Mi offende sentir dire di me che odio le donne. Non è vero. Ma sono un mostro. Sono «il figlio di Sam». Sono un marmocchio.
Quando papà Sam beve, diventa cattivo. Picchia i suoi. A volte mi lega dietro casa. Altre volte mi chiude in garage. A Sam piace bere il sangue.
«Va’ e uccidi» ordina papà Sam. Dietro casa nostra riposano. Quasi tutte giovani… stuprate e massacrate… il loro sangue bevuto… sono ossa ora.
Papà Sam mi chiude anche in solaio. Non posso uscire, ma dalla finestra del solaio guardo il mondo passare.
Mi sento escluso. Sono su una lunghezza d’onda diversa da tutti gli altri… programmato per uccidere.
Ma per fermarmi dovrete uccidermi. Attenti poliziotti: sparate per primi… sparate per uccidere o io scapperò, o voi morirete!
Papà Sam ora è vecchio. Ha bisogno di sangue per restare giovane. Ha avuto troppi attacchi di cuore. «Uh, diavolo, fa male, figliolo.»
Mi manca soprattutto la mia graziosa principessa. Riposa nella nostra casa delle signore. Ma presto la vedrò.
Io sono «il mostro»…
Mi piace la caccia. Aggirarmi per le strade in cerca di selvaggina. Carne saporita. Le donne di Queens sono le più carine.
Deve essere l’acqua che bevono. Io vivo per la caccia… è la mia vita. Sangue per papà.
Signor Borelli, signore, non voglio più uccidere. Nossignore, non più. Ma devo. «Onora il Padre.»
Voglio fare l’amore col mondo. Io amo la gente. Non appartengo alla terra.
Alla gente di Queens, vi amo. E voglio augurare a tutti una felice Pasqua. Possa Dio benedirvi in questa vita e nell’altra. E per ora vi dico arrivederci e buona notte.
POLIZIA: Fatevi ossessionare da queste parole:
TORNERÒ! TORNERÒ!
Per essere interpretato mentre… bang, bang, bang, bang… ugh! Vostro nell’omicidio.
Mister Mostro.
Questa insignificante nullità era divenuta una celebrità nazionale, a cui davano la caccia un centinaio di agenti investigativi noti come la Task Force Omega. Seguirono altre sconnesse comunicazioni, e lettere a quotidiani e a giornalisti. La città era in preda al terrore. Come ci raccontò Berkowitz, trovava eccitantissimo entrare nell’ufficio postale e sentire la gente che parlava del «figlio di Sam» senza sapere che era lì.
L’aggressione successiva ebbe luogo a Bayside, Queens, ma l’uomo e la donna sopravvissero. Cinque giorni più tardi, una coppia di Brooklyn non fu altrettanto fortunata. Stacy Moskowitz morì all’istante; Robert Violante sopravvisse, ma condannato alla cecità.
Alla fine, «il figlio di Sam» fu arrestato perché la notte dell’ultimo omicidio aveva parcheggiato la sua Ford Galaxy troppo vicino a un idrante. Un testimone ricordò di aver visto un agente compilare una multa e da questa fu possibile risalire a Berkowitz. Al momento dell’arresto, lui disse soltanto: «Mi avete preso».
In seguito, Berkowitz spiegò che «Sam» era il suo vicino Sam Carr, il cui labrador nero, Harvey, era un demone di tremila anni che gli ordinava di uccidere. A un certo punto, Berkowitz sparò al cane ma senza ucciderlo. Venne immediatamente diagnosticato come schizofrenico paranoide da quasi tutta la comunità psichiatrica. Quanto alla «graziosa principessa», sembra che si trattasse di una delle vittime, Donna Lauria, di cui Sam aveva promesso l’anima al demone.
Più del contenuto, l’aspetto interessante delle lettere sta nei cambiamenti della calligrafia. La prima missiva, all’inizio ordinata e precisa, alla fine è quasi illeggibile. Quando gliene parlai, Berkowitz ne fu sorpreso. Se avessi avuto l’opportunità di tracciare il suo profilo dopo aver esaminato quel materiale, avrei capito che era un individuo vulnerabile, incline a commettere errori abbastanza stupidi da tradirlo.
