– Ma come! Non siete del posto?
– Veniamo da Londra, signor Baumann. E siamo in visita da un amico – risposi.
– Ed è lì che alloggiate?
Non aspettò la nostra risposta per capirlo. – Ah, che sventura! E scommetto che il vostro amico non ha una locanda, né intenzione di ospitare un ricco viaggiatore boemo, neppure a pagamento.
– Temo di no – risposi.
– Ma potreste provare a chiederlo – aggiunse Arsène. – E dipende da cosa intendete per pagamento.
– Intendo qualunque cifra, pur di avere un tetto decente sopra la testa, e non quello di una sordida topaia – disse Baumann.
– Allora forse possiamo confidarvi un segreto… – mormorò Arsène. Cercò la mia approvazione con lo sguardo, e io non feci nulla per dissuaderlo dal proseguire. – Il nostro amico, che non è esattamente un nostro amico, quanto un amico del padre della qui presente signorina Irene…
– Oh… il padre della signorina Irene! – gli fece eco Baumann.
– Proprio così. Il suo amico, dicevo, è il proprietario del castello di Newark. E l’ha appena messo in vendita.
– State scherzando? – esclamò Baumann. – Ma allora questo è davvero il mio giorno fortunato! Un castello in vendita? Sono mesi che mi frulla per la testa l’idea di acquistare una proprietà in terra scozzese! E dove si trova, questo Newark?
– Una decina di miglia a monte del paese, sulla stessa sponda – risposi, dicendo a me stessa che in fondo non c’era nulla di male a mettere questo tale al corrente di un affare a cui Leopoldo non era interessato.
La strana impressione avuta al momento del baciamano, tuttavia, non mi abbandonava. Tutto mi era parso vagamente teatrale, e di una teatralità maldestra. Come se stessimo partecipando a una messinscena, di cui faceva parte anche quel Baumann, che infatti non mi parve così sorpreso dell’esistenza del castello. Né del fatto che fosse in vendita.
Nell’ascoltare questi pensieri che scorrevano nella mia testa mi parve di sentir parlare il mio amico Holmes.
Forse a forza di frequentarlo ero diventata come lui, e ora scorgevo inganni e misteri ovunque posassi lo sguardo?
L’idea mi strappò un sorriso e decisi che era meglio tornare a concentrarsi sul ritmo della vogata.
Capitolo 10
UN CASTELLO (NON) IN VENDITA
– Irene!
– Papà!
Ci abbracciammo, tenendoci stretti.
– Allora, com’è andata la visita? Lo compriamo? – gli domandai, imitando la voce petulante di una bambina viziata.
Leopoldo sorrise.
– Ti confesso che una parte di me sarebbe quasi tentata! – esclamò. – È un castello magnifico. Così solenne e antico ma, grazie alle cure del vecchio Arthur, anche così accogliente. E le cantine… là sotto c’è spazio per conservare tutti i vini d’Europa! Per non parlare poi delle torrette. La vista di cui si gode da lassù è incantevole. Oh, e devi ringraziare il tuo amico: mi è stato utilissimo. Ha preso un mucchio di note, si è informato su ogni singolo quadro e ritratto in cui ci siamo imbattuti lungo la nostra visita… credo che dovrei assumerlo come consulente personale.
Scoppiai a ridere. – Puoi provare, ma temo che rifiuterà la tua offerta –. Poi lo guardai e aggiunsi: – E quindi? Ora che pensi di fare?
Leopoldo allargò le braccia.
– È davvero strano… la verità è che non sono del tutto convinto, e neppure il tuo amico lo è, che McSweeney sia realmente intenzionato a vendere.
– Ma se ti ha fatto venire fin qui apposta!
– Lo so, ma… come potrei dargli torto, d’altronde? Basta vedere come parla delle stanze, degli arredi e dei quadri che vi sono appesi, per capire che gli costerebbe uno sforzo enorme separarsene.
– Se è come dici, sarà contento anche Oliver! Gli toccherà in eredità questa meraviglia – azzardai.
