Ugualmente significativo era il modo in cui si liberava dei cadaveri. Le prime vittime erano state accuratamente sepolte lontano dalla casa materna, mentre le ultime, compresa la madre stessa e la sua amica, erano state lasciate praticamente allo scoperto. Questa scelta, associata all’abitudine di girovagare per la città con cadaveri o parti di essi in auto, era la sua maniera di beffarsi della comunità da cui si era sentito a suo tempo beffato e respinto.
Negli anni successivi avemmo molti colloqui con Kemper, tutti significativi e sempre più dettagliati. Impossibile dimenticare che quell’uomo aveva massacrato a sangue freddo giovani donne nel pieno della vita, ma non sarei onesto se non dicessi che Ed mi piaceva. Era affabile, aperto, sensibile, e aveva uno spiccato senso dell’umorismo. Può sembrare strano, considerato il contesto in cui operavamo, ma apprezzavo la sua compagnia. Non avrei voluto pensarlo libero per le strade, e nei momenti di lucidità non lo voleva neanche lui. Ma i sentimenti che nutrivo e ancora nutro per lui sottolineano un aspetto importante: molti di questi assassini sono individui affascinanti, conversatori disinvolti e piacevoli.
“Com’è possibile che quest’uomo si sia macchiato di crimini tanto orribili? Dev’esserci un errore, o forse c’erano circostanze attenuanti.” Ecco cosa ci si scopre a pensare quando si parla con uno di loro; diventa impossibile comprendere fino in fondo la portata dei loro delitti. Ed ecco perché tanto spesso psichiatri e magistrati vengono ingannati.
Se volete capire l’artista, guardatene l’opera. È quello che ripeto sempre ai miei collaboratori. Non si può capire e apprezzare Picasso senza studiarne i dipinti, e i serial killer pianificano il loro lavoro con la stessa accuratezza di un pittore. Per loro si tratta di «arte», e non smettono mai di ritoccare e perfezionare. Ecco perché la mia valutazione di individui come Ed Kemper è solo in parte il frutto di un’interazione personale. Il resto nasce dallo studio e dall’analisi del loro operato.
Le visite nelle carceri divennero una consuetudine. Ovunque mi trovassi, non trascuravo mai di localizzare le prigioni e i penitenziari della zona e di scoprire se ospitavano soggetti interessanti. Col tempo, affinammo la nostra tecnica. Di norma eravamo impegnati quattro giorni e mezzo alla settimana, e non era sempre possibile organizzare un colloquio alla sera o durante il fine settimana. Presto, però, scoprimmo che il distintivo dell’FBI ci garantiva quasi sempre l’accesso e un incontro con il direttore, e poiché quella si era rivelata la tattica migliore, presi l’abitudine di presentarmi senza preavviso. Col crescere del numero delle interviste, cresceva anche la mia sicurezza di docente. Avevo la sensazione di stare edificando una valida piattaforma di lavoro, senza più limitarmi a riciclare esperienze altrui.
Naturalmente, non tutti questi colloqui si rivelavano utili alla reale comprensione della psicologia criminale. Erano pochi gli assassini intelligenti come Kemper, e molto di quanto quegli uomini ci dicevano non era che la ripetizione di dichiarazioni già rese molte volte in precedenza. Si rendeva quindi necessario un grosso lavoro di interpretazione e decodificazione, tuttavia quegli incontri ci aiutavano sempre a conoscere i meccanismi di una mente criminale e a calarci nei panni del soggetto.
Nei primi mesi di questa nostra informale ricerca, riuscimmo a intervistare più di una mezza dozzina di killer o presunti tali. Fra questi, Arthur Bremmer (penitenziario di Baltimora), il presunto assassino di George Wallace; Sarah Jane Moore e Lynette «Squeaky» Fromme, che avevano tentato di uccidere il presidente Ford (Alderson, Virginia occidentale), e il guru della Fromme stessa, Charles Manson. Nel nostro settore, tutti erano interessati a Manson. Erano trascorsi dieci anni dagli efferati omicidi Tate e LaBianca, ma Manson restava il detenuto più celebre e temuto del mondo. Il suo caso veniva trattato regolarmente a Quantico ma, benché i fatti fossero chiari, sentivo che non sapevamo nulla dei suoi processi mentali. D’altro canto, chiunque dimostri tanta abilità nel manipolare gli altri, non può che essere un soggetto interessante. Bob Ressler e io lo incontrammo in una saletta del carcere di San Quentin.
