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作者:意- John Douglas 当前章节:16162 字 更新时间:2026-6-22 23:22

Rimasi tra la vita e la morte per un’intera settimana. Poiché nel reparto di terapia intensiva erano permesse solo le visite dei famigliari, i miei colleghi di Quantico, nonché Mathers e altri agenti dell’ufficio operativo di Seattle, divennero improvvisamente parenti stretti.

«La vostra è proprio una grande famiglia» commentò sarcastica una delle infermiere parlando con Pam.

E per certi versi era davvero così. Parecchi colleghi di Quantico, capitanati da Bill Hagmaier dell’Unità di scienza comportamentale e Tom Columbell dell’Accademia nazionale, promossero una colletta per consentire a Pam e a mio padre di restare a Seattle. Ricevettero contributi da funzionari di polizia di tutto il Paese. Nel frattempo, veniva organizzato il trasporto della mia salma in Virginia, dove sarebbe stata tumulata nel cimitero militare di Quantico. Verso la fine di quella prima settimana, un giorno Pam, mio padre, gli agenti e il sacerdote formarono un cerchio intorno al mio letto e, tenendosi per mano, pregarono per me. Quella stessa notte uscii dal coma.

Ricordo ancora bene la sorpresa e la confusione che provai trovandomi davanti mia moglie e mio padre. All’inizio non riuscivo a parlare; avevo la mascella sinistra pendula e quel lato del corpo ancora paralizzato. Ripresi a parlare con molta difficoltà, ma dopo un po’ scoprii che potevo muovere la gamba, e gradualmente riacquistai tutte le mie capacità motorie. Finalmente, dopo una lunga serie di esami, analisi e prelievi spinali, fu elaborata la diagnosi: encefalite virale causata o complicata da stress e da un generale stato di debilitazione. Ero fortunato a essere ancora vivo.

La convalescenza fu dolorosa e scoraggiante. Dovetti imparare a camminare di nuovo, e la mia memoria non tornò più quella di un tempo. Per aiutarmi a ricordare il nome del medico che mi aveva in cura, Siegal, Pam mi portò un gabbiano di conchiglie appollaiato su un piedistallo di sughero. E quando il dottore tornò a chiedermi se rammentavo come si chiamasse, io biascicai: «Sicuro, Seagull (gabbiano)».

Nonostante l’appoggio di cui ero circondato, il processo di riabilitazione fu terribilmente frustrante. Non ero mai stato capace di stare senza far niente o di prendere la vita con calma. Quando mi telefonò il direttore dell’FBI, William Webster, gli dissi che dubitavo di poter tornare a sparare.

«Non si preoccupi per questo, John» rispose lui. «È il suo cervello che ci sta a cuore.» Non ebbi il coraggio di dirgli che temevo fosse rimasto ben poco anche di quello.

Venni dimesso l’antivigilia di Natale. Roger Depue venne a prenderci al Dulles Airport e ci condusse alla nostra casa di Fredericksburg, dove mi aspettavano una bandiera americana e un enorme striscione con la scritta «Bentornato, John». Avevo perso quasi venti chili. Le mie bambine, Erika e Lauren, rimasero talmente sconvolte nel vedermi così emaciato e costretto sulla sedia a rotelle che per molto tempo reagirono con timore a ogni mia partenza.

Fu un Natale malinconico. Avevo abbandonato la sedia a rotelle ma muovermi mi costava ancora molta fatica e avevo difficoltà a sostenere una conversazione. Piangevo con facilità e non potevo fare affidamento sulla mia memoria. Quando Pam o mio padre mi portavano in giro per Fredericksburg, mi capitava di chiedermi se questo o quell’edificio fossero nuovi. E mi domandavo spesso se sarei mai tornato al lavoro.

Provavo una certa amarezza nei confronti del Bureau che mi aveva spinto fino a quei limiti. Il febbraio precedente mi ero rivolto al vicedirettore, Jim McKenzie, per spiegargli che non avrei potuto sostenere a lungo quei ritmi e chiedergli di assegnarmi dei collaboratori.

McKenzie si era mostrato comprensivo ma realista. «Conosci l’organizzazione» aveva detto. «Bisogna crollare perché qualcuno se ne accorga.»

