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作者:意- John Douglas 当前章节:15654 字 更新时间:2026-6-22 23:22

La stampa ipotizzò che «il killer dei sentieri» fosse «il killer dello zodiaco» di Los Angeles, ancora sconosciuto ma inattivo dal 1969. Forse era tornato in libertà dopo aver trascorso quegli anni in carcere per qualche altro reato. Ma a differenza di quello di Los Angeles, «il killer dei sentieri» non sembrava provare alcuna necessità di contattare la polizia, né di sfidarla.

Lo sceriffo Howenstein si rivolse a uno psicologo di Napa, il dottor R. William Mathis. Basandosi sugli aspetti rituali degli omicidi, lo psicologo affermò che con ogni probabilità l’assassino aveva conservato gli oggetti prelevati dai cadaveri delle vittime, e suggerì di pedinare eventuali sospetti per almeno una settimana, nella speranza di arrivare all’arma del delitto o ad altre prove. Quanto all’aspetto fisico e alle caratteristiche comportamentali, descrisse un uomo gradevole dalla personalità vincente.

In seguito a questa analisi, Howenstein e Gaddini allestirono varie trappole che tuttavia non funzionarono. Intanto, erano sottoposti a una pressione sempre più intensa. Lo sceriffo rilasciò una dichiarazione in cui affermava che l’assassino tendeva agguati alle sue vittime, e che prima di ucciderle forse le costringeva a implorarlo di risparmiarle.

Quando decise di rivolgersi a Quantico, l’ufficio dell’FBI di San Rafael contattò inizialmente Roy Hazelwood, il nostro esperto in stupri e violenza sulle donne. Roy, che era un uomo sensibile, era rimasto molto colpito dal caso. Quando me ne parlò, ebbi quasi la sensazione che se ne sentisse personalmente responsabile e che, giudicando insufficienti gli sforzi combinati dell’FBI e di una decina di agenzie locali, ritenesse suo dovere adoperarsi per la cattura del colpevole.

In quel periodo, Roy insegnava ancora a tempo pieno, mentre io ero l’unico membro della nostra unità a lavorare attivamente ai casi. Roy mi propose di andare a San Francisco per collaborare con la polizia.

Come ho già avuto modo di dire, l’entrata in scena dell’FBI provoca spesso il risentimento degli investigatori locali, ma questo non accadde nel dipartimento della contea di Marin, dove ricevetti una cordiale accoglienza. Del materiale raccolto, mi interessavano soprattutto le osservazioni del sergente Rich Keaton, secondo il quale tutti gli omicidi erano stati commessi in luoghi isolati, dove gli alberi erano così fitti da nascondere quasi completamente il cielo. Luoghi, tutti quanti, accessibili solo a piedi, con una camminata di almeno un chilometro e mezzo. Anne Alderson era stata uccisa non lontano da una scorciatoia che si dipartiva dall’anfiteatro. Tutto questo mi portò a pensare che l’assassino fosse un locale, buon conoscitore della zona.

Esposi le mie considerazioni in un’aula della sede dello sceriffo della contea di Marin. Delle cinquanta o sessanta persone presenti, una decina erano agenti federali e gli altri funzionari di polizia e agenti investigativi.

Cominciai mettendo in discussione il profilo di cui la polizia disponeva. Non credevo che il nostro uomo fosse di bell’aspetto, affascinante e sofisticato. Le molteplici pugnalate e le modalità quasi da blitz delle aggressioni parlavano invece di un individuo asociale (benché non necessariamente antisociale), chiuso, insicuro, incapace di sostenere una conversazione con le vittime, di pilotarle o persuaderle con le parole a fare ciò che lui voleva. Tutte le donne uccise erano in buona forma fisica, e che lui le aggredisse alle spalle significava a mio avviso che voleva colpirle e averle in suo potere senza lasciar loro il tempo di reagire.