La prima impressione che ebbi di lui fu diametralmente opposta a quella ricevuta da Ed Kemper. Manson aveva occhi da folle e un modo inquietante di muoversi. Era molto più piccolo e minuto di quanto avessi immaginato, e quasi non riuscivo a credere che un ometto così insignificante avesse esercitato un’influenza tanto profonda sulla sua famigerata «famiglia».
Tutto però divenne più chiaro quando lo vidi inerpicarsi sullo schienale della sedia collocata a capotavola, così da poterci guardare dall’alto. Avevo letto della sua abitudine di sedersi su un grosso macigno quando si rivolgeva ai discepoli. Manson ci fece capire fin dal primo momento che, a dispetto della risonanza internazionale del suo caso, non capiva perché dovesse stare in carcere. Non aveva ucciso nessuno, dopotutto, ed era incline a considerarsi un capro espiatorio della società… il simbolo innocente del lato oscuro dell’America. Pur sbiadita, la svastica che si era fatto tatuare sulla fronte durante il dibattimento era ancora visibile e si sapeva che, grazie alla collaborazione di terzi, aveva contatti con i seguaci rinchiusi in altre carceri.
Ma un tratto in comune con Ed Kemper, e con molti dei detenuti da me intervistati, Manson lo aveva: la sua infanzia e adolescenza erano state terribili.
Nato a Cincinnati nel 1934, Charles Milles Manson era il figlio illegittimo di una prostituta sedicenne di nome Kathleen Maddox. Il cognome Manson è da attribuirsi a una semplice congettura della madre. La giovane era spesso in prigione, e in quelle occasioni Charles veniva affidato a una zia molto religiosa e a uno zio sadico che lo chiamava femminuccia – il primo giorno di scuola lo vestì con abiti femminili – e lo sfidava a «comportarsi da uomo». A dieci anni, il piccolo Charles viveva tra la strada e il riformatorio.
La sua vita di giovane adulto fu un susseguirsi di rapine, truffe, sfruttamento, aggressioni, e di detenzioni in istituti carcerari sempre più duri. Era stato indagato dall’FBI perché sospettato di aver trasportato fuori dallo Stato alcune auto rubate. Nel 1967 venne rilasciato sulla parola, proprio in tempo per «l’estate dell’amore». Si trasferì nel distretto Haight-Ashbury di San Francisco, punto di riferimento della West Coast per figli dei fiori e sostenitori della formula «sesso, droga e rock-’n’- roll». Lì, divenne una sorta di guru carismatico per i ventenni emarginati e sbandati che gravitavano nella zona, e allora ebbe finalmente tutto il sesso e la droga che voleva. Intorno a lui si radunò una «famiglia» di tendenze nomadi costituita da elementi di entrambi i sessi, il cui numero arrivava a volte a cinquanta. Charlie predicava loro la sua visione della guerra razziale e dell’apocalisse imminenti, avvenimenti che avrebbero segnato il trionfo della Famiglia e il suo personale dominio. La sua Bibbia era la canzone Helter Skelter, tratta da White Album dei Beatles.
La notte del 9 agosto 1969, quattro membri della Famiglia Manson, guidati da Charles «Tex» Watson, fecero irruzione nella casa del regista Roman Polanski e di sua moglie, l’attrice Sharon Tate, al 10050 di Cielo Drive, a Beverly Hills. Polanski non c’era, ma la Tate e i suoi quattro ospiti, Abigail Folger, Jay Sebring, Voytek Frykowski e Steven Parent, furono massacrati nel corso di un’orgia. Slogan deliranti vennero scritti sulle pareti e sui corpi delle vittime con il loro stesso sangue. Sharon Tate era incinta di quasi nove mesi.
