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作者:意- John Douglas 当前章节:15542 字 更新时间:2026-6-22 23:22

Perché tutti hanno un sasso.

Gary Trapnell, il rapinatore e dirottatore di aerei che intervistai presso il carcere federale di Marion, Illinois, non è meno intelligente e percettivo degli altri criminali che ho esaminato.

Fu lui ad assicurarmi che avrebbe potuto imbrogliare qualunque psichiatra, e convincerlo di essere affetto da questa o quella malattia mentale. Era inoltre certo che fuori dal carcere sarebbe sempre riuscito a eludere la legge.

«Non riuscireste a prendermi» dichiarò.

«Ipotizziamo che lei sia fuori, Gary» replicai io. «E che sia abbastanza intelligente da non tradirsi contattando i suoi famigliari. Ora, io so che suo padre era un alto ufficiale dell’esercito e che lei lo amava e lo rispettava. Voleva essere come lui, e si dette al crimine dopo la sua morte.» La sua reazione mi disse che avevo individuato un punto debole.

«Suo padre è sepolto al National Cemetery di Arlington. Ipotizziamo ora che io abbia disposto la sorveglianza della sua tomba intorno a Natale, il giorno del suo compleanno e dell’anniversario della morte…»

Trapnell non trattenne un sorriso. «Preso!» annunciò.

Ancora una volta, ero riuscito a calarmi nei panni del soggetto. L’esperienza mi dice che c’è sempre un modo per arrivare all’obiettivo. Basta capire qual è.

Mia sorella Arlene aveva una splendida figlia di nome Kim. Eravamo nati lo stesso giorno, e questo creava fra noi un legame particolare. A sedici anni, Kim morì nel sonno e non fu mai possibile accertare con esattezza le cause del decesso. Erika, la mia figlia maggiore, le assomiglia moltissimo, e certo quando la guarda Arlene rivede in lei la figlia perduta.

Se fossi io il bersaglio, fisserei l’interrogatorio qualche giorno prima del mio compleanno, una ricorrenza che aspetto sempre con ansia. Amo festeggiarlo con la famiglia, ma penso anche a mia nipote Kim e divento particolarmente vulnerabile.

Che io conosca nei dettagli questa strategia d’approccio, è ininfluente. E neppure è importante che sia stato io a elaborarla. Se l’elemento scatenante è valido, con ogni probabilità funzionerà. Vi ho esposto il mio; il vostro sarà un altro, e sta a voi individuarlo. Ma di sicuro c’è.

Perché tutti hanno un sasso.

11

ATLANTA

Nell’inverno del 1981, Atlanta era una città in stato d’assedio.

Tutto era cominciato un anno e mezzo prima, e prima che fosse finita – se mai lo sarà davvero – le indagini si erano trasformate in una delle cacce all’uomo più imponenti e pubblicizzate della storia americana. Politicizzò una città, orientò un’intera nazione e tradusse in amare controversie ogni fase delle investigazioni.

Il 28 luglio 1979, in seguito a un reclamo per un cattivo odore avvertibile nei boschi che costeggiano la Niskey Lake Road, la polizia scoprì il corpo del tredicenne Alfred Evans. Era scomparso da tre giorni. Quando la zona venne perlustrata, a una quindicina di metri di distanza venne trovato un altro cadavere parzialmente decomposto, in seguito identificato come il quattordicenne Edward Smith, scomparso quattro giorni prima di Alfred. Entrambi i ragazzi erano di colore. Il medico legale stabilì che Alfred Evans era stato probabilmente strangolato, mentre Edward Smith era stato sicuramente ucciso con una calibro.22.

L’8 novembre, in una scuola abbandonata fu rinvenuto il cadavere di Yusef Bell, di nove anni. Il bambino era sparito verso la fine di ottobre e anche lui era stato strangolato. Otto giorni più tardi, nei pressi di Redwine Road e Desert Drive, nel quartiere di East Point, toccò a Milton Harvey, quattordici anni. La sua scomparsa era stata denunciata ai primi di settembre, e come nel caso di Alfred Evans non fu possibile stabilire con certezza le cause della morte. Anche questi bambini erano neri, ma altre analogie non erano presenti in numero tale da assumere un significato. In una città come Atlanta, i minori scompaiono in continuazione e, talvolta, vengono ritrovati morti.

