– Irving – terminò Arsène.
– Irving? – ripetei, divertita. – E quanti anni avrebbe questo Irving, con dei baffi così?
– Noi abbiamo detto diciassette – rispose Arsène.
– Bene. Allora basterà aggiungere che è il figlio del mio buon amico signor O’Malley, – sogghignò Orazio – e chi lo fermerà più?
E fu così che, mentre il signor Nelson - unico uomo di colore iscritto al club, nonché amico di un fantomatico signore irlandese che avrebbe affidato alle sue cure l’esile figlio - prendeva posto a un tavolino defilato lungo la banchina e si preparava a trascorrere l’ora successiva leggendo il Pirata Rosso del signor Fenimore Cooper, gli intrepidi Sherlock, Lupin e… Irving posavano per la prima volta il sedere su una canoa da quattro, insieme al signor John Drake, il nostro istruttore. Ci spiegò come condurre la remata, cosa fare in caso di emergenza e di caduta in acqua, e poi, senza tanti complimenti, via! Scendemmo nella debole corrente del Tamigi. Con l’istruttore da un lato e Arsène - che era un eccellente vogatore - dall’altro, guadagnammo ben presto il centro del fiume, risalendone la placida corrente per una trentina di iarde. Fu un’esperienza unica, fatta di tante cose emozionanti, seppur in modo diverso tra loro: il Tamigi con la sua ineguagliabile maestosità, le case affacciate sugli argini, i tanti giardini i cui alberi secolari accarezzavano le acque, ma anche le parole che scambiammo, da uomini, su quella stretta imbarcazione, che scivolava leggera sul pelo dell’acqua. E le risate alle ruvide battute del signor Drake, e il modo in cui Arsène ribatteva con sottili doppi sensi, che solo Sherlock e io potevamo capire. I remi della canoa erano stretti e lunghi, niente affatto leggeri, ma se si imprimeva il giusto movimento, una specie di segno dell’infinito tracciato sopra la superficie del fiume, si spostavano tra l’aria e l’acqua senza incontrare resistenza. Non era un’impresa facile, ma imparammo in fretta a seguire il ritmo, come se in ogni singola remata ci fosse qualcosa di giusto ed equilibrato, a cui il fatto di doversi sincronizzare con i colpi degli altri aggiungeva ulteriore armonia. Drake dettava il tempo, illustrava i profili dei palazzotti che via via superavamo, salutava le canoe che incontravamo in senso opposto, ci spiegava come ingaggiare le altre imbarcazioni e quali regole seguire per darsi la precedenza sull’acqua. Mi bastò mezz’ora sul fiume per dimenticare tutto ciò che aveva a che fare con la terraferma. E quarantacinque minuti per non sentire più le spalle. Per mia fortuna, però, Drake sembrava averlo previsto, e riparammo poco dopo nel club, con le braccia che mi mandavano fiammate di dolore. Barcollai fuori dalla canoa, nell’acqua sporca che sciaguattava contro la riva, e mi sdraiai a terra per cercare di respirare. Il signor Nelson, al suo tavolino, abbassò il libretto e ci guardò, ma non si mosse.
– Ben fatto, signori! – esclamò nel frattempo il nostro istruttore.
Sherlock, che non aveva detto una parola da quando eravamo saliti in canoa, gli fece un mezzo sorriso. Arsène, invece, si fermò a stringergli la mano e a commentare per qualche minuto la nostra prima uscita.
– Come va? – mi chiese Sherlock.
Avrei dovuto avere ancora un po’ d’aria nei polmoni, per articolare una risposta. Lui sembrò capirlo e si limitò ad annuire.
– Sarà anche utile per la mia schiena, – sospirai, quando riuscii finalmente a parlare – ma non sento più le braccia.
– Non ti lamentare già adesso. Domani sarà peggio – ridacchiò Sherlock.
– Oh, grazie mille. Esattamente il genere di commento che tira su il morale.
– Coraggio! Pensa piuttosto a come si allungheranno i muscoli!
– Credo di doverti comunicare che i miei sono semplicemente a pezzi.
Ci raggiunse anche Arsène.
– Fatto – disse.
– Fatto cosa? – indagai.
I miei amici si scambiarono un’occhiata furtiva, al termine della quale Arsène si guardò intorno, come cercando di cambiare argomento.
