Durante l’elaborazione dei dati raccolti, cercai di liberarmi dal gergo accademico e psichiatrico a favore di un linguaggio più chiaro e accessibile ai tutori della legge. Per un agente investigativo, sapere che l’uomo che sta cercando è uno schizofrenico paranoide può essere stimolante sul piano intellettuale, ma non lo aiuterà a catturarlo. Una delle distinzioni che ci parve subito necessaria fu quella tra esecutore organizzato, disorganizzato, oppure con uno schema misto. Individui come Speck cominciavano a fornirci le prime informazioni relative al tipo disorganizzato.
Mi raccontò di aver avuto una vita difficile, e in effetti le domande sulla sua famiglia erano le uniche a cui reagisse in termini emotivi. A vent’anni, Speck aveva già collezionato quasi quaranta arresti ed era sposato con una quindicenne da cui ebbe un figlio. La lasciò cinque anni dopo, pieno di amarezza, e ci disse di non essersi mai deciso a ucciderla. Uccise però parecchie altre donne, fra cui una cameriera che aveva respinto le sue iniziative. Un paio di mesi prima della strage delle allieve infermiere, inoltre, aveva aggredito e rapinato una sessantacinquenne. La scelta di una vittima anziana sembrava indicare un uomo giovane, forse addirittura un adolescente, senza troppa esperienza né sicurezza. Ma Speck all’epoca aveva ventisei anni ed è un fatto che in simili personaggi a un’età più avanzata corrisponde un minor grado di sofisticatezza. Fu questa l’impressione che ebbi di lui: il suo livello comportamentale era inadeguato anche per un criminale, e paragonabile a quello della tarda adolescenza.
Come in altre carceri, anche a Joliet era in corso un esperimento teso a scoprire se i colori tenui diminuivano l’aggressività, e il direttore volle mostrarci uno dei risultati.
Ci condusse in una stanza proprio in fondo al braccio. «Si dice che il rosa attenui gli impulsi aggressivi nei criminali violenti. In una stanza come questa, di conseguenza, dovrebbero diventare calmi e passivi. Dia un’occhiata, Douglas, e mi dica quello che vede.»
«Mi sembra che di tinta sulle pareti ce ne sia ben poca» fu la mia osservazione.
«Proprio così. Vede, ai ragazzi questi colori non piacciono. Scrostano la vernice dal muro e la mangiano.»
Jerry Brudos era un feticista, e l’oggetto della sua deviazione erano le scarpe. Nulla di troppo preoccupante in questo, ma a causa di alcune circostanze sfavorevoli, tra cui una madre punitiva e dominante e le compulsioni del soggetto stesso, da bizzarro il fenomeno divenne letale.
Nato nel Sud Dakota nel 1939, Jerome Henry Brudos era cresciuto in California. Aveva cinque anni quando trovò in una discarica un paio di lucide scarpe a tacco alto. Le portò a casa per provarle, ma la madre, inferocita, gli intimò di liberarsene. Sebbene il bambino le avesse nascoste, lei finì per scovarle, e dopo averle bruciate lo punì. A sedici anni Brudos viveva nell’Oregon, e aveva preso l’abitudine di penetrare nelle case del quartiere per rubarvi scarpe femminili e successivamente anche biancheria. Di lì a un anno, fu arrestato per aggressione: aveva costretto una ragazza a salire sulla sua auto per poter vederla nuda. Per alcuni mesi fu sottoposto a psicoterapia presso l’ospedale di Stato di Salem, dove venne giudicato non pericoloso. Dopo il liceo, Jerry prestò servizio nell’esercito, da cui fu tuttavia congedato per motivi di salute psichica. Non aveva perso l’abitudine di entrare nelle abitazioni altrui per rubare scarpe e biancheria, e in alcune occasioni, trovandosi di fronte a donne le aveva prese per la gola stringendo fino a farle svenire. Più o meno in quest’epoca, si sentì tenuto a sposare la giovane con cui aveva perso la verginità. Dopodiché, frequentò una scuola professionale dove si diplomò perito elettronico.
