饭饭TXT > 海外名作 > 《Mindhunter》作者:[意] John Douglas【完结】 > Mindhunter - John Douglas.txt

第 17 页

作者:意- John Douglas 当前章节:15689 字 更新时间:2026-6-22 23:22

A questo punto, invece di dare libero sfogo alla sua collera, se ne torna ad Alexandria, e dopo essersi fortificato con un po’ di birra e marijuana, rimase per ore seduto in auto nel parcheggio del suo condominio, a rimuginare.

Verso le due o le tre del mattino, arriva un’altra macchina. La guida una donna sola. D’impulso, Rissell decide di rifarsi della perdita appena subita; scende, e minacciandola con una pistola costringe la donna a seguirlo in una zona isolata nei pressi del complesso condominiale.

Rissell ci raccontò tutto questo con perfetta calma. Avevo già verificato il suo quoziente intellettivo e constatato che superava i centoventi. Non posso dire di aver colto in lui segni evidenti di rimorso… Fatta eccezione per i pochi assassini che si costituiscono o si suicidano, di norma il rimorso viene superato al momento dell’arresto o della condanna. Ciononostante, Rissell non cercò di minimizzare i suoi crimini e credo di poter dire che ce ne fornì un resoconto accurato. Il comportamento da lui descritto conteneva parecchi risvolti illuminanti. Tanto per cominciare, l’incidente ha luogo in seguito a un episodio che funge da elemento scatenante. Può trattarsi di qualunque cosa, dato che diverse sono le cose che infastidiscono o angosciano ciascuno di noi. Ma non del tutto sorprendentemente, le più comuni sono la perdita del lavoro o quella della moglie o della fidanzata. (Uso il femminile perché, come ho già detto, questi assassini sono sempre uomini, per motivi che esporrò più avanti.)

Grazie agli studi effettuati, siamo arrivati a capire che l’importanza di questi fattori scatenanti nella dinamica dell’omicidio seriale è tale che la presenza di particolari circostanze sulla scena del delitto permette di individuare con esattezza l’elemento scatenante specifico. Nel caso di cui Jud Ray si occupò in Alaska e di cui ho parlato nel quarto capitolo, le modalità del triplice omicidio lo portarono a prevedere del tutto correttamente che l’assassino aveva perduto lavoro e fidanzata. Di fatto, la ragazza lo aveva lasciato per mettersi col principale di lui, il quale lo aveva licenziato per toglierselo di torno.

La notte in cui vede la sua ragazza con un altro, Monte Rissell commette il suo primo omicidio. Questo è già di per sé significativo, ma le modalità del delitto ci dicono ancora di più.

Si dà il caso che la vittima di Rissell sia una prostituta, e questo ci porta a due considerazioni: la prospettiva di un rapporto sessuale con uno sconosciuto la impaurisce meno di quanto spaventerebbe un’altra donna e, benché intimorita, è probabilmente dotata di uno spiccato istinto di conservazione. Infatti, quando capisce che l’aggressore ha intenzione di violentarla, cerca di alleggerire la situazione sollevando la gonna e chiedendogli in quale posizione vuole prenderla.

«Mi chiese come lo volevo fare» ci raccontò Rissell.

Ma tanta disponibilità, invece di addolcirlo, attizza ulteriormente la sua collera. «Era come se quella puttana volesse prendere il controllo della situazione.» La donna finse due o tre orgasmi per placarlo, ma ciò non fece che peggiorare la situazione. Che lei «godesse» dello stupro, ragionava Monte, confermava la sua convinzione secondo la quale tutte le donne erano puttane. La vittima di conseguenza si spersonalizzò, e a Rissell fu facile ucciderla.

Nondimeno, lasciò andare un’altra donna che si prendeva cura del padre, malato di cancro. Anche il fratello di Rissell era malato di cancro e fu questo a far scattare in lui il meccanismo di identificazione, a far sì che vedesse la donna come una persona, a differenza di quanto era accaduto con la prostituta.

