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作者:意- John Douglas 当前章节:15699 字 更新时间:2026-6-22 23:22

Sul cadavere furono trovate tracce di liquido seminale, ma nel 1979 l’esame del DNA era ancora di là da venire. L’assenza di sangue e di frammenti di pelle sotto le unghie indicavano che la vittima non aveva opposto resistenza. L’unica prova tangibile era un pelo appartenente a un individuo di colore, rinvenuto durante l’autopsia.

Indagini successive stabilirono che l’aggressione aveva avuto luogo mentre Francine scendeva le scale. L’assassino l’aveva picchiata fino a farle perdere conoscenza, poi l’aveva portata di sopra. Non c’erano tracce di violenza carnale.

Un assassinio così brutale non poteva non suscitare sensazione. Venne costituita una task force di ventisei agenti investigativi cui spettò il compito di interrogare più di duemila potenziali testimoni e sospetti, e controllare i movimenti di tutti i molestatori sessuali di New York City. Ma dopo un mese, le indagini segnavano il passo.

Pensando che un altro parere non avrebbe guastato, l’agente della New York Housing Authority Tom Foley, e il tenente Joe D’Amico portarono a Quantico tutto il materiale relativo all’omicidio. Roy Hazelwood, Dick Ault, Tony Rider e io li incontrammo nella mensa dirigenziale.

Basandomi sul materiale menzionato e la consueta immedesimazione con la vittima e l’assassino, elaborai un profilo. La polizia doveva cercare un maschio bianco di aspetto comune, età compresa fra i venticinque e i trentacinque anni, fisicamente trasandato, disoccupato, di abitudini prevalentemente notturne, che abitava nel raggio di un chilometro dal luogo del delitto con i genitori o un’anziana parente. L’uomo non era sposato, non aveva relazioni sentimentali né amici intimi; al liceo o all’università era stato un emarginato, non aveva esperienza militare, non possedeva un’auto, aveva una scarsa stima di se stesso, ed era stato o era attualmente in cura presso un centro di igiene mentale dove gli venivano prescritti farmaci. Aveva tentato di suicidarsi mediante strangolamento o asfissia, non era un consumatore abituale di droghe né di alcol e possedeva una ricca collezione di materiale pornografico sadomaso. Quello di Francine era il suo primo omicidio, anzi, il primo crimine grave che avesse mai commesso, ma se non fosse stato fermato avrebbe colpito ancora.

«Non dovrete andare lontano per trovarlo» dissi agli agenti. «E avete già parlato con lui.» Aggiunsi che avevano certamente parlato anche con la sua famiglia, e che l’uomo si era mostrato forse perfino troppo collaborativo. Non era escluso che si mettesse nuovamente in contatto con loro, nel tentativo di seguire le indagini da vicino.

Si trattava evidentemente di un crimine casuale. I genitori di Francine ci dissero che la ragazza non scendeva sempre a piedi. A volte usava l’ascensore e non c’era modo di prevedere che cosa avrebbe fatto in un determinato giorno. Inoltre, tutti gli oggetti impiegati nell’aggressione appartenevano a lei. L’assassino non aveva portato nulla sulla scena, se non forse un temperino. La conclusione era ovvia: l’uomo non aveva teso un agguato né era arrivato sul posto già intenzionato a uccidere. Questo ci portò a un’altra deduzione: se il soggetto non era entrato nell’edificio con l’intenzione di uccidere, doveva averlo fatto per qualche altro motivo. E per imbattersi in Francine prima delle sette del mattino, o viveva nello stesso fabbricato, o ci lavorava o comunque lo conosceva molto bene. Poteva di conseguenza trattarsi di un postino, o magari di un dipendente della Con Ed, anche se io lo ritenevo improbabile perché in questo caso difficilmente avrebbe avuto a disposizione il tempo che invece aveva evidentemente dedicato alla vittima. Poiché nel palazzo nessuno aveva visto alcunché di insolito, l’assassino doveva essere conosciuto, e questo veniva confermato dal fatto che Francine non aveva urlato né opposto resistenza. A causa dei risvolti sessuali del delitto, ci sembrò ragionevole ipotizzare che l’omicida fosse intorno alla trentina, ossia più o meno coetaneo della vittima. In base a questa sola circostanza, ero pronto a eliminare dalla rosa dei sospetti il quindicenne che aveva trovato il portafogli (nonché il padre quarantenne di questi). L’esperienza mi diceva che era improbabile che un soggetto di quell’età si accanisse in quel modo sul cadavere. Neppure Monte Rissell, uno stupratore seriale estremamente «precoce», si era comportato così. Inoltre, il quindicenne era nero e, benché l’autopsia avesse portato alla scoperta di un pelo negroide, io restavo convinto che il nostro uomo fosse bianco. Di rado nei crimini di questo tipo sono coinvolte vittime di razza diversa da quella dell’assassino, e quando questo accade, ci sono di norma altre prove a indicarlo. Benché la polizia tendesse a sospettare di un ex custode di colore che non aveva mai restituito le chiavi, io ero propenso a scartarlo, in base alle considerazioni comportamentali appena esposte e al fatto che qualche inquilino lo avrebbe certamente notato.