Sei anni dopo, nel 1968, ormai padre di due bambini e senza aver rinunciato alle sue abitudini, un giorno aprì la porta a una venditrice di enciclopedie diciannovenne, Linda Slawson, presentatasi a casa sua. Brudos afferrò al volo l’opportunità offertagli. Trascinò la giovane nel seminterrato e dopo averla percossa la strangolò. Poi spogliò il cadavere e provò su di esso vari pezzi della sua collezione. Prima di eliminare il corpo buttandolo nello Willamette River, tagliò il piede sinistro, calzato in una delle sue preziose scarpe a tacco alto, e lo infilò nel congelatore. Uccise altre tre volte nei mesi successivi, e recise i seni delle vittime per ricavarne stampi di plastica. Identificato da parecchie studentesse da lui avvicinate in tempi diversi, fu arrestato nel corso di un falso rendez-vous organizzato dalla polizia. Quando divenne evidente che non gli sarebbe stata riconosciuta l’infermità mentale, confessò ogni cosa e si dichiarò colpevole.
Bob Ressler e io interrogammo Brudos nell’Oregon State Penitentiary, a Salem, dove scontava una condanna a vita. Era un uomo robusto, con il volto rotondo, cortese e disposto a collaborare. Quando però gli chiesi di fornirmi particolari sui suoi delitti, dichiarò di averne perso ogni memoria in seguito ad alcuni attacchi di ipoglicemia.
«Quando ho uno di quegli attacchi, John, potrei cadere da un tetto senza accorgermene.»
Particolare interessante: quando Brudos rese la sua confessione alla polizia, ricordava ogni cosa abbastanza bene da fornire dettagli più che precisi. Inoltre, gli successe di autoincriminarsi del tutto involontariamente. Aveva appeso il cadavere di una delle sue vittime a un gancio del garage, e dopo averlo vestito con i suoi indumenti preferiti vi aveva collocato sotto uno specchio. Mentre scattava la foto, aveva inconsapevolmente catturato anche la propria immagine.
A dispetto delle sue asserzioni, Brudos possedeva molte delle caratteristiche dell’esecutore organizzato. A provarlo c’erano le fantasie che aveva avuto fin da giovanissimo. Da adolescente, fantasticava spesso di trascinare una ragazza in una galleria e lì piegarla alle sue voglie. Una volta riuscì ad attirarne una nel granaio e le ordinò di spogliarsi perché voleva fotografarla. Una mania, questa, che caratterizzò anche le sue imprese da adulto. Da adolescente, tuttavia, Brudos era troppo semplice e ingenuo per fare altro che fotografare le sue vittime. Alla fine, lasciò la ragazza chiusa nel granaio, e tornò a prelevarla più tardi, vestito e pettinato in modo diverso: fingeva di essere Ed, il suo fratello gemello. Liberò la giovane ormai terrorizzata, e dopo averle spiegato che Jerry stava sottoponendosi a terapia psichiatrica, la supplicò di non parlare a nessuno dell’accaduto, per evitare di provocargli una «ricaduta».
In Jerome Brudos è possibile notare, oltre all’ escalation quasi da manuale dell’attività criminale, un continuo perfezionamento della fantasia scatenante. È questa una scoperta ben più significativa delle informazioni ricevute direttamente da lui. A dispetto delle differenze negli obiettivi e nel modus operandi esistenti fra Kemper e Brudos, si riscontrano in entrambi – come in molti degli altri – l’ossessione per i dettagli e il «miglioramento» di questi tra un delitto e l’altro. Le vittime di Kemper erano belle universitarie che nella sua mente lui associava alla madre. Budros, meno sofisticato e intelligente, si accontentava di quello che il caso gli offriva. Ma l’ossessione per il particolare era la stessa e costituiva in entrambi il fattore predominante.
