Tlack.
La porta si aprì e mi tuffai dentro con più slancio di quello che mi sarei aspettata, finendo dritta tra le braccia di Arsène.
– Che ci fai, qui? – mi chiese lui, senza però lasciarmi andare. – Sei gelata!
– Sentivo la vostra mancanza. Cosa stavate facendo?
C’erano fogli scritti sparpagliati sui due letti, che Sherlock si affrettò a recuperare. Poi mi porse una coperta, che mi avvolsi attorno alle spalle, accovacciandomi sopra il suo letto.
– Stavamo rispondendo ad alcune lettere…
– Gentile signora, mi duole confessarvi che il mio cuore non Vi appartiene più… – lessi, dalla prima che mi capitò tra le mani.
– Non sono nostre – si affrettò a precisare il mio amico.
Eppure io riconoscevo la calligrafia di Sherlock. Mi feci passare una seconda lettera, questa volta di Arsène: – In merito alla faccenda delle dodici capre cui le accennavo, gentile signor Flanagan…
– Quello sì che è un bel caso – considerò Arsène, sedendosi accanto a me, così vicino che potevo sentire il calore del suo corpo. – Lo stavo appunto leggendo a Sherlock –. E, prima che potessi chiederglielo, mi spiegò: – Scrivo lettere per conto terzi, persone che non sanno leggere o comunque non sanno scrivere come vorrebbero, in cambio di qualche sterlina.
– E io gli do una mano – aggiunse Sherlock.
– È fortissimo con le lettere d’amore – mi confidò Arsène. – E se gira la voce, potremmo farne un lavoro vero e proprio.
Guardai Sherlock, stupita. – Questa poi! Chi l’avrebbe immaginato?
– Se mai dovrò confessarti il mio amore, Irene, chiederò a Sherlock di aiutarmi – annunciò Arsène.
– Dovrai? – gli chiesi.
– Chi può saperlo?
– E tu gli scriverai la lettera?
– Certo, ma la infarcirò di errori – rispose Sherlock con una risatina, nella quale fui tuttavia certa di avvertire una nota d’imbarazzo.
Non parlammo del motivo per cui fossi salita fin lassù, perché mi erano bastate quelle quattro chiacchiere per dimenticarmi del fantasma e delle mie paure. Lessi con loro altre lettere su commissione - a voce bassa, perché il signor Nelson non si accorgesse di noi - e poi, a poco a poco, il sonno prese il sopravvento.
Confusi dalla stanchezza, e nonostante sia Sherlock sia Lupin insistessero per dormire sul pavimento, avvicinammo i due letti per farne uno più grande e ci mettemmo tutti e tre lì, testa contro piedi.
Sherlock fu l’ultimo a infilarsi sotto le coperte. Per diversi minuti se ne rimase accucciato davanti all’abbaino, sotto le travi spioventi del sottotetto.
A cercare sulle acque scure del fiume una luce intermittente avvistata poco prima e che ora, tuttavia, sembrava essersi spenta una volta per tutte.
Capitolo 9
AL LAVORO!
– Subito di sotto, signorina Adler! Senza fiatare! – mi sgridò il signor Orazio, la mattina successiva, quando mi sorprese nella stanza di Holmes e Lupin.
Non vi era tuttavia alcuna rabbia nei suoi modi severi. Si limitava a fare il suo dovere. E, a dire il vero, la sua brusca entrata in scena mi permise di sgattaiolare nella mia stanza per vestirmi, prima che papà si accorgesse della mia sortita notturna. Quando mi fui lavata e vestita, uscii dalla mia stanza e subito incontrai Sherlock, che mi stava aspettando. Scendemmo le scale insieme e, un attimo prima di avvicinarci al tavolo della colazione, il mio amico mi prese da parte e mi fece una proposta.
– Sei sicuro? – gli domandai. – Arsène lo sa?
Lui annuì. – Potrebbe essere importante.
– Potrebbe, sì – ammisi, un po’ a malincuore. – Ci penso io.
Ci sedemmo al tavolo al quale avevamo cenato la sera prima, e prontamente una cameriera ci servì uova, salmone affumicato e tè nero.
