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作者:意- Irene Adler 当前章节:15508 字 更新时间:2026-6-22 20:39

Oliver si limitò a guardarsi intorno con i suoi occhi assenti, e annuì, mostrando un sorriso gelidamente educato.

– Certo che è un vero peccato, Arthur – intervenne mio padre – che tu voglia sbarazzarti di questo posto meraviglioso. Non per farmi gli affari tuoi, ma… sei sicuro di aver già esplorato tutte le possibilità?

– Ancora non l’hai visto e già metti le mani avanti, Leopoldo? – ridacchiò lui.

– Niente affatto – ribatté mio padre. – Anzi, è il contrario. Quanto abbiamo visto, semmai, mi ha fatto pensare che sia uno dei più bei castelli che abbia mai visitato, e la sola idea che tu voglia…

– Non voglio – lo interruppe Arthur. – Devo.

– È su questa tua decisione così drastica, che vorrei farti riflettere. Magari, parlandone dopo cena…

– Zio Arthur non può che trarre beneficio dall’udire una voce amica – intervenne Oliver. – Ma imporvi di affrontare questa conversazione ora sarebbe terribilmente scortese. Avete affrontato un lungo viaggio, siete appena arrivati e già vi abbiamo catapultato a tavola senza darvi neppure il tempo di riposare.

– Oliver ha ragione – disse il signor McSweeney. – Domattina ti accompagnerò in un giro completo del castello, e poi potremo parlare di affari, una volta che saremo tutti più tranquilli.

– Come preferisci – accettò di buon grado mio padre.

– Una cosa, però, potete dircela subito… – intervenne allora Lupin, con quel tono che sfoderava sempre quando voleva ravvivare una conversazione: – Ovvero, qual è il nome del fantasma che abita il castello.

Il signor McSweeney sollevò un sopracciglio, come se non avesse afferrato il senso della domanda. Anche Oliver esitò.

– Voglio dire… – continuò Arsène – si è mai visto un castello scozzese senza il suo fantasma?

– Ah, ma certo! – esclamò allora il nipote del signor McSweeney. – Non si sfugge ai fantasmi scozzesi, e Newark non fa eccezione.

– No, in effetti anche qui ci sono le solite sciocche dicerie che circondano sempre i vecchi castelli… – ammise Arthur, un po’ sulle spine. – Anche se…

– …Non siamo ancora riusciti a capire di chi si tratti – intervenne di nuovo Oliver. – È un uomo, però. Forse il famigerato Lord Patrick Maxwell, che abitò il castello alla fine del Cinquecento. O qualche sventurato morto nelle sue stanze.

– Oliver! – lo interruppe Arthur. – Non è esattamente il genere di racconto con cui intrattenere il nostro potenziale acquirente, non credi?

– Permettetemi di dissentire, signor McSweeney – disse Sherlock. – Pur non credendo affatto all’esistenza dei fantasmi, ritengo che un passato oscuro e misterioso non possa che accrescere il valore di questo castello…

– Sherlock ha un debole per gli enigmi – spiegai, lanciando al mio amico un’occhiata divertita. – Ha perfino una rubrica d’indovinelli tutta sua sul Globe, un giornale londinese. E ogni forma di mistero lo attrae.

– E voi che cosa pensate, di questa… passione, signorina? – mi domandò allora il signor McSweeney, aggrottando la fronte.

– Penso che sia preferibile a molte altre – risposi, evasiva.

Il camino alle nostre spalle scoppiettava e il suo lieve tepore era molto piacevole. Nonostante ci stessimo avviando verso la bella stagione, a quelle latitudini, non appena il sole si ritirava, la sera si faceva subito fredda e l’aria pizzicava la pelle.