Credo che a indurre Berkowitz ad aprirsi con noi sia stato l’intenso lavoro di preparazione che avevamo svolto. Arrivammo quasi subito a parlare del presunto demone che gli aveva intimato di uccidere. Gli psichiatri avevano accettato per buona la versione, ritenendola una spiegazione sufficiente, ma fino al momento dell’arresto Berkowitz non aveva fatto alcun riferimento al cane. Per lui rappresentava semplicemente una via di scampo. Così, quando cominciò a farfugliare del labrador, io mi limitai a dire: «Piantala con queste stronzate, David. Il cane non c’entra niente».
Lui rise e ammise che avevo ragione.
La verità è che David Berkowitz era infuriato per il trattamento subito dalla madre e da altre donne della sua vita, e si sentiva inadeguato di fronte a loro. La fantasia di possederle si era col tempo evoluta in una micidiale realtà. Per noi, la cosa importante erano i dettagli.
Nel 1983 avevamo completato uno studio approfondito su trentasei individui, e raccolto dati relativi a centodiciotto delle loro vittime, in gran parte donne.
Da questo studio emerse un sistema per una comprensione e classificazione migliori dei criminali violenti. Per la prima volta, era possibile stabilire un nesso fra ciò che accadeva nella mente del criminale e le prove da lui lasciate sulla scena del delitto. Questo, a sua volta, portò a metodi di caccia e cattura più efficaci.
Nel 1988, ampliammo le nostre conclusioni in un saggio intitolato Sexual Homicide: Patterns and Motives, edito dalla Lexington Books. Mentre scrivo, è appena uscita la settima ristampa. Ma a dispetto di tutto quello che abbiamo imparato, nel nostro saggio riconosciamo senza esitazioni che «questo studio offre più domande che risposte».
Il viaggio nella mente del criminale violento è una ricerca di cui ancora non si vede la fine. I serial killer sono per definizione assassini che imparano dall’esperienza. A noi spetta il compito di imparare più in fretta di quanto facciano loro.
8
IL KILLER PRESENTA UN DISTURBO DEL LINGUAGGIO
Nel 1980 mi capitò di leggere sul giornale locale di una donna anziana violentata e percossa da uno sconosciuto penetrato nella sua abitazione. L’uomo aveva accoltellato i suoi due cani e quindi era fuggito, lasciandola per morta. La comunità, diceva l’articolo, era orripilata e stupefatta.
Due mesi dopo, di ritorno da un viaggio, chiesi a Pam se ci fossero stati sviluppi. Alla sua risposta negativa, osservai che era un vero peccato, perché, da quanto avevo letto e sentito, il caso mi era parso relativamente semplice. Non rientrava nella giurisdizione federale e nessuno aveva chiesto il nostro parere, ma in quanto residente della zona, decisi di offrire il mio aiuto.
Mi recai al comando di polizia e mi presentai al capo che, molto cortesemente, accettò di farmi parlare con gli agenti incaricati delle indagini.
Il capo degli agenti investigativi si chiamava Dean Martin e fu lui a mostrarmi il materiale relativo al caso, che comprendeva alcune foto. Fu proprio guardando le fotografie che cominciai a farmi un’idea dell’assassino, nonché della dinamica del crimine.
«Ecco come la vedo io» dissi agli agenti che mi ascoltavano con cortesia, anche se con una punta di scetticismo. «L’assassino è un adolescente fra i sedici e i diciassette anni. Quando la vittima di un’aggressione sessuale è una donna anziana, bisogna sempre cercare un giovane, ossia un individuo insicuro, con poca o nessuna esperienza. Ha l’aria trasandata, i capelli arruffati. La notte dell’omicidio, la madre o il padre lo avevano cacciato di casa e lui non sapeva dove andare. Ma non ha intenzione di allontanarsi più di tanto, e si mette alla ricerca del rifugio più comodo, più vicino. Non ha una ragazza né amici cui rivolgersi in attesa che passi la bufera. Si sente infelice e arrabbiato quando arriva infine a casa dell’anziana signora. Ha sbrigato qualche lavoretto per lei, e sa che vive sola e che non costituisce una minaccia.
