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作者:意- John Douglas 当前章节:15397 字 更新时间:2026-6-22 23:22

A un certo punto la telecamera inquadra l’arrivo del capo della polizia… un’altra iniziativa da evitare. Infatti, se il sequestratore trova nella massima autorità il suo nuovo interlocutore, e questi ignora «ufficialmente» le sue richieste, è molto probabile che finisca per suicidarsi davanti a tutti.

Ben diverso fu il comportamento di Pat Mullany nel caso Moore. Moore era evidentemente pazzo e, altrettanto evidentemente, i bianchi non avrebbero mai lasciato il pianeta. Ma ascoltandolo con attenzione, Mullany fu in grado di capire ciò che l’uomo voleva realmente. Gli propose una conferenza stampa per dare voce alle proprie opinioni, e Moore rilasciò gli ostaggi senza torcere loro un capello.

Poco prima della fine del corso, Jack Pfaff, il capo dell’unità, mi chiamò per un colloquio. Attraente e affabile, Pfaff mi disse che gli istruttori Ressler, Mullany e Ault erano rimasti favorevolmente impressionati dal mio lavoro, e mi propose di tornare a Quantico come consulente per il programma dell’Accademia nazionale. Lusingato dall’offerta, risposi che ne sarei stato felicissimo.

Di ritorno a Milwaukee, pur riassumendo le mie precedenti mansioni, cominciai a passare molto tempo in giro per lo Stato a illustrare le tecniche antisequestro e antiestorsione a manager e uomini d’affari, nonché il modo di trattare con i rapinatori a funzionari di banca.

Mi sorprese l’ingenuità di cui questi importanti personaggi davano spesso prova quando era in gioco la loro sicurezza personale. Tenevano un comportamento che era un vero e proprio invito a farsi avanti per rapinatori ed estorsori potenziali. Insegnai a loro e ai loro collaboratori a valutare le telefonate e le richieste di informazioni, nonché a determinare l’autenticità delle richieste di estorsione. Non è insolito, per esempio, che un dirigente riceva una telefonata in cui lo si informa che la moglie e i figli sono stati presi in ostaggio: per la loro liberazione dovrà lasciare una certa somma di denaro in un determinato posto. In realtà, molto spesso nulla di tutto questo è avvenuto, e l’estorsore ha semplicemente saputo per caso che per qualche motivo i famigliari della vittima non sono reperibili. Se le sue informazioni sono valide, sarà perfettamente in grado di convincere l’atterrito interlocutore.

Riuscimmo inoltre a ridurre il numero delle rapine in banca persuadendo i funzionari ad adottare alcune semplici precauzioni. Molto spesso i rapinatori aspettano l’arrivo del dipendente incaricato dell’apertura, dopodiché sequestrano lui e i colleghi arrivati successivamente. Ci vuole quindi ben poco perché l’intera agenzia cada nelle loro mani e la polizia si trovi con un grosso problema da risolvere.

Convinsi alcune delle agenzie a elaborare un sistema in codice. Una volta verificato che tutto era in ordine, il dipendente con le chiavi compiva un gesto particolare… aggiustava una tenda, spostava una pianta e così via. Se ciò non avveniva, quelli arrivati dopo di lui non entravano e provvedevano invece ad avvertire la polizia.

Addestrammo i cassieri, che nelle banche sono l’elemento chiave per quanto riguarda la sicurezza, a individuare e gestire le situazioni di panico senza correre rischi inutili. Insegnai loro a lasciar cadere «nervosamente» a terra il biglietto passatogli dal rapinatore, invece di restituirlo, così da fornire alla polizia un importante elemento di prova. I miei studi mi avevano rivelato che ai rapinatori non piace agire prima di avere effettuato dei sopralluoghi, ed era quindi indispensabile che i dipendenti prendessero nota degli sconosciuti che entravano, magari per chiedere un’informazione di poco conto. La semplice trascrittura del numero di patente bastava spesso a risolvere con rapidità ed efficienza una successiva rapina.