La mattina del 5 marzo 1980, una dodicenne di nome Angel Lanier uscì di casa diretta a scuola. Non ci arrivò mai. Cinque giorni dopo, fu trovata imbavagliata e legata con un cavo elettrico sul ciglio di una strada. Morta. Era vestita di tutto punto, e un secondo paio di mutandine le era stato ficcato in bocca. La morte era sopravvenuta per strangolamento, e il medico legale non riscontrò segni di stupro.

Il 12 marzo scomparve l’undicenne Jeffrey Mathis. La polizia brancolava nel buio. Gli omicidi presentavano analogie non meno che differenze, e la possibilità che fossero collegati non era stata presa mai seriamente in considerazione.

Ma se non lo aveva fatto la polizia, altri ci avevano pensato. Il 15 aprile, Camille Bell, madre di Yusef, e i genitori di altri bambini uccisi annunciarono la formazione di un comitato. I suoi componenti sollecitavano la collaborazione delle autorità e 1’«ufficializzazione» di quanto stava accadendo. Simili atrocità non avrebbero dovuto verificarsi in una città come Atlanta, la cosmopolita capitale del nuovo Sud, la città «troppo indaffarata per odiare», che vantava un sindaco e un commissario di pubblica sicurezza neri.

L’orrore non cessò. Il 19 maggio, il cadavere del quattordicenne Eric Middlebrook fu trovato a circa mezzo chilometro di distanza da casa sua. La morte era dovuta a trauma cranico. Il 9 giugno scomparve il dodicenne Christopher Richardson, e il 22 giugno, una domenica, LaTonya Wilson, di otto anni, venne prelevata dalla sua camera da letto nelle prime ore del mattino. Due giorni dopo, sotto un ponte della contea di DeKalb, venne ritrovato il corpo di Aaron Wyche, dieci anni. Era morto per asfissia e frattura del collo. Il cadavere di Anthony «Tony» Carter, nove anni, fu scoperto nel retro di un magazzino di Wells Street il 6 luglio. Era stato pugnalato più volte e giaceva bocconi sull’erba. L’assenza di tracce di sangue rivelò che il corpo era stato spostato.

A quel punto, sarebbe stato impossibile continuare a ignorare l’esistenza di un filo comune. Il commissario per la sicurezza pubblica Brown costituì la Missing and Murdered Task Force che arrivò a contare più di cinquanta componenti. Ma gli omicidi continuarono. Il 31 luglio, fu denunciata la sparizione di Earl Terrell, dieci anni, dalla zona di Redwine Road, la stessa in cui era stato ritrovato Milton Harvey. E quando il dodicenne Clifford Jones venne trovato in un vicolo nei pressi di Hollywood Road, strangolato, la polizia annunciò pubblicamente l’esistenza di un nesso tra gli omicidi.

Fino a quel momento, il caso non era di competenza dell’FBI, ma con la scomparsa di Earl Terrell la situazione cambiò. La sua famiglia, infatti, aveva ricevuto parecchie telefonate nel corso delle quali lo sconosciuto interlocutore, oltre a chiedere un riscatto, aveva detto che il bambino si trovava in Alabama. Fu questo presunto attraversamento di confine a permettere il coinvolgimento dei federali. Presto, tuttavia, divenne evidente che le richieste di riscatto erano una truffa; si cominciava a disperare per la vita di Earl e l’FBI dovette fare marcia indietro.

Il 16 settembre, venne denunciata la sparizione di un altro ragazzo, l’undicenne Darron Glass. Fu a questo punto che il sindaco Maynard Jackson sollecitò in via ufficiale il nostro intervento. Nell’intento di dirimere il problema delle competenze, il procuratore generale Griffin Bell ordinò all’FBI di avviare un’indagine volta a determinare se i bambini non ancora ritrovati fossero trattenuti in violazione alle leggi federali antisequestro; in altre parole, se nel crimine fossero coinvolti più Stati. Oltre a ciò, l’ufficio di Atlanta fu incaricato di scoprire se i casi risultassero effettivamente collegati fra loro. Di fatto, anche se con maggior dispendio di parole, al Bureau fu trasmesso il seguente messaggio: «Risolvete il caso e individuate al più presto l’assassino».

