e appoggiai l’orecchio per sentire.
– Cosa succede? – gridò il mio rapitore.
Qualcuno gli rispose in tedesco, in modo altrettanto concitato.
– Fermatevi! – ordinò una terza voce, lontana, sulle onde.
Il mio cuore batté un colpo a vuoto.
Orazio? Com’era possibile? Cosa stava succedendo?
Sentii altre grida, poi la Queen Mary si inclinò da un lato, come per compiere una manovra diversiva.
Io non persi altro tempo e aggredii la porta, cercando di far saltare la serratura. La presi a calci e a spallate, e dopo alcuni tentativi ci riuscii.
Rotolai nello stretto corridoio che si trovava dall’altra parte, ansimando. Vidi il quadrato di luce del boccaporto e mi ci diressi, sbattendo a ogni passo contro una paratia del corridoio.
La scala. La salii più veloce che potevo e l’istante successivo fui sul ponte del peschereccio.
Non riuscii a capire subito tutto quello che vidi.
Sul ponte della Queen Mary c’erano quattro uomini, più il signor Oliver, che sbraitava in mezzo a loro. Le vele erano gonfie di vento e le corde schioccavano come fruste. Ma a pochissima distanza dalla nave ce n’era una seconda: il cutter dipinto di blu del signor Baumann. La Lorelei.
E a bordo della Lorelei, con uno di quei megafoni che spesso si trovano nella dotazione di bordo delle imbarcazioni, c’era il signor Nelson, al timone, nero come un diavolo dell’inferno. E Arsène Lupin, alle vele, con il sole che guizzava sulla sua muscolatura da atleta.
E la Lorelei… Be’, la Lorelei non stava semplicemente inseguendo la Queen Mary.
La stava raggiungendo.
Capitolo 22
LA DOLCEZZA DELL’ACQUA
Caricai il signor Oliver con una testata, nello stesso istante in cui lui sollevava la pistola. Il colpo, se partì, puntò verso le vele e le corde della sua nave. Rotolai sul ponte bagnato, picchiando forte la spalla contro il legno, poi ogni cosa si impennò.
Sentii un boato formidabile, quando la prua della Lorelei colpì il fianco della Queen Mary, e poi rotolai in una matassa di corde e vele. L’impatto con l’acqua mi tolse il fiato. E, subito dopo, invece del fragore del vento, fu il silenzio assoluto del mare.
Mi divincolai, stretta dal freddo dell’acqua e dal sartiame, ma continuai a scendere verso il basso, a lentezza costante. Vedevo, intorno e sopra di me, le chiglie spumose delle due imbarcazioni avvinte in un abbraccio mortale, e il mare punteggiato di barili, corde e un’infinità di altri oggetti più pesanti dell’acqua che lo perforavano, per sprofondare insieme a me.
Non pensavo a nulla, mentre mi avvitavo in quell’inesorabile caduta, se non al calore del mio corpo che combatteva contro il gelo. E il gelo, a poco a poco, vinceva la sua battaglia.
Aprii la bocca per respirare e me la ritrovai piena d’acqua. Ma non acqua salata. Era acqua dolce, del fiume Clyde, che si spingeva fin lì, in mare aperto.
Pensai a Oliver e ai suoi marinai, i seguaci del nuovo re, o dell’usurpatore, a detta dei loro nemici. Le palpebre, pesanti, mi si chiusero. Nella mia mente si formò, indistinta e vaporosa, l’immagine di un uomo in alta uniforme, con la testa cinta da una corona. Il mio corpo continuava a sprofondare e la mia mente stava scivolando lentamente in un sogno…
Mi riscossi all’improvviso. Qualcosa, nelle acque sempre più scure e fredde, mi era passato accanto, urtandomi. Allungai una mano e sfiorai un corpo liscio e teso.
Poi ne vidi un altro. E un altro ancora. Erano foche, che si erano inabissate prevedendo il passaggio delle nostre barche e ora tornavano in superficie.
Ancora oggi non so dire se l’apparizione di quegli animali sia stata un evento reale o un parto della mia mente. Quello che so è che mi accorsi di non essere più stretta nel viluppo di vele che mi stava trascinando a fondo. Vidi i lucidi corpi delle foche che ascendevano verso la luce, per tornare a respirare.
Dovevo fare come loro!
E così feci, drizzando la schiena come se fossi ai remi della mia canoa, e mulinando le mani e i piedi.
I corpi possenti delle foche scomparvero ben presto dal mio campo visivo e ogni cosa si annebbiò, mentre risalivo.
Poi, finalmente, uscii all’aria, che inghiottii tossendo.
– Sono viva! – gridai.
O forse non dissi una parola, e mi limitai a sentire dentro di me quel grido di trionfo.
