A quelle parole, Oliver si voltò di scatto. – E questo cosa c’entra?
– Niente, niente… – mormorò Baumann. – Ero semplicemente curioso di sapere se eravate scozzese quanto me, che sono nativo di Amburgo.
– Magari il vostro senso dell’umorismo fosse all’altezza della vostra arroganza – sibilò Oliver.
– Ah! – fece mio padre. – Splendida città.
– Dite bene, signor Adler.
– Non esattamente la tipica città da lupo di mare… – osservò a quel punto il signor McSweeney.
– Vero, ma che cosa posso farci? In fondo, tre quarti dei conquistadores spagnoli erano originari dell’Extremadura! – rise Baumann. – E poi devo confessarvi che non sono un vero lupo di mare. Mi piace andare a vela, ho una bella imbarcazione, ma non amo viaggiare troppo a lungo in solitaria. Ho paura tuttavia che questi dettagli non siano affatto appassionanti.
– Tutto può esserlo – rispose McSweeney, imperturbabile. – Dipende dall’interesse di chi ascolta.
– Temo infatti di avere già esaurito il vostro – commentò Baumann.
– Niente affatto, signor Baumann – rispose McSweeney. – Anzi: se voleste essere così gentile da fermarvi a cena con noi…
Al momento dell’invito, mi accorsi che Oliver strinse i pugni, ma si sforzò di mantenere un’espressione di cortesia.
– Voi siete troppo gentile, signor McSweeney. E non vorrei approfittare della vostra ospitalità.
– Mi permetto di insistere.
– E allora io mi permetto di accettare.
Il signor Nelson, che aveva assistito in disparte al nostro scambio, si allontanò per andare ad avvertire i suoi parigrado della necessità di aggiungere un posto a tavola.
E noi, in salotto, riprendemmo la conversazione. Baumann non fece mistero della sua vita: era sposato con una donna di Bruxelles - ma non amava quella città - e aveva tre figli, tutti maschi. Ne approfittò per fare alcune domande a Sherlock e Lupin, e capire se tutti i maschi di quell’età avessero gli stessi interessi dei suoi figli, e le risposte dei miei amici parvero rincuorarlo.
– Ero convinto che fossero gli unici adolescenti ad avere una passione sfrenata per il pugilato e le pistole. In che mondo li stiamo facendo crescere, eh, signor Adler?
Mio padre abbozzò una risposta, poi il discorso si spostò su altri temi. McSweeney, un po’ più rilassato, raccontò del castello e di come lui e sua moglie lo avevano restaurato, riportandolo agli antichi splendori. Le nostre chiacchiere continuarono poi a tavola, e proseguirono in modo disteso almeno fino a quando il signor Baumann non domandò a Oliver se fosse sposato o avesse figli.
– Che impertinenza! – sbottò allora il nipote del signor McSweeney. – Da quando la mia situazione sentimentale è diventata materia di conversazione?
– Non volevo offendervi – si schermì Baumann. – Il mio era solo, per l’appunto, un tentativo di conversazione.
Eppure, era evidente che Oliver mordeva il freno. E più il signor Baumann non accennava ad andarsene, più l’insofferenza montava. Quello che l’ospite inatteso aveva esacerbato, quella sera, erano le tensioni tra zio e nipote. E ciò che ancora non era chiaro della vicenda del castello.
In un modo o nell’altro, la cena passò, ma al momento di concederci la nostra passeggiata, scoprimmo che fuori aveva iniziato a piovere: una pioggia fitta e silenziosa, di cui, dall’interno, non ci eravamo accorti. L’idea di uscire con tutta quell’umidità, dopo la giornata trascorsa sul fiume, non mi solleticava affatto, per cui chiedemmo il permesso di ritirarci nelle nostre stanze.
Ci congedammo così dagli adulti - con un ulteriore baciamano di Baumann - e salimmo al piano di sopra.
– Che pallone gonfiato! – sbottò Arsène, non appena fu sicuro che non ci potessero più sentire. – Ma simpatico in fondo.
– Sì, almeno ha reso la cena sopportabile – concordai.
Sherlock teneva le mani incrociate dietro la schiena, come amava fare quando era assorto nei propri pensieri.