Diventa evidente la difficoltà di fornire consigli che abbiano una validità generale. A seconda della storia personale dell’aggressore, infatti, una certa linea di comportamento può rivelarsi produttiva o, al contrario, peggiorare le cose. Resistere o lottare può inibire lo stupratore, ma può anche scatenare una reazione più violenta. Fingere piacere durante l’atto sessuale non è sempre la strategia migliore. Crimini come questi nascono dalla rabbia, dall’ostilità e dal bisogno di affermare il proprio potere. Il sesso è solo un elemento accidentale.

Dopo lo stupro, Rissell non ha ancora deciso cosa fare della sua vittima ed è a questo punto che lei fa ciò che a molti parrebbe la cosa più logica. Tenta di fuggire. Tale iniziativa, sfortunatamente, accentua nello stupratore l’impressione che sia lei a guidare il gioco. In un articolo pubblicato dall’«American Journal of Psychiatry» riportammo le parole dello stesso Rissell: «Si slanciò giù per il dirupo. Fu allora che l’afferrai. La fermai con una presa di braccio. Era più grossa di me… cominciai a soffocarla… inciampò. Rotolammo lungo il pendio, fino a cadere nell’acqua. Le sbattei la testa contro un sasso e poi gliela tenni sott’acqua».

Stavamo cominciando a capire che il comportamento della vittima riveste, nell’analisi del crimine, la stessa importanza di quello del colpevole. La vittima era ad alto o a basso rischio? Che cosa ha detto o ha fatto? Il suo atteggiamento ha scatenato o inibito il soggetto?

Le vittime di Rissell erano casuali… le trovava sempre nei dintorni di casa sua. E dopo il primo omicidio, il tabù non fu più tale. Capì che poteva farlo, goderne e passarla liscia. Se la polizia ci avesse consultati per il caso Rissell, avremmo indicato un soggetto con precedenti di violenza ma, almeno in un primo tempo, ne avremmo valutato l’età tra i venticinque e i trent’anni, mentre all’epoca del primo omicidio Rissell ne aveva appena diciannove.

Ma proprio il suo caso dimostra come sia relativo il concetto d’età nel nostro lavoro. Nel 1989, Gregg McCrary, della mia unità, venne chiamato a collaborare alle indagini sulla morte di alcune prostitute a Rochester, New York. Lavorando a stretto contatto con il capitano Lynde Johnson, Gregg costruì un profilo dettagliato e suggerì una strategia che portò alla cattura e alla conseguente condanna di Arthur Shawcross. Quando in seguito rivedemmo il profilo, scoprimmo che Gregg aveva inquadrato il colpevole con precisione quasi assoluta: razza, personalità, tipo di lavoro, vita domestica, auto, hobby, familiarità con la zona, rapporti con la polizia… insomma, coincideva tutto tranne l’età. Gregg infatti aveva indicato un uomo sui venticinque trent’anni, che aveva già ucciso. Shawcross ne aveva quarantacinque e ne aveva passati quindici in carcere per l’omicidio di due bambini (come le prostitute e gli anziani, i bambini sono obiettivi vulnerabili). Tornato in libertà, non aveva fatto altro che riprendere il lavoro dal punto in cui lo aveva interrotto.

Come Arthur Shawcross, anche Monte Rissell era fuori sulla parola all’epoca degli omicidi. E come Ed Kemper, riuscì a convincere lo psichiatra che lo seguiva di stare facendo eccellenti progressi proprio mentre uccideva. Psichiatri ed esperti di igiene mentale sono abituati a basare le loro valutazioni su quanto racconta il paziente stesso, ed è spesso facile imbrogliarli. Gli psichiatri più abili vi diranno che l’unico modo per prevedere con una certa accuratezza la violenza è un passato di violenza. Spero che il nostro lavoro abbia reso più consapevole la comunità psichiatrica della limitatezza di tale metodo quando si ha a che fare con un comportamento criminale. Per sua natura, il serial killer è manipolativo, narcisista ed egocentrico al massimo grado. Dirà al funzionario incaricato o allo psichiatra del carcere qualunque cosa possa garantirgli la libertà.

Nei successivi omicidi di Rissell, individuammo una progressione regolare. L’uomo era rimasto molto infastidito dal bombardamento di domande a cui l’aveva sottoposto la seconda vittima. «Voleva sapere perché facevo una cosa simile; perché avevo scelto lei; se avevo una ragazza; qual era il mio problema e che cosa contavo di fare.»