Ormai la conversazione era giunta a toccare argomenti di natura più personale e continuammo così a parlare della mia educazione, delle scuole di Londra e anche un po’ di politica, ovvero di come ci si stava riprendendo dalla guerra tra Francia e Germania. Oliver si informò su cosa facessero, indovinelli a parte, Sherlock e Lupin, e volle sapere in che modo fossimo diventati amici. Arsène gli rispose con un racconto improvvisato, insignificante nei suoi dettagli e perciò assai verosimile. Parlò di una immaginaria, rispettabile famiglia parigina che aveva lasciato la Francia a causa della guerra, proprio come avevamo fatto noi Adler. Nascose così il nostro patto segreto, siglato sulle spiagge di Saint Malo, un paio d’anni prima. E mentre parlavamo in apparenza amabilmente, ma in realtà con quel tipico distacco anglosassone che rende gran parte delle conversazioni piuttosto superflue, gustammo un’eccellente cena a base di salmone con aspic e maionese, arrosto di agnello e budino all’italiana.

Terminata la cena, Sherlock domandò il permesso di fare una passeggiata lungo il fiume, permesso che gli venne accordato. Arsène e io ci unimmo volentieri a lui e Oliver ci scortò fino al portone sul retro del castello che dava sull’argine del Clyde. Raggiunta la soglia, si fermò per ascoltare la conversazione tra Leopoldo e Arthur, che continuava alle sue spalle, e, dopo averci augurato una piacevole passeggiata, si congedò con un inchino per ritornare da suo zio.

Noi uscimmo in giardino, bighellonando in direzione del vecchio mulino. La notte era buia e stellata, l’acqua scura come inchiostro.

– Che ne pensate? – domandai dopo alcuni passi.

– Di che cosa? – replicò Arsène.

– Hanno entrambi i nervi piuttosto tesi – disse Sherlock.

Lo guardammo.

– Il signor Arthur è cupo, pensieroso, un’anima tormentata. Suo nipote invece sembra spaventato dall’idea di lasciarlo solo, anche soltanto per un attimo.

– Aggiungerei anche che, nonostante quell’aria distaccata e i modi gentili, è anche un discreto impiccione – mormorò Arsène.

Avevo notato anch’io con quanto interesse si fosse informato sulle vite dei miei amici.

– Credo che il signor McSweeney sia in pensiero per sua moglie – dissi, ricordandomi della stessa atmosfera cupa che regnava in casa mia, quando Geneviève era ammalata. – E a ciò si aggiunge la preccupazione di dover vendere il castello.

– Già… eppure non riesco a scacciare l’impressione che ci sia qualcosa di strano – osservò Sherlock, meditabondo.

Facemmo un giro del mulino, alto e silenzioso, con le pale immobili, poi ci avviammo verso la parte opposta, ripassando davanti alle vetrate aperte del castello, attraverso le quali notammo che i tre uomini si erano spostati in un salottino.

– In ogni caso, io consiglierei a tuo padre di vederci chiaro, sulla vendita di questo castello – continuò Sherlock. – Non vorrei che ci fosse sotto qualcosa.

– Ci ho pensato anch’io – disse Arsène.

– Ma pensato a che cosa, scusate? – domandai piuttosto sorpresa.

– Chissà… Il castello potrebbe essere gravato da un’ipoteca, ad esempio – rispose Lupin.

– Un’ipoteca di cui la gente del luogo è al corrente e tuo padre, che vive a Londra, no – aggiunse Holmes.

– Oh! – sbottai. – Adesso esagerate, voi due… papà e McSweeney sono vecchi amici, non un truffatore e la sua vittima.

– Ma magari il vecchio Arthur è in difficoltà e l’amicizia con tuo padre è l’ultima carta che gli resta da giocare – replicò Arsène, facendo spallucce.

Il solo pensiero mi fece inorridire.

– Leopoldo non è uno sciocco e neppure un sentimentale – ribattei in modo piuttosto secco. – Se parla di amicizia è amicizia.

– D’accordo – annuì Sherlock. – Vediamo dove ci conduce il ragionamento, allora… i due uomini sono veri amici e se McSweeney si trovasse in difficoltà economiche non penserebbe a truffare tuo padre, ma semmai potrebbe chiedergli aiuto.

– Precisamente – assentii.

– Ma sappiamo che non è così – intervenne Arsène. – McSweeney non ha chiesto un prestito, ha proposto l’acquisto di un castello.

– Ben detto. E questo, a ben vedere, suggerisce una possibile risposta ai nostri dubbi – disse Sherlock.

– Ah davvero? – feci io.