Giunti al piano nobile, davanti alla mia camera, incrociammo il signor Nelson, che sembrava muoversi tra le stanze del castello come se stesse interpretando il fantasma di Lord Maxwell. Quella sinistra visione mi ricordò d’un tratto l’inquietudine che aveva tormentato la mia prima notte al castello, nella solitudine della mia camera. Ora che sapevo del passaggio segreto, poi, non avevo la minima intenzione di dormirvi. E la soluzione di gran lunga più pratica mi parve quella di ripetere la mia piccola scorribanda della notte precedente. Sherlock aveva parlato al signor Nelson del passaggio segreto, pregandolo di non dire nulla a mio padre per non compromettere l’esito delle nostre indagini sul castello. Qualunque cosa gli avesse detto, dovette essere incredibilmente convincente, perché non solo persuase Orazio a venir meno ai propri doveri in vista di un obiettivo più importante, ma il nostro buon maggiordomo provvide addirittura a prepararmi una brandina nel sottotetto occupato da Sherlock e Arsène, sapendo che in loro compagnia sarei stata al sicuro. E io gliene fui immensamente grata.
Capitolo 13
RITORNO IN SOFFITTA
Ci ritrovammo così nuovamente insieme. La pioggia batteva piano sul tetto, con un suono tenue e vellutato che rendeva le nostre confessioni ancora più misteriose. Mi sembrava che facesse più freddo della sera precedente - forse perché, con l’arrivo di Baumann e la confusione che ne era seguita, la servitù non aveva acceso i camini - e mi ero rintanata sotto la coperta di lana, come se fosse inverno. Arsène mi guardava dall’altra parte del lume acceso, e i suoi occhi mi sembravano grandi come quelli di un gufo. Sherlock, invece, aveva indossato una vestaglia troppo grande per lui - anche quella, come il vestito color crema, doveva essere appartenuta al fratello - e stava ritto davanti all’abbaino, un po’ sulle spine, alla ricerca di chissà cosa.
– Allora, mister Holmes – esordì Arsène, quando ci fummo sistemati. – Intendete lasciarci rosolare ancora a lungo o volete raccontarci quello che avete scoperto oggi al castello?
– Non è molto, in realtà – rispose Sherlock, senza staccare lo sguardo dalla finestra. – A parte il passaggio segreto delle cantine.
– Le solite cose, insomma… – gli fece eco Arsène. – Un paio di passaggi segreti e una stanza del tesoro…
Risi, mentre Sherlock, intento com’era a guardare fuori, si limitò a increspare le labbra.
– Un tesoro farebbe comodo – disse poi. – Anche perché forse spiegherebbe finalmente questa faccenda dell’erede…
– Quale faccenda dell’erede? – gli domandai.
– È l’altra cosa che non mi è del tutto chiara – rispose Sherlock. – Anche perché, questa sera, non c’è nessuna segnalazione che mi possa aiutare. Per via della pioggia, probabilmente.
– Tu questa sera parli per enigmi, amico mio… – commentò Arsène.
Sherlock abbandonò la sua posizione di vedetta e si sdraiò sul letto. – Tu cosa ne sai, Arsène, del codice di segnalazione navale?
Arsène si grattò la testa, pensieroso.
– So come si comunica tra navi usando le bandiere…
– E di notte? – continuò Sherlock.
– Con le luci – rispose Arsène.
– Ovvero con il codice Morse – disse Sherlock, tirando fuori dalla tasca della vestaglia un quadernetto, su cui aveva annotato una serie di punti e linee:
.–– .– .. – / ..–. ––– .–. / – …. . / … ––– .–.. ..– – .. ––– –. / ––– ..–. / – …. . / …. . .. .–. / –– .– – – . .–.
– Cosa significa? – domandai.
– Wait for the solution of the heir matter: aspetto la soluzione della questione dell’erede – decifrò Arsène. – Ma dove l’hai trovato?
– Ricordate le luci che abbiamo visto sul fiume, ieri notte, durante la passeggiata? – ci domandò Sherlock.
– Quelle dei pescatori?
