饭饭TXT > 海外名作 > 《Mindhunter》作者:[意] John Douglas【完结】 > Mindhunter - John Douglas.txt

第 15 页

作者:意- John Douglas 当前章节:15465 字 更新时间:2026-6-22 23:22

Roy la portò da noi e le descrisse il nostro lavoro. Impressionata, Ann osservò che avevamo l’opportunità di svolgere una ricerca senza precedenti. Pensava che avremmo potuto contribuire alla comprensione del comportamento criminale così come il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders aveva contribuito alla comprensione della malattia mentale.

Decidemmo di collaborare e Ann riuscì a ottenere un finanziamento di quattrocentomila dollari dal National Institute of Justice, sponsorizzato dal governo. Quello che ci proponevamo era di intervistare in modo approfondito da trentasei a quaranta criminali in stato di detenzione, e utilizzando le informazioni in nostro possesso Ann mise a punto un questionario di cinquantasette pagine. Bob avrebbe amministrato il finanziamento e fatto da tramite con il National Institute, e noi due insieme avremmo svolto il lavoro all’interno delle carceri. Avremmo descritto la metodologia di ciascun delitto, studiato e documentato il comportamento prima e dopo il reato e Ann avrebbe elaborato i dati da pubblicare. Prevedevamo che il progetto ci avrebbe impegnato per tre o quattro anni.

L’analisi criminale-investigativa entrava nell’era moderna.

7

IL CUORE DELLA TENEBRA

Perché mai criminali in stato di detenzione dovrebbero collaborare con agenti federali? Era una domanda logica, e all’inizio del nostro progetto ce la ponemmo anche noi. Ma gran parte dei soggetti che avvicinammo nel corso degli anni accettarono di parlarci, e questo per una serie di ragioni.

Alcuni di loro provano un autentico rimorso e sperano, collaborando, di fare ammenda almeno parzialmente e al contempo di acquisire una maggiore comprensione di sé. Credo che Ed Kemper rientri in questa categoria. Altri sono ammiratori della polizia e dei tutori della legge in generale, e ne apprezzano la compagnia. Altri ancora sperano di trarre qualche beneficio dalla collaborazione con le autorità, benché noi non promettessimo mai nulla. Poi ci sono quelli che si sentono ignorati e dimenticati, e desiderano attenzione e la possibilità di scacciare la noia. Infine, c’è chi accoglie con gioia l’opportunità di rivivere nei particolari le sue fantasie omicide.

Ci interessava tutto quello che questi uomini avevano da dirci, ma la priorità spettava ad alcuni quesiti fondamentali che illustrammo in un articolo pubblicato nel settembre del 1980 sull’«FBI Law Enforcement Bulletin», in cui spiegavamo gli obiettivi del nostro studio.

Che cosa spinge un individuo a diventare un criminale sessuale e quali sono i primi segnali d’allarme?

Che cosa incoraggia o inibisce l’attuazione concreta del crimine?

Quali reazioni o strategie offrono garanzie di successo alla vittima prescelta, e con quale tipo di criminale sessuale?

Quali sono le implicazioni relative alla pericolosità del soggetto, alla prognosi e alle modalità di trattamento?

Perché il nostro studio risultasse utile, avremmo dovuto prepararci a fondo ed essere in grado di interpretare correttamente ogni dichiarazione dei soggetti esaminati. Se si è sufficientemente intelligenti, e molti di loro lo sono, non è difficile trovare un punto debole nel sistema e utilizzarlo a proprio vantaggio. Per loro stessa natura, i criminali seriali sono ottimi manipolatori. Se ravvisano qualche utilità nel comportarsi da instabili, saranno instabili. Se ritengono opportuno mostrarsi pentiti e in preda al rimorso, saranno pentiti e in preda al rimorso. Ma qualunque fosse la linea di condotta scelta, scoprii molte somiglianze fra di loro. Non avendo altro da fare, passavano molto tempo a pensare a loro stessi e a quello che avevano fatto, ed erano quindi in grado di riferirlo nei minimi dettagli. A noi spettava il compito di prepararci in modo adeguato, così da saper individuare menzogne e travisamenti.