– Bene, Leopoldo! – esordì McSweeney, che pareva ritemprato dalla notte di sonno. – Mangia in fretta, perché è venuto il momento di fare un giro completo del castello, camera per camera, per mostrarti questa meraviglia!
Mio padre non vedeva l’ora, e annuì, imburrando con grande cura una fetta di pane tostato.
– Mentre voi altri, ragazzi… immagino che siate pronti per affrontare il Clyde, giusto? – continuò McSweeney, indicando il fiume, fuori dalla finestra.
– Mio caro Oliver, non appena avrete finito, saresti così gentile da accompagnare i nostri giovani sportivi fino al molo?
L’uomo rispose con una sorta di piccolo grugnito, e quasi sbatté il coltello del burro sul bordo del piatto. Sembrava davvero indispettito, come se non avesse chiuso occhio o avesse ingaggiato una lite con il signor McSweeney, dalla quale, a giudicare dai rispettivi stati d’animo, era uscito sconfitto.
– Papà, senti… – intervenni a quel punto. – Sherlock vorrebbe domandarti una cosa.
– E di che si tratta, ragazzo?
– Vi dispiacerebbe se vi accompagnassi durante la visita del castello? – domandò il mio amico, mettendo in atto il piccolo stratagemma che mi aveva anticipato poco prima.
– Ho recentemente sviluppato un certo interesse per l’architettura e questo edificio mi sembra davvero rimarchevole, signor McSweeney – mentì con aria pienamente convincente.
Mio padre mi guardò. Sapeva dai miei sporadici racconti della straordinaria intelligenza di Sherlock, e dovette pensare che un paio di giovani occhi e un cervello fino non potevano certo nuocergli nel corso di quel sopralluogo.
– Mi pare un’idea eccellente, giovanotto – convenne quindi. – Sempre che Arthur sia d’accordo ad avere con noi un giovane architetto in erba con la passione degli enigmi…
Il padrone di casa ridacchiò.
– Se il ragazzo ha davvero gusto, ti consiglierà di comprare la baracca seduta stante! – commentò. – Dunque è deciso. Leopoldo, il signor Holmes e il signor Nelson mi seguano di fuori. La signorina Irene e il signor Lupin possono invece accodarsi al mio caro nipote Oliver, badando però di non farlo ammattire, giacché il suo umore oggi mi pare piuttosto nero.
– Arthur! – sbottò a quel punto Oliver, come se la misura fosse colma.
– Che vi dicevo? – esclamò il signor McSweeney, gettando il tovagliolo sul tavolo. – Per di qua, signori! Come si dice in Scozia: quando c’è il sole dura poco. Quindi… iniziamo il nostro giro, se vogliamo godere di questa bella luce.
Rimanemmo in compagnia di Oliver, in un silenzio irreale interrotto solo da un sommesso tintinnio di coltelli e forchette.
– Credo che andrò a prepararmi per l’allenamento, allora – annunciai dopo alcuni minuti, per rompere la tensione.
– Ti aspettiamo qui – mi disse Arsène. E poi aggiunse, quando già mi ero allontanata: – Se preferite seguire vostro zio nella visita al castello, signor Oliver, non datevi pena per noi. Immagino che il molo si trovi sul fiume. E il fiume, se la vista non mi inganna, è laggiù. Sono assolutamente convinto che si tratti di un’impresa alla nostra portata!
Non potevo girarmi per vedere la faccia del signor Oliver, quindi mi limitai a stringermi nelle spalle e a ridacchiare tra me e me.
Il Clyde scorreva lento e pigro, tra dolci declivi erbosi e piccoli boschi. La corrente era lieve, il fondale basso. Avevamo deciso di scenderlo in direzione di Port Glasgow, con Arsène che remava seduto dietro di me.
– Trenta a uno che entro la fine della giornata Sherlock avrà scoperto quale inghippo si nasconde in questo benedetto castello! – esclamò, dopo un po’ che ci eravamo lasciati Newark alle spalle. – E magari anche una cura per la moglie.
– Non posso accettare la vostra scommessa, monsieur Lupin, perché le mie previsioni coincidono esattamente con le vostre! – scherzai.
