John Douglas
Con Mark Olshaker
Mindhunter
Traduzione di
Barbara Piccoli
Proprietà letteraria riservata
© 1995 by Mindhunters. Inc.
Published by arrangement with Scribner.
a Division of Simon & Schuster Inc., New York
© 1996 R.C.S. Libri & Grandi Opere S.p.A., Milano
ISBN 88-17-84482-9
Titolo originale dell’opera:
MINDHUNTER
Prima edizione: settembre 1996
Mindhunter
Agli uomini e alle donne delle Unità
di scienza comportamentale e investigativa di supporto,
Quantico, Virginia, passati e presenti,
compagni di esplorazione e di viaggio.
«Fatti orribili accadranno,
ma la terra intera li occulterà
agli occhi degli uomini.»
WILLIAM SHAKESPEARE, Amleto
NOTA DELL’AUTORE
Questo libro è il risultato di uno sforzo collettivo e non sarebbe stato possibile realizzarlo senza le grandi capacità e la dedizione di tutti i membri della squadra. Primi fra tutti la nostra editor, Lisa Drew, e la nostra coordinatrice progetti ed «executive producer» (nonché moglie di Mark), Carolyn Olshaker. Fin dall’inizio hanno aderito entrambe alla nostra ottica, fornendoci appoggio, sicurezza, amore, consigli. La nostra profonda gratitudine e ammirazione va in eguale misura ad Ann Hennigan, abilissima ricercatrice; a Marysue Rucci, la capace, infaticabile e sempre incoraggiante assistente di Lisa; al nostro agente, Jay Acton, il primo a riconoscere il potenziale del nostro progetto e ad aiutarci ad attuarlo.
Un ringraziamento speciale al padre di John, Jack Douglas, per i suoi ricordi e per la cura con cui ha documentato la carriera del figlio, semplificando al massimo l’organizzazione; e al padre di Mark, Bennett Olshaker, medico, per l’aiuto fornitoci in settori quali la medicina legale, la psichiatria e la giurisprudenza. Siamo fortunati ad avere famiglie che ci accompagnano sempre con amore e generosità.
Infine, vogliamo esprimere il nostro apprezzamento, la nostra ammirazione e la nostra più sentita gratitudine a tutti i colleghi di John presso l’Accademia dell’FBI di Quantico. È stato il loro contributo a rendere possibile la cronistoria degli avvenimenti descritti, e questo è il motivo per cui il libro è dedicato a loro.
JOHN DOUGLAS e MARK OLSHAKER
Luglio 1995
PROLOGO
Devo essere all’inferno.
Non c’erano altre spiegazioni possibili, dato che ero nudo e legato. Una lama mi lacerava le membra causandomi un dolore intollerabile. Non c’era orifizio del mio corpo che non fosse stato violato. In gola mi era stato cacciato qualcosa che mi soffocava e mi provocava conati di vomito. Oggetti appuntiti mi erano stati infilati nel pene e nel retto e la sensazione era che mi stessero squartando. Ero madido di sudore. Poi finalmente capii che cosa stava accadendo: mi torturavano a morte tutti gli assassini, gli stupratori e i molestatori di bambini che avevo mandato in carcere. Adesso ero io la vittima e non avevo modo di reagire.
Sapevo come lavorava quella gente, l’avevo visto tante volte. A spingerli era il desiderio di manipolare e dominare. Volevano essere loro a decidere se la vittima doveva vivere o morire, e quale morte infliggergli. Mi avrebbero tenuto in vita finché il mio corpo avrebbe retto, rianimandomi ogni volta che perdevo conoscenza e provocandomi tutto il dolore possibile. Alcuni di loro potevano andare avanti per giorni e giorni.
Volevano dimostrarmi che avevano il controllo, che ero completamente in loro potere. Più urlavo e supplicavo, più si rinfocolavano le loro oscure fantasie. E come si sarebbero sentiti soddisfatti, se li avessi scongiurati di risparmiarmi o fossi regredito al punto di invocare la mamma!
Era la mia ricompensa per i sei anni dedicati a cacciare gli individui più abietti della terra.
