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作者:意- Irene Adler 当前章节:15425 字 更新时间:2026-6-22 20:39

– Credo che potrei aver bisogno di risentirvi nel pomeriggio – ci disse. – Ora devo ispezionare la cabina e l’intera imbarcazione, e poi…

– Prima il cadavere – gli ricordò Sherlock.

– Ovviamente – rispose lui, con un sorriso tirato.

– Controllate se ha segni di ferite in altre zone del corpo, oltre al consueto circolo nero attorno al collo. E la spina dorsale rotta, ovviamente – specificò il mio amico.

– Ma naturalmente – borbottò lui, aggrottando la fronte. Io lanciai un’occhiataccia a Holmes: aveva davvero esagerato!

Bryson si alzò e si congedò in maniera impacciata.

Noi lo seguimmo, tenendoci alla larga dal codazzo di curiosi che lo scortò fino al cutter di Baumann.

– Cosa ne dite? – domandai.

– È un ragazzino al suo primo caso – mormorò Arsène. – Può essere un disastro… o magari è così sulle spine che svolgerà i suoi accertamenti con assoluta precisione, chissà.

Sherlock si era ficcato le mani in tasca, assorto.

– Che stai pensando? – gli chiesi.

– Oh, al dottor Bell – rispose lui, evasivo.

– Bugia.

– Ok – ammise Sherlock. – Stavo pensando che, con tutta questa gente, non abbiamo modo né di salire in barca, né di vedere il corpo di Baumann. E mi domandavo che cosa fosse meglio fare.

– Torniamo al castello? – suggerì Arsène. – Io avrei proprio voglia di fare una seconda incursione nella camera di Oliver… e magari anche in quella del signor McSweeney.

– Può essere un’idea – concordai. – Se davvero sono partiti per Greenock…

– Mmm… – mormorò invece Sherlock. – Dubito che dopo quello che è successo abbiano seguito il programma originale. È più plausibile che vengano qui anche loro, piuttosto. Anche se forse, d’altro canto, Oliver e suo zio non hanno molta voglia di ronzare qua attorno, con la polizia in giro.

Era infatti chiaro a tutti che, con ogni probabilità, quanto era successo a Baumann fosse dovuto al litigio cui avevamo assistito.

– Hai un’idea migliore? – gli domandò Arsène.

– Forse sì – disse Sherlock. – Voi due potreste rimanere qui e tener d’occhio Bryson, per vedere se salta fuori qualche nuovo dettaglio, mentre io…

– Tu, Sherlock?

– Potrei andare proprio al mercato del pesce di Greenock.

E così facemmo.

Arsène e io ci piazzammo al King’s Head, che era davvero un postaccio, come ci aveva raccontato Baumann solo il pomeriggio prima. Ma era un postaccio dove tutti si facevano gli affari propri, e nessuno badava a due ragazzini seduti in un angolo. Ogni novità dell’indagine, anche la più piccola, veniva riportata all’uomo dietro il bancone, che la commentava con una scrollata di spalle e una battuta salace sugli stranieri che arrivavano al porto. La prima cosa che scoprimmo fu che Bryson era stato mandato perché era originario di quelle parti, un paesino della penisola chiamato Kilmacolm. Parlarono bene di lui, o quanto meno della sua famiglia, gente posata e dedita al lavoro. Un peccato che a John fosse toccato come primo caso un fattaccio del genere. Quel morto impiccato non era certo un inizio incoraggiante. Quando ne avemmo abbastanza delle voci del pub passeggiammo fuori, lungo il molo, cercando di intercettare di nuovo il giovane poliziotto. Non fu difficile: già un paio d’ore dopo, la folla di curiosi si era dispersa, non prima di essersi data appuntamento, per gli eventuali aggiornamenti, alla bevuta delle sei di sera. E così riuscimmo ad avvicinarci allo scafo della Lorelei senza che nessuno ci disturbasse.

– Ah, siete voi! – ci salutò il poliziotto, non appena ci riconobbe. E mi parve sollevato nel notare che il terzo elemento del nostro gruppo, il saputello dal naso aquilino, non era più con noi.

– Come procedono le indagini? – gli domandammo.