Intanto, frequentavo anche agenti della omicidi e l’ufficio dell’anatomopatologo. Questi professionisti sanno bene che nei casi di omicidio la prova più importante è proprio il cadavere, e io volevo imparare da loro tutto il possibile. Tuttavia, benché amassi questo particolare aspetto del mio lavoro, a interessarmi di più era sempre l’elemento psicologico: qual è la molla che fa di un uomo un assassino, e che cosa determina le modalità dell’omicidio?

Nelle settimane trascorse a Quantico, mi ero imbattuto in una quantità di omicidi bizzarri, e uno dei più strani ebbe luogo a poco più di duecento chilometri da casa mia.

Negli anni Cinquanta, Edward Gein conduceva un’esistenza da recluso nella comunità rurale di Plainfield, Wisconsin… seicentoquarantadue anime in tutto. Aveva iniziato la sua carriera violando tombe, ed era particolarmente interessato all’epidermide del cadavere: dopo averla conciata, se la drappeggiava addosso o la utilizzava per vestire un manichino da sartoria e pezzi d’arredamento. A un certo punto prese in considerazione la possibilità di cambiare sesso, un intervento rivoluzionario se si considerano i tempi e il luogo… ma, vinto dalle difficoltà, decise di accontentarsi di un abito femminile realizzato con pelle di donna. Se il caso vi suona familiare, è perché ha ispirato il romanzo Psycho di Robert Bloch (destinato a diventare uno dei classici di Hitchcock) e II silenzio degli innocenti di Thomas Harris. Fu proprio a Quantico che Harris venne a sapere dell’esistenza di Edward Gein.

Gein sarebbe probabilmente rimasto nel suo lugubre anonimato se non avesse avvertito la necessità di «creare» altri cadaveri da scuoiare. Una escalation, questa, che riscontrammo in quasi tutti i casi esaminati nel corso della nostra ricerca sui serial killer. Gein venne accusato dell’omicidio di due donne di mezz’età, ma è probabile che le sue vittime siano di più. Nel gennaio del 1958 fu riconosciuto infermo di mente e trasferito nel Central State Hospital di Waupun, e quindi nel Mendota Mental Health Institute, dove morì. Fu sempre un prigioniero modello.

Evidentemente, casi come questo non sono frequenti, e l’interesse che provavo per Gein è del tutto comprensibile. Quando però mi rivolsi all’ufficio del procuratore generale, scoprii che la pratica era stata sigillata dopo la diagnosi di pazzia.

Grazie alla mia qualifica e alla natura professionale del mio interesse, fui tuttavia autorizzato a esaminarla, e certo non dimenticherò mai il materiale fotografico che conteneva: cadaveri femminili nudi e decapitati, appesi per i piedi con un sistema di funi e pulegge, sventrati dallo sterno alla vagina e senza più genitali. Altre foto raffiguravano le teste recise, con gli occhi aperti che fissavano il vuoto. Immagini terribili che mi spinsero a interrogarmi sulla personalità dell’autore di simili atrocità, e da allora non ho mai smesso di farlo.

Nel 1976, alla fine di settembre, lasciai Milwaukee per assolvere il mio temporaneo incarico di consulente in occasione della centosettesima sessione dell’Accademia nazionale di Quantico. Fu quella la prima delle mie molte assenze da casa, e temo che all’interno dell’FBI, dell’esercito e dei servizi esteri siano davvero tanti gli uomini che scaricano alla moglie tutto l’onere della gestione famigliare.

Il programma dell’Accademia nazionale è un corso di undici settimane destinato a rappresentanti della legge provenienti da tutto il mondo. In molti casi, gli studenti dell’Accademia vengono addestrati insieme con agenti dell’FBI, da cui si distinguono solo per il colore della camicia. Quella dei federali è blu, quella degli allievi rossa. Inoltre, questi ultimi sono di norma più anziani ed esperti. Per accedere al corso, è necessaria la raccomandazione del proprio ufficiale in comando, ma la parola finale spetta al personale di Quantico. Oltre all’aspetto esclusivamente didattico, il programma consente all’FBI di instaurare rapporti personali con i membri dei vari dipartimenti di polizia, creando sodalizi che si sono spesso rivelati preziosi. L’allora responsabile del programma era Jim Cotter, una vera e propria istituzione all’interno del Bureau, e amatissimo dalla polizia.