Da adulto, Brudos costringeva la moglie Darcie a indossare gli indumenti della sua collezione e la fotografava così abbigliata, e questo benché lei fosse una donna semplice che viveva con estremo disagio certe situazioni. Brudos fantasticava inoltre di allestire una sala di tortura, ma aveva dovuto accontentarsi del garage. Lì c’era il congelatore in cui conservava le parti anatomiche preferite. Quando Darcie voleva cucinare della carne, era lui a portarle i tagli prescelti. La donna si lamentava spesso con le amiche di non poter scegliere lei stessa, ma la circostanza non le parve mai così strana da denunciarla. O forse, fu la paura a fermarla.
Brudos è un esempio quasi tipico dell’individuo in cui le stranezze iniziali quanto innocue si evolvono nel tempo… dalle scarpe trovate per caso agli abiti della sorella, fino a quelli delle sconosciute. Comincia rubando i panni stesi ad asciugare, quindi tende agguati alle donne che portano tacchi alti, si introduce nelle case e non esita a confrontarsi con le loro occupanti. All’inizio, si accontenta di indossare gli indumenti trafugati, ma gradatamente si accorge di volere sempre di più. Chiede alle ragazze con cui esce di farsi fotografare, e quando una di loro rifiuta di spogliarsi, la minaccia con un coltello. Non uccide finché non è il caso a offrirgli una vittima, ma una volta che ha cominciato è spinto a farlo ancora, e ogni volta la mutilazione del cadavere si fa più massiccia.
Con questo non voglio dire che tutti gli uomini attratti dai tacchi a spillo o eccitati dalla biancheria nera siano destinati a un’esistenza criminale. Se così fosse, molti di noi sarebbero già in carcere. Ma come vediamo in Jerry Brudos, questo genere di equipaggiamento può presentare una componente degenerativa e inoltre è «situazionale». Ecco un esempio.
Tempo fa si viene a sapere che il direttore di una vicina scuola elementare ha un debole per i piedi infantili. Ha inventato un gioco e regala soldi ai bambini che resistono più a lungo quando solletica loro le piante dei piedi. Com’è prevedibile, l’improvvisa e inspiegabile disponibilità economica dei bambini finisce per attirare l’attenzione di alcuni genitori e il direttore viene licenziato. Molti, tuttavia, protestano contro tale decisione. Il direttore è un uomo di bell’aspetto, che intrattiene una relazione del tutto normale con una ragazza ed è popolare fra bambini e genitori. Gli insegnanti pensano a un errore e in effetti, nonostante questa sua debolezza, l’uomo è essenzialmente innocuo. Non ha mai abusato dei piccoli né ha cercato di indurli a spogliarsi. In altre parole, non è il tipo di persona che arriva a rapire un minore per soddisfare la propria perversione.
Anch’io ritenevo che la comunità non corresse alcun pericolo. Avevo conosciuto personalmente il direttore della scuola e l’avevo trovato davvero gradevole. Ma cosa sarebbe successo se durante uno dei suoi giochetti un bambino avesse reagito malamente, magari gridando o minacciando di raccontare tutto? In preda al panico, lui avrebbe potuto ucciderlo, solo perché incapace di trovare un altro modo di affrontare la situazione. Quando il soprintendente scolastico mi contattò per chiedermi un consiglio, risposi che ritenevo del tutto giustificato il licenziamento.
Più o meno nello stesso periodo, venni contattato dall’Università della Virginia, dove alcune studentesse erano state scaraventate a terra da uno sconosciuto e derubate delle scarpe. Fortunatamente, nessuna di loro era rimasta ferita e la polizia locale considerava l’accaduto poco più di uno scherzo. Parlai con gli agenti e con il personale amministrativo dell’università, raccontai loro di Brudos e degli altri assassini che avevo conosciuto, e quando me ne andai avevo instillato in tutti loro una bella dose di paura. Da allora, l’atteggiamento ufficiale cambiò considerevolmente e sono lieto di poter dire che non ci furono altri incidenti.
Quando esamino la progressione criminale di Jerry Brudos, non posso fare a meno di chiedermi se una comprensione e un intervento precoci avrebbero potuto arrestare il terribile crescendo dei suoi delitti.
