Quanto ai casi attivi, era necessario valutare con attenzione le richieste, e nei primi tempi mi insospettivo sempre un po’ quando arrivavano da dipartimenti importanti, come New York e Los Angeles. A volte era in corso un conflitto di competenze con l’FBI, oppure nel caso era coinvolto un uomo politico locale, e la polizia preferiva passare a qualcun altro la patata bollente.
Inizialmente fornivo analisi scritte, ma con l’aumento della mole di lavoro non ne ebbi più il tempo. Dovevo accontentarmi di prendere appunti che poi esaminavo con l’investigatore locale. Finii per accumulare una notevole esperienza. Quando rivedevo il caso con il mio interlocutore, avevo già stabilito se fossi o meno in grado di essergli utile, e a quel punto a interessarmi era soprattutto l’analisi della scena del delitto. Perché era stata scelta proprio quella vittima? Quali erano le modalità dell’omicidio? Le due domande che portavano poi all’interrogativo chiave: chi?
Arrivai in fretta a capire che più un delitto era di routine, meno erano gli indizi comportamentali a mia disposizione. Per esempio, nei casi di aggressione per la strada, l’aiuto che potevo fornire era minimo. È un crimine comune, e di conseguenza il numero dei sospetti è elevatissimo. In modo analogo, un singolo colpo d’arma da fuoco o un’unica pugnalata presentano scenari più difficili di quanto facciano le ferite multiple. Una sola vittima ad alto rischio, quale potrebbe essere una prostituta, non ci fornisce tante informazioni quanto una serie di vittime.
La prima fase consisteva nell’esaminare il rapporto del medico legale, così da apprendere la natura e il tipo di ferite, la causa della morte, l’eventuale presenza di violenza sessuale e la sua natura. La qualità del lavoro del medico legale può variare moltissimo; alcuni di loro sono patologi legali di grande abilità, come ad esempio il dottor James Luke, ex anatomopatologo a Washington DC e in seguito apprezzato consulente della mia unità. Ma in alcune piccole città del Sud, il coroner era anche il locale impresario delle pompe funebri, e la sua autopsia consisteva nello sferrare un calcio al cadavere per concludere: «Morto stecchito».
Passavo quindi al verbale della polizia. Che cosa aveva visto il primo agente arrivato sul posto? Non bisogna dimenticare, infatti, che la scena del delitto poteva essere stata modificata successivamente da lui stesso o da un componente della squadra investigativa. Era molto importante che riuscissi a visualizzarla esattamente come l’aveva lasciata il criminale, e se qualcuno era intervenuto poi, volevo esserne informato. Il cuscino che copriva il volto della vittima era già lì all’arrivo dell’agente? O era stato messo da un membro della famiglia in segno di rispetto? Oppure c’erano altre spiegazioni? Infine, esaminavo le foto e cercavo di completare il quadro che andava formandosi nella mia mente.
Poiché le fotografie non erano sempre della migliore qualità, chiedevo anche un disegno schematico dove fossero indicate le direzioni ed eventuali impronte rinvenute. Se gli agenti avevano osservazioni particolari da farmi, li pregavo di annotarle sul retro delle foto, così da non esserne influenzato durante quel primo esame. Allo stesso modo, se avevano già individuato un sospetto, chiedevo che me ne inviassero il nome in una busta sigillata, così da poter mantenere la necessaria obiettività.
Era importante scoprire se qualcosa fosse stato trafugato dalla scena o dal cadavere stesso. Quando un agente o un funzionario mi annunciava che non era stato asportato nulla, io ribattevo: «Come fa a saperlo? Se prelevassi un reggiseno o un paio di slip dal cassetto di sua moglie o della sua ragazza, lei se ne accorgerebbe?». A volte, mancavano oggetti di cui non era facile notare l’assenza, ma io cercavo di non fermarmi mai alle apparenze. Capitava spesso che al momento dell’arresto si scoprisse nella casa del colpevole qualche «memento» della sua impresa.