Come spiegavo allora la presenza del pelo negroide?, volle sapere la polizia.

Non potevo spiegarlo, il che mi causava un certo disagio, ma non per questo mi discostai dalle mie posizioni.

Avevamo per le mani un crimine ad alto rischio e una vittima a basso rischio. Francine non era fidanzata, non era una prostituta né una tossicodipendente e neppure una bella bambina rimasta sola. Il delitto non si era verificato in un quartiere malfamato. Lo stabile era abitato per il cinquanta per cento da neri, per il quaranta per cento da bianchi e per il dieci per cento da latinoamericani, e nessun crimine analogo aveva mai avuto luogo né lì né nei palazzi ricini. Il fatto che l’aggressore non avesse scelto uno scenario più sicuro, unito alla evidente non premeditazione, lo indicava come un soggetto disorganizzato.

Un insieme di altri fattori mi fornì un’immagine più chiara della sua tipologia. Il cadavere era stato orribilmente mutilato e su di esso l’omicida si era masturbato, ma non c’era stato rapporto sessuale. La penetrazione con l’ombrello e con la penna era palesemente destinata a sostituire l’atto sessuale. Bisognava di conseguenza cercare un uomo insicuro e sessualmente immaturo, la cui masturbazione si inquadrava in uno schema rituale su cui doveva fantasticare da tempo. Aveva legato Francine quando era già svenuta, se non addirittura morta. La scelta di neutralizzare la vittima, peraltro fisicamente fragile, prima di attuare la fantasia di violenza, confermava la mia ipotesi: il nostro uomo aveva enormi difficoltà a instaurare rapporti con le donne. Se mai usciva con qualcuna, cosa di cui dubitavo, era con ragazze molto più giovani di lui, facilmente controllabili.

Il soggetto non aveva un impiego a tempo pieno: lo si deduceva dalla sua presenza nell’edificio all’ora in cui altri, e la stessa Francine, uscivano per recarsi al lavoro. Ammesso che lavorasse, lo faceva part-time e forse si trattava di un impiego notturno e poco retribuito.

Di conseguenza, non viveva solo perché non avrebbe potuto permetterselo. A differenza di altri, più raffinati assassini, non era neppure in grado di nascondere del tutto la propria diversità, e ciò significava che non aveva amici e che non doveva avere mai trovato qualcuno con cui dividere un appartamento. Immaginavo che abitasse con i genitori o, più facilmente, con un solo genitore o una parente di sesso femminile più anziana, come una sorella maggiore o una zia. Non avendo la possibilità di mantenere un’automobile, aveva raggiunto la casa di Francine con i mezzi pubblici oppure a piedi o, in alternativa, abitava lì. Poiché non lo vedevo prendere l’autobus a un’ora così antelucana, ritenevo più probabile che abitasse nell’edificio o nelle immediate vicinanze.