Come la prima, anche questa donna era sola, al volante di un’auto. E come la prima cercò di fuggire. A quel punto, Rissell comprese di dover ucciderla e la pugnalò ripetutamente al petto.

Il terzo omicidio fu ancora più facile. Le esperienze precedenti gli avevano insegnato molto, e non permise alla vittima di parlargli; era indispensabile evitare di personalizzarla. «Pensai… ne ho ammazzate due… tanto vale che ammazzi anche questa.»

Fu a questo punto che Rissell risparmiò la donna con il padre ammalato di cancro. Ma all’epoca degli ultimi due omicidi, aveva già ben chiaro quello che voleva. Affogò la prima e pugnalò l’altra, fra le cinquanta e le cento volte… secondo la sua stessa stima.

Come in tutti gli altri, anche in Rissell la fantasia era presente da molto prima che cominciasse a violentare e a uccidere. Gli chiedemmo da dove avesse preso le sue idee. Aveva attinto da diverse fonti, disse, e una di queste era David Berkowitz.

David Berkowitz, noto prima come «il killer della calibro.44» e quindi come «il figlio di Sam» dopo che ebbe iniziato a scrivere ai giornali, instaurò a New York un autentico regno del terrore. Berkowitz era più una personalità omicida che un serial killer tipico. Nel corso di un anno, dal luglio 1976 al luglio 1977, uccise sei giovani, fra uomini e donne, e ne ferì molti altri. Al momento dell’aggressione tutte le vittime si trovavano nelle loro auto, in zone isolate frequentate soprattutto da coppiette, e tutte furono colpite da proiettili di grosso calibro. Come altri serial killer, Berkowitz era stato adottato, circostanza che ignorò fino al momento di prestare servizio nell’esercito. Avrebbe voluto andare in Vietnam, ma finì in Corea, dove ebbe la sua prima esperienza sessuale con una prostituta che gli trasmise la gonorrea. Di ritorno a New York, si mise alla ricerca della madre naturale, e la trovò a Long Beach, Long Island, dove viveva con la figlia. Con suo grande sgomento, le due donne non vollero avere nulla a che fare con lui. Fu questa la molla che doveva trasformare un individuo, già timido e insicuro, in un potenziale assassino. Nel Texas, Berkowitz si procurò una Charter Arms Bulldog, un’arma di grande potenza che gli infondeva un senso di potere e sicurezza. Si allenò nelle discariche newyorkesi fino a diventare un ottimo tiratore e quindi, da impiegatuccio postale qual era, si tramutò in una belva notturna.

Parlammo con Berkowitz nel carcere statale di Attica, dove scontava una condanna a venticinque anni per ciascuno dei sei omicidi commessi. Dichiaratosi inizialmente colpevole, in seguito respinse ogni addebito. Poiché nel 1979 era stato aggredito da un detenuto la cui identità era rimasta sconosciuta, decidemmo di presentarci da lui senza alcun preavviso, così da non fargli correre ulteriori rischi. In quell’occasione portai con me del materiale visivo. Come ho già detto, mio padre era tipografo a New York e mi aveva procurato copie di giornali sensazionalisti in cui le imprese del «figlio di Sam» erano riportate a caratteri cubitali.

Passai a Berkowitz una copia del «Daily News».

«David, fra cento anni nessuno si ricorderà più di Bob Ressler o di John Douglas, ma tutti sapranno chi è “il figlio di Sam”. A Wichita, nel Kansas, c’è un tizio che ha ucciso una mezza dozzina di donne e si definisce “lo strangolatore LTU”, cioè “Lega, Tortura, Uccidi”. Scrive lettere, e in quelle lettere parla di te, del “figlio di Sam”. Vuole essere come te, perché tu hai il potere. Non mi stupirebbe se ti scrivesse qui.»

Berkowitz non possedeva quella che si definisce una personalità carismatica ed era sempre avido di riconoscimenti. I suoi occhi azzurri erano perennemente all’erta, ansiosi di capire se l’interlocutore era autenticamente interessato o voleva soltanto deriderlo.