– Allora, Irving? – mi apostrofò. – Andiamo a casa o facciamo un giro alla buona vecchia Shackleton?
Dopo quella sudata, e con il signor Nelson sempre di guardia al tavolino, un docile ritorno a casa mi pareva l’unica ipotesi praticabile. Ma, poiché non mi era sfuggita quella loro occhiata, ripetei, accettando la mano che Arsène mi porgeva per aiutarmi a rimettermi in piedi: – Fatto cosa?
– Oh, niente di speciale – rispose lui.
Ci avviammo lungo la banchina, incontro al signor Nelson.
– Allora, signorina Irving – mi apostrofò lui, appena lo raggiungemmo. – Com’è andato il vostro primo giorno di sport?
– Come se fosse l’ultimo – gli risposi, massaggiandomi le braccia. – Anche se devo ammettere che è stato bellissimo – ammisi, contemplando il fiume.
– Non sarà certo l’ultimo, se non vogliamo fare una pessima figura… – disse Arsène, accanto a me.
Mi voltai a guardarlo. E poi guardai Sherlock, a pochi passi di distanza. Conoscevo quel loro modo di fare complice. E sapevo che, quando evitavano di incrociare lo sguardo, e Arsène era insolitamente allegro e Sherlock più taciturno del solito, stavano architettando qualcosa. O già l’avevano architettato.
– Voi due non me la contate giusta – dissi allora. – Sputate il rospo –. E poi, vedendo Arsène sogghignare, mi preoccupai ancora di più. – Arsène? Sherlock?
– Ci siamo iscritti alla regata dei freshers – confessò quest’ultimo.
– La cosa? – esclamai.
– È una gara tra chi si è iscritto da poco al Rowing Club – spiegò Arsène. – E abbiamo tre mesi di tempo per allenarci come si deve.
– E perché mai dovremmo partecipare a questa stupida regata? – sbottai.
– Ma per vincerla, no? – rise Arsène.
Capitolo 4
UNA LETTERA DA GLASGOW
A cena non mi riusciva di tenere sollevate le posate, e dovetti fare appello a tutta la mia forza di volontà per tagliare la carne con il coltello. Ma avevo una tale fame che l’avrei mangiata così com’era, a morsi.
Leopoldo mi guardava, visibilmente soddisfatto.
– Non ti ho mai visto mangiare con tanto gusto – commentò.
Nemmeno io, dovevo ammetterlo. Avevo divorato un vassoio di patate à la duchesse praticamente da sola e mangiato il mio filetto al vino di Madera con una velocità sconcertante. Ma mi sentivo ancora come se mi avessero rubato qualcosa che si trovava in fondo allo stomaco e avessi urgenza di riempirlo di nuovo.
– Devo ricredermi sul consiglio di quel dottorino, a quanto pare… – borbottò mio padre. – Com’è, il Club?
– Oh, molto interessante, papà.
– E ci sono altre… – cercò la parola per alcuni istanti – …vogatrici come te?
– Oh, sì! – mentii, velocissima. – È un club molto moderno e al passo con i tempi…
– Questa, poi! – replicò lui. – Chi l’avrebbe mai detto. Vuoi vedere che sono diventato io, quello retrogrado?
Dalla porta che dava sulle cucine sbucò la signora Fowler. – I signori hanno ancora spazio per una fettina di charlotte alle pere? – ci domandò.
– Sì, signora Fowler, senza il minimo dubbio! – quasi urlai, per l’ilarità di mio padre.
Leopoldo attese che avessi una generosa porzione di dessert sotto il naso e tirò fuori dal taschino del panciotto una lettera ripiegata.
– Mi ha scritto un vecchio amico – iniziò.
Io appoggiai forchetta e coltello ai lati del piatto e fissai il trionfale dolce della signora Fowler. Il bon ton prescriveva di tagliarlo a piccoli pezzettini e portarlo discretamente alla bocca. Quella fetta di charlotte, tuttavia, era così invitante che provai l’istinto di addentarla senza troppi complimenti, come avrebbe fatto un carrettiere.
– Il signor Ralston? – domandai.