Due giorni dopo, su istigazione di Manson, sei membri della Famiglia uccisero e mutilarono l’uomo d’affari Leno LaBianca e sua moglie Rosemary nella loro abitazione di Silver Lake, a Los Angeles. Manson non prese parte al massacro, ma si unì ai suoi dopo che era stato consumato. L’arresto per prostituzione di Susan Atkins, che aveva partecipato a entrambe le stragi e a un incendio doloso in cui andò distrutto del materiale stradale, condusse gli investigatori alla Famiglia, e le indagini sfociarono nei processi più celebri che siano mai stati celebrati in California. Nel corso di due procedimenti separati, Manson e molti dei suoi seguaci furono condannati a morte per gli omicidi Tate e LaBianca, nonché per altri a cui si era arrivati successivamente. Fra questi, l’uccisione e la mutilazione di Donald «Shorty» Shea, stuntman e scagnozzo della Famiglia, sospettato di aver parlato con la polizia. Con l’abolizione della pena capitale, le condanne vennero tramutate in ergastoli.
Charles Manson non era il serial killer tipico. Anzi, non era neppure stato stabilito con sicurezza se avesse personalmente ucciso qualcuno. Ma il suo pessimo background era fuori discussione, e altrettanto lo erano gli orrori che i seguaci avevano commesso dietro sua istigazione e nel suo nome. Desideroso di capire le modalità che trasformano un uomo in un messia satanico, fui costretto ad ascoltare per ore il suo scadente filosofeggiare, ma col tempo cominciò a emergere un’immagine ben più interessante.
I veri obiettivi di Manson erano stati la celebrità e la ricchezza. Avrebbe voluto diventare il batterista di qualche famoso gruppo rock. Costretto per tutta la vita ad aguzzare l’ingegno, era divenuto abilissimo nel valutare e strumentalizzare gli altri.
Quando arrivò a San Francisco, si trovò di fronte orde di ragazzetti confusi, ingenui e pieni di idealismo, che guardavano con rispetto alle sue esperienze e alla sua apparente saggezza. Molti di loro, soprattutto le ragazze, vivevano rapporti conflittuali con il padre, e Manson fu abbastanza scaltro da individuare i soggetti più vulnerabili. Divenne per loro una figura paterna, che gli riempiva la vita col sesso e le illuminazioni della droga. Era impossibile stare nella stessa stanza con lui senza restare impressionati dai suoi occhi, profondi e penetranti, folli e ipnotici. Era un effetto di cui Manson era perfettamente consapevole. Da bambino lo avevano picchiato a sangue, ci disse, e aveva imparato a sopperire alla debolezza fisica con la forza della personalità. Il contenuto della sua predicazione era sensato: l’inquinamento sta distruggendo l’ambiente, i pregiudizi razziali sono ingiusti e distruttivi, l’amore è buono e l’odio è cattivo. Ma una volta attirati a sé quegli sbandati, Manson edificò un complesso sistema di inganni che gli garantì il pieno controllo sui loro corpi e sulle loro menti. Utilizzava la privazione del sonno, il sesso, il digiuno e le droghe per rafforzare la loro dipendenza. Tutto era bianco o nero, e solo Charlie conosceva la verità. Suonava la chitarra e ripeteva fino all’ossessione il suo semplice «mantra»: solo Charlie poteva redimere la società malata e corrotta.
In seguito, avremmo incontrato molte altre volte e in contesti altrettanto tragici le semplici dinamiche di leadership e autorità descritteci da Manson. Il potere che esercitava su individui deboli e la comprensione che aveva di loro sarebbero stati riproposti dal reverendo Jim Jones e dall’omicidio-suicidio di massa dei suoi seguaci in Guyana, e da David Koresh, nella comunità di Waco, Texas. E nonostante le palesi differenze fra questi tre uomini, le affinità che li accomunano sono sorprendenti. Ciò che apprendemmo da Manson e dai suoi seguaci ci aiutò a capire Koresh e le sue azioni.
In realtà, non era una visione messianica ad animare Manson, ma un semplice desiderio di dominio. La predicazione «Helter-Skelter» (caos, disordine) non era che un modo per mantenere il controllo sulle menti dei seguaci. Ma come lo stesso Manson arrivò a capire, se tale controllo non viene esercitato ventiquattr’ore su ventiquattro, si rischia di perderlo. Anche David Koresh lo capì, e rinchiuse i suoi devoti in una sorta di fortezza rurale dove era loro impossibile sfuggire alla sua influenza.
