Prima di esaminare il materiale, volli sapere tutto il possibile sul conto della vittima. Mary Frances, sembrava, aveva avuto soltanto qualità. Tutti ne parlavano come di una ragazzina dolce e popolare, affabile e dotata di un carattere amabile: una simpatica dodicenne che dimostrava la sua età, e non dieci anni di più, come succede a certe adolescenti. Non faceva uso né di droghe né di alcol, e l’autopsia rivelò che al momento dello stupro era vergine. Insomma, era a tutti gli effetti una vittima a basso rischio proveniente da un ambiente a basso-rischio. Buttai giù i seguenti appunti:
PROFILO
Sesso: maschile Razza: bianca
Età: tra i venticinque e i trent’anni
Stato civile: sposato – difficoltà coniugali o divorzio
Servizio militare: congedato per motivi disonorevoli o di salute
Occupazione: di natura manuale – elettricista, idraulico
Q.I.: nella media – sopra la media
Livello di istruzione: scuola superiore al massimo
Fedina penale: incendio doloso, stupro
Personalità: sicuro, vanesio, nessuna difficoltà nel test del poligrafo
Colore dell’autoveicolo: nero o blu
Modalità di interrogatorio: diretto
Lo stupratore aveva colto al volo l’opportunità offertagli, senza avere pianificato alcunché. I vestiti in disordine indicavano che Mary Frances era stata costretta a spogliarsi e quindi a rivestirsi in tutta fretta dopo la violenza. Poiché sulla parte posteriore del corpo non erano stati trovati sassolini o terra, doveva essere stata violentata in auto.
Esaminai a lungo le fotografie, e cominciai a farmi un’idea dell’accaduto.
Mary Frances era una ragazzina estroversa e fiduciosa, e non doveva essere stato difficile avvicinarla in un luogo privo di connotazioni minacciose qual era la fermata dell’autobus. Il soggetto l’aveva probabilmente convinta ad avvicinarsi all’auto, e quindi costretta a salire con la forza. Il delitto era stato commesso in una località isolata, e ciò indicava che l’assassino conosceva bene i dintorni.
Una volta compresa la dinamica del sequestro, mi fu facile capire che non si trattava di un delitto premeditato. La cordialità della ragazzina era stata scambiata per civetteria dallo stupratore, mentre nulla avrebbe potuto essere più lontano dal vero. Di sicuro, Mary Frances era rimasta terrorizzata dall’aggressione e l’uomo si era trovato di fronte a una realtà ben diversa dalle fantasie che certo intratteneva da anni.
A questo punto capisce che il solo modo per uscirne è ucciderla. Ma Mary Frances è spaventata, e controllarla è più difficile di quanto lui abbia immaginato. Per ridurla a più miti consigli, l’assassino le dice di rivestirsi in fretta perché intende lasciarla andare.
Non appena lei si gira, invece, le si accosta e l’afferra per la gola. Stringe fino a farle perdere conoscenza, ma per uccidere qualcuno strangolandolo ci vuole più forza di quanta ne possieda il nostro uomo. Per finirla, non gli resta che trascinarla sotto un albero, prendere il sasso più grosso che trova lì vicino e calarglielo sulla testa più volte.
Avevo la sensazione che l’assassino non conoscesse bene Mary Frances, ma che l’avesse vista in giro per la città, forse con indosso la sua uniforme di majorette, e che questo avesse scatenato le sue fantasie.
Il viso coperto della bambina rivelava il disagio con cui l’omicida viveva il crimine commesso. Inoltre, sapevo che il tempo lavorava contro di noi. Quando l’esecutore di un reato come questo è intelligente e organizzato, e gli viene lasciato il tempo di convincersi che in realtà la colpa è della vittima, diventa quasi impossibile indurlo a una confessione. Per di più, una volta che la pista si fosse raffreddata, l’uomo non avrebbe esitato a trasferirsi altrove, e allora un’altra ragazzina sarebbe stata in pericolo.