Comprensibilmente, i delitti avevano suscitato una vasta eco. Era in atto una sorta di genocidio della popolazione nera, focalizzato sui suoi membri più vulnerabili? Era il Ku Klux Klan o il partito nazista che, a quindici anni dall’entrata in vigore della legislazione sui diritti civili, aveva deciso di uscire allo scoperto? O, più semplicemente, il colpevole era un pazzo? Quest’ultima possibilità sembrava la meno attendibile, considerata soprattutto la frequenza degli omicidi. Inoltre, fino a quel momento la stragrande maggioranza dei serial killer individuati erano bianchi, e quasi sempre avevano ucciso persone della loro razza. L’omicidio in serie è un crimine di natura personale, non politica.

Considerazioni, queste, che legittimavano ulteriormente l’intervento dell’FBI. Se fosse venuta a cadere l’ipotesi del sequestro interstatale, infatti, sarebbe comunque rimasta da determinare l’eventuale violazione dei diritti civili federali.

Quando Roy Hazelwood e io arrivammo ad Atlanta, gli omicidi erano ormai sedici; il coinvolgimento del Bureau era ufficiale e aveva persino un nome: ATKID, o anche Trentesimo Caso Importante. Il nostro ingresso in scena non fu particolarmente pubblicizzato; la polizia cittadina non voleva che qualcuno gli soffiasse il caso e l’ufficio federale di Atlanta, dal canto suo, non era ansioso di suscitare aspettative che rischiavano di venire disattese.

Era logico che fosse Roy ad accompagnarmi. Tra gli istruttori di scienza comportamentale, era quello che delineava il maggior numero di profili, oltre a tenere un corso sulla violenza interpersonale all’Accademia e a seguire quasi tutti i casi di stupro.

Roy e io esaminammo l’imponente mole di materiale raccolto: fotografie, descrizione dell’abbigliamento delle piccole vittime, testimonianze, rapporti di autopsia. Interrogammo i famigliari dei bambini per stabilire eventuali elementi comuni e visitammo i luoghi dei ritrovamenti.

Senza rivelarci le rispettive impressioni, e con la collaborazione di uno psicologo legale, ci sottoponemmo a test psicometrici cui rispondemmo calandoci nei panni dell’assassino. I test prendevano in esame le motivazioni, il background e la vita famigliare, ossia le informazioni utilizzate abitualmente per l’elaborazione di un profilo. Lo psicologo rimase molto stupito nel constatare che i risultati erano pressoché identici.

È certo quelle risposte non ci avrebbero fatto vincere il concorso per l’uomo più popolare dell’anno.

Non credevamo che alla base dei delitti ci fosse l’odio razziale, anzi, eravamo quasi certi che l’assassino fosse nero. Inoltre, il collegamento era certo fra parecchie morti, ma non tutte.

Benché l’FBI della Georgia avesse ricevuto parecchie soffiate relative al coinvolgimento del Ku Klux Klan, noi non le prendemmo in considerazione. Basta studiare i crimini scaturiti dall’odio che hanno funestato la nostra nazione fin dall’inizio della sua storia per vedere che si tratta in gran parte di azioni simboliche, sensazionali. Se un gruppo avesse deciso di prendersela con i bambini neri di Atlanta, certo non avrebbe permesso che passassero mesi prima che polizia e opinione pubblica si rendessero conto di quanto stava accadendo. No, il messaggio sarebbe stato senz’altro meno sottile.