Fu chiaro fin dall’inizio che molti, all’interno del Bureau come all’esterno, non capivano il nostro lavoro. Me ne resi conto con particolare chiarezza durante un corso di due settimane che Bob Ressler e io tenemmo a New York nel 1981. Vi partecipavano un centinaio di agenti investigativi, in gran parte del dipartimento di polizia di New York, e in minor misura appartenenti ad altre giurisdizioni dell’area metropolitana newyorkese.
Una mattina – sono davanti al grande personal computer Sony che utilizzavamo – vengo raggiunto da un agente investigativo; ha l’aria esausta e gli occhi iniettati di sangue. «Lei è un esperto di profili, vero?» mi fa. «Proprio così» rispondo girandomi verso il computer. «E questa è la macchina che uso.» Lui mi guarda con aria scettica, ma non accenna ad andarsene. «Mi dia la mano» lo incalzo. «Le mostro come lavora.»
Un po’ esitante, lui obbedisce. Come sapete, i drives per dischetti da cinque pollici e un quarto sono piuttosto larghi. Gli prendo la mano, la infilo nel drive e giro alcune manopole.
«È il mio profilo?» mi chiede l’agente.
«Aspetti la lezione» gli rispondo. «Vedrà come funziona.»
Fortunatamente per me, capì lo scherzo, soprattutto quando mi vide usare il computer per il suo autentico scopo: dimostrare! Ma certo sarebbe bello se elaborare un profilo utilizzabile fosse così facile. Sono anni che gli esperti di informatica lavorano per sviluppare programmi in grado di duplicare i nostri processi logici, ma fino a ora senza grandi risultati. Questo perché il nostro lavoro è molto più di una semplice immissione ed elaborazione di dati. Per tracciare profili validi, bisogna saper valutare un’ampia gamma di prove e informazioni, ma anche e soprattutto mettersi nei panni della vittima e del criminale.
Bisogna saper ricreare il crimine nella propria testa, scoprire il più possibile sul conto della vittima, così da poter immaginarne la reazione. Bisogna immedesimarsi con lei mentre viene minacciata dall’aggressore, e percepirne la paura e la sofferenza. Bisogna capire cosa significa urlare di terrore sapendo che nessuno verrà in nostro soccorso. Sì, bisogna sapere com’è, e non è piacevole, soprattutto se la vittima è un bambino o un anziano. Quando il regista e il cast del Silenzio degli innocenti vennero a Quantico, invitai nel mio ufficio Scott Glenn, l’attore che impersonava Jack Crawford. Glenn è un uomo di idee liberali, convinto della fondamentale bontà degli esseri umani e della necessità della riabilitazione e della redenzione. Gli mostrai alcune foto relative a delitti su cui stavamo indagando in quei giorni. Gli feci ascoltare la sofferenza di due ragazzine di Los Angeles torturate a morte nel retro di un furgone da due assassini in cerca di emozioni.
Glenn pianse mentre ascoltava. «Non immaginavo che ci fossero persone capaci di tanto» commentò. E dopo di allora, non poté più dichiararsi contrario alla pena di morte. «L’esperienza di Quantico mi ha fatto cambiare idea una volta per tutte» ebbe a dire.
Ma per quanto sia difficile, devo calarmi anche nei panni dell’aggressore, pensare come pensa lui, programmare con lui, percepirne la gratificazione nel momento in cui realizza le sue fantasie ed è finalmente in grado di manipolare e dominare un altro essere umano.
Gli uomini che avevano torturato e ucciso le due ragazzine di Los Angeles si chiamavano Lawrence Bittaker e Roy Norris. Avevano addirittura trovato un soprannome per il loro furgone: Murder Mac. Si conobbero nel penitenziario di San Luis Obispo, dove Bittaker scontava una condanna per tentato omicidio e Norris per stupro. Fu proprio il comune interesse per il controllo e la violenza su giovani donne a renderli amici, e quando nel 1979 furono rilasciati entrambi sulla parola si trasferirono in un motel di Los Angeles dove pianificarono di sequestrare, violentare, torturare e uccidere una ragazza per ciascun anno di età compresa fra i tredici e i diciannove. Ne avevano già uccise cinque prima che una delle vittime riuscisse a fuggire e a rivolgersi alla polizia.