Avevo la sensazione di non ricevere né un adeguato supporto né il dovuto apprezzamento. Solo un anno prima, dopo che mi ero logorato sul caso dei minori uccisi ad Atlanta, avevo ricevuto un rimprovero ufficiale per un articolo pubblicato dal «Newport News», Virginia, subito dopo l’arresto di Wayne Williams. Al cronista che mi chiedeva cosa pensassi di Williams come sospetto, avevo risposto che sembrava «plausibile», e che un esame più approfondito lo avrebbe probabilmente rivelato tale anche per quanto riguardava alcuni dei delitti.

Benché fosse stato l’FBI a chiedermi di concedere l’intervista, in seguito la direzione sostenne che avevo parlato in modo inopportuno di un caso ancora aperto, e che solo un paio di mesi prima, in occasione di un’intervista a «People», ero stato invitato alla cautela. Era un atteggiamento tipico della burocrazia governativa. Dovetti presentarmi all’Ufficio per la responsabilità professionale, nel quartier generale di Washington, e dopo sei mesi di estenuanti tira e molla ebbi una lettera di biasimo. Benché in seguito ricevessi anche un encomio, al momento questo fu tutto il riconoscimento che ottenni per aver contribuito alla soluzione di quello che la stampa definiva «il crimine del secolo».

Gran parte dell’attività di un operatore della legge non è condivisibile con nessuno, neppure con il coniuge. Quando si passano le giornate a guardare cadaveri orrendamente mutilati, la voglia di portarsi il lavoro a casa passa in fretta. Non si può annunciare mentre si è a cena: «Oggi mi è capitato un delitto a sfondo sessuale davvero affascinante. Ora ve lo racconto». È questo il motivo dell’attrazione che tanto spesso i poliziotti provano per infermiere e viceversa… le loro professioni hanno molto in comune.

Spesso, quando ero al parco o facevo una passeggiata con le bambine, mi capitava di pensare: “Questo posto mi ricorda la scena del tal delitto, dove scoprimmo il cadavere di quel bambino di otto anni”. Benché fossi protettivo nei confronti delle mie figlie, mi riusciva difficile lasciarmi coinvolgere dai piccoli incidenti che caratterizzano l’infanzia. Quando Pam mi raccontava che una o l’altra era caduta dalla bicicletta e aveva avuto bisogno di qualche punto, automaticamente ripensavo all’autopsia di una sua coetanea e alla quantità di punti che le sue ferite avevano richiesto.

Pam aveva un gruppo di amiche che come lei si interessavano di politica locale, e a causa delle mie frequenti assenze la gestione della casa e l’educazione delle bambine ricadevano quasi per intero su di lei. Era solo uno dei molti problemi che allora turbavano il nostro matrimonio, e so che Erika, la più grande, era consapevole della tensione esistente tra noi.

Non riuscivo a scrollarmi di dosso il risentimento verso il Bureau. Un giorno, mentre bruciavo un mucchio di foglie secche nel giardino sul retro, d’impulso rientrai in casa, radunai le copie di tutti i profili che avevo elaborato, di tutti gli articoli che avevo scritto, e li gettai nel falò. Fu un gesto catartico.

Alcune settimane più tardi, quando fui di nuovo in grado di guidare, mi recai al National Cemetery di Quantico. In questo cimitero la collocazione delle tombe dipende dalla data del decesso, e scoprii che se fossi morto il primo o il due di dicembre sarei stato tumulato vicino a una ragazza che era stata pugnalata a morte nel viale di casa. L’omicidio, a cui avevo lavorato anch’io, era rimasto insoluto. Mentre me ne stavo lì a rimuginare, ricordai le innumerevoli volte che avevo consigliato alla polizia di sorvegliare le tombe di una vittima, nell’eventualità che si facesse vivo l’assassino. Che ironia sarebbe stata se, vedendomi lì, un poliziotto mi avesse arrestato come sospetto!

A distanza di quattro mesi dall’attacco, ero ancora in malattia. A causa della lunga permanenza a letto, soffrivo di trombosi alle gambe e ai polmoni e vivere mi riusciva ancora terribilmente faticoso. Ancora non sapevo se avrei potuto riprendere il lavoro e neppure se avrei riconquistato la sicurezza necessaria. E intanto Roy Hazelwood, uno degli istruttori dell’Unità di scienza comportamentale, era costretto a lavorare il doppio e a occuparsi di molti dei miei casi ancora aperti.

