Ci eravamo quasi arresi al silenzio, cullati dal ticchettio della pioggia sul tetto, quando dei passi veloci lungo la scala ci fecero sussultare.
Ai passi seguì un battere concitato sulla porta della nostra camera. Arsène, che non si era neppure cambiato per dormire, saltò giù dal letto e chiese chi fosse.
– Sono Orazio!
Il mio amico spalancò la porta e il signor Nelson entrò nella soffitta, ingobbito, come un gigante intrappolato sotto il tetto.
– Avevate ragione, signorino Holmes! – esclamò, concitato.
Poi sollevò la sua grande mano nera, nella quale spiccava un fermaglio su cui era incisa la lettera B. Lo riconobbi: era quello che avevo visto appuntato al petto del signor Baumann, sopra la mantella. Come faceva a essere finito in mano al signor Nelson?
– Quando era tutto buio, è uscito da dietro l’arazzo! – quasi gridò il maggiordomo. – E, non appena ho cercato di afferrarlo, si è voltato per scappare giù dalle scale!
– Baumann? – domandai. – Perché mai il signor Baumann è entrato in camera mia?
Ma non c’era tempo per farsi troppe domande. Anche Sherlock era già saltato giù dal letto.
– Presto, andiamo! – ci incitò, precipitandosi verso la porta con uno sventolio della vestaglia.
Capitolo 14
UNA SFIDA NELLA NOTTE
Pioveva, e io ero praticamente scalza quando uscimmo nel giardino del castello. Le mura di Newark incombevano minacciose dietro di noi, e il cielo era come un’uniforme matassa di ragnatele bagnate. Guidati da Sherlock, scendemmo nel passaggio segreto ricavato dietro l’arazzo e, da lì, ci ritrovammo in cantina. La cantina comunicava con l’esterno attraverso uno scivolo per il carbone, da cui evidentemente doveva essere scappato il nostro uomo.
Secondo i nostri calcoli, non poteva avere più di dieci minuti di vantaggio. E, concordammo, poteva essere fuggito in una sola direzione: lungo il fiume, verso Port Glasgow.
– Hai un giorno! Un giorno solo, per sparire e dire ai tuoi…
– Taci! Il vostro piano è fallito!
A questo punto si spintonarono malamente e mi parve di notare che l’uomo intento a parlare con Baumann zoppicasse in modo piuttosto evidente. Era forse Arthur?
Al primo spintone ne seguì un secondo.
– Pensi di farmi paura?
– Quando si saprà…
– Quando si saprà, sarà troppo tardi!
A quel punto qualcuno di noi, spostandosi tra i cespugli per sentire meglio, spezzò un ramo sotto i piedi e il CRACK riecheggiò nella radura come un tuono.
I due si voltarono di scatto, nascondendo il viso sotto il cappuccio, e uno di loro esclamò: – Ehi! Chi va là?
Mi parve di riconoscere la voce di Oliver.
Ma in quel mentre, Arsène mi afferrò la mano e sussurrò: – Via! Filiamocela!
E ricominciammo a correre, nel bosco, come se avessimo il diavolo alle calcagna.
Capitolo 15
LA TRAGEDIA DELLA LORELEI
Sono sicura che altri, nella nostra stessa situazione, non avrebbero neppure atteso la mattina successiva per fare i bagagli e lasciare il castello il prima possibile. Ma non era così che funzionava il nostro trio. Più era evidente che le cose si stavano facendo pericolose e intrise di mistero, più ci univano e ci invogliavano a considerarle una nuova sfida. Sherlock, chiuso nel mutismo che lo caratterizzava ogni volta che era preso dalle sue riflessioni, voleva risolvere il mistero del codice Morse. Arsène aveva un mezza idea di scoprire qualcosa per conto suo, mentre io volevo avvertire mio padre di stare attento. Desideravo che tenesse gli occhi bene aperti, senza tuttavia allarmarlo troppo, in modo da avere il tempo di scoprire quale fosse il mistero che si nascondeva nel castello di Newark.
