Meno di un mese dopo, Kemper uccise Rosalind Thorpe e Alice Liu. I due cadaveri ricevettero lo stesso trattamento riservato ai precedenti e i corpi mutilati furono sepolti a Eden Canyon, vicino a San Francisco, dove vennero rinvenuti una settimana più tardi.
Ma ormai lo stesso Kemper era allarmato dalla rapida escalation della sua mania omicida. Prese perfino in considerazione l’idea di uccidere tutti gli abitanti dell’isolato, ma poi ebbe un’idea migliore… comprese, cioè, quale fosse sempre stato il suo autentico desiderio. Durante il fine settimana di Pasqua, Ed uccise la madre che dormiva, colpendola più volte con un martello. Quindi la decapitò e la violentò. Come tocco finale, le tagliò la laringe e la gettò nel tritarifiuti. «Mi sembrava la cosa più giusta» spiegò più tardi alla polizia. «Per farle pagare tutte le volte che se l’era presa con me, urlando e sbraitando.»
Ma quando premette il pulsante, il tritarifiuti si ingolfò e risputò l’organo sanguinante. «Perfino da morta, continuava a tormentarmi. Non riuscivo a farla tacere!»
Chiamò poi Sally Hallett, un’amica della madre, per invitarla a una cena «a sorpresa». Quando la donna arrivò, la strangolò, le tagliò la testa e, dopo averne adagiato il corpo sul proprio letto, andò a dormire in quello della madre. La domenica di Pasqua, si mise in macchina e cominciò a vagabondare senza meta verso est. Aveva la radio accesa, e si aspettava da un momento all’altro di sentire che era diventato una celebrità nazionale. Ma alla radio non dissero nulla.
Nei sobborghi di Pueblo, Colorado, ormai esausto e deluso per la mancata risonanza delle sue gesta, chiamò da una cabina telefonica il dipartimento di polizia di Santa Cruz e confessò ogni cosa. Poi rimase ad aspettare pazientemente che la polizia locale mandasse qualcuno a prelevarlo.
Kemper fu condannato per otto omicidi di primo grado, e quando gli venne chiesto quale punizione ritenesse adeguata alle proprie colpe, rispose: «La morte per tortura».
Benché John Conway avesse già parlato con le autorità del carcere, decisi che avremmo sollecitato l’intervista soltanto quando fossimo stati sul posto. Ovviamente, il detenuto avrebbe potuto rifiutarsi di collaborare. Nelle carceri i segreti non rimangono tali a lungo, e se fosse circolata la voce che uno dei prigionieri aveva rapporti con l’FBI i compagni l’avrebbero considerato un informatore, se non peggio. Invece, se fossimo arrivati senza farci annunciare, sarebbe parso evidente a tutti che nulla era stato concordato in precedenza. Rimasi piuttosto sorpreso quando Ed Kemper acconsentì subito a parlarci. Apparentemente, era un pezzo che nessuno lo interrogava sulle sue imprese ed era curioso di sapere a che cosa mirassimo.
Entrare in un carcere di massima sicurezza è un’esperienza raggelante anche per un agente federale esperto. Bisogna depositare le armi all’ingresso e quindi firmare una dichiarazione che esonera il sistema penitenziario da qualunque cosa possa capitare all’interno di quelle mura. È evidente l’enorme potere contrattuale che i detenuti acquisirebbero se dovessero prendere prigioniero un agente dell’FBI. Una volta sbrigate queste formalità, Bob Ressler, John Conway e io fummo introdotti in una stanza dove Kemper ci avrebbe raggiunti.
La prima cosa che mi colpì di lui furono le dimensioni. Sapevo già che proprio l’imponenza fìsica ne aveva fatto un emarginato a scuola e nel quartiere dove era cresciuto, ma mi parve incredibilmente enorme. Portava i capelli scuri piuttosto lunghi e i baffi, e indossava una felpa e una T-shirt bianca che metteva in risalto il ventre prominente.