Pensavo che abitasse nella zona e che la polizia lo avesse già interrogato. Con gli agenti doveva essersi mostrato collaborativo, ma saldo nelle sue posizioni e quasi impudente. Pensavo inoltre che quello non fosse il suo primo crimine – era troppo sofisticato –, anche se con ogni verosimiglianza si trattava del primo omicidio. L’auto di sua proprietà era certamente vecchia perché non poteva permettersene una nuova, ma ben tenuta e in ordine. Dalla mia esperienza sapevo che gli individui compulsivi e metodici preferiscono auto di colore scuro.
«La sua descrizione corrisponde nei particolari a un tizio che abbiamo appena eliminato dalla rosa dei sospetti» disse a questo punto uno dei funzionari. L’uomo restava tuttavia indiziato in un altro caso, e la mia descrizione gli calzava perfettamente. Si chiamava Darrell Gene Devier, aveva ventiquattro anni ed era di razza bianca. Divorziato due volte, attualmente viveva con la prima moglie. Lavorava come potatore a Rome, dove era sospettato di aver stuprato una tredicenne, benché a suo carico non fossero mai emerse prove certe. Dopo il primo divorzio si era arruolato nell’esercito, da cui però era stato congedato sette mesi più tardi per essersi assentato senza permesso. Guidava una Ford Pinto nera di tre anni e ammetteva di essere stato arrestato quando era ancora minorenne per detenzione di una bomba molotov. Aveva lasciato la scuola dopo l’ottava classe, ma il suo quoziente intellettivo si aggirava intorno ai cento- centodieci.
La polizia lo aveva interrogato perché, un paio di settimane prima del sequestro di Mary Frances, aveva potato gli alberi della strada dove lei abitava, e proprio quel giorno avrebbe dovuto essere sottoposto all’esame del poligrafo.
Non la ritenevo una buona idea, e lo dissi. L’esame avrebbe avuto come unico risultato quello di rafforzare nel sospetto la convinzione di poter farla franca. Mi richiamarono il giorno dopo, per dirmi che avevo visto giusto: il test non si era rivelato conclusivo.
Ora che sa di potercela fare, c’è solo un modo per incastrarlo, dissi: organizzare un interrogatorio notturno al comando di polizia. Inizialmente il sospetto si sarebbe sentito a suo agio, e questo lo avrebbe reso più vulnerabile. Al tempo stesso, si sarebbe reso conto della serietà e dell’impegno di chi lo interrogava. Era inoltre opportuno che la polizia locale e gli agenti federali di Atlanta lo interrogassero insieme, così da trasmettergli il messaggio che contro di lui agiva il governo degli Stati Uniti. Non avrebbe guastato neppure impilare sul tavolo parecchi fascicoli col suo nome, e poco importava se di fatto non contenevano nulla.
Inoltre avrebbero dovuto collocare il sasso sporco di sangue su un tavolino basso, disposto a un’angolazione di quarantacinque gradi rispetto alla sua linea visiva, in modo che fosse costretto a girare la testa per guardarlo. Era indispensabile prendere nota di tutti gli indizi non verbali… comportamento, respirazione, traspirazione e così via. Se l’assassino era lui, non sarebbe stato capace di ignorare il lugubre reperto.
Insomma, bisognava creare quello che io definisco «il fattore stringiculo». In seguito, utilizzai il caso Stoner per spiegare alcune mie teorie, e molte delle tecniche elaborate in tempi successivi hanno in quel caso le loro origini.
Non confesserà, proseguii. Nella Georgia vige la pena di morte, e anche se riuscisse a spuntare una condanna all’ergastolo, in carcere avrebbe contro tutti gli altri detenuti. Utilizzate luci basse e fate in modo che a interrogarlo siano solo due agenti per volta, preferibilmente uno dell’FBI e l’altro del dipartimento di polizia di Adairsville. Dovrete dargli l’impressione di capirlo, di capire la tensione a cui è sottoposto. Scaricate tutta la responsabilità sulla vittima, insinuate che è stata lei a sedurlo. Chiedetegli se lo ha provocato in qualche modo, o se ha minacciato di ricattarlo, dopo. Fornitegli una versione che gli permetta di salvare la faccia, di giustificare le proprie azioni.