Le domande che ci assillavano erano tante: perché Baumann era tornato al castello in piena notte e si era introdotto nella mia stanza usando il passaggio segreto dietro l’arazzo? Come faceva a essere al corrente della sua esistenza? Ma poi, soprattutto: chi erano i due litiganti che ci avevano quasi sorpreso la notte prima? Su Baumann non vi erano dubbi. Ma il buio e la confusione non ci avevano permesso di capire chi fosse il secondo uomo. E ancora: perché stavano litigando? Qual era il senso delle minacce che si erano scambiati?
Con tutte quelle domande che ci rimbalzavano in testa scendemmo a fare colazione. Mio padre non si era accorto di nulla e sedeva al tavolo perfettamente riposato. All’altra estremità del tavolo c’era il signor McSweeney, imperturbabile. Stavano programmando una gita al mercato del pesce che veniva allestito lungo il fiume, dalle parti di Greenock.
Ci salutammo amabilmente, ma il signor McSweeney rimase seduto al proprio posto. – Dovete scusarmi, ma mi duole una gamba… – ci avvisò. – L’umidità comincia a far male anche a me!
Registrai quest’informazione mentre mi sedevo a tavola.
– Oliver non c’è? – domandò Arsène, con simulata indifferenza.
– Si è alzato presto, questa mattina, e ha lasciato detto che sarebbe andato in paese. Ma non credo che si farà aspettare molto.
Vidi Sherlock e Arsène scambiarsi uno sguardo d’intesa e, l’attimo successivo, Arsène fare un rapido dietrofront per tornare in camera sua.
Io mi servii il tè, attenta.
– Cosa dici, Leopoldo? Se ci mettiamo per strada subito possiamo fare tappa anche a quell’ottima distilleria della quale ti parlavo… – suggerì McSweeney.
– Voi venite con noi? – ci invitò mio padre.
Io guardai Sherlock, l’unico dei miei amici rimasto a tavola, indecisa. Forse ci sarebbe convenuto restare al castello o, tutt’al più, spingerci fino al porto per intercettare l’imbarcazione del signor Baumann. In ogni caso, pensai, era meglio se riuscivamo in qualche modo a rimanere soli.
– Credo che torneremo ai remi, papà – gli risposi.
Lui non batté ciglio.
– Mi spiace molto, Leopoldo, per l’inconveniente di ieri sera – riprese allora il signor McSweeney. – Ma, come vedi, comincia a diffondersi la notizia che Newark potrebbe essere in vendita. Ed è molto ambito, anche da personaggi un po’ eccentrici come quel Baumann.
Leopoldo ridacchiò. – Nessun problema. Siamo abituati ad avere a che fare con personaggi bizzarri. E, ribadisco, non c’è nessuna ragione per cui non dovresti considerare anche la sua offerta.
– Come ti ho detto, non è il valore dell’offerta, ciò che devo considerare – replicò McSweeney. – Ma chi me la fa.
Perché era così importante?, mi domandai a quel punto, studiandolo attentamente. Perché insisteva tanto nel non voler considerare gli aspetti economici della trattativa, quanto le implicazioni personali? Mi venne in mente che quello del rapporto tra mio padre e Arthur era un elemento che non avevamo sviscerato a fondo nelle nostre discussioni, ma forse, alla luce dei fatti, valeva la pena approfondire.
– Com’è che vi siete davvero conosciuti, voi due? – intervenni, facendoli voltare verso di me.
Sorrisi, ed entrambi mi sorrisero a loro volta. Poi si guardarono.
– Quando è stato, Arthur?
– Per la faccenda di quell’acciaieria di Maastricht?
– O è stato dopo, quando costruimmo la linea tra Rostock e Kiel?
– No, prima. Fu per quell’affare della vecchia segheria Stumpf, dalle parti di Monaco.
– Oh, giusto! Ma certo!
– E io ero già nata? – domandai, per sistemare i loro ricordi in una cornice temporale che avesse un senso anche per me.
– Sì, mia cara. Quando conobbi Arthur tu eri già… con noi – rispose mio padre.
Fu quello un modo molto delicato per farmi capire che Arthur McSweeney era al corrente del fatto che non ero la figlia naturale di Leopoldo e Geneviève, ma che ero stata adottata.
