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作者:意- John Douglas 当前章节:15506 字 更新时间:2026-6-22 23:22

Studiai il materiale inviatomi da Reeder ed elaborai un profilo che gli illustrai durante una lunga conversazione telefonica nel corso della quale cercai anche di impartirgli i primi rudimenti del nostro lavoro. A mio avviso, si doveva cercare un maschio di razza bianca fra i diciassette e i venticinque anni, o anche più vecchio, se per caso viveva in una zona isolata. Questo, perché il suo sviluppo sociale sarebbe stato necessariamente più lento. Era un solitario, non particolarmente brillante negli studi, introverso e con ogni probabilità dedito alla pornografia. Quanto al suo background, le connotazioni erano sempre le stesse: una famiglia disfunzionale con un padre assente e una madre dominatrice e iperprotettiva. Forse era stata proprio la madre a instillargli l’idea che tutte le donne erano cattive a parte lei, rendendolo timoroso e incapace di interagire con loro. Questo spiegava la tendenza a sopraffarle in fretta.

Conosceva bene la vittima ma, animato da una carica terribile di collera, aveva cercato in ogni modo di spersonalizzarla. Anche il taglio dei capelli avrebbe potuto leggersi nell’ottica della spersonalizzazione, ma io sapevo che la Shade era orgogliosa della sua chioma. Di conseguenza, quel gesto era da intendersi come un insulto, una degradazione. Non c’erano tuttavia indizi di comportamenti sadici; il nostro uomo non ricavava soddisfazione sessuale dall’infliggere dolore fisico.

Dissi alla polizia di non cercare «il tipico rappresentante, estroverso e socievole». Se il soggetto aveva un lavoro, doveva trattarsi di un lavoro manuale. Chiunque fosse stato a lasciare il cadavere in quella discarica, doveva svolgere mansioni umili. L’ora scelta per il sequestro, i seni mancanti, il fatto che il corpo era stato spostato, tutto parlava di un individuo dalle abitudini prevalentemente notturne. Ero quasi certo che sarebbe andato al cimitero, forse avrebbe addirittura partecipato al funerale, e che nella sua mente avrebbe stravolto la realtà al punto da convincersi di aver avuto con Betty Jane una relazione «normale». In considerazione di questo, avvisai gli inquirenti che l’uso della macchina della verità si sarebbe probabilmente rivelato inutile. Era inoltre probabile che l’uomo abitasse tra la casa della vittima e il luogo in cui essa era stata vista l’ultima volta.

Pur non possedendo prove certe, la polizia sospettava di due uomini in particolare. Uno era un certo Charles Soult Jr., meglio noto come «Butch», che si era definito il fidanzato della vittima. Il secondo era l’uomo che aveva trovato il corpo, un macchinista delle ferrovie, congedato per invalidità. La sua versione non convinceva del tutto: se, come sosteneva, era uscito per una passeggiata, come era finito nella discarica? Inoltre, un anziano che portava a spasso il cane lo aveva visto orinare sul posto. Non era vestito nel modo più adatto per fare una passeggiata e benché piovesse era perfettamente asciutto. Viveva a quattro isolati di distanza da Betty Jane Shade e più volte aveva inutilmente cercato di abbordarla. Interrogato dalla polizia, si mostrò nervoso e disse che aveva esitato a denunciare il ritrovamento nel timore di essere coinvolto nel delitto… La scusa tipica di chi si intrufola nelle indagini per cercare di stornare da sé i sospetti. L’uomo era un forte bevitore e fumatore, abbastanza robusto per uccidere e liberarsi di un cadavere. Aveva un passato di comportamento antisociale e la notte dell’omicidio sosteneva di essere rimasto a casa a guardare la televisione con la moglie. Non aveva quindi un alibi solido. Dissi alla polizia che un uomo di quel genere avrebbe certamente contattato un avvocato e si sarebbe mostrato restìo a collaborare. Infatti, l’uomo si procurò un legale e rifiutò di sottoporsi al test del poligrafo.