– È come cercare un ago in un pagliaio! – borbottò lui, uscendo sul ponte. Prese una bella boccata d’aria, prima di proseguire. – Il vostro amico, qui, è un autentico mistero.

Gli feci notare che non era nostro amico, mentre Arsène gli domandava il senso di quell’esclamazione.

– Ho parlato di ago nel pagliaio, ma in realtà… è l’esatto contrario… – ci confidò allora il giovane detective. – Non c’è nulla, su questa barca. Nulla di nulla.

– In che senso?

– Nessun documento, bagaglio, diario di bordo. Niente. Impossibile capire da dove venisse, da quanto tempo fosse in viaggio né dove fosse diretto. Anche il suo nome è un mistero. Baumann, sì. Ma il cognome? È come se…

– …Come se fosse un fantasma – mormorai io, tra i denti.

– Per l’appunto, signorina. L’avete detto. Ma un fantasma impiccato e… a proposito!

Lo guardammo.

– Dite al vostro amico, quello che conosce il dottor Bell, che aveva ragione.

– Ragione? – gli fece eco Arsène.

– A consigliarmi di cercare altre ferite. Ce n’è una proprio qui, dietro il cranio. Una botta violentissima. Come se, prima di impiccarsi, la vittima avesse urtato contro uno spigolo, o un oggetto appuntito.

– E c’era anche molto sangue?

– Il corpo era bagnato fradicio, per la pioggia, ovviamente. Ma… non era solo bagnato… io non sono un esperto, badate bene… è come se, prima di appendersi lassù, al pennone, si fosse fatto un bagno…

Lo guardai, con gli occhi spalancati. – È forse una suggestione, ma non saprei in che altro modo spiegarlo: odorava di sapone.

Detto questo, il poliziotto si tirò in piedi, stirandosi la schiena. E ci indicò la barca, doveva ancora c’era molto lavoro da fare.

– Con il vostro permesso…

– Ma certo, agente Bryson – lo salutò Arsène.

– Noi torniamo a Newark.

– Ci passerò, a questo castello, non appena avrò finito. Nel frattempo, se aveste bisogno di me e non mi trovaste qui sopra, chiedete al King’s Head – si congedò lui. – Credo che alloggerò lì per un paio di giorni. Almeno fino a quando non ci avrò capito qualcosa…

Già: chi è che ci stava capendo qualcosa?

– Accidenti! – masticò Arsène tra i denti, mentre ci allontanavamo dal cutter, il cui profilo slanciato, ora, mi pareva decisamente minaccioso. Un’imbarcazione misteriosa, un lupo di mare ancora più misterioso, e privo di identità. Una serie di messaggi in codice. E un castello in vendita dietro il quale si nascondeva qualcosa di poco chiaro. Che cosa ci sfuggiva, ancora? E qual era il pezzo mancante per poter afferrare la verità?

L’unica certezza fu che qualcuno afferrò me.

– Aiuto! – gridai, quando il vecchio ubriaco che avevamo incontrato il giorno prima al tavolo del pub sbucò da dietro una catasta di casse di legno, agguantandomi il polso.

Mi tirò a sé prima che io e Lupin potessimo reagire e mi fissò con i suoi occhi velati dalla cataratta. Aveva il fiato di un orso, denso e rancido di birra, e una presa da baleniere.

– Il morto! Il morto! – sibilò. – Io l’ho visto, il morto!

Mi divincolai. – Lasciatemi! – gridai.

Ma quello mi trasse ancora più vicino, come se avesse voluto mordermi. Chiusi gli occhi, davanti ai suoi denti neri.

– Ahieee! – sbraitò il vecchio, quando Lupin me lo staccò di dosso e lo spinse a terra, mettendosi tra lui e me.

– Giù le mani, vecchio pazzo! – gli intimò.

Lui incespicò, cercando di rimettersi in piedi, e si protesse gli occhi con il palmo della mano, come se temesse che Arsène volesse picchiarlo.

– Due! Due! Sempre in due! Anche voi siete sempre in due!

– Vattene! – gli ordinò Arsène, mentre io mi massaggiavo il polso, dietro di lui.

– Lascialo – gli dissi. – Non mi ha fatto niente… mi ha solo spaventato.

– Spaventato, sì, sì! – berciò il vecchio. – Anch’io ero spaventato, quando li ho visti salire!