Fu subito evidente che Kemper possedeva una notevole intelligenza. Il suo quoziente intellettivo era di centoquarantacinque, e nelle molte ore che trascorremmo con lui Bob e io provammo spesso la sensazione che fosse molto più brillante di noi. Aveva avuto tempo a sufficienza per riflettere sulla propria vita, e una volta appurato che conoscevamo a menadito il suo caso e che non gli sarebbe stato facile ingannarci, decise di parlarci con franchezza.
Nel suo atteggiamento non c’era nulla di arrogante, ma neppure segni di pentimento. Kemper era freddo, analitico, distaccato. Era difficile interromperlo con una domanda, e lo vidi commuoversi solo quando parlò del trattamento ricevuto dalla madre.
Avendo insegnato psicologia criminale applicata senza sapere se quanto insegnavo corrispondesse a verità, ero interessato a risolvere l’annoso quesito: criminali si nasce o si diventa? Ovviamente, una risposta definitiva non verrà mai data, ma l’incontro con Kemper sollevò alcune affascinanti questioni.
Non c’era da dubitare che il matrimonio dei suoi fosse stato un terribile errore. Sua madre, ci disse, lo aveva odiato proprio perché assomigliava all’ex marito. A dieci anni Ed era già gigantesco, e a quel punto Clarnell (così si chiamava la donna) aveva cominciato a temere che molestasse la sorella Susan. Per impedirlo, prese l’abitudine di chiuderlo ogni sera a chiave nello scantinato. Ed era terrorizzato da quelle lunghe notti solitarie, e fu allora che iniziò a nutrire risentimento verso le due donne. Più o meno nello stesso periodo, i genitori arrivarono alla separazione definitiva. A causa delle sue dimensioni, della timidezza e della mancanza di un modello famigliare in cui identificarsi, Ed era sempre stato un ragazzo chiuso e «diverso». Venire rinchiuso come un prigioniero nel seminterrato contribuì a farlo sentire colpevole e pericoloso senza che in realtà avesse fatto nulla di male, e a suscitare in lui propositi omicidi. Fu in seguito a quest’esperienza che uccise e mutilò i due gatti di casa, uno con un coltello a serramanico e l’altro con un machete. Successivamente, si sarebbe scoperto che le manifestazioni di crudeltà verso i piccoli animali durante l’età infantile costituivano la chiave di volta di quella che sarebbe divenuta nota come la «triade omicida», e che comprende l’enuresi notturna e la tendenza alla piromania.
L’aspetto più triste e paradossale era dato dalla popolarità di cui Clarnell godeva all’università, tra gli amministratori come tra gli studenti. Era infatti considerata una persona sensibile e affettuosa, la persona giusta, insomma, cui ricorrere quando si aveva un problema. E tuttavia, trattava il proprio figlio come se fosse un mostro.
Non riuscirai mai a portar fuori una di queste mie ragazze, era il messaggio che apparentemente gli trasmetteva. Sono tutte troppo per te. Ed decise di dimostrarle che era davvero così.
Va detto, comunque, che per certi versi la donna tentò di prendersi cura di lui. Quando, per esempio, manifestò il desiderio di entrare nella polizia stradale, si adoperò perché l’omicidio dei nonni non figurasse sulla sua fedina penale.
Il desiderio di lavorare con la polizia era un altro interessante dettaglio che avremmo riscontrato con frequenza nel corso dei nostri studi. La motivazione fondamentale degli stupratori e dei serial killer è il desiderio di dominio, manipolazione e controllo. Se si pensa che moltissimi di loro sono dei perdenti, persuasi di essere stati truffati dalla vita, e che moltissimi hanno subito violenze fisiche o psicologiche, non deve sorprendere che una delle loro principali fantasie sia proprio diventare agenti di polizia.
Il poliziotto incarna il potere e l’autorevolezza. Quando viene chiamato, è autorizzato a fare del male ai cattivi soggetti nell’interesse della comunità. Le nostre ricerche hanno dimostrato che, mentre sono pochi i poliziotti che si macchiano di crimini violenti, sono molti i criminali seriali che hanno cercato inutilmente di arruolarsi nella polizia prima di accontentarsi di lavori in qualche modo affini, come il vigilante o il guardiano notturno. In alcuni dei nostri profili, ci capitò di scrivere che il soggetto ricercato guidava probabilmente un’auto del tipo impiegato dalla polizia, e in certi casi capitò addirittura che utilizzasse una vecchia autopattuglia.