Addentai una fetta di pane abbrustolito, pensosa, quando sentii sbattere violentemente una porta e, poco dopo, il signor Oliver irruppe nella stanza trafelato.
– Avete sentito? – quasi gridò.
Io lo squadrai, alla ricerca di un qualche dettaglio che mi permettesse di capire se fosse lui, uno dei due uomini del bosco.
– Sentito cosa? Per l’amor del cielo, Oliver, che vi succede? Si direbbe che abbiate visto un fantasma!
– Baumann! – rantolò l’uomo. Poi si guardò intorno e crollò su una poltrona.
– Cos’ha combinato Baumann? – gli domandò McSweeney, calmissimo.
– L’hanno trovato questa mattina… – iniziò lui, prima di prendere un profondo respiro. Si infilò le mani tra i capelli biondi e radi, e lì le lasciò, come se le avesse sepolte. Quando le sfilò, osservò il tavolo con i suoi occhi liquidi e un’espressione atterrita. – Si è impiccato all’albero della sua barca. Aspettano che arrivi la polizia di Glasgow prima di tirarlo giù, ma…
Oliver si coprì gli occhi con le mani, terribilmente mortificato per ciò che aveva appena visto.
– È uno spettacolo straziante – mormorò.
Ci fu un rapido movimento di sedie, Sherlock mormorò un: “Con permesso”, fiondandosi di sopra per chiamare Arsène e, da lì, si precipitò fuori.
Mio padre ci guardò spaesato, prima di capire cosa stesse succedendo.
– Irene! – gridò allora, ma era già troppo tardi. – Non ti azzardare ad andare al porto! Hai sentito cos’ha detto il signor Oliver?
Ma io stavo già correndo fuori dal salone, tallonando Sherlock, a mia volta tallonata da Lupin, in direzione delle canoe.
La voce di mio padre mi raggiunse da lontano e mormorai tra me e me un paio di scuse.
Non avevo mai visto un impiccato.
E anche se sapevo che non sarebbe stato un bello spettacolo, sapevo bene che ci sono cose che si devono vedere di persona, quando si è in cerca della verità.
Capitolo 16
UN GIOVANE AGENTE
Arrivammo al porto in tempo per assistere al macabro spettacolo del corpo del signor Baumann che veniva slegato dall’albero della Lorelei e calato sul ponte del cutter. Lungo la banchina si era radunata metà del paese.
Dal Clyde, la vista di cui potevamo godere era chiara e molto ravvicinata.
Anche troppo, a dire la verità.
Il signor Baumann era vestito come l’avevamo salutato la sera precedente, fatta eccezione per la mantella. Due marinai lo avvolsero in un lenzuolo, sotto lo sguardo perplesso di un giovane in divisa da poliziotto, l’agente arrivato da Glasgow a cui erano stati affidati gli accertamenti del caso.
– E così ora sappiamo che la messinscena di Baumann in realtà era una tragedia – mormorò Arsène, mentre remavamo per raggiungere la riva.
– Già… e tra i personaggi rimasti in scena c’è un assassino – aggiunse Sherlock, cupo. – A proposito, sei riuscito a scoprire qualcosa di utile alla nostra indagine?
Nel tempo in cui io avevo fatto colazione, Arsène era infatti salito in camera di Oliver, approfittando della sua assenza, e aveva provato a scassinarla. Spreco il mio inchiostro, ovviamente, perché Arsène non aveva provato a scassinarla. L’aveva scassinata e basta.
– La sua camera è molto interessante… – ci raccontò, mentre attraccavamo. – Soprattutto perché, dentro, ci sono pochissime cose. Un quadro appeso sopra il letto, qualche suppellettile e… una pozza d’acqua.
– Acqua? – esclamò Sherlock.
– Sì, acqua. Acqua piovana, colata da un mucchio di vestiti abbandonati sulla sedia.
– Dunque era lui, il secondo uomo nel buio! – conclusi. – È forse per questo che stamattina sembrava così sconvolto.