Nella mia qualità di consulente, ero responsabile della sezione B, composta da cinquanta uomini. Benché i direttori succeduti a Hoover – Patrick Gray e Clarence Kelley – si fossero adoperati per ampliare le anguste strutture dell’agenzia, le donne non erano ancora ammesse all’Accademia. C’erano però studenti inglesi, canadesi ed egiziani. Il dormitorio era uno solo, e al consulente si chiedeva di essere un po’ tutto: istruttore, terapeuta, madre adottiva. Era il metodo scelto dal personale di scienza comportamentale per appurare la nostra capacità di interazione con gli elementi di polizia, di adattamento all’atmosfera di Quantico e allo stress.

E i motivi di stress non mancavano. Lontani dalle famiglie, costretti a convivere con sconosciuti e a svolgere attività fisiche trascurate per anni, gli allievi imparavano moltissimo, ma pagando un alto prezzo.

Si esigeva un pesante tributo anche dai consulenti. Ciascuno di noi affrontava a modo suo le difficoltà, e io ricorsi come sempre al senso dell’umorismo. C’era chi preferiva un approccio più severo, e allo scadere della terza settimana uno di questi ricevette dai suoi allievi un set di valigie… un modo come un altro per dirgli «va’ all’inferno».

Tra i consulenti c’era un agente speciale che chiamerò Fred. Il povero Fred non aveva mai avuto problemi di alcolismo, ma a Quantico cominciò a bere troppo. Ai consulenti spettava anche il compito di riconoscere eventuali segni di depressione nei propri studenti, ma fu proprio Fred a cominciare a isolarsi sempre più spesso nella sua stanza, dove beveva e fumava fino a perdere conoscenza. Quando si ha a che fare con poliziotti induriti dal lavoro di pattuglia, solo i più forti sopravvivono, e Fred era troppo sensibile, apprensivo e credulone per poter tenere testa ai suoi uomini.

Una delle regole più ferree concerneva la presenza di donne negli alloggi. Una sera, uno dei poliziotti va da Fred e gli dice che non ce la fa più. Il suo compagno di stanza si porta a letto una donna diversa ogni sera e lui non riesce a dormire. Fred va con lui e davanti alla porta della camera in questione vede una dozzina di uomini in attesa, con in mano il denaro. Entra, si butta sull’uomo che sta cavalcando una bionda dai capelli lunghi e lo allontana da lei; solo a questo punto si accorge che la donna è in realtà una bambola gonfiabile. Una settimana dopo, in piena notte, un altro agente si presenta da Fred: il suo compagno di stanza, Harry, si è appena buttato dalla finestra. Naturalmente Fred si precipita sul posto e vede Harry sdraiato sull’erba, immerso in una pozza di sangue. Corre giù e, quando si avvicina al cadavere, questo balza in piedi spaventandolo a morte. Il sangue era in realtà del ketchup trafugato dalla mensa. Al termine del corso, Fred perdeva i capelli, non si radeva più e camminava zoppicando. Il neurologo che lo visitò non trovò nulla che non andasse, ma un anno dopo, quando era di nuovo in servizio operativo, Fred venne congedato per motivi di salute. Ne fui dispiaciuto per lui, ma sotto questo aspetto i poliziotti sono simili ai criminali: devono dimostrare di essere dei duri.

A dispetto del mio senso dell’umorismo, neppure io venivo risparmiato, ma quelli di cui ero vittima fortunatamente erano perlopiù scherzi da caserma: il sacco nel letto o una pellicola trasparente tesa sul WC.