Dopo alcune delle prime interviste, capitò effettivamente che ci chiedessimo: «È possibile che quest’uomo sia stato incastrato? In fondo, ha dimostrato di avere una risposta ragionevole a tutto. Chissà se hanno preso la persona giusta». E tornati a Quantico, ci precipitavamo a controllare il fascicolo o a contattare la giurisdizione di polizia competente per accertarci che non fosse stato commesso qualche terribile errore.

Cresciuto a Chicago, Bob Ressler era rimasto orripilato e al tempo stesso incuriosito dall’omicidio di Suzanne Degnan, una bambina di sei anni, rapita dalla sua abitazione e uccisa. Il cadavere era stato rinvenuto tagliato a pezzi nelle fogne di Evanston. Le indagini portarono all’arresto di un giovane, William Heirens, che confessò l’omicidio di Suzanne nonché quello di altre due donne. I delitti erano avvenuti nell’ambito di una serie di furti con scasso nel corso dei quali Heirens aveva perduto il controllo. A casa di Frances Brown, aveva usato il rossetto della vittima per scarabocchiare sulla parete:

per AMor di

Dio fERmatemi

prIma che uccida ancora

non posso controllarMi

Heirens attribuì gli omicidi a un certo George Murman (probabilmente l’abbreviazione di «murder man», assassino), quale, a suo dire, viveva dentro di lui. Bob sostiene che il caso Heirens fu uno dei motivi per cui scelse di lavorare nell’ambito della legge. Quando il Progetto di ricerca sulla personalità criminale venne avviato, Bob e io andammo a parlare con Heirens nel carcere di Joliet, Illinois. In prigione dal 1946, l’uomo era sempre stato un detenuto modello, il primo dello Stato a conseguire la laurea.

All’epoca del nostro incontro, Heirens negava ogni responsabilità, sostenendo di essere stato incastrato con false prove. Qualunque cosa gli chiedessimo, aveva sempre la risposta pronta: asseriva di avere un alibi e di non essersi mai neppure avvicinato ai luoghi dei delitti. Fu così convincente che, temendo di essermi imbattuto in un clamoroso errore giudiziario, di ritorno a Quantico consultai la documentazione relativa al suo caso. Oltre alla confessione e ad altre prove schiaccianti, vi trovai anche le sue impronte digitali rilevate sulla scena del delitto Degnan. Ciononostante, Heirens aveva dedicato talmente tanto tempo a elaborare risposte alternative, che se lo avessero sottoposto al test della macchina della verità lo avrebbe certamente superato senza alcuna difficoltà.

Richard Speck, condannato a più ergastoli per l’omicidio di otto allieve infermiere in un’abitazione di Chicago nel 1966, chiarì subito di non voler essere associato agli altri killer che stavamo studiando.

«Non voglio finire sulla vostra lista con loro» mi disse. «Quelli sono pazzi. Io non sono un serial killer.» Non si protestava innocente; semplicemente, voleva farci sapere che quella gente non gli piaceva.

Per un certo verso, Speck aveva ragione. Il serial killer uccide ripetutamente seguendo una cadenza ciclica o sperimentando momenti di pseudonormalità fra un omicidio e l’altro. Lui era piuttosto quello che io definisco un pluriomicida, ossia colui che uccide più volte ma in un unico contesto. Nel caso di Speck, tutto cominciò con una rapina che avrebbe dovuto garantirgli il denaro per lasciare la città. Quando la ventitreenne Corazon Amurao gli aprì la porta, lui la minacciò con una pistola e un coltello, dicendole che si sarebbe limitato a legare lei e le sue cinque compagne per rapinarle. Le chiuse tutte in una stanza e altrettanto fece con le tre che arrivarono nell’ora successiva. Quando le ebbe tutte in suo potere, Speck cambiò apparentemente idea, e mise in atto un dramma raccapricciante di sesso e violenza. Solo la Amurao, che si era raggomitolata in un angolo in preda al terrore, sopravvisse. Speck aveva perso il conto.