Sherlock era molto dubbioso sulla sincerità dello sconcerto del signor Oliver, e ce lo fece capire con un’occhiata. Si accarezzò il mento, pensoso, e ce ne restammo tutti e tre in silenzio, intenti a esaminare nella nostra mente i pezzi di quel rompicapo, che non volevano saperne di combaciare.
Attraccammo finalmente la barca e scendemmo a terra, infilandoci tra i capannelli di curiosi. Non fu un’impresa facile raggiungere il poliziotto, ma, dopo molte insistenze e qualche gomitata, riuscimmo a prenderlo da parte e gli annunciammo che avevamo incontrato Baumann la sera prima.
– Lo conoscevate? – ci chiese il poliziotto.
– Non esattamente, ma abbiamo cenato con lui, ieri sera – disse Arsène.
L’ispettore era molto giovane e aveva un viso roseo che lo faceva sembrare un nostro coetaneo. A dire il vero, a giudicare da come si muoveva, sembrava avere molta meno esperienza di noi in fatto di assassini. Sudava abbondantemente e continuava a infilarsi la mano in tasca per prendere un taccuino degli appunti, su cui non aveva annotato praticamente nulla.
– Con buona probabilità siete stati gli ultimi a vederlo, quindi… – bofonchiò.
– Se ci concedete un quarto d’ora, signore – gli propose Sherlock – vi spieghiamo esattamente tutto ciò che sappiamo, nella speranza che sia utile all’indagine…
– Mi sembra piuttosto chiaro che si tratti di un suicidio.
– Come sarebbe a dire suicidio? – sbottai. – Non è possibile!
– È vero per il novantanove per cento dei casi di impiccagione, signorina – mi rispose lui, secco. – Come le potrebbe spiegare anche il dottor Bell, se fosse in sede…
– Il dottor Bell? – gli fece eco Sherlock. – Io conosco il dottor Bell.
– Da-davvero? – balbettò il ragazzo, ancora più a disagio.
– Joseph Bell – precisò Sherlock Holmes. – Medico e consulente criminale della polizia di Edimburgo. Un uomo singolarmente intelligente, da quanto ho potuto leggere. Ma non mi risulta che operi anche per la polizia di Glasgow.
Il giovane poliziotto si era fatto paonazzo. Era evidente che aveva bluffato per darmi una risposta che mi mettesse a tacere, ed era stato smascherato da quell’enciclopedia vivente che era Holmes, almeno per tutto ciò che concerneva il crimine.
– N-non esattamente, no… ma a volte capita che gli inviamo i casi più… complessi… per…
– Insomma, suicidio o no – intervenne Arsène, che fino a quel momento aveva cercato di tenere i curiosi lontani da noi e dal poliziotto – vogliamo sederci nel pub e parlare cinque minuti in pace?
Il giovane poliziotto s’irrigidì, chiaramente irritato dal fatto di trovarsi di fronte dei ragazzini con le idee più chiare di lui.
– Mi pare una buona idea – si arrese finalmente, dopo un breve sospiro. – Vi faccio strada.
Capitolo 17
IL DIAVOLO IN PERSONA
Il giovane poliziotto si chiamava John Bryson e quello era, come ci era risultato evidente, il primo caso del quale gli toccasse occuparsi da solo. Ma già dentro al King’s Head l’iniziale arroganza - di sicuro una reazione alla tensione - era scomparsa e, dopo aver scelto un tavolo sufficientemente appartato per ascoltarci, lo fece con grande attenzione.
Gli raccontammo quello che sapevamo: l’arrivo di Baumann al porto, l’invito al castello di Newark, e la nostra personale convinzione che ci fosse in lui qualcosa di fasullo, come se avesse recitato una parte. Io, in particolare, gli riportai la mia impressione che Baumann fosse già al corrente della vendita, ma anche che si fosse informato nei dettagli sulla costruzione, tanto da sapervi entrare a portone chiuso, da un’entrata secondaria della cantina. Raccontammo anche dello scambio notturno a cui avevamo assistito, in cui Baumann aveva apostrofato in malo modo un secondo uomo. E gli descrivemmo ciò che sapevamo di Arthur McSweeney e del nipote.
Erano molte informazioni, forse più di quelle che lui si era preparato a ricevere, e al termine del racconto ci ringraziò.