Il cuore mi batteva all’impazzata. Sentii una fitta terribile quando spinsero più a fondo il bastoncino conficcato nel mio pene. Tutto il mio corpo si dibatteva nell’agonia.
“Ti prego, Signore, se sono ancora vivo fammi morire in fretta. Se sono morto, strappami a queste torture infernali.”
Poi vidi la luce intensa, bianca, che, lo sapevo, a volte appare a chi è in punto di morte. Mi aspettavo di vedere Cristo, o magari gli angeli o il demonio… anche di questo avevo sentito parlare. Ma tutto ciò che vidi fu una luce bianca e brillante.
Udii una voce, però… una voce suadente, rassicurante, il suono più tranquillizzante che avessi mai sentito.
«Non preoccuparti, John. Stiamo facendo tutto il possibile.»
È l’ultima cosa che ricordo.
«Mi sente, John? Non deve preoccuparsi. È in ospedale. Sta molto male, ma stiamo facendo del nostro meglio.» Furono queste le esatte parole dell’infermiera. Non sapeva se fossi in grado o meno di sentirla, e ripetè quella frase più volte. Benché al momento lo ignorassi, ero ricoverato nel reparto di terapia intensiva dello Swedish Hospital di Seattle, in coma. Avevo braccia e gambe legate, il corpo trafitto da tubicini, cannule e sonde. Si dubitava che sarei sopravvissuto. Erano i primi di dicembre 1983, e io avevo trentotto anni.
Tutto era cominciato tre settimane prima, all’altro capo del Paese. Ero a New York, per parlare dell’elaborazione profili delle personalità criminali davanti a un pubblico di trecentocinquanta persone circa: membri del dipartimento di polizia newyorkese, della stradale, nonché dei dipartimenti di polizia delle contee di Nassau e Suffolk, Long Island. Avevo tenuto quel discorso centinaia di volte e ormai lo facevo in modo del tutto automatico.
D’un tratto la mia mente cominciò a vagare. Stavo ancora parlando, ma ero ricoperto di sudore freddo e mi accorsi di stare ripetendo a me stesso: “Come diavolo farò a occuparmi di tutti questi casi?”. Avevo appena collaborato al caso Wayne Williams, l’assassino di bambini, ad Atlanta, e a quello degli omicidi della «calibro.22» a Buffalo. Ero stato chiamato a San Francisco per occuparmi del «killer dei sentieri». Ero in contatto con Scotland Yard nell’ambito delle indagini sullo «stupratore dello Yorkshire». Ero spesso in Alaska, dove lavoravo al caso di Robert Hansen, un fornaio di Anchorage che sequestrava prostitute in località remote e le uccideva. A Hartford, nel Connecticut, c’era un maniaco che dava fuoco alle sinagoghe. E di lì a due settimane sarei dovuto volare a Seattle per offrire la mia consulenza alla task force di Green River, dove andava prendendo forma quella che prometteva di essere una delle più lunghe serie di omicidi della storia americana. Il serial killer uccideva soprattutto prostitute e transessuali che operavano nel corridoio Seattle-Tacoma.
In quegli ultimi sei anni avevo messo a punto un nuovo approccio all’analisi del crimine e a differenza dei miei colleghi, quasi tutti istruttori, ero l’unico membro dell’Unità di scienza comportamentale a lavorare a tempo pieno a quei casi… circa centocinquanta, e senza alcun aiuto. Per quasi metà dell’anno facevo la spola tra il mio ufficio e l’Accademia dell’FBI di Quantico, Virginia. Ero costantemente tenuto sotto pressione dai dipartimenti di polizia, a loro volta sollecitati dalle comunità e dai famigliari delle vittime, per i quali ho sempre provato grande comprensione. Mi sforzavo di stabilire delle priorità, ma ogni giorno arrivavano nuove richieste. I miei colleghi di Quantico dicevano che ero come una puttana: non sapevo dire di no. Insomma, continuai a parlare di tipologie criminali, ma la mia mente si ostinava a tornare a Seattle. Sapevo che non tutti i componenti della task force avrebbero reagito positivamente alla mia presenza. Come accadeva ogni volta che venivo chiamato a fornire un servizio che gran parte dei poliziotti e anche molti funzionari del Bureau consideravano ancora sospettosamente vicino alla stregoneria, avrei dovuto sudare per ingraziarmeli. Dimostrarmi persuasivo senza cadere nella presunzione o nella vanità. Spiegargli che ritenevo validissimo il loro lavoro e al tempo stesso persuadere gli scettici che l’FBI era davvero in grado di aiutarli. Ma l’aspetto più ostico, più lontano dalla figura tradizionale dell’agente dell’FBI, addestrato a trattare solo con «i fatti», era la necessità di basarmi su «opinioni». Un mio errore sarebbe bastato a imprimere alle indagini una direzione sbagliata, provocando altre morti. E questo avrebbe significato la fine del nuovo programma di elaborazione profili e analisi del crimine, che lottavo per far decollare.