– Ma certo… l’orgoglio! Un uomo che ne sia provvisto non potrebbe mai mendicare denari da un vecchio amico, ma potrebbe invece proporgli un affare, senza alcun disonore – ragionò Holmes.

– Vero. Ma se lo scopo è semplicemente raggranellare quattrini, perché non trovare un acquirente qualsiasi e cercare di vendere il castello al prezzo più alto possibile? – chiese Lupin.

Sentii di conoscere la risposta a quella domanda.

– Non sappiamo affatto se il signor Arthur sia in difficoltà economiche, è solo un’ipotesi che ci siamo inventati noi – dissi dunque. – Sappiamo invece che vuole andarsene da qui il prima possibile, per favorire la guarigione di sua moglie. Ha quindi fretta di vendere e, come accade in casi simili, è disposto fare qualche concessione sul prezzo. E avendo un buon affare per le mani è comprensibile che McSweeney lo proponga a un vecchio amico, prima di vendere a uno sconosciuto.

Mi accorsi troppo tardi che il mio discorso suonava come un teorema geometrico illustrato alla lavagna da una maestrina. Corretto ma noioso.

E se Holmes, non avendo nulla da obiettare, annuì con un cenno del capo, Arsène sgranò gli occhi, cercando una via d’uscita dalla noia.

– O magari siamo del tutto fuori strada! – esclamò. – E la ragione per cui il signor Arthur ha tutta questa fretta di andarsene è che non vuole più essere tormentato dal fantasma senza testa di Lord Maxwell, che lo sveglia nel cuore della notte ululando: «Cosa fai nel mio castellooo?» – concluse Arsène, con tono buffamente enfatico.

Sherlock ridacchiò. – Questa è sicuramente un’ipotesi da non trascurare, Arsène. Ma perché Lord Maxwell dovrebbe essere senza testa?

– È così che ci piacciono i nobili, in Francia, non lo sai? – rise Arsène.

– Ragazzi! – li zittii io, seppur unendomi alla risata.

Nel frattempo ci eravamo addentrati nell’oscurità silenziosa che regnava lungo la riva del fiume Clyde e le luci del castello erano ormai nascoste dagli alberi. Ci fermammo a contemplare il buio stellato, e per un po’ rimanemmo in silenzio, rapiti dal nitore della notte. Un grosso pesce scivolò a pelo d’acqua, con un tonfo.

– Lasciando stare i fantasmi, c’è una cosa che davvero m’incuriosisce – riprese Sherlock. – Ed è la natura del rapporto tra il signor McSweeney e suo nipote. Si trattano con gentilezza, ma la tensione tra loro è palpabile.

– Me ne sono accorto anch’io – annuì Lupin. – E mi sono domandato se dietro la facciata del nipote gentile e premuroso non si nasconda in realtà un avido erede che pensa solo a difendere il proprio interesse.

Sospirai. Non ci avevo pensato, ma non ero in grado di escluderlo.

– Io invece… – dissi – mi domando un’altra cosa.

– E cioè?

– Vorrei sapere cosa pensa mio padre. Se ci ha portato fin qui perché per qualche motivo accarezzi davvero l’idea di comprare il castello o se, come credo, volesse semplicemente rivedere il suo amico.

– Il signor McSweeney dice di volerglielo vendere a un prezzo di favore – mi ricordò Arsène.

– Già, ma mio padre mi ha confessato di non essere minimamente interessato a una proprietà di questo genere – risposi.

In quel momento, nell’oscurità della notte, in mezzo al fiume, lampeggiò una luce intermittente.

– Guardate! – indicai.

– Pescatori notturni – disse Arsène. – Quando è tutto buio i pesci salgono a galla, attratti dalla luce, e abboccano più facilmente.

Sherlock, invece, si voltò verso il sentiero che avevamo appena percorso.

– Si è fatto tardi – disse. – Non credete?

Più che altro, a stare così vicino all’acqua faceva piuttosto freddo, quindi accettai di buon grado l’idea di tornare indietro.

Raggiungemmo il maniero in pochi minuti. Alcune luci erano state spente, mentre altre erano ancora accese, ai piani superiori.

Oliver era in giardino che ci aspettava.

– Avete fatto una buona passeggiata? – ci domandò.