Tornai a Quantico nell’aprile del 1984 per parlare a un gruppo di elaboratori di profili provenienti da vari uffici operativi dell’FBI. Quando entrai in aula, con le pantofole per via dei piedi gonfi, gli agenti mi tributarono una vera e propria ovazione. Loro, meglio di chiunque altro, erano in grado di capire e apprezzare ciò che stavo cercando di fare all’interno del Bureau. Per la prima volta dopo molti mesi, mi sentii apprezzato e considerato. Fu come tornare a casa. Un mese più tardi riprendevo a lavorare a tempo pieno.

1

NELLA MENTE DI UN ASSASSINO

Mettetevi nei panni del cacciatore.

Pensate a un documentario sulla natura: un leone nella pianura del Serengeti, in Africa. La belva avvista un branco di antilopi all’abbeverata e in qualche modo… glielo leggiamo negli occhi… ne sceglie una fra migliaia. Questo, perché è allenato a percepire la debolezza, la vulnerabilità, la diversità dell’antilope in cui riconosce la vittima ideale.

Certe persone fanno lo stesso. E se sono una di loro, anch’io vado a caccia tutti i giorni, in cerca della mia vittima. Supponiamo che mi trovi in un centro commerciale, affollato da migliaia di persone. Raggiungo la sala-giochi dove almeno una cinquantina di bambini sta divertendosi, e mentre li osservo devo diventare un cacciatore, devo riuscire a individuare la preda potenziale. Capire quale, tra quei cinquanta bambini, è il più vulnerabile, la vittima prescelta. Devo prendere nota del suo abbigliamento, imparare a cogliere gli indizi non verbali che trasmette. E poiché devo fare tutto questo in una frazione di secondo, è necessario che sia molto, molto abile. Poi, una volta fatta la mia scelta, devo sapere con esattezza come farò a portare via la preda senza creare scompiglio né sospetti, e senza dimenticare che i suoi genitori si trovano probabilmente un paio di piani più sotto. Non posso permettermi di sbagliare.

È l’eccitazione della caccia che spinge questi individui all’azione. Un’eccitazione, credo, paragonabile a quella del leone nella savana. E poco importa se la loro predilezione va ai bambini, alle donne, alle prostitute o ai membri di qualsiasi altra categoria, oppure se cacciano in maniera indiscriminata. Per certi versi, sono tutti uguali.

Ma è ciò in cui divergono, ossia le tracce delle rispettive personalità, a fornirci una nuova arma per l’interpretazione di certe tipologie di crimini violenti e delle modalità di caccia e di esecuzione dei loro autori. Ho passato buona parte della mia carriera di agente speciale dell’FBI a cercare di potenziare quest’arma, e proprio questo è l’argomento del libro. Sempre, davanti a un crimine orrendo, si pone l’interrogativo assillante, fondamentale: che genere di persona può aver commesso una simile azione? Il lavoro di analisi che svolgiamo noi dell’Unità investigativa di supporto si propone appunto di dare una risposta a questa domanda.

Il comportamento riflette la personalità.

Non è sempre facile, e non è mai piacevole, mettersi nei panni di simili individui, entrare nella loro mente. Ma è proprio questo che ci si aspetta da noi. Dobbiamo riuscire a capire «com’è» per ciascuno di loro.

Tutto quello che vediamo sulla scena di un delitto può rivelarci qualcosa dell’individuo, o soggetto sconosciuto, che lo ha commesso. Ma a forza di studiare crimini e di consultarci con gli esperti… gli esecutori stessi… abbiamo imparato a interpretare questi indizi nello stesso modo in cui un medico valuta i vari sintomi per diagnosticare una malattia. Proprio come un medico può cominciare a formulare una diagnosi dopo aver riconosciuto parecchi aspetti di una specifica patologia, noi possiamo trarre delle conclusioni quando cominciano a emergere precisi schemi di comportamento.