L’atmosfera del castello e quell’impressione che vi fosse un innocuo mistero da svelare stavano in effetti rendendo quella gita piuttosto divertente. Ed era comunque una splendida occasione per visitare un posto dove, altrimenti, difficilmente saremmo mai andati tutti insieme. Il paesaggio che scorreva davanti a noi, tra lievi colline, prati, boschi radi e grandi pietroni, mi riportava senza dover sforzare l’immaginazione ad antiche leggende di clan e cavalieri, di contrabbandieri e pirati, dei quali avevo letto in alcuni volumi prestatimi dal signor Nelson. Arrivammo così all’altezza di Port Glasgow, con la sua darsena di velieri e le case affacciate sull’acqua. Avevamo in mente di superarlo e raggiungere il porticciolo più lontano, Greenock mi pareva si chiamasse, dove si teneva il mercato del pesce. Ma non appena raggiungemmo il primo dei due paesi, fummo attirati da un profumo irresistibile di salsicce alla griglia, e decidemmo di limitare la nostra prima escursione. Avevamo vogato di buona lena e per un lungo tratto, e tanto era bastato per risvegliare il nostro giovanile appetito. Attraccammo, tirammo a riva la nostra piccola imbarcazione e ci spingemmo, guidati da quel profumo, fino al pub del porto, il King’s Head.
L’effigie della testa del re ondeggiava sull’insegna, come in tutti i vecchi pub, a beneficio di chi non sapeva leggere, ma non appena lo vide, Arsène si ricordò del fantasma ed esclamò: – Ecco la testa di Lord Maxwell!
Gli rifilai una gomitata, alla quale lui rispose con una risata infantile e senza freni, di quelle che non gli sentivo più fare da molto tempo – almeno da quando si era trasferito a vivere da solo a Londra, e aveva rifiutato di rispondere a qualsiasi domanda riguardasse suo padre.
Il King’s Head aveva molti tavolacci di legno, fuori, che davano direttamente sul porto. I gabbiani volavano sopra di noi e le piccole imbarcazioni in ampi cerchi striduli.
Ci sedemmo sulla prima panca libera, condividendo il tavolo con altri marinai. Di fianco a noi, un vecchio ubriacone canticchiava per conto suo, melanconico.
Ci facemmo portare due pinte di sidro e un piatto di salsicce ben bruciacchiate, che scottavano ancora le dita, e per un’ora abbondante chiacchierammo con i marinai, che si lamentavano di continuo, anche se i loro mugugni erano inframmezzati da battute e risate. Capimmo che la pesca andava bene da quelle parti. Le importazioni un po’ meno, perché sempre più navi risalivano il Clyde fino alla città, tagliando fuori il vecchio porticciolo di Port Glasgow. Quando Arsène domandò se conoscevano i McSweeney di Newark, i marinai si fecero attenti, senza tuttavia perdere il loro umore allegro.
– Sono brave persone, quei due! Proprio brave! – ci risposero. E poi partirono con una serie di aneddoti grazie ai quali apprendemmo che i McSweeney erano di Glasgow da generazioni, gente conosciuta e senza grilli per la testa. Anche la moglie del signor Arthur era una scozzese purosangue. Ne fui piacevolmente stupita, perché fino a quel momento me l’ero immaginata piccola e gracile come Geneviève, con quella fragilità da principessa che tanto piaceva agli uomini dall’indole protettiva.
Quello che era successo negli ultimi anni, dissero i marinai, era che da quelle parti erano arrivati in numero sempre maggiore yacht da diporto giunti da tutta Europa. Si trattava per lo più di ricconi in cerca di avventura, attirati dall’idea di bordeggiare con le loro navi gli aspri mari del nord.
– Gente di città… – avevano aggiunto, beffardi. – Che poi bisogna andare a recuperare non appena si incaglia tra gli scogli!
Fu un piacere, per me e Arsène, che quei lupi di mare non ci avessero incasellati nella stessa categoria di persone, nonostante l’accento francese di Lupin. Forse era per come stavamo mangiando - con le mani, voracemente - o per la franchezza con cui rispondevamo alle loro domande.
