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DALLA TEORIA ALLA PRATICA
Quando nel giugno del 1977 entrai a far parte dell’Unità di scienza comportamentale, questa era formata da nove agenti speciali, quasi tutti incaricati dell’insegnamento. Il corso più importante era quello di Psicologia criminale applicata. Istituito da Howard Teten nel 1972, si imperniava su uno degli elementi più importanti per la soluzione di un crimine: il movente. L’idea informatrice era di fornire agli studenti gli strumenti per comprendere perché i criminali violenti pensano e agiscono come fanno. Per quanto utile e popolare fosse questo corso, esso si basava principalmente sulla ricerca e sull’insegnamento della psicologia come disciplina accademica. Parte del materiale era frutto dell’esperienza diretta di Teten e di altri istruttori, ma all’epoca solo gli accademici avevano compiuto in proposito studi approfonditi. E tra di noi andava diffondendosi l’opinione che simili studi, nonché la prospettiva professionale che da essi scaturiva, avessero un’applicabilità limitata nel nostro ambito lavorativo.
Fra gli altri corsi offerti dall’Accademia figuravano i seguenti: Problemi della polizia, che trattava questioni relative ai sindacati e alle relazioni interne; Sociologia e psicologia, del tutto simile ai corsi propedeutici universitari; Crimini sessuali, spesso più divertente che utile. Erano gli insegnanti a stabilire il tono di queste lezioni. Uno di loro utilizzava un bambolotto che rappresentava l’esibizionista tipico. Bastava premere sulla testa perché l’impermeabile si aprisse rivelando il pene eretto. Il materiale di studio comprendeva inoltre centinaia di fotografie raffiguranti individui che esibivano le perversioni più svariate: travestitismo, feticismo, esibizionismo e così via. Non era raro che l’aula scoppiasse a ridere quando si parlava di voyeurismo o travestitismo, ma se la stessa reazione si verificava di fronte a esempi estremi di sadomasochismo o pedofilia, ebbene, allora c’era qualcosa che non andava nell’allievo, o nell’istruttore, o in entrambi. Furono necessari molti anni e un arduo lavoro di sensibilizzazione prima che Roy Hazelwood e Ken Lanning attribuissero connotazioni di serietà e professionalità ad argomenti quali lo stupro e la violenza sessuale sui minori. Hazelwood è in pensione e Lanning ci andrà presto, ma entrambi rimangono i maggiori esperti nel loro campo.
In quel periodo gli esperti non attribuivano particolare importanza all’elaborazione del profilo psicologico del criminale esaminato. Anzi, la definizione «scienza comportamentale» veniva considerata un ossimoro e i suoi fautori paragonati ai sostenitori della stregoneria o dei sensitivi. Chiunque la «bazzicasse» era tenuto a farlo in modo informale, senza registrazioni scritte, e così facevano anche Teten e Mullany. La prima regola era sempre la stessa: Non mettere il Bureau in imbarazzo. Teten forniva consulenze informali ai funzionari di polizia che le richiedevano, ma non esisteva alcun programma organizzato né la si riteneva una funzione di competenza dell’Unità di scienza comportamentale. Semplicemente, succedeva che un ex studente dell’Accademia nazionale telefonasse a Teten o a Mullany per parlargli di un caso particolarmente ostico.
Una di queste chiamate arrivò da un funzionario californiano, alle prese con il problema di una donna uccisa a coltellate. A parte l’efferatezza del crimine, non c’erano altri elementi salienti, né abbondavano gli indizi, ma dopo che il poliziotto ebbe esposto i pochi fatti a sua conoscenza, Teten gli consigliò di cercare un giovane sui vent’anni, poco attraente e di corporatura minuta. Abitava probabilmente nello stesso quartiere della vittima, e avendo ucciso spinto da un impulso momentaneo, ora era lacerato da feroci sensi di colpa e al tempo stesso temeva di venire scoperto. Quando l’avesse individuato, disse ancora Teten, avrebbe dovuto recarsi da lui e dirgli: «Lei sa perché sono qui». A quel punto non gli sarebbe stato difficile ottenere una confessione.