Papà sorrise. – Oh, no. Niente cacce alla volpe funestate da crimini terribili, questa volta! Ma forse potrebbe essere l’occasione per vedere un po’ di Scozia.
– Scozia? – ripetei. – Quella terra di clan guerrieri dove il dessert si mangia… così?
E, a queste parole, afferrai la fetta di torta con le mani e ne azzannai una buona metà.
– Irene! – mi rimproverò papà. Ma la sua indole bonaria prevalse molto presto e la sua espressione severa si stemperò in un sogghigno divertito. Io, fatta sparire la torta con un altro paio di bocconi, invitai papà a proseguire nel suo discorso.
– Il mio amico si chiama Arthur McSweeney ed è un vecchio compagno d’affari. Si era trasferito in Germania con la famiglia, e ci risultammo da subito molto simpatici. O affini, se preferisci.
Leopoldo non era tipo da indulgere in lunghi racconti o confessioni spontanee sulla sua vita. E io non ero mai stata molto interessata a scoprire in che modo fosse diventato un imprenditore così affermato nel settore dei metalli e delle ferrovie. L’avevo sempre dato per scontato, come se lui fosse nato facendo quel lavoro, o lo avesse ereditato dal nonno.
– Era da tempo che non ci sentivamo più, e la sua lettera mi fa molto piacere, anche se… – scorse rapidamente le due pagine di cui si componeva, prima di proseguire. – È sempre il solito Arthur. Per farla breve, mi sta proponendo un affare. Un acquisto che a suo dire sarebbe vantaggiosissimo.
– L’acquisto di che cosa? – domandai, chissà perché immaginandomi un capannone pieno di marchingegni meccanici e rugginosi ingranaggi.
– È proprio questo che mi ha stupito – rispose invece mio padre. – Si tratta di… un castello.
– Un castello? – esclamai, eccitata.
– Il castello di Newark – lesse. – Un elegante maniero che mi propone di acquistare a un prezzo ridicolo, molto al di sotto del suo valore reale.
– E perché vorrebbe che tu lo comprassi?
– Perché preferirebbe venderlo a un amico, e sapere che verrà tenuto con cura, piuttosto che a un’asta.
– Aspetta, aspetta – lo interruppi. – Mi stai dicendo che il castello… è del tuo amico?
– Sì, purtroppo – rispose Leopoldo. – E lui è costretto a venderlo.
Avrei voluto chiedergli che cosa avesse costretto il suo amico McSweeney a mettere in vendita il castello, ma vidi il volto di Leopoldo contrarsi, la sua espressione farsi più assorta e preferii aspettare.
– Arthur deve trasferirsi in luoghi più caldi per via della salute di sua moglie, che il freddo del nord sta a poco a poco uccidendo… – proseguì papà, dopo un lungo sospiro, rispondendo così anche ai miei interrogativi. Geneviève, la mia madre adottiva, negli ultimi anni di vita aveva combattuto con gravi problemi di respirazione. Per guarirla avevamo cercato di portarla al mare e in campagna. E invece, alla sua morte, ci eravamo definitivamente trasferiti a Londra, la città più sporca in cui ci fosse capitato di vivere, e che nelle intenzioni di mio padre doveva rappresentare solo una parentesi dovuta alla guerra.
– Arthur e sua moglie non hanno avuto figli – continuò, come se leggendo la storia del suo amico ripercorresse la propria. – E dunque, vista l’esigenza di trasferirsi il prima possibile in luoghi più miti, come le isole del Pacifico, si vede costretto a vendere il castello. Anzi, a svenderlo, povero Arthur.
– È molto gentile ad aver pensato a te… – mormorai.
– Sì, anche se temo che il prezzo che ha in mente sia comunque una cifra considerevole.
– Pensi che non ne valga la pena?
Vidi gli occhi di mio padre velarsi di un manto lucido e vibrante. Tirò su con il naso e disse: – Sicuramente ha pensato a me perché, oltre che suo amico, ho una certa disponibilità economica, non posso negarlo. Ma Arthur è sempre stato un uomo con un incredibile fiuto per gli affari, e conosce persone molto più facoltose di noi.
Aveva detto “noi”, notai, ed era bello constatare che finalmente papà mi metteva al corrente di questioni importanti, come se fossi ormai cresciuta e pronta ad affrontare argomenti adulti.
