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作者:意- Irene Adler 当前章节:15704 字 更新时间:2026-6-22 20:39

– Forse anche i bricconi della città sentono il torpore dell’autunno – scherzai io, allacciandomi le ginocchia con le braccia. Eravamo reduci dalla nostra prima uscita sul Tamigi come vogatori e, benché i muscoli mi dolessero un po’, mi sentivo avvolta da un dolce senso di spossatezza.

– È più probabile che lo sentano quei perdigiorno dei cronisti! – brontolò Sherlock.

– Non guardare me – scherzò Arsène, che contava tra le proprie identità fittizie, sotto il nome di Auguste Papon, proprio quella di un fantomatico inviato di un giornale parigino.

Al contrario del mio amico, io mi godevo quella prima frescura autunnale, che le fatiche dell’esercizio fisico riuscivano, inaspettatamente, a rendere ancora più gradevole. Stavo placidamente scivolando in una sorta di allegra indolenza, quando d’improvviso scesi dalla poltrona e saltai in piedi, guardando verso l’ingresso della Coffee House.

– Papà? – dissi, attirando l’attenzione dell’uomo elegante che era appena entrato.

Leopoldo si guardò intorno, vagamente frastornato, ma non appena mi distinse in fondo alla sala mi sorrise e si avvicinò come se nulla fosse. Era la prima volta, da quando avevo conosciuto Arsène e Sherlock, che osava profanare il nostro piccolo regno. Non pensavo neppure che ne fosse a conoscenza.

– Proprio voi, cercavo – ci salutò, una volta che ci ebbe raggiunti. Sapevo riconoscere quando la mente di papà era occupata da qualche pensiero, e capivo che quello era uno di quei momenti. – Il signor Nelson mi ha detto che vi avrei trovato qui, perché, quando sono arrivato al Rowing Club, eravate usciti da poco.

Ci scambiammo un’occhiata preoccupata. Papà era stato anche al Rowing Club? Doveva essere una faccenda seria, allora.

Arsène gli cedette il posto sulla sua poltrona, e mio padre, dopo averlo ringraziato, si accomodò.

– Ascoltate – disse, anche se non ce n’era affatto bisogno: eravamo già tutto orecchi. – Mia figlia ha già sentito parlare di un mio vecchio amico, un tale McSweeney…

E aggiornò rapidamente i miei amici sulla faccenda del castello scozzese.

– Naturalmente so anche del canottaggio e della vostra gara, e capisco l’importanza di non interrompere gli allenamenti, ma…

Ecco che un telegramma uscì dalle sue tasche.

– A quanto pare il mio amico non è tipo da cambiare proposito tanto facilmente. Al mio rifiuto di raggiungerlo mi ha inviato un telegramma di replica, a cui ho a mia volta replicato, e insomma, per arrivare al sodo… sono venuto a conoscenza del fatto che il castello di Newark è affacciato sul fiume Clyde, a poca distanza dal porto di Glasgow. Insomma, il motivo per cui volevo parlare a tutti e tre è sapere cosa ne pensereste di un breve viaggio in Scozia. Arthur mi ha appena confermato che sarebbe più che felice di ospitare Irene e i suoi… inseparabili amici. Nonché di procurarvi tutta l’attrezzatura necessaria perché in questo nostro viaggio non vi manchi la possibilità di allenarvi. – Si passò una mano tra i folti capelli e aggiunse: – La Scozia ha un clima proibitivo per buona parte dell’anno, ma il buon McSweeney mi scrive che spesso a Glasgow l’inizio dell’autunno è piacevole e non troppo piovoso. E naturalmente sarò lieto di scrivere qualche riga per rassicurare i vostri genitori in merito a questa piccola gita… insomma, cari giovani, che ne pensate?

– E ce lo chiedete, Signor Adler? È un’offerta davvero generosa! – rispose Arsène di slancio. – Il mio amico, qui, si stava per l’appunto lamentando del fatto che da qualche tempo la noia lo attanaglia. Sbaglio, Sherlock?

Gli sguardi si spostarono su Sherlock. Il mio amico tacque per qualche istante, stringendo gli occhi a fessura. Dentro di me sapevo che stava pensando a un modo per far accettare alla signora Holmes quell’ennesima partenza improvvisa. E uno scintillio quasi impercettibile nel suo sguardo mi bastò per capire che aveva trovato una soluzione.