Appoggiai una mano sulla spalla di Arsène.

– Aspetta un momento… – dissi.

Mi inginocchiai a terra, per guardare il vecchio alla sua stessa altezza. Aveva luridi capelli lunghi, raccolti in matasse simili a cavaturaccioli.

– Chi è che avete visto salire? – gli domandai, con la voce che tremava ancora un po’ per lo spavento.

– Il morto e l’altro morto! – disse il vecchio, raspando per terra. – Li ho visti! Sulla nave! Il morto era già morto, quando l’ha tirato su! Il vecchio Booley sarà malandato, ma sa ancora riconoscere un morto quando ne vede uno, ve lo posso assicurare!

– Hai visto un uomo che portava un corpo sulla Lorelei? – continuai, piano.

– Lo ha portato e lo ha appeso, sì! Come si fa coi merluzzi per metterli a seccare… ha impiccato il morto! E lo ha lasciato a penzoloni! A penzoloni sotto la pioggia! Roba da mettere i brividi!

– E hai visto anche chi era, quest’uomo?

– Sì che l’ho visto! Il vecchio Booley l’ha visto eccome! – bofonchiò il vecchio, avvicinandosi a carponi. – Oh! Se potessi bagnarmi la lingua sì che ve ne parlerei volentieri!

– Avrai una birra e un cicchetto… ma dopo! – promise Arsène, inginocchiandosi accanto a me. – E ora dicci chi era!

Il vecchio Booley si avvicinò a noi camminando sulle ginocchia, come un cane, ci guardò per bene, prima me e poi Arsène, spalancò la bocca sdentata e la richiuse, prima di rivelarci l’identità di chi aveva visto salire sulla barca di Baumann.

– Era il diavolo, miei cari bambini… – disse d’un fiato. – Il diavolo in persona!

Capitolo 18

LA RIVA FANGOSA

I fiumi non sono tutti uguali. Alcuni hanno alvei nei quali la corrente scorre a velocità prodigiosa, raschiando ogni cosa incontri sul fondo. E ce ne sono altri, più lenti e sinuosi, dove bisogna spingersi ben oltre la riva, per cominciare a sentirsi trascinati dall’acqua. Il Clyde, all’altezza del castello e del vicino porto, apparteneva più a questa seconda categoria: le sue rive erano lunghe e fangose, l’acqua torbida e limacciosa, irta di canne e di una fitta vegetazione.

Poiché Sherlock non accennava a far ritorno dalla sua spedizione al mercato del pesce, Arsène e io tornammo a remi in direzione del castello, costeggiando con attenzione la riva, fino a quando non individuammo, a metà strada tra il castello e il paese, la radura in cui si era svolto l’ultimo diverbio di Baumann.

– Proviamo qui – mormorò Arsène, dirigendo verso riva la prua della nostra imbarcazione.

Tornare in quel luogo mi provocò una sgradevole sensazione, ma ero d’accordo con il mio amico che dare un’occhiata da quelle parti con la luce del giorno non fosse una cattiva idea. Non sapevo esattamente per ottenere cosa, ma per cercare qualche indizio in più.

Non impiegammo molto a depositare la nostra canoa nel fango che circondava la riva. Arsène balzò fuori per primo, sprofondando nell’acqua fin quasi alle ginocchia. Io lo seguii subito dopo.

L’acqua era freddissima. L’intero argine emanava un odore marcescente, ed era popolato da un esercito di insetti che zampettavano veloci sul pelo dell’acqua o ronzavano tra gli steli di canniccio.

Spingemmo la barca a forza di braccia, fino a bloccarla contro il bordo erboso della radura. E a quel punto ricostruimmo la scena.

– Loro erano qui… – disse Arsène, piazzandosi dove si trovava uno dei due uomini. Oliver. O Baumann.

– E qui si sono spinti… – dissi io.

Appoggiai una mano sul petto di Arsène, fingendo di spingerlo, e lui la tenne premuta, dolcemente, per poi lasciarsi cadere sull’erba, portandomi giù con sé. Un attimo prima stavamo mimando le mosse di una rissa e ora ci trovavamo uno nelle braccia dell’altra, nell’erba folta e in un tripudio di insetti.