Pensavo a Ed Kemper come a un serial killer prodotto da un’infanzia particolarmente straziante, ma il caso di Jerry Brudos era per alcuni versi più complesso. Appariva evidente che il suo interesse per certi oggetti risaliva a un’età precocissima. Era ancora piccolo quando rimase affascinato da quel paio di scarpe trovato fra i rifiuti. Naturalmente, parte del fascino stava forse nella novità, dato che con ogni probabilità la madre non portava calzature del genere. Quando però lei reagì con collera, le scarpe divennero per lui una sorta di frutto proibito, e di lì a poco cominciò a rubare quelle della maestra. Rimase tuttavia sorpreso dalla reazione di lei che, invece di rimproverarlo, si dichiarò curiosa di sapere perché lo avesse fatto. Il bambino, dunque, riceveva messaggi confusi, contraddittori, dalle donne adulte della sua vita, e un impulso presumibilmente innato cominciò gradatamente a trasformarsi in qualcosa di sinistro e di letale.
Cosa sarebbe accaduto se la pericolosità di tale progressione fosse stata riconosciuta in tempo? All’epoca del primo omicidio era già troppo tardi, ma chi ci dice che non sarebbe stato possibile arrestare in una fase precedente il processo degenerativo? Il lavoro che ho svolto in seguito mi ha reso estremamente pessimista circa la possibile riabilitazione di molti degli autori di omicidi a sfondo sessuale. Qualunque intervento deve effettuarsi in uno stadio molto anteriore, prima che il soggetto arrivi a tramutare la fantasia in realtà.
Quando mia sorella Arlene era adolescente, mia madre era solita dire che poteva capire molto dei ragazzi che frequentava dai rapporti che questi intrattenevano con la madre. Se un ragazzo professava amore e rispetto per la mamma, era probabile che tali sentimenti si riflettessero nei suoi rapporti futuri con le donne. Se invece la giudicava una puttana o una bugiarda, c’erano molte possibilità che finisse per trattare alla stessa stregua le altre donne.
L’esperienza mi ha permesso di verificare la giustezza di questo postulato. Ed Kemper seminò morte e distruzione a Santa Cruz prima di trovare il coraggio di uccidere l’unica donna che odiasse davvero. Monte Rissell, che violentò e assassinò cinque donne quando era un adolescente di Alexandria, Virginia, si disse convinto che se all’epoca della separazione dei suoi genitori gli fosse stato concesso di stare con il padre sarebbe probabilmente diventato un avvocato e non un ergastolano del penitenziario di Richmond, dove lo intervistammo.
Grazie a Monte Ralph Rissell, fummo in grado di inserire altre tessere nel puzzle. All’epoca del divorzio dei suoi, Monte, il più giovane di tre figli, aveva sette anni. Insieme con i fratelli, seguì la madre in California dove la donna, dopo un nuovo matrimonio, finì per trascurare i figli a favore del marito. Monte cominciò presto a mettersi nei guai, prima scarabocchiando frasi oscene sui muri della scuola, quindi drogandosi e infine sparando con un fucile ad aria compressa a un cugino con cui aveva litigato. Il ragazzo sostenne che era stato il patrigno a dargli il fucile e che dopo l’incidente l’uomo lo aveva colpito più volte con il calcio dell’arma.
Quando aveva dodici anni, anche il secondo matrimonio della madre fallì e la famiglia tornò in Virginia. Secondo Monte, responsabili della nuova rottura erano lui e la sorella. Da quel momento la sua carriera criminale andò in crescendo: guida senza patente, furto con scasso, furto d’auto e infine stupro.
Il suo passaggio all’omicidio fu molto significativo. Monte, che frequenta le superiori, è in libertà condizionata e seguito da uno psichiatra, quando la sua ragazza, che è già al college, gli scrive che vuole lasciarlo. Senza esitare, Monte sale in auto e raggiunge il college dove sorprende la sua ex ragazza con il nuovo compagno.