– Ma sono davvero… davvero incuriosito, Irene – concluse. Cercò nell’altro taschino un pince-nez, che appoggiò sulla punta del naso. – Perché, dopo avermi proposto di visitare subito il castello, il mio amico insiste affinché porti con me “la meravigliosa figlia di cui mi hai sempre tanto parlato, poiché sono sicuro che si innamorerà a prima vista di Newark”. E per essere sicuro che io dia seguito al suo invito, si è preso il disturbo di acquistarci due biglietti di prima classe per Glasgow.
– È un tipo che sa decisamente il fatto suo – osservai, appoggiandomi allo schienale della sedia.
Leopoldo si lisciò il panciotto. – Arthur? Oh, altroché se lo sa. Te l’ho detto: ha un incredibile fiuto per gli affari.
– Ma anche tu ce l’hai, papà – gli feci notare.
– In misura minore, ma… immagino di sì.
– E cosa ti dice il tuo fiuto?
– Che molto probabilmente si tratta di un viaggio a vuoto – rispose Leopoldo, stringendosi nelle spalle. – L’acquisto di un castello scozzese non rientra affatto nei miei piani. Ma non so esattamente come dirglielo senza che lui si offenda.
Io, dal canto mio, ero molto combattuta. Da una parte l’idea di fare un viaggio in Scozia per visitare un castello mi attraeva, in particolare proprio ora che il caldo dell’estate lasciava il passo a un dolce tepore autunnale. Dall’altra, ero così legata alle mie giornate con Sherlock e Arsène che mi rattristava l’idea di andarmene senza di loro, anche solo per qualche giorno.
– Se è una scusa, che ti serve – gli suggerii – puoi dirgli che sono io a non poter venire.
C’era la questione della mia schiena e del canottaggio, gli ricordai. E per meglio perorare la mia causa gli raccontai degli allenamenti cui avremmo dovuto dedicarci almeno due-tre giorni alla settimana, se non volevamo sfigurare alla regata del Rowing Club.
– Non è un’idea malvagia – convenne mio padre. Poi mi rivolse uno sguardo affettuoso e aggiunse: – Sono contento che ci siano loro, con te.
– Come dici, papà?
– Forse due compite signorine tutte pizzi e ombrellini mi renderebbero più tranquillo, ma in fondo mi fa piacere che tu abbia quei due amici – confessò. – E che vi aiutiate l’un l’altro.
– Sì – mormorai. – È una grande fortuna. Siamo proprio inseparabili.
E, nel momento stesso in cui lo dissi, sentii qualcosa, dentro, che si rompeva. Fu come un avvertimento, pensai, o forse un segno. Perché i sentimenti, come i muscoli, dovevano farti male, per diventare più robusti.
Capitolo 5
UN OSPITE INATTESO
Sherlock sbuffava come una locomotiva, passeggiando irrequieto intorno alle poltrone mezzo sfondate della Shackleton Coffee House. La giornata era calda, un sole deciso splendeva fuori dalle spesse finestre, e le stanze del locale che avevamo eletto a nostro pensatoio e quartier generale odoravano di chicchi tostati e sacchi di juta.
– Mi stai innervosendo – protestò Arsène, all’ennesimo giro del nostro amico. E così Sherlock si bloccò di colpo, allacciò le mani dietro la schiena e prese a fissare qualcosa fuori, scuotendo la testa.
– Una città abitata da centinaia di migliaia di persone e… niente! – mormorò con stizza, lasciandosi sprofondare in una delle poltrone. – Non sta succedendo niente.
L’umore del nostro amico era andato incupendosi settimana dopo settimana, mentre le copie dei giornali si ammonticchiavano inutilmente sul tavolo in mezzo a noi, dove neppure i camerieri della Shackleton passavano più a rimettere a posto. E la ragione di tanto fastidio era, a suo dire, l’assenza prolungata di attività. Per quanto Sherlock leggesse diligentemente ogni sorta di quotidiano gli passasse per le mani, in quelle ultime settimane non aveva trovato nessuna notizia, fatterello o dettaglio incongruo che costituisse una di quelle che lui chiamava “situazioni potenzialmente interessanti”. Il che, nella mente di Holmes, significava un punto interrogativo che ancora esigeva una risposta.