Quasi tutti i luoghi dei ritrovamenti erano localizzati nei quartieri neri, e in nessun caso un bianco, e ancor meno un gruppo di bianchi, avrebbe potuto aggirarvisi senza farsi notare. Erano rioni affollati, dove anche di notte c’era sempre qualcuno in giro, ma nessuno dei testimoni aveva notato la presenza di bianchi nelle vicinanze delle abitazioni dei bambini o dei luoghi di ritrovamento. Oltre a ciò, sapevamo per esperienza che gli autori di omicidi a sfondo sessuale tendono a colpire membri della propria razza. Benché i casi in esame non offrissero prove certe, la componente sessuale era indubbia. Esistevano tra molte delle vittime forti affinità; erano giovani e sveglie, ma inesperte e quasi del tutto ignare del mondo che si stendeva al di là del loro quartiere. Il genere di bambini, insomma, potenzialmente vulnerabili alle lusinghe o ai raggiri della persona giusta. Il nostro uomo aveva sicuramente un’auto, dato che i piccoli, una volta sequestrati, erano stati portati altrove. E ritenevamo che possedesse anche una certa autorevolezza. Molti di quei bambini vivevano in condizioni di estrema povertà, alcuni addirittura in abitazioni prive di elettricità e acqua corrente.

Non pensavo, quindi, che fossero state necessarie lusinghe particolari. Per provarlo, incaricammo alcuni agenti dell’ufficio di Atlanta di aggirarsi nella zona offrendo cinque dollari ai bambini in cambio di qualche lavoretto. Che l’adescatore fosse bianco o nero non faceva alcuna differenza; quei ragazzini avevano un tal bisogno di denaro che per cinque dollari avrebbero fatto quasi qualunque cosa. L’esperimento servì inoltre a confermare che la presenza di bianchi in quei quartieri veniva invariabilmente notata.

Ma come ho detto, pur esistendo un forte legame tra alcuni degli omicidi, ciò non valeva per tutti. Dopo un’accurata valutazione, arrivai alla conclusione che le due ragazzine erano state uccise da persone diverse. Il rapimento di LaTonya Wilson dalla sua camera da letto rivelava un grado troppo alto di specializzazione. Quanto ai ragazzi, i delitti per strangolamento erano quasi certamente collegati fra di loro, ma forse non ai casi in cui la causa della morte era rimasta sconosciuta. C’erano inoltre altri elementi che facevano pensare a più assassini. In un paio di casi, tutti gli indizi portavano a un famigliare, ma quando il direttore dell’FBI, William Webster, lo affermò pubblicamente, la stampa non gli diede il minimo risalto.

A prescindere dalle ovvie implicazioni politiche di una simile dichiarazione, stornare un caso dall’elenco degli scomparsi avrebbe significato metterne la famiglia nell’impossibilità di beneficiare dei fondi che gruppi e privati stavano cominciando a stanziare in tutto il Paese. Ci trovavamo comunque alle prese con un maniaco pericoloso che, se non fosse stato fermato, avrebbe ucciso ancora. Il profilo che elaborammo era quello di un uomo di colore, scapolo, tra i venticinque e i ventinove anni. Ammiratore della polizia, guidava un’auto utilizzata anche dalle forze dell’ordine, e in qualche maniera era riuscito a intrufolarsi nelle indagini. Aveva un cane della stessa razza di quelli impiegati dalla polizia, un pastore tedesco o un dobermann. Non aveva una ragazza e anzi era attratto dai bambini, ma l’assenza di qualsiasi traccia di abusi sessuali ne rivelava l’inadeguatezza. Per adescare le sue vittime ricorreva a una tecnica che, a mio avviso, poggiava sulla musica o la recitazione. Dotato di una buona parlantina, non era tuttavia in grado di reggere un rapporto. Già nella prima fase della conoscenza, il bambino tendeva a rifiutarlo, o perlomeno lui si sentiva rifiutato e questo faceva scattare l’impulso a uccidere. Vennero controllati tutti i pedofili noti, e arrivammo ad avere una lista di millecinquecento potenziali sospetti. Agenti di polizia e dell’FBI visitavano le scuole e parlavano con gli allievi, distribuivano sugli autobus volantini con le foto degli scomparsi, frequentavano i locali dei gay nella speranza di cogliere conversazioni compromettenti e indizi.

Non tutti approvavano il nostro modo di agire e non tutti erano contenti di averci lì. In uno stabile abbandonato, teatro di uno dei delitti, fui avvicinato da un poliziotto di colore. «Lei è Douglas, vero?»

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