Cohen si è beccato da trenta a quaranta proiettili e, benché respiri ancora all’arrivo dell’ambulanza, muore durante il tragitto.
L’agente Carr è miracolosamente sopravvissuto grazie all’impermeabile che indossava, che ha attutito il colpo. Da allora lo indossa spesso e ne è molto orgoglioso.
Del Campo e io formavamo una squadra straordinaria, a dispetto degli accessi di ilarità che a volte ci coglievano e che eravamo incapaci di controllare. Un giorno, siamo in un locale gay in cerca di informazioni su un omosessuale ricercato per omicidio. È quasi buio, e i nostri occhi impiegano qualche istante ad abituarsi alla penombra. Accorgendoci che tutti ci guardano, cominciamo a chiederci quale dei due sia la preda ambita. E a quel punto vediamo il cartello appeso sopra il banco: È bello trovare un autentico duro. Impossibile trattenersi; scoppiamo a ridere come due idioti.
Riuscivamo sempre a cogliere l’aspetto umoristico di una situazione, e benché ciò possa apparire una manifestazione di insensibilità, in realtà la nostra era una capacità preziosa. Quando si passa il proprio tempo a visitare luoghi di delitti, a parlare con le vittime e i loro famigliari, a guardare ciò che certi esseri umani sono capaci di fare ai loro simili, è importante saper ridere delle sciocchezze. Altrimenti, si rischia di impazzire.
A differenza di molti colleghi, e pur essendo un buon tiratore, non sono mai stato un fanatico delle armi. Pensai tuttavia che sarebbe stato interessante far parte per qualche tempo di una squadra speciale. Ogni ufficio operativo ne aveva una, il cui intervento veniva sollecitato solo in casi particolari. Io ero il cecchino, vale a dire il tiratore scelto, ed ero l’unico a non aver prestato servizio nei corpi speciali, come ad esempio i Berretti Verdi. In seguito il capo della squadra, David Kohl, diventò vicedirettore a Quantico, e fu lui a offrirmi il comando dell’Unità investigativa di supporto.
C’era stato un inseguimento e quando il nostro uomo, un rapinatore di banche, si barrica in un magazzino, la polizia chiede il nostro intervento. Intanto, il malvivente si è spogliato completamente, e quindi si è rivestito. Si direbbe matto come un cavallo. Chiede di far venire la moglie e la polizia lo accontenta. Col tempo, una maggiore conoscenza delle tipologie criminali ci permetterà di capire che fu un errore. Di norma, non è bene acconsentire a simili richieste perché quasi sempre la persona che il soggetto chiede di vedere è proprio quella che, a suo avviso, ha contribuito a far precipitare la situazione, e la sua presenza sul posto può perfino dare vita a uno scenario di omicidio-suicidio.
Fortunatamente, in questo caso la donna non viene fatta entrare nel magazzino e si limita a parlare per telefono con il marito che, dopo aver riattaccato, si fa saltare le cervella con un colpo di pistola.
Dopo un’attesa lunga e logorante, una manciata di secondi è bastata per mettere fine a tutto. In tali circostanze, capita spesso che la tensione sfoci in battute certamente discutibili. «Perché diavolo l’avrà fatto?» osserva uno di noi. «Douglas è un tiratore coi fiocchi. Poteva pensarci lui.»
Rimasi a Milwaukee per poco più di cinque anni, durante i quali mi occupai soprattutto di rapine in banca, meritandomi parecchi encomi. Scoprii che lavoravo meglio quando riuscivo a individuare una «firma» che collegasse vari reati, e più tardi proprio la «firma» doveva diventare la pietra miliare del nostro studio sui serial killer.
L’unico fallimento degno di nota in cui incorsi in quel periodo si verificò dopo che Jerry Hogan era subentrato a Herb Hoxie nel ruolo di agente speciale incaricato. Uno dei pochi benefit previsti dall’incarico era l’assegnazione di un’automobile del Bureau, e Hogan era orgogliosissimo della sua, una Ford verde smeraldo. Un giorno avevo bisogno di un mezzo per un’indagine, e non essendocene di disponibili, chiesi al vice agente Arthur Fulton di utilizzare quello di Hogan, assente per un convegno. Lui acconsentì, anche se con riluttanza.