– Immagino che tu abbia ragione… – annuì papà. – Ma sembra che quei due non siano proprio capaci di andare d’accordo. Oggi è stato tutto un battibeccare! Credo che se non ci fossimo stati Orazio, il giovane Holmes e io, sarebbero potuti venire alle mani.
– Addirittura?
– Uhm… temo di sì – ammise mio padre.
– E per quale motivo, secondo te?
Leopoldo allargò di nuovo le braccia.
– Magari Oliver, essendo come tu dici l’erede naturale di Arthur, ha cominciato a impicciarsi un po’ troppo degli affari di suo zio…
– E lo zio si è scocciato – conclusi.
Papà mi guardò, con aria un po’ stanca.
– Forse… ma chissà… tra parenti sono sempre faccende molto delicate. E ho come l’impressione di esserci stato tirato dentro a forza, e mio malgrado.
Annuii, cominciando a intravedere i contorni di una possibile spiegazione.
– Forse il tuo amico vuole dimostrare al nipote che è ancora lui a tenere le redini. E invitarti qui è stato un modo per fargli capire che può vendere questo castello quando gli pare e piace.
– Qualcosa del genere, immagino. E comunque Arthur ora deve pensare a ciò che è meglio per la povera Evelyn. Suo nipote dovrebbe capire… – osservò mio padre con aria triste. – In ogni caso spero che da tutto questo garbuglio sia venuta fuori almeno una bella vacanza per te, mia cara.
– Sì, papà. È una splendida vacanza – lo rassicurai, per sollevarlo dalla preoccupazione di aver fatto qualcosa di sbagliato. – E ne avevamo bisogno. Senza contare che non avevo mai dormito in un vero castello, prima d’ora. E quindi ne è comunque valsa la pena.
– Ne sono lieto. Quanto al resto… vorrei solo che Arthur mi parlasse in modo chiaro. Ma non so se può farlo.
– Potremmo trovare un diversivo e liberarvi per qualche ora di Oliver – gli suggerii.
Mio padre mi fissò, colpito da tanta schiettezza.
– Non sarebbe proprio una cosa da gentiluomini – mormorò.
– Non lo è nemmeno insidiare uno zio con una moglie malata – gli ricordai.
– Questo è assolutamente vero – ammise lui.
A quel punto sentimmo un gran trambusto giù da basso e, sporgendoci a guardare dalla grande finestra della camera di mio padre, vedemmo proprio Oliver andare incontro a un uomo, appena sceso da una carrozza.
– Guarda guarda chi si vede! – esclamai, riconoscendo il capello biondo del nuovo arrivato. – Lo sapevo!
– C’è qualcosa che dovrei sapere anch’io? – si informò mio padre. – Chi è quel bellimbusto?
Capitolo 11
UN OSPITE EQUIVOCO
Dunque quel Baumann non aveva perso tempo e si era letteralmente precipitato al castello, mi dissi, mentre mi spogliavo in tutta fretta.
Possibile che fosse davvero uno di quegli eccentrici nobili da operetta, che possono decidere di comprarsi un castello così, quasi per capriccio? Qualunque fosse la risposta, l’entrata in scena di quel bislacco navigatore solitario rendeva la nostra breve vacanza ancora più interessante.
Una volta rimasta senza niente indosso, rabbrividii per il freddo, e rovesciai l’acqua bollente nel catino di rame, allungandola poi con un paio di brocche d’acqua fredda, fino a quando non riuscii a infilarci la punta del piede. Non avevo il tempo di fare le cose per bene e perciò mi limitai a farle allo stesso modo in cui, a tanti anni di distanza, scrivo queste memorie. Mi insaponai e mi lavai velocemente, fermandomi di tanto in tanto per ascoltare i rumori del castello che giungevano dalle scale. Mi pareva di sentire il vocione del signor Baumann e mi domandavo se anche Arsène l’aveva sentito. Saltai fuori dalla tinozza asciugandomi in fretta e furia, mi chinai a cercare un vestito che fosse decente, ma non vezzoso, frugando nel corredo che mi aveva seguito in baule, e una volta che l’ebbi identificato lo lanciai sul letto, dove atterrò con uno… starnuto.