Dopo che se ne fu andato, la ragazza si precipitò sul balcone per chiamare aiuto. Raccontò alla polizia del tatuaggio con la scritta «nato per scatenare l’inferno» che il suo aggressore aveva sul braccio sinistro, e quando una settimana dopo Richard Franklin Speck si presentò in un ospedale cittadino in seguito a un tentato suicidio, quel tatuaggio lo tradì.

A causa della brutalità del suo crimine, Speck fu oggetto di ogni sorta di indagine negli ambienti medici e psichiatrici. Inizialmente, gli era stato diagnosticato uno squilibrio genetico, un cromosoma maschile (Y) in più, un’anomalia che si pensava provocasse comportamenti antisociali e aggressivi. Più di un secolo fa, i comportamentisti ricorrevano allo studio della forma del cranio per pronosticare temperamenti e capacità mentali. In tempi più recenti, si è pensato che un tracciato elcttroencefalografico che presentasse uno schema ricorrente di quattordici-e-sei-picchi fosse indice di una grave turba della personalità. La questione cromosomica è ancora dibattuta, ma rimane il fatto inequivocabile che moltissimi uomini presentano questa anomalia genetica senza peraltro palesare comportamenti particolarmente aggressivi o antisociali. A coronare il tutto, uno studio più dettagliato portò alla conclusione che il bagaglio genetico di Richard Speck era perfettamente normale: non aveva alcun cromosoma in più.

Speck, che è morto in carcere per un attacco cardiaco, non voleva parlarci. Il suo fu uno dei pochi casi in cui lo stesso direttore della prigione si dichiarò contrario a che il detenuto venisse avvertito in anticipo della nostra visita. E una volta lì, non potemmo che dichiararci d’accordo, perché sentivamo Speck gridare e imprecare nel recinto in cui era stato rinchiuso per consentirci di esaminare la sua cella. Il direttore voleva mostrarci le pubblicazioni pornografiche che Speck riceveva, e lui protestava furiosamente per quella violazione del suo spazio privato. I prigionieri odiano qualunque cosa assomigli a una perquisizione, dato che la loro cella è l’unico luogo in cui possono godere di una relativa intimità. Mentre percorrevamo i bracci del carcere, il direttore ci ammonì a non avvicinarci alle pareti, in modo da non essere colpiti dall’urina e dalle feci che gli altri detenuti avrebbero potuto scagliarci addosso.

Comprendendo che in quel modo non saremmo arrivati a nulla, gli sussurrai che ci saremmo limitati a percorrere il corridoio senza fermarci alla cella di Speck. Oggi che il regolamento relativo alle visite in carcere è cambiato, forse non saremmo riusciti a piombargli addosso in quel modo. Anzi, oggigiorno il nostro studio avrebbe incontrato difficoltà molto maggiori. A differenza di Kemper e Heirens, Speck non era esattamente un detenuto modello. Una volta, fabbricò una rozza distilleria in miniatura che nascose in fondo a un falso cassetto della scrivania del sorvegliante del braccio. Di alcol non ne produceva, ma l’odore bastò a far impazzire le guardie che la cercarono inutilmente. Un giorno, trovò e curò un passerotto che si era ferito entrando da una finestra coi vetri rotti. Prese l’abitudine di legarlo per la zampina con una cordicella e di farlo appollaiare sulla sua spalla. A un certo punto, però, una delle guardie gli fece notare che gli animali non erano ammessi.

«Non posso tenerlo?» replicò Speck in tono di sfida, e avvicinatosi a un ventilatore in funzione ricacciò dentro il passerotto.

«Credevo che quell’uccellino ti piacesse» balbettò l’agente orripilato.

«E così era» replicò l’altro. «Ma se io non posso averlo, non lo avrà nessuno.»

Ressler e io incontrammo Speck in una saletta dove si presentò in compagnia del suo consulente carcerario, una figura simile a quella del consulente professionale nelle scuole superiori. Come Manson, sedette in modo da poter guardarci dall’alto. Gli illustrai il nostro programma, ma lui si rifiutò di parlarci, accontentandosi di farfugliare qualcosa in merito a quel «fottuto FBI» che voleva cacciare il naso nella sua cella.