Quando l’omicidio viene perpetrato con un corpo contundente o un coltello, è raro che l’aggressore non si sporchi di sangue. Approfittate di questa possibilità. Quando comincerà a parlare a vuoto, dissi, guardatelo negli occhi e ditegli che l’aspetto più inquietante è il fatto, risaputo, che si è macchiato col sangue di Mary.
«Sappiamo che ti sei sporcato col suo sangue, Gene. La domanda è: “Perché l’hai fatto?”. Sappiamo che l’hai fatto, la domanda è: “Perché?”. Crediamo di saperlo e ti capiamo; devi soltanto dirci se abbiamo ragione, nient’altro.»
Tutto andò come previsto. Devier si accorge immediatamente del sasso e comincia a sudare e a respirare con affanno. Rispetto al primo interrogatorio, il suo linguaggio del corpo è completamente mutato. È esitante, sulla difensiva. Gli agenti scaricano tutte le colpe sulla ragazza morta, e quando lui ne conviene sollevano la questione del sangue. Devier ne è sconvolto. Ammette lo stupro e dice che sì, la ragazza lo aveva minacciato. Bobby Leary lo rassicura affermando che l’omicidio è stato evidentemente casuale. In caso contrario, dice, avrebbe usato un’arma più efficace di un sasso. Alla fine, Devier confessa l’omicidio e anche la violenza perpetrata a Rome l’anno precedente.
Darrell Gene Devier venne processato per lo stupro e l’omicidio di Mary Frances Stoner e, condannato alla pena di morte, fu giustiziato sulla sedia elettrica il 18 maggio 1995, a quasi sedici anni di distanza dall’arresto.
L’elemento chiave di questa categoria di interrogatori è la creatività, il ricorso all’immaginazione. Siamo tutti vulnerabili, anche se ognuno per un motivo diverso. C’è sempre qualcosa da nascondere.
La tecnica utilizzata nel caso Devier ha molte valide applicazioni. Qualunque sia il reato in questione, i princìpi sono sempre gli stessi. Bisogna individuare l’anello debole della catena, informarlo dei rischi che corre e convincerlo a collaborare.
La scelta dell’uomo giusto è di vitale importanza quando l’obiettivo è di trasformarlo in un testimone e, grazie a lui, incastrare i complici. Se si sceglie l’uomo sbagliato, questi non soltanto non crollerà, ma spiffererà tutto quanto agli altri e bisognerà ricominciare tutto da capo.
Immaginiamo per esempio di stare investigando su un caso di corruzione pubblica in una grande città, e che i sospetti siano una decina di individui appartenenti a un particolare ufficio. Diciamo anche che il numero uno o due dell’ufficio costituisce «la preda» più ambita. Nel tracciarne il profilo, tuttavia, scopriamo che non ha punti deboli; non beve e non va a donne, non ha né malattie né problemi finanziari. Se interrogato, si limiterà a mandarci al diavolo e ad avvertire gli altri.
È al pesce piccolo che bisogna puntare, proprio come si fa nella lotta contro il crimine organizzato. L’esame delle varie posizioni ci permetterà forse di isolare un potenziale candidato. Non è un pezzo da novanta, bensì un impiegato che da vent’anni sbriga il lavoro d’ufficio. Ha problemi economici e di salute che lo rendono fortemente vulnerabile.
A questo punto, bisogna scegliere chi condurrà l’interrogatorio. Io di norma preferisco un uomo più anziano e più autorevole dell’indiziato, qualcuno che sappia essere amichevole, rassicurante, ma anche serio e determinato quando le circostanze lo richiedano. Non guasta neppure approfittare dell’imminenza di una particolare ricorrenza, magari del compleanno o dell’anniversario del sospetto. Se gli fate capire che, se non collabora, quella sarà forse l’ultima festa che trascorrerà in famiglia, è probabile che vi dia retta.