Norris, il più debole dei due, crollò durante l’interrogatorio, e per evitare la pena di morte acconsentì a incastrare il suo più sadico e aggressivo compagno. Condusse la polizia nelle località che erano state teatro dei delitti, e fra i numerosi cadaveri ne venne rinvenuto uno che il sole della California aveva già ridotto a scheletro. Dall’orecchio sporgeva uno scalpello per il ghiaccio.
Al di là della tragedia di tante giovani vite recise «per divertimento», come disse Norris, a rendere interessante questo caso sono le diverse dinamiche comportamentali che si evidenziano in due criminali coinvolti nello stesso delitto. Di norma ce n’è uno più dominante e uno più docile, e spesso uno più organizzato dell’altro. I serial killer sono sempre individui inadeguati, e quelli che hanno bisogno di un compagno lo sono più degli altri.
Ma per quanto orribili siano i loro crimini (e Lawrence Bittaker è certo uno degli individui più ripugnanti che abbia mai conosciuto), non si tratta sfortunatamente di casi unici. Come Bittaker e Norris, James Russell Odom e James Clayton Lawson Jr. si conobbero in carcere. Si era verso la metà degli anni Settanta ed entrambi scontavano una pena per stupro presso lo State Mental Hospital di Atascadero, in California. Alla luce del materiale da me studiato, direi che Russell Odom era uno psicopatico, mentre Clayton tendeva maggiormente alla schizofrenia. Ad Atascadero, Clayton parlò a Russell di quello che gli sarebbe piaciuto fare una volta libero. Nei suoi sogni, c’era quello di catturare delle donne, tagliare loro i seni, estrarre le ovaie e infilare un coltello nella vagina. Dichiarò di ispirarsi a Charles Manson e ai suoi seguaci, e fece capire con chiarezza che il rapporto sessuale non rientrava nei suoi programmi. Non lo considerava parte «della faccenda».
Odom, d’altro canto, la pensava diversamente e nel 1974, a bordo del suo «Maggiolone» azzurro polvere, attraversò il Paese fino a Columbia, nella Carolina del Sud, dove Lawson viveva con i suoi genitori e lavorava come tubista. (Ho notato che in quel periodo i «Maggioloni» erano l’auto preferita dai serial killer… così come dagli agenti federali con pochi mezzi.) Odom pensava che grazie ai loro interessi, correlati benché distinti, avrebbero potuto costituire un’ottima squadra.
Pochi giorni dopo, i due sono già a caccia della prima vittima a bordo della Ford Comet appartenente al padre di Lawson. Fanno sosta in un centro commerciale sulla superstrada Al. Alla cassa c’è una ragazza, ma il locale è affollato, e i due compari decidono di ripiegare su un film porno.
È interessante notare come, messi di fronte a un sequestro potenzialmente rischioso, desistessero senza troppa difficoltà dai loro propositi. Erano entrambi malati di mente; nel caso di Lawson ci sarebbero molti argomenti a favore dell’infermità mentale. E tuttavia, quando le circostanze non erano favorevoli al successo del loro piano, ne rimandarono l’esecuzione. Dunque, la compulsione che li spingeva ad agire non era tale da risultare irresistibile. Voglio ribadirlo ancora una volta: a meno che non abbia perduto ogni presa sulla realtà, il criminale decide se fare o non fare del male a qualcuno. A differenza di quanto accade con i pazzi autentici, catturare un serial killer non è per nulla facile.
La sera successiva, Odom e Lawson vanno di nuovo al cinema e al termine dello spettacolo, a mezzanotte passata, tornano nel locale sulla superstrada dove acquistano alcune cosette: un sacchetto di noccioline, cioccolato al latte, sottaceti. Questa volta non ci sono testimoni, e i due non esitano a sequestrare la cassiera minacciandola con la calibro.22 di Odom. In tasca, Lawson ha una calibro.32. La polizia, chiamata in un secondo tempo da un cliente che ha trovato il negozio deserto, scopre che il denaro della cassa non è stato toccato e neppure il portafogli della donna.