– Quelle che pensavamo fossero dei pescatori, sì – ci corresse Sherlock. – Mi erano parse fin dall’inizio troppo visibili, e troppo a ridosso dell’altra riva della baia, per essere quelle di un battello in mezzo al fiume. Ne ho annotato mentalmente il ritmo mentre tornavamo indietro, e quando siamo arrivati a Newark mi sono accorto che, dal tetto e dal lato più orientale del castello, si vedevano ancora. Il messaggio è stato ripetuto più volte.
– Stai dicendo che c’era qualcuno che, dal fiume, comunicava con Newark? – domandai, ammirata.
– Di sicuro c’era qualcuno sul fiume che aspettava qualcosa trasmettendo questo messaggio. Ma questa sera, come vi dicevo, non si vedono altre luci…
– Ma… chi è che trasmetteva il messaggio, secondo voi? – chiesi.
– La domanda è anche… a chi lo stava trasmettendo? – mormorò Arsène.
– Io, su questo argomento, ho qualche supposizione – ci rassicurò subito Sherlock.
– E allora spara!
– Ieri sera, quando siamo tornati al castello, Oliver ci stava aspettando di sotto, quindi mi sentirei di escludere che il messaggio fosse destinato a lui. E non solo: quando gli ho indicato la finestra più a est, quella da cui le luci erano più visibili, e da cui sarebbe stato possibile trasmettere un messaggio di risposta, mi ha detto che si trattava della camera di Arthur McSweeney.
– C’è qualcuno su una barca là fuori che fornisce informazioni segrete al signor McSweeney? – trasecolai. – Ma perché?
– Lo dicevo poco fa: ci sono alcune cose che non tornano in questa faccenda – osservò Sherlock. – E ve le elenco nell’ordine in cui sono venute in mente a me. Supponiamo che sia così: c’è un castello apparentemente in vendita, ma c’è anche un nipote, un futuro erede, che sembra tutt’altro che felice di perdere questa proprietà. Sappiamo poi con certezza che la signora Evelyn McSweeney non è qui. Risulta già partita. Anche se la scelta di aspettare il marito a Parigi mi pare piuttosto bizzarra, per una persona che soffre di una malattia respiratoria. Parigi non è certo una città dall’aria salubre, e se Evelyn avesse davvero bisogno di vivere al caldo, in una zona di mare, avrebbe potuto aspettare il marito in Costa Azzurra, o in Italia, o ancora meglio a Barcellona.
– Giusto – concordò Arsène. – Vai avanti.
– Quindi le ipotesi che mi rimangono sono queste. Uno: la signora McSweeney non è affatto andata a Parigi, ma è poco distante da qui, su una barca, e comunica con il marito mediante segnali luminosi.
– Ma per quale motivo quei due dovrebbero fare una cosa simile? – chiesi, strabuzzando gli occhi.
Sherlock mi guardò ma non rispose.
– Due: la signora McSweeney non c’entra, e l’uomo sulla barca era il nostro signor Baumann.
Sollevai il sopracciglio.
– Tre: la persona sulla barca non era né la signora McSweeney, né Baumann, e non stava comunicando con Arthur, ma con Oliver.
– Ma se hai detto che Oliver…
– E quattro: la persona sulla barca era la signora McSweeney o il signor Baumann e stavano comunicando con Oliver.
Non ci capivo più niente, quindi mi arresi al fatto di dover attendere altre spiegazioni.
– Durante la visita di oggi ho cercato di trovare una qualche prova per queste quattro possibilità. Calcolate però che ho scoperto solo questa sera l’esistenza del vulcanico signor Baumann, che mi pare inviso a Oliver e affine al signor McSweeney, anche se potrebbe trattarsi di una recita orchestrata a nostro beneficio.
– Ci ho pensato anch’io! – intervenne Arsène. – Voglio dire: di sotterfugi e mascherate ormai un po’ ce ne intendiamo, e Baumann mi pare troppo sopra le righe per essere davvero chi dice di essere.
– Sta recitando – concordai. – Anche a me ha dato quell’impressione.
– La domanda a questo punto è: chi è il suo pubblico? – disse Sherlock.