Il suo era certamente un atteggiamento compromettente, ma non quadrava il fatto che fosse sposato, avesse dei figli e vivesse con la famiglia. Se a commettere il delitto fosse stato un coniugato, a spingerlo sarebbe stata certamente una forte dose di sadismo contro le donne. Avrebbe tirato in lungo l’omicidio, e abusato della vittima prima della morte, ma senza mutilarla dopo. Inoltre, i trent’anni del macchinista mi sembravano francamente troppi.

Soult mi appariva un candidato più probabile. Il profilo gli calzava alla perfezione. I genitori si erano separati quando lui era ancora piccolo, e la madre era una donna dominatrice, oppressiva. Come disse alla polizia, a ventisei anni Soult aveva avuto due soli incontri di natura sessuale, entrambi con una donna più anziana che lo aveva deriso per la mancata erezione. Lui e Betty Jane, disse ancora, erano molto innamorati e prossimi a sposarsi, benché lei avesse rapporti anche con altri uomini. Sono certo che la ragazza avrebbe raccontato una storia del tutto diversa. Al funerale, Soult disse di voler farsi seppellire con lei, e durante l’interrogatorio pianse senza sosta per la perdita subita.

Seppi dalla polizia che Soult e suo fratello Mike lavoravano come trasportatori di rifiuti.

«Fantastico» fu la mia reazione.

Questo significava che avevano accesso alla discarica e i mezzi per trasportare il corpo.

Due aspetti, però, mi preoccupavano. Era un ragazzo gracile, a mio avviso incapace di spostare il cadavere e metterlo nella posizione in cui era stato trovato. Inoltre, nella vagina della vittima era stato trovato dello sperma, a indicare che un rapporto sessuale aveva effettivamente avuto luogo, e il particolare non si adattava al quadro generale. Avrei piuttosto pensato di trovare del liquido seminale sul cadavere, o magari sui vestiti. Come David Berkowitz, l’uomo che cercavamo era dedito alla masturbazione, ma non era uno stupratore.

Mi si presentava quindi uno schema misto organizzato-disorganizzato, per molti versi simile a quello riscontrato nell’omicidio Elveson, anche se la mutilazione presentava caratteristiche diverse. Fu pensando a Odom e Lawson che arrivai all’unica spiegazione possibile. Era probabile che quella sera Soult e Betty Jane si fossero incontrati e avessero finito per litigare. Lui l’aveva picchiata fino a farle perdere conoscenza e quindi trasportata in un luogo isolato. Era stato lui a tagliarle i capelli, mutilarne il corpo e conservarne i seni. Ma tra la prima aggressione e il momento della morte, la ragazza era stata violentata, e io non credevo che un individuo disorganizzato e sessualmente inadeguato qual era Soult ne fosse capace. E neppure credevo che avesse spostato il corpo da solo.

A quel punto era logico inserire nel quadro Mike, il fratello. Faceva il suo stesso lavoro, aveva trascorso qualche tempo in un ospedale psichiatrico ed era un violento con problemi comportamentali. A differenza del fratello, era sposato, ma non per questo la madre aveva rinunciato a dominarlo. La notte del rapimento di Betty Jane Shade, la moglie di Mike era in ospedale, prossima a partorire. Proprio tale gravidanza costituiva l’elemento scatenante per Mike, oltre a privarlo del consueto sfogo sessuale. Sarebbe stato quindi comprensibile che Soult, in preda al panico, si rivolgesse a lui, e che Mike, dopo aver stuprato la giovane donna, lo avesse aiutato a liberarsi del corpo. Dissi alla polizia che era consigliabile un approccio indiretto, non minaccioso, ma sfortunatamente a quel punto Soult era già stato interrogato parecchie volte e sottoposto all’esame della macchina della verità. Come avevo previsto, non erano stati rilevati segni di menzogna, ma una serie di reazioni emotive inappropriate. Consigliai allora che si concentrassero su Mike, spiegandogli che, sebbene il suo coinvolgimento fosse limitato allo stupro e al trasporto del cadavere, se non avesse cooperato si sarebbe trovato nei guai come il fratello.

Funzionò. I due fratelli e la sorella Cathy Wiesinger, che si era detta la migliore amica di Betty Jane, furono arrestati. Secondo Mike, anche Cathy aveva partecipato allo spostamento del cadavere.