Due giorni dopo il poliziotto richiamò. Aveva visitato tutte le case del quartiere, e in una di esse si era imbattuto in un ragazzo che corrispondeva al profilo tracciato da Teten. Senza dargli neppure il tempo di recitare la sua battuta, questi era esploso in un: «D’accordo, mi ha trovato!».
Benché l’impresa di Teten sembrasse quasi magia, in realtà la sua elaborazione dei dati seguiva una logica precisa che nel corso degli anni rendemmo sempre più rigorosa, trasformandola in un utile strumento di lotta contro il crimine violento.
Quando arrivai a Quantico, Mullany stava per andarsene e Teten era ormai una sorta di guru. Di conseguenza, il compito di introdurmi in quella nuova realtà ricadde sui due istruttori che mi erano più vicini per età e grado di anzianità: Dick Ault e Bob Ressler, rispettivamente di sei e otto anni maggiori di me. Entrambi erano stati nella polizia militare prima di entrare nell’FBI. Il corso di Psicologia criminale applicata copriva quaranta delle ore di lezione previste dal programma dell’Accademia e lo strumento più efficace di inserimento era senz’altro «la scuola della strada», dove istruttori provenienti da Quantico tenevano corsi analoghi ma in forma concentrata a dipartimenti di polizia e accademie di tutto il Paese. Erano corsi molto popolari e il nostro intervento era spesso richiesto, soprattutto da capi della polizia e agenti anziani che avevano seguito il programma vero e proprio dell’Accademia. Affiancare un istruttore già esperto per due settimane era un metodo di apprendimento rapido ed efficiente, e io venni affiancato a Bob.
Lo schema era sempre lo stesso: si partiva la domenica, dal lunedì al mezzogiorno di venerdì si teneva il corso presso un dipartimento o un’accademia, e si utilizzava il fine settimana per gli spostamenti. Dopo un po’, si sviluppava il complesso del «Cavaliere solitario»… quello che arriva in città, dà una mano ai locali e poi riprende il suo cammino. Non mi sarebbe dispiaciuto lasciare come mio ricordo un proiettile d’argento.
Fin dall’inizio vissi con un certo disagio il fatto che buona parte di quello che si insegnava si basava su dei «sentito dire». La maggioranza degli istruttori, e io fra loro, non aveva alcuna esperienza diretta di molti dei casi trattati. Ci si limitava a fare resoconti che venivano via via modificati o arricchiti fino ad assomigliare ben poco all’episodio originale. Quando arrivai io, non era insolito che un istruttore fosse contraddetto da uno studente che al caso in esame aveva effettivamente lavorato. Per di più, non sempre l’istruttore aveva il buonsenso di riconoscere proprio errore; anzi, spesso si arroccava sulle sue posizioni ignorando l’evidenza. Un atteggiamento che certo non contribuiva ad accrescere negli allievi la fiducia nei loro insegnanti.
Io avevo anche un altro problema: a trentadue anni, dimostravo meno della mia età. Come garantirmi il rispetto di poliziotti di dieci o quindici anni più anziani di me? Gran parte delle mie esperienze in fatto di omicidi si erano svolte sotto l’ala protettrice di provetti agenti di Detroit e di Milwaukee, e ora avrei dovuto insegnare a uomini altrettanto competenti. Se non volevo perdere la faccia, mi dissi, avrei dovuto imparare in fretta. Ero ben deciso a non commettere errori. All’inizio di ogni lezione avrei chiesto ai miei allievi se qualcuno di loro vantasse una conoscenza diretta del caso che mi proponevo di trattare. In caso di risposta affermativa, avrei chiesto all’interessato di illustrarcelo. In questo modo, non avrei corso il rischio di vedermi contraddetto a ragione.