– Non era esattamente questo che intendevo… – mormorai, cercando di non fargli sentire il battito del mio cuore.

– Mi stai rimproverando? – chiese lui.

– Dovrei – risposi.

Stavamo indagando su un omicidio, su un uomo trovato impiccato in circostanze sospette, su una questione di eredità che era ancora tutta un mistero, eppure io e Arsène eravamo distesi nell’erba, titubanti e confusi. Almeno, io lo ero.

– Non credo che sia una buona idea, Arsène… – dissi, prima di baciarlo.

O forse fu lui a baciare me. Ancora oggi, dopo tanto tempo, non saprei dirlo con precisione.

L’irruenza della nostra giovinezza fece durare a lungo quel bacio in riva al Clyde. Credo poi di poter incolpare il destino - che in ogni romanzo è da sempre avverso alle questioni di cuore - per come ci fornì, all’istante, il modo di interromperci mentre rotolavamo giocosamente nell’erba. Arsène smise improvvisamente di tenermi stretta a sé e iniziò a tastare in un punto in cui l’erba era più alta. Poi, in modo del tutto inaspettato, imprecò.

– Cosa succede? – gli domandai, con il viso in fiamme e le caviglie ghiacciate.

– Altro che rimproveri… è stata una mossa geniale! – mi disse lui, infilando la mano tra le canne.

L’attimo successivo stringeva un attizzatoio da camino, uno di quei lunghi attrezzi di ferro battuto che si utilizzano per ravvivare le braci. Era sporco di fango e, in punta, incrostato di qualcosa di molto più terribile del fango.

– Accidenti, sì – annuii, mettendomi in ginocchio. – È quello che credo?

– Potrebbe… – commentò Arsène, facendo attenzione a non toccarlo troppo. Si sfilò la giacca e ce lo avvolse. – Ma conviene che ce lo dica il nostro amico poliziotto.

Fissai l’attizzatoio fino a quando non scomparve tra le pieghe della giacca di Arsène, e solo allora cominciai a battere i denti, senza riuscire a controllarmi.

Ogni cosa cominciava a prendere forma nella mia mente. Subito dopo il litigio, Baumann era stato colpito a morte, proprio lì, o almeno tramortito. E poi trascinato fino alla sua barca, al porto, e issato sul pennone, dove…

– No… – mormorai, cercando di smettere di battere i denti. – Tutto questo è orribile.

– Lo è – disse Arsène. – Ma il nostro uomo ha le ore contate, a questo punto.

– Quell’aggeggio arriva dal castello? – chiesi, indicando il fagotto che Arsène stringeva sotto il braccio.

– Ci potremmo scommettere – rispose Arsène. E intanto già guardava l’ombra del maniero, al di là del bosco. – Ma ci mettiamo poco a controllare.

Lo afferrai per un braccio.

– Forse non è prudente tornare – dissi.

– Ci sono tuo padre e il signor Nelson. E scommetto che Bryson non impiegherà molto tempo, prima di decidere di interrogare la famiglia McSweeney. E quando lo farà…

Tak tak tak, facevano i miei denti.

– Tu stai gelando – mi disse Arsène.

Era così. Mi ero inzuppata fino ai fianchi per spingere la canoa a riva, e sembrava che quell’acqua gelida mi fosse entrata nelle ossa. E dire che sentivo il resto del corpo caldo come non mai.

– La testa… – dissi, quando sentii arrivare le prime pulsazioni.

Il dolore mi esplose con un colpo improvviso, e mi accasciai tra le braccia di Arsène.

– Scotti! – esclamò lui. – Irene, hai la febbre!

– N-no… – balbettai, tremando. – È che sono successe troppe cose e troppo velocemente. Ho un problema con la schiena, per questo devo fare sport. L’ha detto il dottor Marqueson. Sono stata troppo a lungo nell’acqua fredda. E poi tu mi hai baciata, manigoldo, ladro, truffatore di fiducia che non sei altro. Mi hai baciata nell’erba e io…

Le parole mi uscivano dalle labbra a fiotti, calde di febbre e senza alcuna parvenza di logica.

– Sì… mi sono presa un accidente… – dissi infine, fissando Lupin con un’aria da bambina imbronciata. – E mai come ora ho avuto tanto bisogno di una coperta!

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