«Non hai mai avuto la possibilità di testimoniare in aula» continuo io. «E di te la gente sa soltanto che sei un maledetto figlio di puttana. Ma grazie alle nostre interviste, siamo certi dell’esistenza di un altro aspetto, un aspetto che ha influenzato la tua vita passata. E vogliamo darti la possibilità di parlarcene.»

Berkowitz non ha grandi capacità di manifestare emozioni, ma si apre con noi senza esitazioni. Ammette di aver appiccato più di duemila incendi nella zona Brooklyn-Queens, tutti accuratamente documentati nel suo diario. È questa una caratteristica tipica della personalità omicida… solitari che indulgono ossessivamente in resoconti scritti delle loro imprese. Non desidera alcun contatto fisico con la vittima. Non è uno stupratore né un feticista, e non va in cerca di trofei. Qualunque eccitazione sessuale ricavi dalle sue azioni, gli viene dall’attuazione del gesto violento.

I suoi incendi interessavano soprattutto cassonetti della spazzatura o edifici abbandonati. Come molti piromani, Berkowitz si masturbava osservando le fiamme e poi ancora durante l’intervento dei vigili del fuoco. Come già detto, la tendenza alla piromania è uno dei tre elementi che costituiscono la cosiddetta «triade omicida», insieme con l’enuresi notturna e la crudeltà verso gli animali.

Condurre interviste di questo genere è un po’ come setacciare la sabbia in cerca dell’oro. Si trovano soprattutto ciotoli di nessun valore, ma di tanto in tanto a essi si mescola una pepita, e proprio questo accadde con David Berkowitz.

Molto significativamente, Berkowitz spara prima alla persona seduta dalla parte del passeggero e non al guidatore, che di solito è l’uomo e costituisce quindi la minaccia più grande. Questo ci dice che il suo odio, la sua collera, sono diretti alla donna, e il numero di proiettili e di pugnalate serve a determinare il livello della sua furia. Quanto all’uomo, si trova semplicemente al posto sbagliato nel momento sbagliato. È probabile che non ci sia alcun contatto visivo tra Berkowitz e la vittima; «il figlio di Sam» uccide da lontano. In questo modo, per lui diventa possibile possedere la donna che in quel momento agisce sulla sua fantasia, senza dover personalizzarla.

Altrettanto interessante è quello che Berkowitz ci racconta delle sue abitudini notturne. Quando non gli capitava a tiro nessuna vittima casuale, batteva le zone in cui aveva già colpito con successo. E tornava sulla scena di un delitto (molti altri serial killer sono soliti tornare nei luoghi in cui si sono liberati dei cadaveri) e sul luogo di sepoltura, per rotolarsi – simbolicamente – nello sporco, e rivivere la sua fantasia.

Per questo stesso motivo, altri serial killer fotografano o filmano i loro crimini, così da poter rivivere l’eccitazione provata al momento dell’omicidio. Da parte sua, Berkowitz non aveva bisogno di parti anatomiche né di «trofei» di alcun genere. Ci disse che gli era sufficiente tornare in quei posti. Poi, una volta a casa, si masturbava rivivendo la fantasia.

Queste informazioni ci sarebbero state di grande utilità. Gli investigatori si sono sempre chiesti perché gli assassini tornino là dove hanno ucciso, e grazie a soggetti come Berkowitz cominciammo a capire che le ragioni non erano sempre quelle ipotizzate. Naturalmente il rimorso è una di queste, ma come «il figlio di Sam» ci dimostrò, possono essercene altre. E una volta che le si è individuate, si può cominciare a pianificare la cattura dell’omicida.

Il soprannome «figlio di Sam» nacque per via di un biglietto indirizzato al capitano di polizia Joseph Borelli, in seguito capo degli agenti investigativi della polizia di New York. Il biglietto, scritto in modo alquanto rozzo, fu rinvenuto presso l’auto di Alexander Esaù e Valentina Suriani, nel Bronx. Come gli altri, i due giovani erano stati uccisi con un colpo di pistola. Ecco il testo:

目录
设置
设置
阅读主题
字体风格
雅黑 宋体 楷书 卡通
字体大小
适中 偏大 超大
保存设置
恢复默认
手机
手机阅读
扫码获取链接,使用浏览器打开
书架同步,随时随地,手机阅读
首 页 < 上一章 章节列表 下一章 > 尾 页