Nei primi anni Ottanta, quando per raccogliere dati intervistavo assassini in stato di detenzione, un giorno mi trovai seduto in cerchio insieme con alcuni criminali nell’antico penitenziario di Stato del Maryland, a Baltimora. Ciascuno di quegli uomini costituiva un valido oggetto di studio, ma io ero interessato soprattutto al modus operandi di uno stupratore-omicida, e chiesi se nel carcere ci fosse qualcuno che faceva al caso mio.

«C’è Charlie Davis» mi risponde uno di loro, ma gli altri obiettano che Davis non accetterà di incontrarmi.

Qualcuno va in cerca dell’uomo che, fra la sorpresa generale, acconsente a unirsi a noi… spinto probabilmente dalla curiosità o dalla noia. Il fatto che i detenuti hanno generalmente un sacco di tempo libero e pochi modi per occuparlo ci è stato di grande utilità nei nostri studi.

Di solito, ci sforziamo di prepararci a questi colloqui accumulando informazioni sul nostro interlocutore. Esaminiamo i verbali di polizia, le foto scattate sulla scena del delitto, i referti medici, il materiale processuale; qualunque cosa possa aiutarci a gettare luce sulla personalità. Questo è anche il modo più sicuro per capire se il soggetto sta fingendo o divertendosi alle nostre spalle. Nel caso di cui parlo, non mi era evidentemente stato possibile prepararmi, e decisi pertanto di cercare di volgere a mio vantaggio tale circostanza.

Alto più di un metro e ottanta, robusto e goffo, Davis era un uomo sulla trentina, dai modi cortesi. Io esordisco dicendo: «Mi trovo in svantaggio, Charlie. Non so quale reato ha commesso».

«Ho ucciso cinque persone» è la risposta.

Quando gli chiedo di parlarmi dei delitti, salta fuori che Davis lavorava part-time come autista di ambulanze, circostanza che gli aveva facilitato enormemente le cose: dopo aver strangolato la sua vittima, non doveva far altro che piazzarne il cadavere sul ciglio di una strada compresa nel territorio coperto dalla sua squadra, fare una telefonata anonima e andare quindi a prelevare il corpo. Mentre lo adagiava sulla barella, chi poteva immaginare che proprio lui era l’assassino? Era la consapevolezza di avere il controllo degli eventi a eccitarlo più di ogni altra cosa.

Il metodo da lui utilizzato, lo strangolamento, mi disse che Davis non uccideva con premeditazione, e che la sua motivazione primaria era lo stupro.

«Un ammiratore della polizia, dunque» commento. «Scommetto che le piacerebbe fare il poliziotto, occupare una posizione di potere invece di accontentarsi di mansioni umili, al di sotto delle sue capacità.» Lui ride e mi dice che suo padre era stato tenente di polizia.

Dietro mia richiesta, mi descrive il suo modus operandi: era solito scegliere una ragazza attraente e seguirla fino a un luogo preciso, per esempio il parcheggio di un ristorante. Grazie ai contatti garantitigli dalla professione del padre, dalla targa dell’auto della vittima prescelta era in grado di risalire al nome. A quel punto telefonava al ristorante e la attirava fuori con una scusa qualsiasi, per esempio che aveva lasciato i fari accesi. La costringeva a salire sulla sua automobile o su quella di lei e dopo averla ammanettata si allontanava.

Mi racconta i cinque delitti in ordine cronologico, proprio come se li stesse rivivendo nella fantasia. Nel parlarmi dell’ultimo, accenna al fatto di aver violentato la ragazza sul sedile anteriore. È la prima volta che menziona questo particolare e io voglio saperne di più. «Lasci che le dica qualcosa sul suo conto, Charlie» faccio. «Lei aveva difficoltà a interagire con le donne e all’epoca del suo primo omicidio si trovava in difficoltà finanziarie. Ormai prossimo alla trentina e con un lavoro molto al di sotto delle sue capacità, si sentiva frustrato e senza il pieno controllo sulla sua vita.» Lui fa un vago cenno d’assenso. Fin qui, tutto bene. Non ho ancora detto nulla di troppo difficile da prevedere o ipotizzare. «Beveva parecchio» continuo. «Era indebitato e litigava con la donna con cui viveva.» Benché non ne avesse fatto cenno, ero convinto che una donna ci fosse. «E quando le cose peggioravano, la sera usciva a caccia. Non poteva prendersela con la sua vecchia, e di conseguenza era costretto a cercare altrove.»

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