In un luogo isolato, Odom ordina alla ragazza di spogliarsi e la violenta sul sedile posteriore dell’auto. Lawson, che è rimasto fuori, continua a ripetergli di sbrigarsi perché tocca a lui. Di lì a cinque minuti circa, Odom eiacula e scende dall’auto.
Si allontana, dice lui, per vomitare. In seguito, Lawson sosterrà che il compagno gli ha detto: «Dobbiamo liberarci di lei», e questo benché lui avesse strappato alla ragazza la promessa di tacere in cambio della libertà. In ogni caso, pochi minuti dopo Odom la sente gridare. Torna sui suoi passi e scopre che Lawson ha tagliato la gola alla giovane e ne sta mutilando il cadavere nudo con un coltello comperato nel locale la sera prima.
Il giorno dopo, eccoli a bordo del «Maggiolone» di Odom, decisi a liberarsi degli indumenti della vittima, di cui hanno fatto due involti. È a questo punto che Lawson dice al compagno di aver cercato, senza riuscirci, di ingerire gli organi sessuali della donna.
II corpo orrendamente mutilato viene abbandonato all’aperto; pochi giorni dopo, gli assassini sono arrestati. Russell Odom, spaventato, ammette prontamente lo stupro, ma nega ogni coinvolgimento nell’omicidio.
Nella sua dichiarazione alla polizia, Clayton Lawson sostiene di non avere avuto rapporti sessuali con la vittima. «Non volevo violentarla, volevo solo distruggerla.» Questo è l’uomo che in aula, durante il processo, masticava gesso.
I due furono processati separatamente. A Odom vennero comminati l’ergastolo più quarant’anni per stupro, detenzione di armi e altri reati minori. Riconosciuto colpevole di omicidio premeditato, Lawson morì sulla sedia elettrica il 18 maggio 1976.
Ecco un caso caratterizzato da uno schema di comportamento misto, a causa delle due distinte personalità coinvolte. La mutilazione del cadavere è infatti segno di una personalità disorganizzata, mentre le eiaculazioni in vagina indicano quasi sempre il contrario. Pensavo al caso Odom e Lawson quando ricevetti una telefonata da John Reeder del distretto di Logan, Pennsylvania. Reeder si era laureato all’Accademia nazionale e insieme con il procuratore distrettuale della contea di Blair, Oliver E. Mattas Jr., voleva assicurarsi la nostra collaborazione nelle indagini relative all’omicidio di Betty Jane Shade.
Ecco i fatti come me li illustrarono.
Il 29 maggio 1979, Betty Jane Shade, baby-sitter ventiduenne, era stata vista mentre rientrava a casa verso le ventidue e quindici. Quattro giorni dopo, un uomo, che in seguito dichiarò di essere uscito per una passeggiata, inciampò nel suo cadavere, mutilato ma ancora ben conservato, in una discarica illegale sulla Wopsonock Mountain, vicino ad Altoona. I lunghi capelli biondi le erano stati tagliati e pendevano da un albero vicino. Il coroner della contea, Charles R. Burkey, dichiarò al giornale locale che quello era il delitto più «truculento» che avesse mai visto. Betty Jane Shade, che era stata violentata, aveva una mascella fratturata, gli occhi neri e numerose ferite di coltello su tutto il corpo. A ucciderla era stato un colpo alla testa, e le mutilazioni successive comprendevano il taglio di entrambi i seni e un’incisione che andava dalla vagina al retto. Dall’esame del contenuto parzialmente non digerito dello stomaco si poté appurare che la ragazza era stata uccisa poco dopo la sua scomparsa. Il cadavere, tuttavia, era troppo ben conservato perché potesse essere rimasto quattro giorni nella discarica. Non solo: in seguito ad alcune lamentele, la polizia stava appunto indagando sui depositi di rifiuti illegali, e se il cadavere fosse sempre stato lì lo avrebbe certamente trovato.