«Quando fa irruzione nella casa, forse la donna protesta e lo sgrida, o forse reagisce con terrore. Comunque sia, la sua reazione infiamma il ragazzo, lo fa sentire importante. Sente il bisogno di dimostrare a se stesso e al mondo che è un uomo. Cerca di avere con lei un rapporto sessuale, ma non riuscendo a penetrarla la picchia selvaggiamente, e in ultimo decide di liquidarla perché in seguito non possa identificarlo. Non ha il viso coperto; ha agito d’impulso, senza aver pianificato nulla. Lei però è traumatizzata al punto che, pur sopravvivendo, non sarà in grado di fornire una descrizione alla polizia. Dopo l’aggressione, sapendo che la sua vittima non ha l’abitudine di ricevere visitatori durante la notte, l’assassino si attarda a mangiare e a bere, perché a quel punto è affamato.»
Chiedo quindi agli agenti se conoscono qualcuno che risponda alla mia descrizione. Se riusciranno a individuarlo, aggiungo, avranno trovato il colpevole. Loro si guardano. Uno sorride.
«È uno psichiatra, Douglas?»
«No,» rispondo «ma il mio lavoro sarebbe molto più facile se lo fossi.»
«Glielo chiedo perché qualche settimana fa ci siamo rivolti a una psichiatra, Beverly Newton, che ci ha detto più o meno le stesse cose.»
In conseguenza del mio intervento, la polizia interrogò di nuovo un giovane che viveva nella zona e che per un breve momento era stato considerato un possibile sospetto. Ma non c’erano prove a suo carico e lui non fece alcuna ammissione. Di lì a poco, anzi, lasciò la zona.
Gli agenti vollero sapere come avessi fatto a capire tante cose pur non essendo uno psichiatra. In parte, per l’esperienza, che mi consentiva di collegare un reato a una certa tipologia criminale. Non è tutto, naturalmente; se così fosse, basterebbe fornire alla polizia un programma di computer in grado di elaborare una lista di sospetti per qualunque reato commesso. Ma se è vero che nel nostro lavoro ricorriamo moltissimo al computer, ciò non toglie che non si può chiedere l’impossibile alle macchine. Tracciare profili psicologici è come scrivere. A un computer si possono fornire regole grammaticali e sintattiche, ma non per questo sarà in grado di scrivere un libro.
Quando affronto un caso nuovo, prima provvedo a raccogliere tutte le prove a disposizione – verbali di polizia, descrizioni, eventuali fotografie della vittima, referto dell’autopsia –, quindi mi calo, psicologicamente ed emotivamente, nei panni del soggetto. Cerco di pensare come pensa lui. Non so bene come questo accada, e non escludo la presenza di una componente patologica, benché preferisca attribuirne il merito alla creatività. Capita a volte che gli psichiatri contribuiscano alla soluzione di un caso. Alcuni di loro hanno la capacità di concentrarsi inconsciamente su particolari specifici, e da questi trarre conclusioni logiche, proprio come io stesso cerco di fare e di insegnare ai miei uomini. Tuttavia, consiglio sempre agli investigatori di rivolgersi a uno psichiatra solo come ultima risorsa, e di non fornirgli tutti i dettagli del caso. In seguito all’assassinio di molti bambini, ad Atlanta, centinaia di psichiatri offrirono i loro servizi alla polizia, ma nessuna delle descrizioni che fornirono si avvicinava anche solo lontanamente alla realtà.
Più o meno all’epoca dell’episodio che ho appena raccontato, alcuni dipartimenti della polizia di San Francisco Bay mi chiesero di collaborare alle indagini su una serie di omicidi verificatisi nei boschi della zona e che venivano attribuiti a un unico soggetto, soprannominato dalla stampa «il killer dei sentieri». Questo perché le zone interessate costeggiavano sentieri utilizzati per il jogging.