Lo guardammo, sperando che ce lo spiegasse lui. Ma sarebbe stato chiedere troppo, anche a Sherlock Holmes.
– In questo momento non siamo in grado di stabilirlo – disse infatti il nostro amico. – Ma ci sono altri aspetti che, fortunatamente, paiono più chiari: l’erede in questione non può essere che Oliver, ad esempio. E poi ci sono altri piccoli dettagli che ho scoperto, e che potrebbero avere qualche importanza.
Lupin e io, assai incuriositi, lo esortammo a proseguire.
– Punto primo – attaccò Sherlock. – Il signor McSweeney non mi pare intenzionato a vendere davvero questo castello.
– È quello che sostiene mio padre.
– E fa bene – approvò Sherlock. – Durante il pranzo, approfittando del fatto che ormai sapevo come muovermi nel castello, mi sono intrufolato nel suo studio e ho cercato un qualche documento che comprovasse la sua volontà di vendere il maniero. Ma non ne ho trovato alcuno.
– Hai cercato bene? – si informò Arsène.
– Non ho avuto troppo tempo a disposizione… – replicò Sherlock. – Ma la cosa è molto sospetta: se davvero aveva così fretta di vendere il castello per raggiungere la moglie, tanto da convincere il padre di Irene a salire fin quassù, quasi per consegnargli le chiavi e andarsene, immagino si sarebbe preparato in modo da sbrigare velocemente anche la parte legale della faccenda. Mi aspettavo quindi di trovare i documenti di proprietà del castello, che un qualsiasi acquirente vorrebbe almeno vedere, prima di comprare.
– McSweeney potrebbe tenerli chiusi in cassaforte – obiettò Lupin.
– Vero – concesse Holmes. – Sono documenti che hanno un valore. Ma lo stesso discorso non vale per una semplice bozza di contratto, da riempire velocemente e far firmare a tuo padre. Chiunque avesse davvero premura di concludere l’affare si sarebbe fatto preparare dal notaio una carta di quel genere. E invece…
– E invece niente – conclusi io.
Sherlock annuì e fece il segno di “due” con la mano. – La seconda scoperta l’ho fatta invece in camera della signora McSweeney, Evelyn. Il fatto è che ci sono tutti i suoi vestiti negli armadi. O ne aveva un altro, da qualche parte nel castello, in cui si trovavano i vestiti che ha portato con sé…
– O non è mai partita! – esclamò Lupin.
Ci fu un attimo di silenzio.
– E quindi? – domandai.
– E quindi teniamo presente l’ipotesi espressa da Arsène e proseguiamo – rispose Sherlock, facendo il segno del “tre”. – La stanza di Oliver merita qualche parola in più. Per due motivi: il primo è che fa angolo sul lato orientale, e una finestra si trova esattamente sopra quella della camera di Arthur. Ed è inoltre l’unica in cui non sono riuscito a entrare, perché, dopo che l’hanno rapidamente mostrata a tuo padre durante la visita, lui l’ha chiusa a chiave.
– Mmm… – mugugnò Arsène. – Qui gatta ci cova!
– In effetti è possibile… perché, a questo punto, abbiamo una situazione che si presenta così: McSweeney finge di aver spedito la moglie all’estero e di voler vendere un castello a tuo padre. Non appena arriviamo qui, scopriamo che nel castello c’è anche il nipote, con cui l’amico di tuo padre non va evidentemente d’accordo. Ci sono poi i misteriosi segnali luminosi, di qualcuno che sta aspettando la soluzione della “questione dell’erede” e una sorta di saltimbanco con l’accento tedesco che, proprio il giorno dopo, si presenta in barca e fa visita al castello. Tutti questi elementi si devono incastrare tra loro, in un modo che ancora non mi è chiaro, ma che… magari con il vostro aiuto…
Cominciammo quindi la nostra attività preferita, ovvero quella di fare supposizioni una dopo l’altra, e di smontarcele a vicenda. Per ogni nuova possibilità che ci veniva in mente, c’era sempre almeno un particolare che non tornava. E, con il passare delle ore, risultò evidente che avremmo solo perduto il sonno, senza arrivare da nessuna parte.