Mi guardai intorno. Le due navi erano una accanto all’altra, come avvinghiate nella lotta, e sentivo voci di uomini che strepitavano.
– Signorina Irene! – esclamò Orazio Nelson, ancora al timone della Lorelei.
Senza pensarci due volte, si tuffò dove mi aveva visto spuntare.
– Irene! – gridò anche Arsène Lupin.
E io, nel ghiaccio di quel mare sconosciuto, ma un mare d’acqua dolce, scoppiai a ridere per la felicità.
Capitolo 23
RITORNO A NEWARK
Eravamo tutti seduti nel salottino di Newark, avvolti in spesse coperte di lana. E starnutivamo a turni, come gli strumenti di una bizzarra orchestra di fiati. Quando dico tutti intendo proprio tutti: oltre a me, la più vicina al camino acceso, c’erano Leopoldo e il signor Nelson, Sherlock e Arsène. E il signor McSweeney con Evelyn.
Ed è proprio da Evelyn che intendo iniziare a descrivere il nostro ultimo giorno nel castello di Newark. Come aveva giustamente intuito Sherlock, la moglie del signor McSweeney non era affatto partita per Parigi, ma era nascosta e guardata a vista da uno degli scagnozzi al soldo di Oliver. Dove, però? La Queen Mary l’avevo esclusa io stessa, poiché a bordo del finto peschereccio non avevo visto traccia della donna. Per un attimo avevo temuto che non l’avremmo mai più ritrovata. Subito dopo l’incidente e lo scontro con la Lorelei, infatti, Oliver e i suoi erano fuggiti a bordo di una piccola scialuppa, e avevano fatto perdere le loro tracce, una volta giunti a riva. Per fortuna erano stati riacciuffati il giorno seguente dalla polizia di Glasgow, che, dopo il ferimento del povero John Bryson, si era presentata con grandi spiegamenti di forze lungo quel tratto di costa. Il poliziotto, oltre a un encomio personale, si era ritrovato con una pallottola nel braccio e un mese di licenza, che avrebbe trascorso a casa. Quando venne interrogato, Oliver rifiutò di confessare dove si trovasse la donna, ma la sua resistenza fu del tutto inutile, dato che a individuare il rifugio ci pensò Sherlock Holmes, partendo da un semplice biglietto della spesa vergato con la grafia di Oliver e da una sciarpa di seta azzurra trovata nella sua stanza.
Il biglietto diceva:
Libro in biblioteca
Tre latte
Sciarpa azzurra
Ma nelle mani di Sherlock diventò una spiegazione chiarissima di dove cercare la signora McSweeney. A otto miglia da Port Glasgow c’era infatti un paesino chiamato Alexandria, come la città nota per la sua biblioteca. La signora Evelyn (il libro) era stata portata lì. Bastava trovare una casa con tre mucche (tre latte) e mostrare alla guardia che stava alla porta la sciarpa azzurra di Oliver, come segno convenuto dal rapimento portato a termine.
Fu quello che fece un poliziotto, sentendosi rispondere in tedesco un attimo prima di fare irruzione nella cascina. Evelyn era lì dentro, legata e imbavagliata.
Una volta che Evelyn tornò a casa sana e salva, i signori McSweeney, contriti al punto di non riuscire ad alzare gli occhi da terra, poterono raccontare la loro parte della storia, che precedeva di un paio di giorni l’invio della prima lettera a mio padre. Dopo che le spie dei von Ormstein avevano preso sua moglie in ostaggio, Arthur aveva recitato la sua parte, fingendo di voler vendere il castello e cercando in ogni modo di convincere mio padre a portarmi fin lassù. Per salvare Evelyn, aveva attirato in una trappola l’amico fraterno Leopoldo, e quando confessò quanto aveva fatto, era talmente addolorato e desolato da suscitare compassione. Si vergognava così tanto di quanto aveva fatto da non riuscire a darsi pace. Ci domandava come avrebbe potuto mai riparare. Mio padre si dimostrò incredibilmente comprensivo: gli rispose che era stato Oliver a ordire il suo piano in modo che fosse spietato. E Arthur ne era stato vittima esattamente come tutti noi. Con la cattura di Oliver, ogni cosa sembrava chiarita e ogni aspetto del mistero dell’eredità finalmente risolto: non c’era alcuna eredità. Ma c’era un erede, in un senso del tutto differente… una erede al trono, attorno alla quale si stava combattendo una guerra segreta. E, a quanto pareva, quell’erede ero io.
– C’è una cosa che ancora non capisco in questa maledetta storia – intervenne a quel punto Lupin. – Perché, la sera in cui è stato ucciso, il signor Baumann ha cercato di entrare nella camera della signorina Irene?