Tutto era cominciato nell’agosto del 1979, quando Edda Rane, un’atletica quarantaquattrenne dirigente di banca, scomparve mentre risaliva la vetta orientale di Mount Tamalpais, una bella montagna che guarda il Golden Gate Bridge e la San Francisco Bay, e nota come «la Signora addormentata».
Poiché al crepuscolo la donna non era ancora rientrata, il marito, preoccupato, si rivolse alla polizia. Il cadavere della Rane fu ritrovato dai cani il pomeriggio successivo. Era nuda, tranne che per una calza, e giaceva prona con le ginocchia piegate sul petto, quasi in atteggiamento di supplica. Era stata uccisa con un proiettile alla nuca e non c’erano tracce di violenza carnale. Il killer le aveva portalo via le tre carte di credito e dieci dollari in contanti, lasciando però la fede nuziale e altri gioielli.
Il marzo successivo, nel Mount Tamalpais Park venne rinvenuto il cadavere della ventitreenne Barbara Schwartz. Era stata pugnalata più volte al petto, anche lei apparentemente mentre stava inginocchiata. In ottobre, la ventiseienne Anne Alderson non rientrò dalla passeggiata che faceva abitualmente lungo il limitare del parco. Fu ritrovata il pomeriggio successivo, uccisa da un colpo di pistola sul lato destro della testa. A differenza delle vittime precedenti, era vestita, appoggiata a un macigno, e dei suoi gioielli mancava soltanto l’orecchino destro. Il guardiano del parco, John Henry, disse di averla vista quella mattina seduta nell’anfiteatro, a contemplare l’alba. Altri due testimoni l’avevano notata a circa un chilometro di distanza dal punto in cui era stato rinvenuto il corpo di Edda Kane.
I sospetti si appuntarono su Mark McDermand, i cui parenti, madre invalida e fratello schizofrenico, erano stati ritrovati uccisi a colpi di pistola nella loro baita di Mount Tamalpais. Dopo undici giorni di latitanza, McDermand si costituì al capitano della squadra investigativa della contea di Marin, Robert Gaddini. Fu possibile collegarlo all’assassinio della madre e del fratello, ma benché McDermand possedesse molte armi, fra queste non vennero trovate la.44 e la.38 utilizzate per gli omicidi «dei sentieri». E poco dopo i delitti ripresero.
In novembre, la venticinquenne Shauna May non si presentò all’appuntamento che aveva con due amici a Point Reyes Park, pochi chilometri a nord di San Francisco. Due giorni dopo, il suo corpo fu scoperto in una tomba poco profonda vicino al cadavere, ormai in decomposizione, della ventiduenne Diana O’Connell, di New York, scomparsa nel parco un mese prima. Entrambe le donne erano state colpite alla testa.
Lo stesso giorno, il parco restituì altri due cadaveri, in seguito identificati come Richard Stowers, diciannove anni, e la sua fidanzata diciottenne Cynthia Moreland, scomparsi entrambi dalla metà di ottobre. Le indagini stabilirono che, come Anne Alderson, erano stati uccisi durante il lungo fine settimana del Columbus Day.
Gli omicidi precedenti avevano seminato il terrore tra gli abituali frequentatori di quei sentieri, soprattutto fra le donne, ma la scoperta di quattro cadaveri in un solo giorno scatenò il panico. Lo sceriffo della contea di Marin, G. Howenstein Jr., aveva raccolto le deposizioni di parecchi testimoni che avevano visto le vittime in compagnia di strani uomini poco prima della morte. Sfortunatamente, e come spesso accade, le loro descrizioni non coincidevano affatto. Howenstein rese pubblico il ritrovamento di un paio di occhiali bifocali, presumibilmente appartenuti al killer, vicino al cadavere di Barbara Schwartz, e provvide a inviare un volantino informativo a tutti gli optometristi della zona. Poiché la montatura risultò una di quelle in dotazione nelle carceri, il capitano Gaddini contattò il Dipartimento della Giustizia della California, nel tentativo di identificare tutti i detenuti con precedenti di violenza contro le donne rilasciati negli ultimi mesi. A quel punto, eravamo in molti a lavorare al caso.