Quelli non erano delitti nati dalla familiarità. I luoghi scelti dall’assassino erano isolati, fuori mano, e certo non gli era mancato il tempo per mettere in pratica le sue fantasie. E tuttavia, avvertiva ugualmente la necessità di un attacco a sorpresa. I cadaveri erano palesemente stati manipolati, ma non portavano segni di violenza sessuale. Con ogni probabilità c’era stata masturbazione, ma nessun rapporto completo. Le vittime, inoltre, costituivano un gruppo quanto mai eterogeneo, mentre i killer più sofisticati, come ad esempio Ted Bundy, manifestavano di solito preferenze precise. «Il killer dei sentieri», invece, non era selettivo. Mi ricordava un ragno in paziente attesa che la vittima rimanga intrappolata nella ragnatela. Aggiunsi che, a mio parere, aveva precedenti penali e mi dichiarai d’accordo col capitano Gaddini, il quale riteneva che avesse scontato una pena detentiva, presumibilmente per stupro o, più precisamente, per tentato stupro. Non però per omicidio, cui doveva averlo indotto un fattore scatenante. Ero quasi certo che fosse bianco, dato che lo erano le vittime, e che svolgesse un lavoro manuale in un settore meccanico o industriale. Intorno alla trentina, possedeva un’intelligenza decisamente superiore alla media. E a frugare nel suo passato, si sarebbero certamente individuati due dei comportamenti che formano la «triade omicida».

«Un’altra cosa» aggiunsi dopo una pausa a effetto. «L’assassino è affetto da un disturbo del linguaggio.»

La reazione, benché tacita, fu inequivocabile. “Che razza di pallone gonfiato!” pensavano tutti.

«Che cosa glielo fa credere?» mi chiese in tono sarcastico un agente. «Le pugnalate le sembrano forse un lavoro “balbuziente”?»

Spiegai di essere arrivato a quella conclusione grazie a una combinazione di riflessioni induttive e deduttive. La scelta di località isolate, gli attacchi a sorpresa a dispetto della solitudine… Tutto mi diceva che ci trovavamo di fronte a un individuo affetto da un disturbo che gli creava imbarazzo o vergogna. Sopraffare una vittima ignara e dominarla era il suo modo di superare l’handicap. Poteva trattarsi anche di una patologia diversa, ammisi, ma le aggressioni ci permettevano di escludere problemi fisici di una certa entità. Nessun testimone aveva parlato di anomalie o deturpazioni evidenti. Un disturbo del linguaggio, invece, poteva creare al soggetto disagio nell’ambito delle normali relazioni interpersonali, senza tuttavia farlo «spiccare» tra una folla. Nessuno si sarebbe accorto di nulla finché lui non avesse aperto bocca per parlare.

«E se si sbaglia, Douglas?»

«Posso sbagliarmi su alcuni particolari» replicai con sincerità. «Sull’età, forse, sull’occupazione o sul quoziente intellettivo. Ma non mi sbaglio certamente a proposito della razza, del sesso e della natura manuale del lavoro che svolge. E non mi sbaglio nell’affermare che il nostro uomo è affetto da un handicap che lo infastidisce molto. Forse non è un disturbo del linguaggio, ma io credo di sì.»

Non sapevo se e quanto fossi stato convincente, ma in seguito uno degli agenti venne a dirmi: «Non so se abbia ragione o torto, John, ma almeno ha impresso una direzione alle indagini». Fa sempre piacere sentirselo dire, anche se poi si resta col fiato sospeso fino alla soluzione del caso. Tornai a Quantico, lasciando lo sceriffo e il dipartimento di polizia al loro lavoro.

Il 29 marzo, il killer colpì ancora, questa volta all’interno dell’Henry Cowell Redwoods State Park, vicino a Santa Cruz. Quando Ellen Marie Hansen, studentessa ventenne dell’Università di California-Davis, oppose resistenza, l’assassino le sparò con una.38, uccidendola, poi ferì gravemente il suo compagno, Steven Haertle. Il giovane, lasciato per morto, fu invece in grado di fornire alla polizia la parziale descrizione di un uomo con i denti storti e giallastri. In base a questa e ad altre testimonianze, la polizia lo collegò a un’auto straniera di colore rosso e modello recente, forse una Fiat. Neppure su questo particolare, tuttavia, c’era unanimità. Secondo Haertle, l’uomo era fra i cinquanta e i sessant’anni e affetto da calvizie. L’esame balistico stabilì che l’arma era una di quelle utilizzate dal «killer dei sentieri».