Al suo ritorno, Jerry mi chiamò nel suo ufficio e mi accusò non solo di aver usato e sporcato la sua auto, ma soprattutto di averla restituita con una gomma a terra. Io non me ne ero neppure accorto! Ora Jerry e io siamo ottimi amici, e quando lui comincia a sbraitare, io reagisco invariabilmente mettendomi a ridere. Ma in quell’occasione non avrei dovuto farlo.
Quello stesso giorno, il mio supervisore di squadra, Ray Byrne, mi dice: «Sai, Jerry ti apprezza molto, ma pensa che hai bisogno di una lezione. Ti occuperai della Riserva Indiana».
Erano i giorni dell’incidente di Wounded Knee e del risveglio delle coscienze in merito ai diritti degli indiani d’America, e nelle riserve l’FBI era odiato non meno che nei ghetti di Detroit. Gli indiani erano trattati in modo vergognoso dal governo e, quando arrivai a Menominee, Green Bay, rimasi attonito davanti alla povertà e allo squallore in cui quella gente era costretta a vivere. Erano stati spogliati della loro cultura e delle loro tradizioni, e a causa delle deplorevoli condizioni di vita, dell’indifferenza, nonché dell’ostilità governativa, nelle riserve erano numerosissimi i casi di alcolismo, di violenza su donne e bambini e di omicidio. Era quindi comprensibile che quei poveretti non nutrissero alcuna fiducia nelle autorità, e che a un agente federale fosse quasi impossibile ottenerne la collaborazione. I rappresentanti del locale Bureau of Indian Affairs non facevano gran che, e nel timore di passare per collaborazionisti, perfino i famigliari delle vittime si rifiutavano di aiutarci. Passai più di un mese alla riserva, e in quel breve arco di tempo indagai su almeno sei omicidi. Vi si respirava un’atmosfera desolante, e benché la sera fossi libero di tornarmene a casa, finii per sprofondare nella depressione. Ma per quanto tetro, il periodo che trascorsi a Menominee doveva rivelarsi in seguito un’esperienza preziosissima.
L’evento più felice del mio soggiorno a Milwaukee fu la nascita della nostra prima figlia, Erika, nel novembre del 1975. Stavamo festeggiando il giorno del Ringraziamento nel locale country club con alcuni amici, quando Pam entrò in travaglio. Erika nacque il giorno dopo.
Io allora dedicavo gran parte del mio tempo alle rapine e allo studio, e toccò a Pam addossarsi la maggior parte delle nuove responsabilità. Nondimeno, io ero consapevole dei miei compiti e adoravo osservare mia figlia crescere. Fu una fortuna, credo, che all’epoca non mi occupassi ancora di sequestri e omicidi di minori. In caso contrario, non so se mi sarei calato con tanta disinvoltura nel ruolo di padre. Ma quando nacque Lauren, nel 1980, ne avevo già visti parecchi.
La paternità mi incentivò a dare il meglio di me. Quello che stavo facendo non era ciò che desideravo fare per il resto della mia vita, ma Jerry Hogan mi consigliò di lavorare sul campo per almeno dieci anni, prima di candidarmi ad altre mansioni. In questo modo, avrei acquisito l’esperienza necessaria per aspirare a ruoli di maggiore responsabilità e, forse, approdare in ultimo alla sede centrale. Ma ora che avevo una figlia, la vita errabonda dell’agente operativo non mi sembrava più così allettante.
Col passare del tempo, cominciarono a delinearsi altre prospettive. L’appartenenza a una squadra speciale aveva perso per me gran parte del suo fascino e l’interesse per la psicologia – a quel punto avevo conseguito il master – mi aveva convinto che l’aspetto più interessante del nostro lavoro fosse quello della prevenzione. Hogan mi raccomandò per un corso di due settimane sulle procedure relative ai sequestri di persona presso l’Accademia di Quantico, operativa da un paio d’anni soltanto. Lì, sotto la guida di agenti del calibro di Howard Teten e Pat Mullany, ebbi il mio primo autentico contatto con la scienza comportamentale, e la mia vita cambiò.