Che cosa era accaduto? Io credo che Soult avesse cercato di avere rapporti sessuali con Betty Jane, una ragazza esperta e attraente, senza riuscirci. Dopo averla aggredita, si era fatto prendere dal panico ed era ricorso al fratello. La sua collera, però, si era rinfocolata nel vedere che Mike era in grado di stuprarla, e quattro giorni dopo ne aveva mutilato il corpo, così da avere «l’ultima parola».

Uno dei seni della vittima fu ritrovato. L’altro, disse Mike alla polizia, se l’era tenuto Soult, e non se ne seppe più nulla.

Charles «Butch» Soult fu condannato per omicidio di primo grado, mentre Mike, che aveva patteggiato la pena, venne inviato in un ospedale psichiatrico. Reeder parlò pubblicamente del ruolo da noi rivestito nella soluzione del caso; eravamo stati fortunati a lavorare con un uomo che conosceva i nostri metodi e capiva la necessità di collaborazione tra la polizia e Quantico.

10

TUTTI HANNO UN SASSO

Una sera di tanti anni fa, di ritorno dallo sfortunato soggiorno nel Montana, ero a cena con i miei genitori al Coldstream, una pizzeria di Uniondale, Long Island. Stavo gustando la mia pizza super quando all’improvviso mia madre mi chiese: «John, hai mai avuto rapporti sessuali?».

Rimango a bocca aperta. Sono gli anni Sessanta, e quella non è esattamente la domanda che un ventenne si aspetta di sentirsi fare dalla propria madre. Sbircio mio padre sperando nel suo appoggio, ma la sua faccia mi dice che non è meno stupefatto di me.

«Allora?» insiste lei.

«Uh… be’, sì mamma.»

Un’espressione di ripugnanza si dipinge sul suo viso. «E con chi?»

«Ah… insomma… a dire la verità con parecchie.»

Tanto valeva che le avessi detto che quelle donne le avevo uccise, smembrate e nascoste nello scantinato di casa nostra.

«Chi ti vorrà come marito, ora?» gemette lei.

Lancio un nuovo, silenzioso appello a mio padre. Avanti, papà, aiutami!

«Oh, insomma, Dolores. Al giorno d’oggi non è più così importante.»

«È sempre importante, Jack» ribatte lei. «Cosa faresti, John, se un giorno la tua futura sposa ti chiedesse se hai avuto rapporti intimi con un’altra donna prima di conoscerla?»

Esitai appena un istante prima di rispondere: «Le direi la verità, mamma».

«No, non farlo» salta su mio padre.

E la mamma, prontissima: «Come sarebbe a dire, Jack?». Okay, papà. Vediamo come te la cavi.

Ebbene, quando ero ormai un agente dell’FBI, esperto di profili e psicologia criminali, mi capitò di pensare a quei momenti di tortura e compresi che nessuna esperienza, nessun addestramento avrebbe potuto aiutarmi a cavarmela meglio!

Perché mia madre aveva centrato un punto vulnerabile.

Ecco un altro esempio. Da quando sono divenuto responsabile dell’elaborazione profili, ho scelto e istruito personalmente i miei collaboratori, e questo ha fatto sì che instaurassi con loro rapporti particolarmente intensi. Molti hanno fatto splendide carriere, ma se dovessi indicare il mio migliore discepolo farei certamente il nome di Greg Cooper. Greg aveva rinunciato alla prestigiosa posizione di capo della polizia di una cittadina dello Utah per entrare nell’FBI, dopo aver ascoltato Ken Lanning e Bill Hagmaier in un seminario. Sognava da sempre di operare nell’ambito della scienza comportamentale, e quando andai a Seattle per partecipare a un programma televisivo intitolato «Manhunt live» si offrì di farmi da autista e guida.