Un’accurata «messa in scena» può rivelarsi di grande utilità quando l’indiziato è un individuo non violento. In caso di indagini estese, suggerisco di trasportare in un solo luogo tutto il materiale a disposizione, che sia pertinente o meno al caso trattato. Davanti a un imponente spiegamento di uomini e di fascicoli, il nostro uomo capirà subito che fate sul serio. E il messaggio diventerà ancora più efficace se «decorerete» le pareti con fotografie di ricercati e altro materiale che indichi l’ufficialità e l’estensione dell’indagine.
Personalmente, prediligo i diagrammi che elencano le pene previste per ciascun reato. Nulla di sottile o particolarmente profondo, ma quello che serve per tenere il soggetto sotto pressione e ricordargli la posta in gioco.
Le ore più indicate per un interrogatorio sono quelle della notte e della prima mattina, quando tutti tendono ad abbassare la guardia. In caso di interrogatori notturni relativi a un caso che vede coinvolte molte persone, il soggetto non deve essere visto dagli altri. Se si convince di essere stato «beccato», tutto diventerà più facile.
Le fondamenta di un accordo valido dovranno essere la verità e un appello alla ragione e al buonsenso del soggetto. La messa in scena serve soltanto ad attirare l’attenzione sugli elementi chiave. Se dovessi condurre l’interrogatorio di un indiziato in un caso di pubblica corruzione, lo chiamerei a casa a tarda sera per dirgli: «È molto importante che le parli al più presto. Stanno arrivando da lei gli agenti dell’FBI». Chiarirei il fatto che non è in stato d’arresto e che non è obbligato a seguirli, ma che sarebbe opportuno farlo perché potrebbe non esserci un’altra possibilità. E in assenza di imputazioni, non sarebbe necessario neppure dargli lettura dei suoi diritti.
Una volta in ufficio, lo lascerei per un po’ nel suo brodo, per dargli il tempo di riflettere. E in seguito mi mostrerei amichevole, comprensivo, magari lo chiamerei per nome. «Voglio che capisca bene che non è in stato d’arresto» ribadirei. «Lei è libero di andarsene in qualunque momento e i miei uomini provvederanno ad accompagnarla a casa. Ma credo che dovrebbe ascoltare quanto ho da dirle. Questo potrebbe rivelarsi il colloquio più importante della sua vita. Voglio anche che sappia che siamo a conoscenza della sua anamnesi, e che un’infermiera è a sua disposizione.» Nessuna menzogna. Uno dei motivi per cui la scelta è caduta su di lui, è proprio questa sua particolare vulnerabilità.
A quel punto, metto le carte in tavola. L’FBI, sottolineo, sa che lui è un pesce piccolo, sfruttato e sottopagato, e i nostri bersagli sono altri. «Come può vedere, sdamo interrogando molte delle persone coinvolte; la nave sta affondando. Può affondare con essa o afferrare un salvagente. Sappiamo che è stato usato, manipolato e sfruttato da altri più potenti, e c’è un procuratore di Stato pronto a trattare con lei.»
E al momento del congedo: «Ricordi, non ci sarà possibile rinnovarle l’offerta. Ho venti agenti che lavorano a questo caso, e se necessario possiamo arrestare tutte le persone coinvolte. Se non lo farà lei, ci penserà qualcun altro a parlare. E per lei sarà troppo tardi. La scelta è sua, ma dopo questa notte non potremo più offrirle certe condizioni. È pronto a collaborare?»
Se lo è – e sarebbe certamente nel suo interesse – gli leggiamo i suoi diritti e gli permettiamo di contattare un avvocato. Ma a riprova della sua buona fede, forse chiederò che telefoni a uno dei complici per fissare un appuntamento. Bisogna evitare che il nostro uomo ci ripensi e faccia marcia indietro. Una volta assicuratasi la sua collaborazione, il resto verrà da sé.
L’efficacia di questa tecnica sta nel fatto che soddisfa le esigenze dell’investigatore così come quelle del soggetto interrogato. Si basa sulla verità ed è adattata alla posizione e ai bisogni emotivi dell’individuo. È difficile che questi non arrivi a capire che non avrà occasioni migliori. La strategia che sta a monte di questo genere di interrogatorio è quella che avevo sviluppato nel caso Stoner, quando continuavo a chiedermi: “Che cosa farebbe presa su di me?”.