Fu un pranzo gradevole, di sicuro meno ingessato di quello che avremmo consumato al castello. Ma il pensiero di Sherlock e di mio padre ancora tra quelle tetre mura mi fece venir voglia di tornare.
Non avevamo fatto in tempo ad alzarci dalla panca che uno dei marinai sbottò: – Ecco che ne arriva un altro!
Indicò un agile cutter che stava ormeggiando lungo il molo. Si vedeva lontano un miglio che era un barca nuova, fresca di mare e dipinta di una scintillante vernice blu per essere notata. L’uomo che la guidava, apparentemente da solo, tuonava ordini in un inglese che mi suonava bizzarro anche alla distanza da cui lo stavamo osservando. Era un uomo alto e biondo, energico almeno quanto la sua voce era forte e vibrante. E poiché stava ormeggiando accanto al punto in cui avevamo sistemato la nostra canoa, ci capitò di incrociarlo. E di capire, all’istante, il motivo per cui i marinai nutrivano tanti sospetti verso quel genere di viaggiatori.
– Ragazzi! – ci apostrofò lo sconosciuto, intento a trafficare con delle spesse funi. – Volete guadagnarvela qualche moneta? – chiese, rivolgendoci un sorriso sornione.
Esattamente l’approccio che Arsène prediligeva: lo sbruffone che pensa di saperla lunga.
– Chi è che non vorrebbe guadagnarla! – gli rispose, come era prevedibile. – Dipende da cosa c’è da fare!
– Prendi quelle cime e aiutami a legare la povera Lorelei a questo rudere di pontile! – ruggì lo straniero, dalla prua della sua splendida imbarcazione.
Ecco cos’era la nota stonata che mi aveva colpito nel suo inglese: la sua evidente inflessione tedesca.
E Lorelei, se non ricordavo male, era il nome di una sirena che abitava le acque del Reno.
Arsène, nel frattempo, fece quanto gli veniva richiesto e, con due abili mosse, fece scorrere le cime lungo gli ormeggi, per poi chiuderle con un nodo da provetto marinaio.
– Bel lavoro, ragazzo! – si complimentò il proprietario del cutter. Saggiò un paio di nodi sul ponte, poi si infilò tra le cime e balzò a terra, con fare imperioso.
– Eccoti uno scellino – disse, lanciando una moneta a Lupin.
– Non si era parlato di monete al plurale, signore? – replicò Arsène, contrariato.
– Un’altra è in arrivo se mi sai indicare il miglior posto dove alloggiare questa sera.
– Credo sia la sua barca – risposi io di getto.
– Una giovane lupacchiotta di mare, eh? – mi apostrofò il tedesco, perché ormai ero sicura che di questo si trattasse. – Con quei capelli rossi, nemmeno a chiederlo! Scozzese fino al midollo! Ma che cosa ci fa un’autentica scozzese in compagnia di un italiano?
– Temo di doverla deludere due volte – dissi divertita, perché dopotutto quel tizio mi parve simpatico. – Io non sono scozzese. E il mio amico, qui, non è italiano.
– Ragazzo mio! Siete solo un amico? Datevi da fare, se non volete lasciarvi sfuggire una simile bellezza! Baumann, per servirvi! – disse, stringendo la mano a Lupin.
– Arsène – si presentò il mio amico.
– Irene – aggiunsi io.
Lui eseguì un perfetto baciamano: – Principessa…
Io arrossii, confusa. Il gesto e il tono della voce di quell’uomo mi parvero infatti troppo formali per quello che era chiaramente solo uno scherzo. Ritrassi rapidamente la mano.
Baumann mi guardò, serissimo, per una frazione di tempo talmente rapida che mi domandai se non me la fossi immaginata, e poi riprese con il suo atteggiamento da vecchio guascone. – Allora, questo alloggio? Io e Lorelei siamo due amanti perfetti, ma dopo una settimana a dormire con il dondolio dell’acqua, quella che ci vuole è un po’ di terraferma. E un bel bagno come si deve.
– Allora vi conviene chiedere al King’s Head – rispose Arsène. – Perché non sapremmo davvero dove indirizzarvi.