Un interrogatorio è un processo di seduzione; ciascuna delle parti cerca di sedurre l’altra e di convincerla a darle ciò che vuole. Per adottare un approccio valido, è necessario valutare il soggetto che si ha davanti. Insulti o giudizi morali non sortiscono alcun effetto; bisogna semplicemente individuare la corda giusta. Con alcuni, e Kemper è uno di questi, si può essere franchi ed espliciti, a condizione di far loro capire che si conoscono i fatti, e non riusciranno a imbrogliare. Con soggetti come Richard Speck, ho imparato ad adottare una tecnica più aggressiva.

Poiché continuava a ignorarci, mi rivolsi al suo accompagnatore, che era un tipo estroverso, socievole, abile nel disperdere l’ostilità… le stesse qualità necessarie a chi conduce le trattative nei casi di sequestro. Cominciai quindi a parlare di Speck come se lui non fosse presente.

«Lo sa cos’ha fatto il suo amico? Ha fatto fuori otto fighe. E alcune erano davvero notevoli. Ha liquidato otto bei culetti che ci avrebbero fatto un gran comodo. Le sembra giusto?»

Bob è sempre a disagio in queste situazioni. Detesta scendere al livello di un assassino, e farsi beffe della morte lo ripugna. Sono d’accordo con lui, naturalmente, ma ci sono situazioni in cui si deve farlo.

Il consulente mi rispose a tono, e la nostra schermaglia si protrasse per un po’. Il fatto che non eravamo due liceali nello spogliatoio della scuola, e che le morti di cui parlavamo erano autentiche, conferiva un che di grottesco all’intera scena.

Per un po’ Speck rimase ad ascoltarci, poi, scuotendo la testa e ridacchiando, disse: «Siete pazzi. Dev’essere ben sottile la linea che separa me da voi».

Allora mi rivolsi a lui: «Come diavolo hai fatto a scoparne otto in una volta sola? Cosa mangi a colazione?».

Speck ci guardò con l’aria di considerarci dei babbei creduloni. «Non le ho scopate tutte. Questa storia è stata gonfiata. Una soltanto.»

«Quella sul divano?»

«Già.»

Un dialogo certamente brutale e disgustoso, ma che comincia a suggerirmi qualcosa. Per quanto ostile e aggressivo, Speck non ha un’alta opinione della propria virilità. Sa di non poter controllare tutte le donne contemporaneamente, e inoltre è un opportunista. Dalle foto scattate sulla scena del delitto, sapevamo che la donna stuprata giaceva bocconi sul divano. Per lui, quindi, era già un corpo spersonalizzato, con cui non era necessario stabilire alcun rapporto. Speck non era un soggetto sofisticato o particolarmente organizzato, e con uomini del suo genere basta poco perché un reato relativamente semplice come la rapina degeneri in un massacro. Ammette di aver ucciso non in preda a una frenesia sessuale, ma perché in seguito le sue vittime non potessero riconoscerlo. Non ha idea di come gestire la situazione, e a mano a mano che le giovani allieve rientravano, non fa altro che cacciarle in questa o in quella stanza

Un altro aspetto interessante è che a suo dire la ferita per cui è andato in ospedale non è il prodotto di un tentato suicidio, ma di una rissa scoppiata in un bar. Senza necessariamente rendersene conto, ci fa capire che desidera apparirci come il macho «nato per scatenare l’inferno» e non come un patetico disadattato che nel suicidio aveva visto la sua unica via di scampo.

Ascoltandolo, analizzo le informazioni ricevute. Sono significative non soltanto riguardo a Speck, ma anche al genere di crimine che ha commesso. In altre parole, quando in futuro mi capiterà di trovarmi di fronte a scenari analoghi, mi sarà più facile comprendere i processi mentali del responsabile. E questo è, naturalmente, lo scopo principale del nostro programma.

目录
设置
设置
阅读主题
字体风格
雅黑 宋体 楷书 卡通
字体大小
适中 偏大 超大
保存设置
恢复默认
手机
手机阅读
扫码获取链接,使用浏览器打开
书架同步,随时随地,手机阅读
首 页 < 上一章 章节列表 下一章 > 尾 页