Mi bloccai a metà del movimento successivo, domandandomi se avessi sentito bene. Mi sembrava di sì, e che ci fosse stato un colpo di tosse, forte e chiaro, nella mia camera da letto.
– Ehi – esclamai, con un tremito improvviso che mi fece accapponare la pelle. Che fosse stato il famoso fantasma? «Sciocchezze, Irene, i fantasmi non esistono» mi dissi.
Ma gli starnuti sì. E così la mano che spuntava da dietro l’arazzo.
Non appena la vidi - una mano, sì, una mano! - a stento non urlai. Feci un passo indietro. Poi un altro.
E un attimo prima che spalancassi la porta alle mie spalle e mi precipitassi a rotta di collo giù per le scale, Sherlock Holmes fece capolino nella mia camera.
– Scusa – mi disse, semplicemente.
La tensione mi crollò lungo le gambe come una cascata e rimasi lì, imbambolata, a guardare il mio amico che riponeva l’arazzo al suo posto, appeso alla parete. Perché era nascosto lì dietro? E da quando?
Osservai con orrore la tinozza, i vestiti gettati a terra e la biancheria ridotta a un fagotto nell’angolo in cui l’avevo calciata.
– Perdonami, Sherlock – dissi, cercando di ricordare come fosse quel tono di voce piccato che mia madre faceva alla perfezione. – Si può sapere cosa ci facevi nascosto dietro l’arazzo?
Lui lo guardò come se fosse la prima volta che lo vedeva. E di fatto era proprio così. Poi guardò me con assoluta normalità, quasi non fossi stata completamente nuda tranne che per l’asciugamano che mi ero stretta addosso come un’armatura.
– Non ero nascosto dietro l’arazzo – mi disse.
– E allora come hai fatto a uscire da lì?
– Ci sono arrivato –. Si guardò intorno, e solo allora si accorse di quanto stava accadendo, o improvvisò una delle sue recite da manuale, fingendo di non essersene accorto prima.
– Oh, santo cielo! – borbottò.
– Mi hai tolto le parole di bocca – commentai io.
– Guarda che io sono appena arrivato – si difese Sherlock.
– E pensi anche di potertene andare o devo mettermi a strillare?
Sherlock si voltò, dandomi la schiena e ordinandomi, come se fosse un mio problema: – Vestiti, per favore.
– E tu voltati.
Mi avvicinai al letto, esitante. Non avrei saputo dire chi dei due fosse più imbarazzato. Di certo entrambi, e non immaginavo neanche quanto lo saremmo stati se il signor Nelson avesse scelto proprio quel momento per bussare.
Mi infilai la biancheria e parte del vestito, in una concitata sarabanda di lacci e nastrini, poi gli diedi il permesso di voltarsi.
– Allora? Ti dispiacerebbe spiegarmi?
– È molto semplice, in realtà – rispose lui. – Oggi, visitando il castello, mi sono accorto di qualcosa che non mi tornava, e ho fatto le mie indagini…
– Vai avanti, sentiamo.
– Il castello mi pareva più grande fuori che dentro. E avevo ragione. Anche misurandolo a passi, e quindi con una notevole dose di imprecisione, mi mancavano sempre almeno un paio di metri.
– E li hai trovati?
– In un certo senso, sì – disse. Sollevò l’angolo dell’arazzo e mi mostrò quello che, nella penombra, mi pareva l’imbocco di un vecchio camino. – E così ho trovato una scala a chiocciola che sale in un’intercapedine tra i muri, fino ad arrivare lì.
– Cioè qui.
– Cioè qui – si corresse Sherlock.
– Il più classico dei passaggi segreti…
– Non esattamente – precisò lui. Ora mi guardava di sottecchi, con gli occhi che brillavano ai due lati del naso appuntito. – Ti aiuto con i lacci?
Mi voltai. – Sì, grazie.
Lo lasciai armeggiare con i nodi per un po’, prima di continuare: – E perché dici che non è il più classico dei passaggi segreti? Dopotutto, conduce nella stanza della fanciulla…
E magari era la spiegazione del perché nella mia camera facesse tanto freddo e si sentissero tanti rumori.
Sherlock mi fece voltare verso di lui. – Guardami – disse.