Ci fu tuttavia un momento in cui temetti di impazzire. Spasimavo dalla voglia di andarmene per un po’ e, da quei buoni poliziotti che erano, i miei studenti lo capirono all’istante. Issarono la mia MGB verde su dei blocchi di cemento, sollevandola quanto bastava perché le gomme non toccassero terra. Io salgo, accendo il motore e ingrano la marcia; perché diavolo non si muove? Scendo maledicendo l’industria automobilistica inglese, alzo il cofano, prendo a calci le ruote, mi chino a guardare sotto l’auto. E di colpo il parcheggio si illumina a giorno: i ragazzi sono tutti lì, a bordo delle loro auto, con i fari accesi. E poiché sostengono di trovarmi simpatico, alla fine sono così gentili da rimettere l’MGB a terra.

Anche per gli studenti stranieri la vita era dura. Ricordo in particolare un colonnello egiziano a cui capitò di chiedere a un poliziotto di Detroit il significato della parola fuck («fottuto»). L’agente glielo spiegò con estrema accuratezza, sostenendo che si trattava di un termine utilizzabile in molti diversi contesti e quasi sempre in modo appropriato. Tra le altre cose, dichiarò, significava «bello» e «di classe».

Ed ecco il nostro colonnello che va allo spaccio e col dito puntato ruggisce: «Voglio comprare quella fottuta macchina fotografica».

«Mi scusi?» fa sbigottita la giovane commessa.

«Voglio comprare quella fottuta macchina fotografica!»

Ci fu poi il funzionario della polizia giapponese che chiese a un collega quale fosse la formula di saluto più appropriata per esternare la propria stima. Da allora, ogni volta che ci incontravamo in corridoio, si inchinava e sorridendo mi diceva: «‘Fanculo, signor Douglas». Per non complicare la situazione, io sorridevo a mia volta rispondendo: «‘Fanculo anche lei».

Di solito, gli studenti giapponesi arrivavano in coppia: uno era il superiore, e l’altro gli faceva da attendente, ossia gli puliva le scarpe, gli rifaceva il letto e gli teneva in ordine la stanza. In un’occasione, alcuni studenti si rivolsero a Jim Cotter per lamentarsi del fatto che il superiore si allenava nelle arti marziali picchiando senza pietà il subordinato. Cotter lo prese da parte per spiegargli che all’Accademia tutti gli studenti erano uguali, e che certi comportamenti non potevano essere tollerati. È solo un esempio per dimostrare quali e quante fossero le barriere culturali da superare.

Alla fine di dicembre, sia l’Unità di scienza comportamentale sia quella di cultura generale mi offrirono un incarico, ma benché il capo di quest’ultima si fosse offerto di pagarmi altri corsi di specializzazione, io optai per la scienza comportamentale.

Tornai a Milwaukee una settimana prima di Natale, ed ero talmente sicuro di trasferirmi a Quantico che comperai cinque acri di terra nelle immediate vicinanze dell’Accademia. Nel gennaio del 1977, il Bureau annunciò uno studio sul rendimento degli effettivi, durante il quale i trasferimenti sarebbero stati sospesi. Sfumò cosi il mio nuovo lavoro, e per pagare il terreno in Virginia dovetti chiedere un prestito a mio padre. A quel punto non avevo idea di quale sarebbe stato il mio futuro nell’FBI.

Parecchie settimane dopo, mentre stavo lavorando a un caso con l’agente Henry McCaslin, una telefonata del quartier generale mi avverti che in giugno sarei stato trasferito a Quantico, presso l’Unità di scienza comportamentale.

A trentadue anni, avrei preso il posto di Pat Mullany, distaccato presso l’ufficio ispettivo della sede centrale. Era un’opportunità che accolsi con gioia, benché mi preoccupasse un po’. Se gli allievi non esitavano ad accanirsi sui consulenti, come avrebbero reagito a un istruttore che cercava di insegnargli il mestiere? Insomma, se volevo insegnare qualcosa di valido a capi della polizia di quindici o vent’anni più anziani di me, avrei dovuto prepararmi al meglio. Fu questa consapevolezza ad accompagnarmi nella fase successiva del mio viaggio professionale.

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