Divenuto capo dell’Unità investigativa di supporto, lo chiamai a Quantico, dove si rivelò un ottimo elemento. Nei primi tempi, Greg divise un ufficio del seminterrato con Jana Monroe, ex agente della omicidi in California e, tra le altre cose, una splendida bionda. La maggior parte degli uomini avrebbe accolto con entusiasmo quella sistemazione, ma Greg era un devoto mormone, un uomo tutto casa e famiglia con cinque bambini e una moglie meravigliosa di nome Rhonda, che esitava a lasciare l’assolata California per l’umida e afosa Virginia. Ogni volta che lei gli chiedeva del suo compagno d’ufficio, Greg tergiversava e cambiava argomento.

Finalmente, sei mesi dopo, lui e Rhonda partecipano al party natalizio dell’unità. Io non ci sono, ma Jana sì, e indossa un aderente abito nero con una scollatura mozzafiato.

Al mio ritorno, Jim Wright, il comandante in seconda dell’unità, mi racconta che dopo la festa tra i due coniugi è scoppiata una lite furibonda. Rhonda, pare, non è felice di sapere che il marito passa le sue giornate gomito a gomito con una bionda affascinante che balla non meno bene di come spara.

Senza perdere tempo, chiamo Greg nel mio ufficio. Ha l’aria un po’ preoccupata. È con noi da sei mesi soltanto e ci tiene a far bene il suo lavoro.

«Chiudi la porta, Greg. Siediti» gli dico. Lui esegue, palese mente turbato dal mio tono. «Ho appena parlato al telefono con Rhonda» continuo io. «A quanto pare avete dei problemi.»

«Hai parlato con Rhonda?» Non mi guarda, ma tiene gli occhi fissi sul telefono.

«Senti, Greg» faccio io in tono suadente. «Sarei più che felice di coprirti, ma questa è una faccenda che devi risolvere da solo. È chiaro che Rhonda sa che c’è qualcosa fra te e Jana e…»

«Non c’è nulla fra me e Jana» esplode lui.

«Il nostro è un lavoro stressante, lo so. Ma tu hai una moglie fantastica, dei bei bambini. Non rovinare tutto.»

«Le cose non stanno come pensi tu, John. Devi credermi.» Greg non stacca lo sguardo dal telefono e ha cominciato a sudare. Una vena del collo gli pulsa. È vicinissimo al crollo.

«Ma guardati» sogghigno, abbandonando di colpo ogni finzione. «E tu saresti un esperto di interrogatori?» Greg stava lavorando a un capitolo sugli interrogatori per il Crime Classiftcation Manual. «Hai combinato qualcosa?»

«No, John, te lo giuro!»

«Eppure guardati! Sei più molle della cera! Sei innocente, sei un ex capo della polizia. Sei un esperto di interrogatori. E tuttavia ti sei fatto trattare come uno yo-yo. Allora, che hai da dire a tua giustificazione?»

A quel punto Greg era sopraffatto dal sollievo e aveva ben poco da dire, ma certamente aveva afferrato il punto.

Siamo tutti vulnerabili.

A dispetto della nostra esperienza in fatto di tecniche di interrogatorio, farci crollare è possibile… a condizione di individuare il nostro punto debole.

L’ho imparato sulla mia pelle quando il mio lavoro di elaboratore di profili era ancora all’inizio, e dopo quella volta ne approfittai spesso, e non solo a scopi dimostrativi.

Nel dicembre del 1979, l’agente speciale Robert Leary, dell’ufficio di Rome, Georgia, telefonò per parlarci di un omicidio particolarmente efferato cui mi chiese di dare la priorità. Una settimana addietro, Mary Frances Stoner, una graziosa ed esuberante dodicenne di Adairsville, una cittadina poco lontana da Rome, era scomparsa dopo che l’autobus l’aveva lasciata davanti al vialetto di casa sua, a non più di cento metri dalla strada. La giovane coppia che ne rinvenne il corpo in un boschetto frequentato prevalentemente da coppie ebbe l’accortezza di non alterare nulla sulla scena del delitto. Mary Frances era stata uccisa con un colpo alla testa e l’autopsia rivelò una frattura al cranio causata probabilmente da un grosso sasso. (Nelle foto scattate dalla polizia, se ne vedeva uno macchiato di sangue accanto alla testa della vittima.) I segni sul collo indicavano inoltre che era stata afferrata alle spalle.

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