Lo guardai.
– Ti vedo – dissi.
– Guarda meglio.
Vedevo un ragazzo alto e magro, dal fisico asciutto e lo sguardo più intelligente che avessi mai conosciuto. Un ragazzo per cui nutrivo sentimenti profondi e contrastanti, che a volte era schietto come un bambino e altre remoto e irraggiungibile come un eremita, e che provava per me le stesse cose che provavo per lui, giudicandole però troppo spaventose e incerte per volerle esplorare a fondo con la sua logica infallibile.
– No – gli risposi.
Lui, allora, senza staccare lo sguardo dal mio, si spazzolò il vestito, le spalle, i capelli e poi mi mostrò i polpastrelli immacolati.
– Non c’è polvere – mi disse.
Io annuii, piano. – Mentre dovrebbe essercene moltissima in un passaggio segreto, se non lo si usa abitualmente.
– Centro! – disse Sherlock, guardandomi fisso negli occhi. – Se non lo si usa abitualmente.
Capitolo 12
UN INVITO A CENA
Il signor Baumann si alzò dalla poltrona con un balzo, quando mi vide entrare.
– Signorina! Come vedete, ho seguito le vostre indicazioni!
Gli restituii il saluto, piuttosto imbarazzata all’idea che gli altri potessero supporre che ero stata io a invitarlo. Ma il signor Baumann mi tolse immediatamente dall’impiccio, raccontando, credo per la terza volta in pochi minuti, l’occasione in cui ci eravamo incontrati a Port Glasgow. Notai che si era presentato in abiti eleganti, e aveva appoggiato sul bracciolo della poltrona una mantella con un fermaglio dorato, che recava l’iniziale del suo cognome.
– Piacere, Sherlock Holmes – si presentò intanto il mio amico, che era sceso con me senza che nessuno si accorgesse da quale stanza fosse uscito.
Allertata dalla lieve tensione che sentivo nell’aria, studiai la disposizione del salotto. Il signor McSweeney era in poltrona, la sua poltrona, e aveva un’aria decisamente seccata. Oliver era in piedi davanti alla finestra che dava sul parco. Mio padre divideva il divano con Arsène, mentre il signor Nelson, che in quei giorni affiancava la servitù di casa, era poco più che una macchia scura contro la tappezzeria.
Tutti gli uomini fecero il gesto di cedermi la loro seduta, ma io scelsi quella lasciata libera dal signor Oliver.
– Dunque ha trovato alloggio per la sera? – chiesi gentilmente a Baumann.
– Ma certo! E, come dicevo al suo amico… ho finito per seguire il suo consiglio!
– Dorme sulla Lorelei?
– Sempre meglio delle stanze del King’s Head – rise Baumann. – Piuttosto che dormire su uno di quei letti, anch’io mi farei tagliare la testa!
La battuta sortì l’effetto desiderato e mio padre rise divertito.
Tutti attesero che io mi sedessi e ripresero la conversazione.
– Come vi dicevo, signor Arthur, posso chiamarvi Arthur, sì? È chiaro che non intendo mettere in discussione nulla che sia già stato deciso, né fare uno sgarbo al suo amico, ma mi piacerebbe essere considerato una valida alternativa. Questo non è il momento per parlare di certi argomenti, mi è chiaro, ma non vi è nulla di male nel voler far sapere a tutti le mie intenzioni, perché è così che mi piace trattare gli affari, a viso aperto. Se il castello di Newark è in vendita, e la vendita è rivolta al miglior offerente, con il permesso del signor Adler vorrei almeno avere la possibilità di candidarmi.
– Mio zio vi ha già detto… – mormorò Oliver, dalla sua posizione alla finestra.
– Ah ah – lo interruppe Baumann. – Tutto ciò che vostro zio ha detto, giovanotto, in realtà l’ho sentito dire a voi. Mi piacerebbe poter condurre questa conversazione anche con il signor Arthur, almeno una volta.
– Il vostro comportamento, signore, è del tutto sconcertante – replicò Oliver.
– Non più del vostro, suvvia! Non più del vostro. Ditemi: siete forse originario della Mosella?