– No, non sbagli affatto. Sarà un piacere accompagnarvi – rispose infatti.

– Allora è deciso! – rispose Leopoldo, alzandosi dalla poltrona con aria soddisfatta. – Partenza dopodomani mattina, alle otto in punto. Carrozza dodici.

Sherlock e Arsène annuirono con un inchino, proprio come avrebbero fatto due rispettabili giovanotti.

Era accaduto tutto così in fretta che nessuno si era preso la briga di chiedere anche il mio, di parere, come se fosse del tutto superfluo. O mio padre e i miei amici mi conoscevano così bene da sapere, senza bisogno di ulteriori conferme, che ero molto contenta della novità, o erano solo tre maleducati, che pensavano di poter fare ciò che volevano senza dovermi chiedere il permesso. Decisi di farlo notare con una battuta.

– E quando pensate di tornare? – domandai al terzetto. – Lo dico per farvi trovare qualcosa di pronto per cena – aggiunsi, con un sorriso pungente.

Anche loro sorrisero, soprattutto mio padre. E allora capii che, delle due ipotesi, era più probabile la prima.

– La sai una cosa divertente, Irene? – disse infine Leopoldo. – Quando mi sono presentato al Rowing Club chiedendo dove si trovasse Irene Adler, mi hanno risposto che è più facile trovare un uomo che sa rammendarsi un calzino, piuttosto che una signora che sappia andare in canoa. Bizzarro, non trovate?

Capitolo 6

VERSO NORD

Così, dopo un giorno speso in preparativi, ci mettemmo in viaggio. Partimmo poco prima delle otto da Euston e dopo sette soporifere ore di treno ci ritrovammo alla stazione di Queen Street, nel centro di Glasgow. Non senza un certo disappunto, scoprii che dovevamo salire su un altro sferragliante trenino locale per giungere a destinazione. Per fortuna questo secondo tragitto fu molto breve, e a metà pomeriggio, finalmente, giungemmo a Port Glasgow. Il treno rallentò tra fischi e sbuffi di vapore, e ci ritrovammo in una graziosa stazioncina di mattoni rossi. Sul marciapiede dell’unico binario individuammo subito un distinto gentiluomo in abito grigio che era venuto a darci il benvenuto.

– Dev’essere l’amico di papà – dissi non appena lo vidi.

– Uhm… allora è anche l’inventore dell’elisir di giovinezza – borbottò Arsène. Il mio amico era indispettito non tanto dall’aver perduto a scacchi con Sherlock e aver pareggiato con mio padre, ma dal fatto che anch’io l’avevo battuto, sfruttando una sua mossa errata di Regina e un mio Cavallo dato fino a quel momento per spacciato. Era la prima volta che ci riuscivo, e non avevo fatto mistero di esserne particolarmente soddisfatta. Per la cronaca, il nostro piccolo torneo si era concluso con la vittoria di Sherlock (cinque su cinque), seguito da Leopoldo e dal signor Nelson, che aveva stupito tutti con un gran gioco di Torri.

Delusioni scacchistiche a parte, Arsène aveva ragione, perché il gentiluomo che si stava avvicinando alla stazione di Port Glasgow non poteva essere un vecchio amico di mio padre. Semplicemente per il fatto che non era per nulla vecchio. Era un trentenne dai capelli biondi lunghi e radi, gli occhi acquosi e il naso sottile.

– Signor Adler – ci accolse, stringendo la mano di Leopoldo. – È un vero piacere conoscervi.

Strinse la mano a tutti noi, e rimasi impressionata dalla forza di quella stretta. Disse di chiamarsi Oliver, dopo aver affidato i nostri bagagli alla servitù. – Da questa parte, vi prego. Sono pochi minuti a piedi. Ho pensato di concederci un breve giro panoramico prima di raggiungere il castello.

Ci avviammo al seguito del signor Oliver, lungo strade che, confrontate alla confusione delle vie di Londra, sembravano quasi deserte. Quel luogo mi pareva un paesone gradevole e piuttosto anonimo, con una lunga passeggiata sul fiume, su cui era affacciata una fila di casette a due piani, i lampioni e un’ininterrotta serie di imbarcazioni a vela ormeggiate una dopo l’altra.