C’era poi da considerare la disposizione dei vari oggetti rituali… i capezzoli recisi, gli orecchini, il cadavere stesso. L’esistenza di un tratto compulsivo in mezzo al caos di un omicidio disorganizzato mi disse che eravamo alle prese con un uomo affetto da gravi turbe psichiche, che probabilmente seguiva o aveva seguito una terapia farmacologica. Questo, e l’ora in cui il delitto era avvenuto, escludeva la dipendenza alcolica. Qualunque fosse la sua patologia, stava aggravandosi, e chi gli stava vicino non avrebbe potuto fare a meno di notarlo. Non si potevano escludere tentativi di suicidio, soprattutto mediante soffocamento… il metodo scelto per uccidere Francine. Ero pronto a scommettere che viveva o aveva vissuto in un istituto per malattie mentali, e per questo non aveva prestato servizio militare. Inoltre, pensavo che avesse avuto una giovinezza di emarginazione, caratterizzata da ambizioni mai soddisfatte. Ero ragionevolmente certo che quello fosse il suo primo omicidio, ma se l’avesse fatta franca avrebbe continuato. Non prevedevo che tornasse a colpire in tempi brevi; l’omicidio di Francine sarebbe stato sufficiente per settimane o mesi. Ma alla fine, quando le circostanze fossero state favorevoli e il caso gli avesse offerto un’altra vittima, avrebbe ucciso ancora. Me lo dicevano i messaggi scritti sul cadavere della giovane vittima.

Ancora: il fatto che avesse disposto il cadavere in una posizione a un tempo ritualistica e degradante indicava una totale assenza di rimorso. Se lo avesse rivestito, avrei potuto interpretare le mutandine sul viso come un segno di pentimento e desiderio di restituire qualche dignità alla vittima, ma la nudità di Francine lo negava. L’assassino le aveva coperto il viso per spersonalizzarla ancora di più.

Tuttavia, era interessante il fatto che avesse usato gli indumenti di lei per nascondere le proprie feci. Sarebbe stato possibile leggere gli escrementi lasciati in vista come un elemento della fantasia rituale o come un ulteriore segno di disprezzo verso la vittima in particolare e le donne in genere. Ma non era andata così; forse era lì da molto tempo, forse non era riuscito a controllarsi, o forse erano vere entrambe le cose. Sulla base di esperienze precedenti, ritenni che la sua incapacità di trattenersi dal defecare sulla scena del delitto fosse dovuta anche all’assunzione di farmaci.

Armati del profilo, gli investigatori tornarono a occuparsi di sospetti già interrogati: dei ventidue selezionati risultò che soltanto uno corrispondeva alla mia descrizione.

Si chiamava Carmine Calabro. Trentenne, bianco, attore disoccupato, viveva saltuariamente con il padre vedovo nella casa degli Elveson, sullo stesso piano. Era scapolo e si sapeva che aveva difficoltà nei rapporti con le donne. Non aveva fatto il militare e quando la polizia perquisì la sua stanza trovò un’ampia collezione di cinghie e materiale pornografico sadomaso. Inoltre aveva tentato più volte di suicidarsi mediante impiccagione e soffocamento, sia prima sia dopo l’omicidio Elveson.

Ma aveva un alibi. Come da me ipotizzato, la polizia aveva già interrogato il padre e da questi aveva appreso che Carmine era paziente interno di un locale ospedale psichiatrico, dove veniva sottoposto a cure antidepressive. Era questo il motivo per cui la polizia lo aveva scartato nella prima fase delle indagini. Nuovi controlli permisero di appurare che il sistema di sicurezza dell’ospedale era estremamente carente, e in seguito fu possibile provare con assoluta certezza che la sera precedente all’omicidio di Francine Carmine aveva lasciato l’istituto senza autorizzazione… era semplicemente uscito.

Tredici mesi dopo l’omicidio, Carmine Calabro fu arrestato e sottoposto alle rilevazioni delle impronte dentali. Tre dentisti della polizia confermarono che queste coincidevano con i segni impressi sul corpo di Francine. Fu su questa prova che si imperniò il processo, e benché si dichiarasse non colpevole, Calabro fu condannato a venticinque anni di carcere.