Ma anche da un novellino di trentadue anni, se ha insegnato a Quantico o si prepara a farlo, ci si aspetta che parli con l’autorità che gli proviene dall’Accademia e dalle sue impressionanti risorse. Gli agenti mi cercavano di continuo per chiedermi consiglio. «Ehi, John, ho un caso molto simile a quello di cui parlavi oggi. Tu che cosa ne pensi?» Non c’era modo di sfuggirli, e per evitare errori non avevo altra scelta che guadagnarmi un’autorevolezza che scaturisse non tanto dal Bureau, quanto dai miei meriti personali.
Arriva un momento – perlomeno arrivò per me – in cui ci si rende conto che ci sono dei limiti ai margaritas che si possono bere e al tempo che si può passare nella propria camera davanti alla televisione. Questo momento per me arrivò nel bar di un albergo californiano nei primi mesi del 1978. Bob Ressler e io avevamo tenuto un corso a Sacramento e il giorno dopo, mentre eravamo in viaggio, mi capitò di osservare che molti dei criminali di cui discutevamo erano ancora vivi, e che gran parte di loro avrebbe passato in carcere il resto della vita. E se fossimo andati da loro, per chiedergli il motivo delle loro azioni, e cercare di penetrarne il punto di vista? Era un tentativo, dissi, che valeva la pena di fare.
Già da tempo mi ero guadagnato la fama di superzelante, e quella proposta contribuì a rafforzarla agli occhi di Bob, che tuttavia si dichiarò d’accordo. Il suo motto è sempre stato: «Meglio chiedere perdono che permesso», e anche in quell’occasione si comportò di conseguenza. Sapevamo entrambi che se avessimo chiesto l’autorizzazione alla direzione centrale non l’avremmo ottenuta, e che anzi da quel momento saremmo stati guardati con sospetto. Non esiste un sistema burocratico in cui i superzelanti non vengano tenuti attentamente d’occhio.
Poiché la California aveva sempre sfornato un numero considerevole di crimini spettacolari o particolarmente eccentrici, ci sembrò una buona idea cominciare da lì. John Conway, un agente speciale in servizio presso l’ufficio di San Rafael, a nord di San Francisco, aveva ottime conoscenze nell’apparato giudiziario californiano, e acconsentì a farci da tramite. Era indispensabile avere qualcuno che si fidasse di noi e di cui ci fidassimo, perché se il nostro «progetto» fosse fallito, le conseguenze non sarebbero state di poco conto.
Il primo criminale di cui ci interessammo fu Ed Kemper, che all’epoca scontava la sua condanna a più di un ergastolo presso una struttura psichiatrica di Vacaville, nello Stato della California, più o meno a metà strada fra San Francisco e Sacramento. Avevamo trattato il suo caso all’Accademia, ma senza avere con lui alcun contatto diretto, e fu proprio questo a stimolare il nostro interesse.
Edmund Emil Kemper III era nato il 18 dicembre 1948 a Burbank, California. Aveva due sorelle più giovani, e i genitori si erano separati dopo anni di continui litigi. Quando cominciò a esibire comportamenti «strani», tra i quali lo smembramento dei due gatti di casa e l’espletamento di bizzarri rituali di morte con la sorella maggiore, Susan, la madre decise di affidarlo all’ex marito. Successivamente, quando fuggì per tornare da lei, Ed fu accolto dai nonni paterni che abitavano in una fattoria isolata. Qui visse solo e infelice, fino a un pomeriggio dell’agosto 1963, quando, quattordicenne, sparò con un fucile calibro.22 alla nonna Maude, e ne pugnalò ripetutamente il cadavere con un coltello da cucina. La nonna aveva insistito perché lui rimanesse ad aiutarla in casa, invece di raggiungere nei campi il nonno, a cui Ed era maggiormente legato. Sapendo che il nonno non avrebbe ritenuto accettabile il suo comportamento, l’adolescente ne attese il ritorno e dopo averlo ucciso ne lasciò il cadavere in cortile. Alle domande della polizia, rispose stringendosi nelle spalle: «Mi ero semplicemente chiesto che effetto avrebbe fatto sparare alla nonna».