Ancora più comune è «l’entusiasta della polizia». Fra le altre cose, Ed Kemper ci disse di aver frequentato i bar e i ristoranti che erano abituali ritrovi degli agenti. Così facendo, si sentiva partecipe della loro vita e, quando ebbe cominciato a uccidere, poté reperire informazioni di prima mano sull’andamento delle indagini. Di fatto, quando Kemper telefonò alla polizia di Santa Cruz, ebbe le sue difficoltà a convincere gli agenti che proprio lui, il loro amico Ed, era l’assassino delle studentesse. Attualmente, non manchiamo mai di prendere in considerazione la possibilità che un soggetto tenti di intrufolarsi tra gli investigatori. Anni dopo, quando lavorava al caso Arthur Shawcross, il mio collega Gregg McCrary dichiarò del tutto correttamente che l’assassino era ben noto alla polizia, che ne frequentava i ritrovi e che dagli agenti ricavava informazioni importanti.
Ero molto interessato alla metodologia di Kemper; il fatto che, pur operando sempre nella stessa zona, fosse riuscito a farla franca così tante volte, significava che si era comportato nel modo «giusto», che aveva analizzato il proprio operato e perfezionato sempre di più la tecnica. Non si deve dimenticare che per buona parte di questi assassini la caccia e l’uccisione sono il centro stesso della vita, ci pensano di continuo. Ed Kemper aveva raggiunto un notevole grado di abilità: l’agente che lo aveva fermato a causa di un fanalino rotto (proprio mentre aveva due cadaveri nel bagagliaio!) lo lasciò andare con una semplice ammonizione, e in seguito ne ricordò soprattutto la gentilezza. Per Kemper, il rischio di venire scoperto costituiva un’ulteriore fonte di eccitamento. Con tono distaccato, ci disse che se l’agente avesse preteso di guardare nel bagagliaio lo avrebbe ucciso senza esitazioni. In un’altra occasione, gli riuscì di abbindolare un addetto alla sorveglianza dell’università pur avendo a bordo due donne in fin di vita. Le aveva avviluppate in alcune coperte e con molta calma e un certo imbarazzo spiegò che erano ubriache e che le stava accompagnando a casa. Questo, almeno, era vero. Ancora: un giorno fece salire in macchina un’autostoppista e il giovane figlioletto, con l’intenzione di ucciderli entrambi. Guardando nello specchietto retrovisore, tuttavia, si accorse che il compagno della donna aveva preso nota del suo numero di targa. Ragionevolmente, decise di recedere dai suoi propositi e accompagnò i suoi passeggeri a destinazione senza torcere loro un capello.
Brillante com’era, in carcere Kemper aveva sottoposto altri detenuti a test psicologici, e di conseguenza ne conosceva le parole chiave ed era in grado di analizzare un comportamento in modo analitico. Nei suoi delitti era sempre presente un elemento di sfida. Quando prendeva a bordo una ragazza graziosa, ci raccontò, le chiedeva dove fosse diretta e quindi controllava l’ora, come per stabilire se avesse abbastanza tempo. Sulla ragazza, questo atteggiamento esercitava un effetto sicuro: sentendo di avere davanti un uomo impegnato, con precise priorità, si sentiva a suo agio e accantonava ogni dubbio. Queste informazioni ci consentirono un’altra importante osservazione: gli atteggiamenti e gli indizi che abitualmente ognuno di noi utilizza per valutare gli altri ed esprimere giudizi, spesso non sono applicabili agli psicopatici. Fermarsi a caricare una graziosa autostoppista era l’assoluta priorità di Kemper, che aveva meditato a lungo sul modo di raggiungere l’obiettivo; in maniera ben più approfondita e ben più analitica di quanto avrebbe fatto qualsiasi giovane donna che l’avesse incontrato per caso.