– Sì, grazie.

– I signori si sono ritirati in camera.

– E così credo che faremo anche noi – risposi, trattenendo uno sbadiglio.

Sherlock si attardò di qualche passo e poi, prima di rientrare nel castello, indicò la finestra chiusa più in alto.

– Chi è che dorme, lassù? – domandò a Oliver.

L’uomo controllò quale delle finestre stesse indicando il mio amico. – Ah, dev’essere la camera di zio Arthur. Perché?

– Oh, semplice curiosità – rispose Sherlock. E, auguratagli la buona notte con un accenno d’inchino, allungò il passo e rientrò in casa.

Capitolo 8

IL TRIO DELLA SOFFITTA

Non sapevo se sentirmi più stupida o spaventata per il fatto di sussultare a ogni minimo rumore. Sprofondata nel grande letto della mia piccola camera, ascoltavo il castello apparentemente immobile intorno a me. Era buio fino nei recessi più profondi. Avevo paura anche solo a mettermi distesa su un fianco, indecisa se considerare più inquietante la finestra a bifora che dava sul fiume - buio - o la porta di legno che si affacciava sulle scale - ancora più buie.

La mia camera era elegante e sontuosa: oltre alla raffinata mobilia, c’era un enorme arazzo alle pareti, che però con lo spegnersi delle luci mi pareva tutto un danzare di ombre, e un soffice tappeto che ricopriva il pavimento. Potevo sentire Leopoldo russare attraverso la porta che dava nella stanza comunicante, ma il suo respiro, anziché rassicurarmi, mi metteva ancor più in agitazione.

– Irene Adler, confessa! – mi dissi allora a mezza voce. – Tu hai paura del fantasma.

Eccola spiegata, tutta la mia ansia. Mi era bastato ritrovarmi da sola in camera per scordare all’improvviso ogni logica e buon senso. E anziché le parole di Sherlock, mi tornavano alla mente quelle di Arsène. «Il fantasma senza testa di Lord Maxwell.» Maledizione a lui e ai suoi scherzi. Non riuscivo a pensare ad altro. Era lui ad aver prodotto quello scricchiolio? E quelli che sentivo, erano passi sulle scale? I fantasmi camminavano sui gradini o semplicemente li attraversavano?

Più guardavano la porta della mia camera, più l’idea che ne sbucasse una figura luminescente, con la testa sottobraccio e la bocca spalancata, si faceva concreta.

– Animo, Irene, animo! – mi dissi, risoluta.

E poi, altrettanto risoluta, decisi di prendere le mie contromisure. Scivolai in camicia da notte fuori dal letto e appoggiai i piedi sul tappeto. Mossi un passo, poi un secondo, e mi accorsi che le assi di legno non scricchiolavano sotto i miei piedi. Così mi spinsi fino alla porta, la esaminai e provai ad aprirla. Colpo di fortuna! I cardini erano stati oliati di fresco, e non emisero il minimo cigolio. Dalla soglia, vedevo il corridoio su cui si affacciavano le altre camere e la scala che sprofondava di sotto. Ma anche i gradini che salivano fino al sottotetto. Accennai alcuni passi, senza che nessuno mi sentisse. Nel corridoio, la russata di mio padre era ancora più nitida e fragorosa, simile allo sferragliare di un’arma medievale. Radunai quel po’ di coraggio che mi rimaneva e salii i gradini a due a due, grata del fatto che mi bastò superare il primo pianerottolo per scorgere una striscia di luce che baluginava sotto un porta e, al di là, riconoscere la voce di Arsène. Mi avvicinai e bussai piano, dicendo, ancora più piano: – Ehi! Sono io!

Nella camera ci fu un attimo di silenzio. Poi un rumore di fogli, alcuni passi scalzi e: – Parola d’ordine – bisbigliò Lupin.

– Uno per tutti e tutti per uno – risposi.

– Sbagliato! Non siamo i tre moschettieri.

– Apri, se non vuoi che ci senta il signor Orazio! – lo incalzai.

“E prima che il fantasma di Lord Maxwell mi afferri per le caviglie” avrei voluto aggiungere, se non avessi temuto in tal modo di espormi a interi mesi di implacabili prese in giro.

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