Lungo il tragitto, il nostro ospite ci raccontò un po’ della storia del paese. In origine si chiamava Newark, proprio come il castello cui eravamo diretti, ed era contemporaneo alla costruzione dello stesso castello, da parte di Sir George Maxwell, intorno alla seconda metà del mille e quattrocento. L’insediamento era cresciuto molto rapidamente, perché non solo costituiva un ottimo approdo per le imbarcazioni da pesca, ma si era rivelato molto utile anche per le navi cariche di tabacco dirette a Glasgow, che si trovava sempre sul fiume, ma nell’interno. Molte di esse, almeno fino al 1830, preferivano attraccare a Port Glasgow e superare via terra le ultime ventidue miglia che portavano alla città, piuttosto che affrontare le secche del fiume. Dopo il 1830, i lavori di drenaggio del Clyde avevano reso la sua risalita molto più semplice, ma Port Glasgow non aveva perso il suo ricco mercato di tabacco, zucchero, rum, mogano e cotone che arrivavano dagli Stati Uniti, così come il legname e la canapa dal Baltico. Port Glasgow aveva fatto della cantieristica navale una florida occupazione, mentre un secondo villaggio più a ovest, Greenock, era diventato il grande mercato del pesce della zona. Passammo con le carrozze accanto agli ormeggi del porto, che correvano senza interruzioni di fianco alla strada principale, e ci inoltrammo poi lungo la costa, bassa ed erbosa.

– È molto che vivete qui? – domandò Sherlock al nostro ospite.

– Vado e vengo, ma col passare degli anni sono sempre più affezionato a questo posto – rispose lui, affabile.

Come ci aveva anticipato Oliver, raggiungemmo il castello in pochi minuti.

– Accidenti… – mormorai, non appena lo vidi. Era uno splendido maniero medievale, costruito al termine di un prato talmente perfetto da sembrare un grande tavolo da gioco in bilico sull’argine del fiume. La vista della baia era di un’ampiezza e di un nitore che lasciavano senza fiato. E il castello, compatto e ingentilito negli angoli da piccole torrette, era elegante, imponente ma non pomposo, solido ma non austero, con un ripido tetto scuro su cui si aprivano quattro abbaini. A breve distanza dal corpo principale c’era un mulino a vento, che pareva uscito direttamente da una fiaba dei perfidi fratelli Grimm. Non so per quale motivo, ma non appena vidi il castello, e i velieri alle sue spalle, pigri e ondeggianti come se il tempo non li potesse toccare, provai un profondo senso di malinconia.

Mi strinsi contro mio padre, che mi appoggiò un braccio sulla spalla.

– Il mio amico ci aveva visto giusto? – mi domandò. – Te ne sei già innamorata?

– Forse – gli risposi.

Il signor Oliver aiutò Orazio con i bagagli, mentre un secondo gentiluomo, questa volta più anziano, ci veniva incontro dalla riva del fiume.

– Leopoldo!

– Arthur! – esclamò mio padre, stringendo l’amico in un abbraccio fraterno. – Quanto tempo è passato?

Finalmente potei fare la conoscenza del famoso McSweeney: era un uomo piccolo, con le orecchie a sventola e lo sguardo tormentato da un fastidioso tic, che gli faceva strizzare di continuo gli occhi. Aveva ormai perduto quasi tutti i capelli, e, per citare la battuta di Arsène sull’elisir di giovinezza, la sua ricetta doveva essere clamorosamente sbagliata. Il signor McSweeney dimostrava infatti molti più anni di mio padre e, a giudicare dal suo sguardo, il passare del tempo non aveva portato serenità nella sua vita, ma crucci e inquietudine.

– Finalmente ho il piacere di conoscerti! Tuo padre mi ha tanto parlato di te! – esclamò quando venne il mio turno. E mi abbracciò, dapprima esitante, poi di slancio, ma il tipo di slancio un po’ goffo ed eccessivo delle persone che fingono di trovarsi a proprio agio. Forse, pensai, non sapeva bene come comportarsi con i ragazzi, per via del fatto che non aveva figli e magari, chissà, ne avrebbe voluti. Oppure era solo un tipo vagamente strambo. In ogni caso, il suo fu un abbraccio per nulla spontaneo.