Il primo maggio, scomparve un’altra ventenne, Heather Roxanne Scaggs. Studentessa di grafica, aveva detto al fidanzato, alla madre e alla compagna di camera di avere appuntamento con un insegnante di materie tecniche della scuola, David Carpenter, il quale aveva un amico disposto a venderle un’auto. Carpenter aveva cinquant’anni, un’età insolita per questo genere di crimini.

Da quel momento, molte tessere del puzzle cominciarono ad andare a posto. Carpenter guidava una Fiat rossa col tubo di scappamento storto, un’informazione, questa, su cui la polizia aveva mantenuto il riserbo.

Si sarebbe dovuto arrivare prima a David Carpenter. Ma l’incredibile fortuna che lo accompagnava e il coinvolgimento di numerose giurisdizioni avevano complicato la situazione. Carpenter era stato in carcere per sei reati a sfondo sessuale. Paradossalmente, il suo nome non figurava nell’elenco dei detenuti usciti sulla parola perché era stato rilasciato dallo Stato della California per scontare una sentenza federale e, benché libero, tecnicamente era ancora sotto la custodia federale. Non solo: lui e Barbara Schwartz, accanto alla quale erano stati trovati i suoi occhiali, andavano dallo stesso optometrista! Sfortunatamente, questi non aveva visto il volantino distribuito dagli uomini dello sceriffo.

Si fecero avanti altri testimoni, fra cui una donna anziana che aveva riconosciuto l’identikit mostrato in televisione; vent’anni prima, raccontò, l’uomo era stato commissario di bordo sulla nave che aveva trasportato lei e i suoi figli in Giappone, e aveva dedicato continue e inopportune attenzioni alla sua giovane figliola.

E Peter Berest, direttore della filiale di Daly City della Glen Park Continental Savings and Loan, si ricordò della sua graziosa e fidata cassiera part-time, la liceale Anna Kelly Menjivar, scomparsa da casa alla fine di dicembre. Benché la sua sparizione non fosse stata associata ai delitti dei sentieri, anche il suo cadavere era stato scoperto nel Mount Tamalpais Park. Berest rammentò la gentilezza mostrata da Anna a un cliente regolare, affetto da grave balbuzie e che, come apprese successivamente, nel 1960 era stato arrestato per aver aggredito una giovane donna.

La polizia di San Jose e l’FBI misero Carpenter sotto sorveglianza, e qualche tempo dopo lo arrestarono. L’uomo, risultò, aveva avuto una madre dominatrice e violenta, un padre che, almeno sul piano psicologico, lo era altrettanto, e benché dotato di una notevole intelligenza era stato emarginato dai compagni per via di una spiccata balbuzie. La sua infanzia era stata caratterizzata da episodi di enuresi e crudeltà verso gli animali. Una volta adulto, la rabbia e la frustrazione si erano evolute in accessi di collera violenta quanto imprevedibile e impulsi sessuali apparentemente irreprimibili.

Il primo reato che doveva portarlo in carcere, l’aggressione a una donna armato di coltello e martello, si verificò in seguito alla nascita di un figlio, quando il suo matrimonio era già in crisi. Durante la brutale aggressione e subito dopo, riferirà la vittima, la balbuzie era scomparsa.

Nel 1978 il direttore dell’FBI, William Webster, aveva autorizzato gli istruttori di scienza comportamentale a fornire un servizio di consulenza, ma fu solo nei primi anni Ottanta che tale servizio acquistò popolarità. Benché fossimo soddisfatti del nostro lavoro e dei risultati che ottenevamo, ai vertici nessuno sapeva con certezza se si trattava di un utilizzo efficace delle risorse e degli effettivi del Bureau. Così, nel 1981, l’Unità di sviluppo e ricerca istituzionale, allora diretta da Howard Teten, diede il via al primo studio approfondito di quello che allora si chiamava semplicemente Programma di elaborazione profili psicologici. L’iniziativa di Teten mirava a stabilirne l’efficacia e l’eventuale opportunità di continuare a utilizzarlo. Il questionario venne inviato a tutti i nostri clienti, fra cui figuravano dipartimenti di polizia di Stato, città e contea, sceriffi e agenti operativi dell’FBI. Benché gran parte delle richieste riguardassero casi di omicidio, l’Unità di sviluppo e ricerca raccolse anche i dati relativi a stupri, rapimenti, estorsioni, morti accidentali e minacce.