Manipolazione. Dominio. Controllo. Sono queste le parole d’ordine dei serial killer. Tutto quello che fanno e pensano in proposito ha lo scopo di rendere soddisfacente un’esistenza altrimenti inadeguata. Forse, il fattore più importante nella formazione di uno stupratore o di un assassino seriale è la fantasia, e uso questo termine nel suo significato più ampio. Le fantasie sviluppate da Ed Kemper furono precoci, e ruotavano tutte intorno al rapporto sesso-morte. Quando giocava con la sorella, si faceva imbavagliare e legare a una sedia, come se si trovasse in una camera a gas. Nelle sue fantasie sessuali, la morte e lo smembramento della partner erano elementi costanti. Poiché si sentiva inadeguato, Kemper non viveva con tranquillità i rapporti con l’altro sesso; non credeva di poter piacere alle ragazze e aveva cercato di compensare tali deficienze con le fantasie. Voleva possedere nel modo più completo la sua partner immaginaria, il che, a conti fatti, significava impossessarsi della sua vita.
«Vive, erano lontane, distaccate» spiegò al processo. «Io cercavo di stabilire un rapporto con loro. Quando le uccidevo, pensavo soltanto che sarebbero diventate mie.»
In molti degli autori di omicidi a sfondo sessuale, il passaggio dalla fantasia alla realtà conosce più fasi ed è spesso incentivato dalla pornografia, da morbosi esperimenti sugli animali e dalla crudeltà verso i propri simili. Quest’ultima caratteristica è spesso vista dal soggetto come un «rendere la pariglia» a chi lo ha maltrattato. Kemper, per esempio, era stato tormentato e deriso dagli altri bambini per via del fisico e del carattere. Ci raccontò che prima di smembrare i due gatti di casa aveva rubato una delle bambole della sorella e le aveva tagliato la testa e le mani. Su un altro livello, la principale fantasia di Kemper era quella di liberarsi della madre dominatrice e violenta, e tutto il suo operato di assassino può essere letto in questo contesto. Non sto cercando di giustificarlo. Tutto quanto ho appreso e sperimentato mi dice che gli individui sono responsabili delle loro azioni. Eppure, a mio avviso Ed Kemper non era nato assassino. Avrebbe intrattenuto simili atroci fantasie se avesse avuto una vita famigliare più stabile, affettivamente più ricca? Impossibile saperlo. Ma avrebbe agito come ha fatto se non avesse nutrito una terribile collera verso la figura femminile dominante della sua vita? Io non lo credo… mi sembra evidente che l’escalation omicida di Kemper debba essere letta come un tentativo di farla pagare alla cara vecchia mamma. Compiuto l’atto supremo, il dramma giunge a compimento.
C’era un’altra caratteristica che in seguito riscontrammo con frequenza. Di rado il soggetto sfoga la propria rabbia sulla persona che ne è la causa. Benché ci avesse raccontato che era solito entrare nella camera della madre durante la notte armato di martello, fantasticando di schiacciarle il cranio, Kemper dovette uccidere sei volte prima di trovare il coraggio di farlo davvero. Di variazioni su questo tema ne abbiamo viste moltissime. La tendenza, per esempio, a prelevare dalla vittima un «trofeo», come un anello o una collana, per donarlo alla moglie o fidanzata, e benché proprio questa sia la fonte dell’ostilità o della collera. Nel vederla con indosso quel trofeo, l’assassino rivive l’eccitazione dell’omicidio e mentalmente riafferma la propria capacità di controllo e di dominio, consapevole che al posto della sfortunata vittima avrebbe potuto mettere la propria compagna.
Col tempo la nostra analisi ci ha permesso di distinguere le componenti di un delitto in elementi comportamentali prima e dopo la violenza. Poiché Kemper mutilava le sue vittime, inizialmente lo diagnosticammo un sadico sessuale. Ma la mutilazione era successiva alla morte, e non comportava quindi né sofferenze né punizione. Dopo averlo ascoltato a lungo, divenne evidente che lo smembramento aveva più una valenza feticista che sadica, e concerneva soprattutto il desiderio di possesso.