Dopo aver ascoltato Manson, arrivai alla conclusione che lui non volle né pianificò gli omicidi della Tate e dei suoi amici; di fatto, Manson perse il controllo della situazione e dei suoi discepoli. La scelta del luogo e delle vittime fu apparentemente arbitraria; una delle ragazze di Manson c’era stata, e aveva capito che lì girava parecchio denaro. Quanto a «Tex» Watson, l’affascinante studente «tutto americano», il suo intento era di dare la scalata alla gerarchia interna e sfidare l’autorità di Charlie. Come gli altri in preda agli effetti dell’LSD e fiducioso nel futuro propugnato dal leader, Watson fu il fautore e il primo responsabile della strage in casa Polanski.
Quando queste nullità gli riferirono ciò che avevano fatto, e annunciarono che il caos era cominciato, Manson si trovò nell’impossibilità di fare marcia indietro e spiegare che si erano spinti troppo oltre; la sua autorità ne sarebbe stata compromessa per sempre. Finse quindi di aver voluto la strage e li esortò a compierne un’altra in casa LaBianca. È significativo, tuttavia, che quando gli chiesi perché non avesse partecipato alla carneficina, lui rispondesse che era in libertà condizionata e non aveva voluto rischiare violando le regole.
È mia convinzione che, benché Manson fosse riuscito a piegare i seguaci alla sua volontà, in ultimo ne divenne la vittima.
Ogni due anni o giù di lì, Manson presenta istanza di libertà provvisoria, ma finora senza alcun esito. I suoi crimini hanno avuto troppa risonanza e sono stati troppo brutali perché la sua richiesta possa essere presa in considerazione. Neanche a me piacerebbe pensarlo libero. Ma se un giorno venisse rilasciato, non credo che costituirebbe una minaccia seria per la società. Penso piuttosto che se ne andrebbe nel deserto o, in alternativa, cercherebbe di monetizzare la sua celebrità. Dubito però che ucciderebbe, e la minaccia più grande non verrebbe da lui, ma dai perdenti e dagli sbandati che forse tornerebbero a gravitargli intorno per proclamarlo loro dio e loro capo.
Dopo una dozzina di interviste, divenne evidente che il lavoro cominciava a dare i suoi frutti. Per la prima volta, eravamo in grado di stabilire un nesso tra i processi mentali di un criminale e le prove da lui lasciate sulla scena del delitto.
Nel 1979 avevamo ricevuto una cinquantina di richieste di profili, ma l’anno successivo il numero era già raddoppiato e col tempo sarebbe cresciuto ancora. Avevo abbandonato quasi completamente l’insegnamento ed ero l’unico della nostra unità a svolgere quel lavoro a tempo pieno. Mi occupavo in pratica di tutti i casi di omicidio che ci venivano proposti, e quando Roy Hazelwood non ne aveva il tempo, anche degli stupri.
Quello che era nato come un servizio del tutto informale e privo di ufficialità, stava evolvendosi in una piccola istituzione. Assunsi la qualifica di responsabile del programma di analisi della personalità criminale, e avviai una collaborazione con gli uffici operativi per il coordinamento dei casi sottopostici dai vari dipartimenti di polizia.
Ogni nuovo incontro ampliava le nostre conoscenze, ma avvertivamo la necessità di organizzare la ricerca in una struttura sistematica e accessibile. Questo ci fu consentito da Roy Hazelwood, con cui stavo preparando un articolo sui delitti a sfondo sessuale per l’«FBI Law Enforcement Bulletin». Roy aveva svolto alcune ricerche in collaborazione con la dottoressa Ann Burgess, docente di assistenza psichiatrica presso la scuola per infermiere dell’Università della Pennsylvania, e corresponsabile della ricerca paramedica per il dipartimento sociosanitario di Boston. La Burgess era un’autrice prolifica e già nota come una delle principali autorità del Paese in fatto di violenze sessuali e relative conseguenze psicologiche.