Per molti dipendenti del Bureau, la costruzione di profili psicologici era ancora una pratica poco chiara, difficile da valutare. Molti la assimilavano alla stregoneria, mentre per altri era solo apparenza. Di conseguenza, se lo studio non avesse provato diversamente, tutte le attività dell’Unità di scienza comportamentale estranee all’insegnamento avrebbero avuto vita breve.

Ci sentimmo quindi enormemente sollevati quando, nel dicembre del 1981, i questionari vennero restituiti. Gli investigatori di tutto il Paese si dicevano entusiasti del nostro lavoro e auspicavano che il programma continuasse. Per quasi tutti, la nostra tecnica era utile soprattutto perché consentiva di ridurre il numero dei sospetti e restringere di conseguenza il campo delle indagini. Un esempio tipico era dato dall’assassinio brutale e apparentemente immotivato di Francine Elveson, avvenuto nel 1979 nel Bronx, non lontano da alcuni dei luoghi di caccia di David Berkowitz. Anzi, il dipartimento di polizia newyorkese temeva di essersi imbattuto in un suo emulo.

Francine Elveson, ventisei anni, era insegnante di sostegno presso un centro della zona. Piccola e minuta, era dotata di grande capacità di comprensione, essendo lei stessa portatrice di un handicap minore, la cifoscoliosi. Timida e riservata, viveva coi genitori nel condominio di Pelham Parkway House. Quella mattina, era uscita come al solito di casa alle sei e mezza. Verso le otto e venti, un quindicenne che abitava nello stesso stabile trovò il suo portafogli sulle scale, tra il terzo e il quarto piano. Non volendo fare tardi a scuola, lo conservò fino al suo ritorno a casa per il pranzo, quando finalmente lo consegnò al padre. Questi si presentò a casa Elveson poco prima delle tre e affidò il portafogli alla madre di Francine, che subito chiamò la figlia sul posto di lavoro per avvertirla del ritrovamento. Seppe così che quel giorno la ragazza non si era presentata al centro. Allarmata, la donna perlustrò le scale con l’aiuto dell’altra figlia e di un vicino.

Sul pianerottolo dell’ultimo piano li aspettava uno spettacolo terrificante. Francine era nuda, ed era stata percossa con tanta violenza che il medico legale riscontrò la frattura della mascella, del naso e degli zigomi. Era stata disposta a gambe e braccia allargate, e le erano stati legati polsi e caviglie con la cintura e le calze di nylon. L’autopsia accertò che i lacci erano stati applicati dopo la morte. E sempre dopo la morte i capezzoli le erano stati recisi e appoggiati sul torace. In testa le erano state infilate le mutandine, così da coprirle il viso, e c’erano segni di morsi sulle cosce e sulle ginocchia. Innumerevoli escoriazioni superficiali suggerivano l’utilizzo di un temperino. Ombrello e penna le erano stati infilati in vagina e il pettine era stato collocato tra il pelo pubico. Gli orecchini erano per terra, ai lati della testa. Era stata strangolata con la cinghia della tracolla. Su una coscia il killer aveva scritto: «Non potete fermarmi», e sullo stomaco: «Fottetevi», con la penna che poi le aveva introdotto in vagina. Inoltre, aveva defecato accanto al cadavere e coperto gli escrementi con alcuni degli indumenti di Francine.

La signora Elveson riferì alla polizia la scomparsa di un ciondolo riproducente una lettera dell’alfabeto ebraico che Francine portava sempre al collo. Quando ebbe descritto il monile, gli agenti investigativi realizzarono che il cadavere era stato posizionato in modo da assumere la stessa forma.

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