Poi c’erano i viaggi. Ero stato più volte in Alaska, attraversando zone isolate e sopportando attraccaggi pericolosi vicino all’acqua e nel buio, ma dopo un abboccamento con la polizia locale ecco che dovevo precipitarmi nuovamente a Seattle.
L’attacco di panico durò forse un minuto, durante il quale continuai a ripetermi “coraggio, Douglas, datti una regolata”. E ci riuscii. Nessuno, credo, si accorse di nulla, ma non potei liberarmi dalla sensazione che qualcosa di terribile stesse per piombarmi addosso.
Fu questo presentimento a far sì che, di ritorno a Quantico, mi precipitassi all’ufficio del personale per sottoscrivere un’ulteriore polizza assicurativa vita e invalidità. Non so dire con esattezza perché lo feci, se non che ero sotto l’influenza di un’oscura quanto intensa sensazione di catastrofe. Ero fisicamente esausto, lavoravo troppo e, con ogni probabilità, bevevo più di quanto avrei dovuto per reagire allo stress. Soffrivo di insonnia e, quando finalmente mi addormentavo, spesso venivo destato da una chiamata urgente. Non solo: una volta tornato a letto, mi sforzavo di sognare dei casi di cui mi occupavo nella speranza di avere qualche illuminazione. In retrospettiva, non è difficile prevedere a cosa mi avrebbe portato un simile ritmo di vita, ma allora sembrava che non ci fosse modo di evitarlo.
Poco prima di recarmi all’aeroporto, decisi d’impulso di fermarmi alla scuola elementare dove mia moglie Pam lavorava come insegnante di sostegno, per informarla della nuova polizza che avevo stipulato.
«Perché me ne parli?» volle sapere lei, preoccupata. Avvertivo una terribile nevralgia e Pam mi disse che avevo gli occhi iniettati di sangue e un’espressione strana.
«Volevo semplicemente informartene prima di partire» replicai. A quel tempo le nostre due figlie erano ancora piccole: Erika aveva otto anni e Lauren appena tre.
Mi accompagnarono a Seattle due nuovi agenti speciali, Blaine Mcllwain e Ron Walker. Arrivammo in nottata e prendemmo alloggio all’Hilton, in centro. Disfacendo i bagagli, mi accorsi di avere una sola scarpa nera. L’indomani mattina avrei dovuto tenere una presentazione presso il dipartimento di polizia della contea di King e l’idea di farlo senza scarpe nere mi sembrò improvvisamente inconcepibile. Ho sempre curato il mio abbigliamento, e a causa della stanchezza e dello stress quel pensiero finì per diventare un’ossessione. Infine uscii e girovagai per il centro in cerca di un negozio di calzature aperto, e quando tornai in albergo, ancora più stanco di prima, avevo con me un paio di dignitose scarpe nere.
La mattina seguente, un mercoledì, tenni la mia presentazione davanti al corpo di polizia e a una squadra che comprendeva, il rappresentante di Port of Seattle e due psicologi locali invitati a collaborare alle indagini. Esisteva la possibilità che non ci fosse un unico assassino, e mi sforzai soprattutto di chiarire che in simili casi lo sviluppo di un profilo non era poi così importante, perché sarebbero state moltissime le persone corrispondenti alla descrizione.