L’apparente mancanza di ogni motivazione fece sì che Ed venisse diagnosticato come una «personalità disturbata del tipo passivo-aggressivo» e ricoverato presso l’ospedale psichiatrico di Stato di Atascadero. Venne dimesso nel 1969 nonostante il parere contrario degli psichiatri, e affidato alla madre, che dopo il fallimento del terzo matrimonio lavorava come segretaria presso l’Università della California, aperta di recente a Santa Cruz. A ventun anni, Ed era alto più di due metri e pesava circa centocinquanta chili.
Per due anni fece i lavori più strani e viaggiò in lungo e in largo raccogliendo giovani autostoppiste. Santa Cruz e i suoi dintorni sembravano attirare come una calamita le belle universitarie californiane, e nella sua adolescenza Kemper aveva perso molte occasioni. Fece domanda per entrare nella polizia stradale, e quando fu respinto riuscì a farsi assumere dal dipartimento autostrade.
Il 7 maggio 1972, caricò due universitarie di San Francisco, Mary Ann Pesce e Anita Luchessa. Le portò in una zona isolata, le pugnalò a morte entrambe e dopo averne trasportato i cadaveri a casa della madre e averli fotografati con una Polaroid, li sezionò per giocare con i vari organi. Infine ne mise le spoglie in sacchi di plastica che seppellì sulle montagne intorno a Santa Cruz, mentre le teste finirono nel profondo burrone che costeggiava la strada.
Il 14 settembre, Kemper diede un passaggio a una quindicenne di nome Aiko Koo. Dopo averla strangolata, ne violentò il cadavere e quindi lo portò a casa per sezionarlo. L’indomani mattina, mentre Ed era a colloquio con gli psichiatri incaricati di controllarlo periodicamente, la testa di Koo era nascosta nel bagagliaio della sua auto. La visita si svolse senza incidenti, e gli psichiatri, ormai convinti che il giovane non costituisse più un pericolo né per sé né per gli altri, chiesero al tribunale dei minori l’archiviazione della pratica. Per Kemper si trattò di un grosso successo, che ben esprimeva il suo disprezzo per il sistema, nonché la sua superiorità su di esso. I resti di Aiko furono sepolti nei pressi di Boulder Creek.
All’epoca dell’attività criminale di Kemper, Santa Cruz vantava il ben poco invidiabile titolo di capitale mondiale degli omicidi seriali. Herbert Mullin, uno schizofrenico paranoide bello e intelligente, stava uccidendo uomini e donne per ordine, sosteneva, di certe voci che lo esortavano a contribuire alla salvezza dell’ambiente. Un caso molto simile era quello del ventiquattrenne meccanico John Linley Frazier, che abitava da solo nei boschi circostanti la città e che aveva sterminato una famiglia di sei persone e dato fuoco alla loro casa come monito ai distruttori della natura. «Il materialismo deve morire o l’umanità fermarsi» c’era scritto nel biglietto che lasciò sul parabrezza della Rolls-Royce appartenuta alle sue vittime.
Il 9 gennaio 1973, Kemper rapì un’altra studentessa, Cindy Schall. Minacciandola con un fucile, la costrinse a entrare nel bagagliaio della sua auto e quindi le sparò. Seguendo uno schema ormai abituale, portò il cadavere a casa, lo violentò, lo sezionò nella vasca da bagno e quindi ne sparpagliò i resti, chiusi in sacchetti, a Carmel, sulla scogliera. Con un elemento nuovo: la testa della Schall venne sepolta nel cortile sul retro, con il viso rivolto verso l’alto e verso la camera da letto della madre di Kemper. Lei non aveva forse sempre voluto che la gente «alzasse gli occhi» per guardarla?
A Santa Cruz dilagava il panico. Le ragazze venivano invitate a non accettare passaggi da sconosciuti, e soprattutto da chi si trovava all’esterno dei confini, teoricamente sicuri, della comunità universitaria. Ma la signora Kemper lavorava per il college e sul parabrezza della macchina di Ed campeggiava un adesivo che ne testimoniava l’appartenenza a quel mondo.