5
SCIENZA COMPORTAMENTALE O SC?
Molte cose erano mutate a Quantico. Nella primavera del ‘75, l’Accademia era divenuta una struttura autonoma e occupava parte di una base dei marines nella dolce campagna della Virginia, a circa un’ora di viaggio a sud di Washington.
Alcune cose, tuttavia, non erano cambiate affatto. Le unità più prestigiose erano ancora quelle tattiche, e fra queste brillava la stella dell’Unità armi da fuoco.
La guidava George Zeiss, l’agente speciale che fu incaricato di riportare dall’Inghilterra James Earl Ray, l’assassino di Martin Luther King. Zeiss era un uomo enorme che si divertiva a spezzare le manette con le mani nude. Una volta, gliene dettero un paio con la catena saldata: si fratturò i polsi e dovette restare ingessato per settimane.
Le procedure da seguire nei casi di sequestro erano illustrate dall’Unità di scienza comportamentale, costituita da sette-nove istruttori. Psicologia e discipline affini non erano tenute in gran conto da Hoover e dai suoi, e fino alla sua morte occuparono una posizione del tutto secondaria.
Di fatto, la maggior parte dei membri dell’FBI, nonché delle strutture analoghe di tutto il mondo, consideravano la psicologia e la scienza comportamentale applicate alla criminologia come idiozie di nessuna utilità. Benché io l’abbia sempre pensata diversamente, devo riconoscere che molto di quanto veniva insegnato al riguardo aveva poco a che fare con la comprensione e la cattura dei criminali e, un paio di anni dopo, parecchi di noi si impegnarono a modificare tale situazione. Quando divenni capo del settore operativo dell’Unità di scienza comportamentale, la ribattezzai Unità investigativa di supporto, e a chi me ne chiedeva il motivo rispondevo in tutta franchezza che volevo eliminare la SC dal nostro ambito di lavoro.
All’epoca guidata da Jack Pfaff, la USC era dominata da due grandi personalità: Howard Teten e Patrick Mullany. Alto più di un metro e novanta, con occhi penetranti dietro gli occhiali dalla montatura di metallo, Teten era un contemplativo, l’intellettuale per eccellenza. Entrò nel Bureau nel 1962, dopo aver prestato servizio presso il dipartimento di polizia di San Leandro, California. Nel 1969 divenne responsabile di un corso di fondamentale importanza, denominato Criminologia applicata, in seguito (sospetto dopo la morte di Hoover) ribattezzato Psicologia criminale applicata. Nel 1972, Teten andò a New York per consultare il dottor James Brussel, lo psichiatra che aveva risolto il caso del «bombarolo pazzo», e che acconsentì a insegnargli la tecnica di elaborazione profili da lui messa a punto.
Il passo avanti compiuto da Teten sta nella valutazione della scena del delitto come fonte di informazioni sul comportamento e le motivazioni del criminale. Per certi versi, è su questa premessa che si basò tutto il lavoro successivo nel campo della scienza comportamentale e dell’analisi investigativa del crimine.
Scaltro e grassottello, Pat Mullany mi ha sempre ricordato uno gnomo. Laureato in psicologia, arrivò a Quantico nel 1972 dall’ufficio operativo di New York. Successivamente si sarebbe distinto per aver gestito con grande perizia casi di sequestri di enorme risonanza: a Washington DC, quando i musulmani Hanafì occuparono la sede del B’nai B’rith, e a Warrensville Heights, Ohio, dove Cory Moore, un nero veterano del Vietnam, sequestrò in un comando di polizia un capitano e la sua segretaria. Teten e Mullany sono una coppia indimenticabile, l’avanguardia della scienza comportamentale moderna.
Fra gli altri istruttori, c’erano Dick Ault e Robert Ressler, a cui spetta il merito di avere perfezionato la scienza comportamentale fino a renderla uno strumento prezioso per la polizia degli Stati Uniti e di tutto il mondo. Parecchio tempo dopo, Ressler e io lavorammo insieme allo studio sui serial killer che doveva portare all’attuale impostazione del nostro lavoro.