Molto più importanti, spiegai, erano l’opera di prevenzione e l’utilizzo della polizia e dei media per cercare di attirare in trappola il colpevole. Per esempio, le autorità avrebbero potuto organizzare una serie di incontri pubblici per «discutere» dei delitti. Ero infatti ragionevolmente certo che l’assassino avrebbe partecipato a uno o più dibattiti. Pensavo inoltre che ciò avrebbe contribuito a capire se vi fossero più persone coinvolte. Inoltre, la polizia avrebbe potuto annunciare alla stampa l’esistenza di un testimone oculare. Questo, ritenevo, avrebbe indotto il killer ad adottare una sua personale strategia preventiva e a uscire allo scoperto per chiarire la ragione, del tutto innocente, della sua presenza sul luogo del delitto. Di una cosa soltanto ero sicuro: chiunque ci fosse dietro quei delitti, non aveva alcuna intenzione di smettere.
Fornii quindi alcuni consigli sui metodi di interrogatorio dei potenziali sospetti… quelli prodotti dall’indagine così come la triste schiera di soggetti disturbati che spuntano come funghi nei casi di grande risonanza. La giornata fu dedicata ai sopralluoghi sui teatri dei delitti, e a sera ero sfinito.
Mentre bevevamo qualcosa al bar, dissi ai miei due compagni di non sentirmi bene. Avevo ancora mal di testa e, poiché temevo di stare covando un’influenza, chiesi loro di sostituirmi il giorno dopo. Pensando che una giornata a letto mi avrebbe rimesso in sesto, quella sera misi il cartello «Non Disturbare» alla porta e ai miei colleghi diedi appuntamento per il venerdì mattina.
Di quello che accadde dopo ricordo ben poco, oltre al fatto che mi sentivo malissimo mentre mi spogliavo. L’indomani Blaine e Ron mi lasciarono tranquillo, ma non vedendomi a colazione il venerdì mattina cominciarono a preoccuparsi. Mi telefonarono in camera e, non ricevendo risposta, vennero a bussare alla mia porta.
Nulla. Allarmati, si fecero consegnare una copia della chiave, solo per scoprire che era bloccata dall’interno. Ma avevano sentito i miei gemiti e non esitarono ad abbatterla. Io giacevo a terra nel punto in cui ero caduto mentre, apparentemente, cercavo di raggiungere il telefono. Il lato sinistro del mio corpo era scosso dalle convulsioni e Blaine disse che bruciavo.
L’hotel si mise in contatto con lo Swedish Hospital che mandò subito un’ambulanza. Avevo quarantuno di febbre e duecentoventi pulsazioni al minuto, il lato sinistro del corpo paralizzato e durante il tragitto in ambulanza ebbi continui attacchi. Nella cartella medica, i miei occhi vennero definiti «da bambola»… sbarrati e fissi.
In ospedale, mi fecero impacchi di ghiaccio e mi somministrarono calmanti in dosi che, disse il medico, sarebbero state sufficienti ad addormentare tutta Seattle.
Disse anche che con ogni probabilità sarei morto. Dagli esami risultavano una lesione e un’emorragia nel lato destro del cervello.
«In termini più semplici» aggiunse «gli si è fritto il cervello.»
Era il due dicembre 1983. La mia nuova polizza assicurativa era valida dal giorno prima.
Il capo della mia unità, Roger Depue, andò di persona a informare Pam, che si precipitò a Seattle accompagnata da mio padre Jack. Le bambine furono affidate a mia madre. Due agenti operativi dell’FBI di Seattle, Rick Mathers e John Biner, andarono a prenderli all’aeroporto per condurli direttamente in ospedale. Fu allora che capirono la gravità della situazione. I medici cercarono di preparare Pam all’eventualità della mia morte e le dissero che, se anche fossi sopravvissuto, probabilmente sarei rimasto cieco e paralizzato. Il primo sacerdote fatto venire da mia moglie, che è cattolica, rifiutò di impartirmi l’estrema unzione perché ero di religione presbiteriana. Ron e Blaine ne trovarono un altro che sembrava immune da simili pregiudizi e a lui chiesero di pregare per me.