Quanto al pelo negroide, non era in alcun modo collegato al delitto. L’ufficio del medico legale scoprì che il sacco con cui il corpo di Francine Elveson era stato portato all’obitorio era già stato utilizzato per il trasporto di un uomo di colore, e che successivamente non era stato pulito in modo adeguato. Questo dimostra quanto possano essere fuorvianti le prove fisiche, e la necessità di considerarle con cautela quando non si adattano al quadro generale elaborato dagli investigatori.

Il caso Elveson fu di grande soddisfazione per noi, soprattutto perché ci permise di convincere alcuni fra i più validi e competenti rappresentanti delle forze dell’ordine. Su «Psychology Today» dell’aprile 1983, il tenente D’Amico scrisse: «Lo incastrarono talmente in fretta che chiesi all’FBI perché non ci avessero dato anche il suo numero di telefono».

Dopo la pubblicazione dell’articolo, Calabro ci scrisse dal Clinton Correctional Facility di Dannemora, New York, e questo benché né io né Hazelwood fossimo stati citati. Nella sua lettera, confusa e costellata di errori, Calabro si complimentava con l’FBI e con il dipartimento di polizia di New York, ribadiva la propria innocenza, si paragonava a David Berkowitz e a George Metesky, «il bombarolo pazzo», e scriveva inoltre: «Non sto contraddicendo il vostro profilo; anzi, su due punti credo sinceramente che siate nel giusto».

Continuava chiedendoci se fossimo a conoscenza della presenza di un pelo estraneo sul cadavere, circostanza che a suo avviso avrebbe potuto discolparlo. Poi, abbastanza stranamente, ci chiedeva quando saremmo andati da lui con il profilo, e se davvero avessimo prove a sufficienza. Se così era, non avrebbe più sollevato l’argomento, ma in caso contrario ci avrebbe scritto di nuovo.

Interpretai la sua lettera come la possibilità di includere Calabro nel nostro studio, e nel luglio del 1983 Bill Hagmaier e Rosanne Russo, una delle prime donne dell’Unità di scienza comportamentale, andarono a parlargli a Clinton. In seguito lo descrissero come un uomo nervoso, ma educato e collaborativo, proprio come si era dimostrato con la polizia. Parlò diffusamente della propria innocenza e dichiarò che era stato ingiustamente condannato a causa dei segni delle morsicature. In conseguenza di questo, si era fatto togliere tutti i denti, «perché non potessero accusarmi di nuovo», ed esibì orgogliosamente la bocca sdentata. Per il resto, il colloquio fu una sorta di ripetizione della lettera, benché Hagmaier e la Russo sostenessero che sembrava molto interessato al loro lavoro e riluttante a vederli andar via. Perfino in carcere, Calabro restava un solitario.

Non dubito affatto che Carmine Calabro sia un individuo profondamente disturbato. Nulla nel suo caso, e neppure nel suo background, sta a indicare un approccio normale alla vita. Allo stesso tempo, sono convinto che, come gran parte degli individui disturbati, fosse in grado di percepire la differenza fra il bene e il male. Avere fantasie bizzarre non è un crimine, ma certamente lo è la scelta di concretizzarle a danno di altri.

9

NEI PANNI ALTRUI

Nei primi anni Ottanta, seguivo più di centocinquanta casi all’anno e viaggiavo per un uguale numero di giorni, poiché col crescere della popolarità del nostro lavoro le richieste di aiuto pervenivano sempre più numerose dagli Stati Uniti e dall’estero. Costretto a stabilire priorità, privilegiavo i casi di stupro-omicidio suscettibili di evolversi in nuovi delitti.

Capitava che a volte la polizia ci contattasse per casi ormai «freddi» o in cui il protagonista non era più in attività. Sapevo che spesso erano le famiglie delle vittime a premere per una soluzione, ma pur offrendo loro tutta la mia comprensione, non potevo permettermi di sprecare tempo prezioso in analisi destinate a finire in un archivio.

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