Eravamo una cinquantina a seguire il corso, a volte più divertente che informativo, ma che rappresentò tuttavia un cambiamento gradito rispetto al lavoro sul campo. In aula, esaminammo le tre tipologie del sequestratore: il criminale professionista, il malato di mente e il fanatico. Inoltre, studiammo alcuni dei fenomeni più significativi emersi nel corso di svariati sequestri, come ad esempio la Sindrome di Stoccolma.
Nel 1973, una rapina fallita a un istituto di credito di Stoccolma si trasformò in un dramma che vide coinvolti membri del personale e clienti, i quali finirono tutti per identificarsi nei loro catturatori e aiutarli contro la polizia.
Guardammo il film di Sidney Lumet, Quel pomeriggio di un giorno da cani, in cui Al Pacino rapina una banca per finanziare l’intervento che permetterà al suo amante di cambiare sesso. Il film si basa su un avvenimento realmente accaduto a New York City, e fu a causa di esso che l’FBI invitò il capitano Frank Bolz e l’agente investigativo Harvey Schlossberg della polizia di New York a venire in Accademia per insegnare ai suoi membri come accelerare le trattative previste nei casi di sequestro.
Trattative di cui approfondimmo gli elementi base. Alcuni, come per esempio la necessità di ridurre al minimo le perdite umane, erano più che ovvi. Avevamo a disposizione filmati di eventi realmente accaduti, ma soltanto con la successiva generazione di istruttori gli studenti sarebbero stati coinvolti in vere e proprie esercitazioni di ruolo. Inoltre, buona parte del materiale affidatoci proveniva dai corsi di psicologia criminale e non era per nulla adeguato. Molto tempo veniva anche dedicato alle esercitazioni con le armi da fuoco, attività che a Quantico andava ancora per la maggiore.
Ma molto di quello che in seguito avremmo a nostra volta insegnato non lo apprendemmo in aula, bensì sul campo. Come ho già detto, uno dei casi che contribuì a creare la reputazione di Pat Mullany fu quello di Cory Moore. Fra le varie condizioni poste dal sequestratore, diagnosticato come schizofrenico paranoico, c’era che tutti i bianchi lasciassero immediatamente la Terra.
Ora, è chiaro che i negoziatori tendono a disattendere alle richieste ogni volta che possono, ma alcune sarebbero comunque impossibili da esaudire, e fra queste è certamente da annoverarsi quella avanzata da Cory Moore. Il caso ebbe una tale risonanza che l’allora presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter, si offrì di parlare personalmente con Moore. Le sue intenzioni erano certamente ottime, ma Mullany non ne fu affatto contento. Mettere il sequestratore nelle condizioni di dialogare con chi rappresenta il potere ad altissimi livelli significa incoraggiare altri disperati a emularne le gesta, e al contempo riduce lo spazio di manovra dei tutori della legge. È importante che le trattative siano sempre condotte da intermediari, perché questo consente di guadagnare tempo e di evitare promesse che non si intendono mantenere. Quando invece il sequestratore entra direttamente in contatto con chi, a suo avviso, detiene il potere decisionale, gli altri si trovano con le mani legate, e a ignorare le sue richieste si rischia di far precipitare la situazione. Più a lungo si riesce a far parlare il sequestratore, meglio è.
Nei primi anni Ottanta io ero uno dei titolari del corso che si occupava appunto di queste trattative, e per qualche tempo utilizzammo un’inquietante videocassetta realizzata a St. Louis un paio di anni prima. Un giovane di colore tenta di rapinare un bar, fallisce e rimane intrappolato nel locale con parecchi ostaggi. La polizia circonda il luogo, e forma una squadra di uomini sia bianchi sia di colore per parlare con lui. Sfortunatamente, invece di trattare con il sequestratore su un piano oggettivo, gli agenti cominciano a prenderlo in giro tentano di mettersi al suo livello. Parlano in continuazione interrompendolo spesso, non ascoltano quanto lui ha da dire e neppure si sforzano di immaginare quali siano le sue autentiche aspettative.