– Forse per avvertirla delle intenzioni di Oliver? – rispose mio padre.
– E allora perché, quando si è accorto che non c’era, è scappato? – insistette Arsène.
– Perché non era Baumann, ma Oliver… – spiegò Sherlock. – Oliver con la mantella di Baumann, che lui aveva sostituito con una simile, trovata nei guardaroba del castello, dopo la cena.
Il signor Arthur confermò quelle parole con uno stanco cenno del capo.
– Ma allora… – dissi, spalancando gli occhi.
– Allora Baumann, accortosi della sostituzione, tornò al castello per affrontare finalmente il suo nemico – concluse Holmes.
– Quindi quelli che abbiamo visto alla radura erano Baumann e Oliver… – dissi io.
– Sì: ma quello che ci pareva Baumann, in realtà, era Oliver con la sua mantella.
– E, sotto la mantella, l’attizzatoio del camino – mormorò Arsène.
Come per voler sottolineare la sua frase, le braci scoppiettarono.
– E perché se l’era messa, secondo voi? – domandai io.
– Credo che il suo piano fosse quello di rapirti – mi disse Sherlock. – E di lasciar cadere proprio il fermaglio della mantella con la lettera B di Baumann come prova contro di lui. Ma, esattamente come la sera prima, tu non eri in camera.
Cenammo, per l’ultima volta, al castello, in un silenzio carico di domande che nessuno aveva il coraggio di esternare, e poi salimmo nelle nostre camere, per trascorrervi l’ultima notte. Ogni cosa, almeno per ora, era risolta, stavamo tutti bene, eppure sarebbe stato inutile negarlo: tutto era cambiato. E il mio mal di testa, ora, si era trasformato in qualcosa di più grande e continuo, che pulsava senza darmi tregua.
Che ne sarebbe stato di me e di tutto ciò che amavo?
Papà e io ci fermammo davanti alle porte delle nostre stanze. Il signor McSweeney aveva provveduto a far sigillare il passaggio dietro l’arazzo, ma l’idea di entrare in quella camera, da sola, ancora mi terrorizzava. Mi sembrava di veder spuntare Oliver da ogni ombra, a ogni rumore. E tutte le sensazioni del mio rapimento, la bocca chiusa dal bavaglio, la discesa nelle cantine, la carrozza e la cabina della nave, continuavano a tornarmi alla mente, in un vortice di emozioni violentissime.
– Vuoi venire a dormire qui? – mi domandò Leopoldo, la mano appoggiata sulla maniglia. – Ho un letto enorme, dove potremmo stare tranquillamente in sei.
– Sì – gli risposi. – È una buona idea. Entro solo un attimo a prendere la mia camicia da notte.
– Irene?
Mi voltai verso di lui. Avevo gli occhi lucidi di lacrime.
– Guarda che tu sei Irene… – mi disse mio padre, piano. – Non devi credere a niente di quello che ti è stato detto. Sei sempre e solo la mia Irene. E non devi aver paura di niente. Io sono qui.
Sì, pensai.
Lui era qui, con me.
E al piano di sopra c’erano Arsène Lupin e Sherlock Holmes. E con loro il signor Nelson, che sapeva guidare un cutter come il capitano Achab in persona.
Quattro uomini e una ragazza risoluti come non mai, e più che mai decisi, se fosse stato necessario, a dar battaglia all’intero Regno di Boemia.
– Sì ma… mi sembra tutto così terribile… – mormorai, il magone che mi serrava la gola.
– Che cosa vuoi dire, piccola mia? – mi domandò papà.
– Pensi che ci sia un senso, in tutto questo? – insistetti. – Guarda quante cose orribili sono appena state compiute per colpa mia, papà. E per quale motivo?
– Perché non possiamo scegliere tutto della nostra vita, mia adorata Irene – mi disse lui, con dolce risolutezza.
Cercai di sorridere, ma non ne uscì che una smorfia piena di amarezza.
– Oh… direi semmai che non possiamo scegliere proprio un bel nulla, della nostra vita! – sibilai, a denti stretti.
– Capisco perché parli così, Irene. Sei turbata, sei spaventata, sei sconvolta per ciò che hai scoperto. E hai ragione a essere tutte queste cose – disse Leopoldo, stringendomi forte le mani. – Ma hai ancora la tua mente, le tue idee, la tua volontà… E questa significa che puoi ancora scegliere.
– Ma che cosa posso scegliere, papà! – lo interruppi, mentre gli occhi mi si velavano di lacrime. – Là fuori è pieno di gente che crede di potermi usare per i propri scopi, come una marionetta… Che cosa… che cosa posso scegliere, dimmelo!