Fu invece con distacco che il signor McSweeney salutò Sherlock e Arsène, e domandò se fossero loro i due vogatori del gruppo. Quando feci notare che lo ero anch’io, sfoderò una risata stonata, che mi colpì per la totale assenza di divertimento.

Ci sfidò, con poca convinzione, a una regata il giorno successivo, aggiungendo che a camminare si sentiva un rudere, ma che ai remi si considerava ancora un asso.

L’ombra del castello, intanto, si era allungata sopra di noi, e con l’ombra era scesa anche l’aria fredda della sera che ormai incombeva.

– Vi faccio strada fino alle vostre camere – ci annunciò Arthur e, nello stesso momento, come evocato da quelle parole, dal portone del castello uscì il nipote, che ci squadrò come per accertarsi che fossimo ancora tutti lì.

– Avete già avuto modo di parlare con Oliver, immagino – mormorò Arthur.

– Ci ha intrattenuto in modo eccellente – rispose mio padre.

– Oh, lo immagino. È un giovane pieno di risorse – si compiacque il signor McSweeney, conducendoci oltre il portone.

L’interno del castello era ancora più bello e maestoso. Il primo salone in cui ci raccogliemmo era grande e luminoso, infiammato dal rosso del tramonto che si specchiava nelle acque del Clyde. Arthur McSweeney ci spiegò che stavano ultimando alcuni piccoli lavori di restauro, in previsione della vendita, e che le camere da letto riservate a me e a mio padre si trovavano al piano nobile, il primo. Sherlock e Arsène sarebbero stati alloggiati nel sottotetto, in una cameretta con due letti, accanto a quella del signor Nelson.

– Non potevamo chiedere di meglio – commentò Arsène, rapito dalle due armature allineate a guardia dello scalone e dal grande camino che dominava la stanza.

Il signor Arthur e suo nipote ci diedero quindi appuntamento per cena, lasciandoci un’ora di libertà per rinfrescarci e cambiarci d’abito dopo il lungo viaggio.

– E tua moglie, allora, Arthur? Come sta? – gli domandò Leopoldo un attimo prima di salire in camera.

A quella domanda McSweeney si rabbuiò di colpo e abbassò lo sguardo, tormentandosi le mani.

– Cosa vuoi, Leopoldo, cosa vuoi. Evelyn è appena arrivata a Parigi. Da lì, abbiamo intenzione di partire per doppiare Buona Speranza e avvicinarci al caldo…

– Avete già pensato a dove andare?

– Un nostro conoscente, il signor Stevenson, che soffre del suo stesso male, ci ha consigliato Samoa. Un clima davvero miracoloso, a suo dire. Ho già un contratto per acquistare un terreno laggiù e costruirvi una casa. Ma, sai, è un viaggio interminabile, ancora tutto da pensare, senza contare che, fino a quando non avrò risolto questa… faccenda di Newark, non posso dedicarmici interamente. Non è vero, Oliver?

– Purtroppo no, zio Arthur – rispose l’uomo dagli occhi liquidi, accennando un educato sorriso che mi parve fin troppo freddo, dato l’argomento. – Purtroppo no.

Capitolo 7

UN FANTASMA TRA NOI

Leopoldo e il signor McSweeney, che dopo il periodo giovanile si erano frequentati sporadicamente, ignoravano molti dettagli riguardo alle rispettive vite. Papà, ad esempio, aveva conosciuto la moglie del suo amico, ma non il resto della famiglia, quindi non sapeva esattamente spiegarmi in che modo Oliver fosse imparentato con il signor McSweeney. Lo scoprimmo a cena, quando, nel corso della conversazione, toccammo anche quell’argomento.

– Oliver è il figlio della sorella di mia moglie, che purtroppo è mancata qualche anno fa – spiegò McSweeney, mentre eravamo ancora seduti nella grande sala da pranzo, sotto un colossale lampadario di ferro battuto. – E poiché noi non abbiamo figli, è diventato un po’… –. Si schiarì la voce e si servì un bicchiere d’acqua. – …Il bastone della nostra vecchiaia – aggiunse, con un certo imbarazzo.

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