«Infatti.»
«Ho visto il suo profilo. È una stronzata.» Non sapevo se la sua fosse un’effettiva valutazione del mio lavoro o la riaffermazione del fatto che, stando alla stampa, non esistevano serial killer di colore. E questo, in realtà, era vero solo in parte. Casi di assassini seriali neri che avevano ucciso prostitute o famigliari esistevano, benché nessuno di loro si fosse mai accanito su estranei, né fosse ricorso al modus operandi impiegato ad Atlanta.
«Non ho chiesto io di venire qui» replicai. Ero nervoso e frustrato anch’io e come Roy sapevo che, in caso di fallimento, buona parte del biasimo sarebbe ricaduta su di noi.
Intanto le teorie si sprecavano, una più bizzarra dell’altra. Su parecchi cadaveri era stata notata la mancanza di un indumento, che, tuttavia, non era mai lo stesso. Al pari di Ed Gein, il killer aveva in casa un manichino da rivestire? L’abbandono allo scoperto delle ultime vittime significava che in lui qualcosa stava cambiando? O il primo assassino si era suicidato e un emulo ne aveva preso il posto?
Il primo spiraglio di luce non lo vidi che al mio ritorno a Quantico. Era arrivata una telefonata dal dipartimento di polizia di Conyers, una cittadina distante circa trentacinque chilometri da Atlanta. Pensavano di aver finalmente trovato un indizio, per la precisione una cassetta. La ascoltai nell’ufficio di Larry Monroe, insieme col dottor Park Dietz. Prima di diventare capo dell’Unità di scienza comportamentale, Larry era stato uno dei migliori istruttori di Quantico. Quanto a Dietz, all’epoca lavorava a Harvard. Divenuto in seguito il più valente psichiatra legale del Paese, viene spesso consultato dal nostro gruppo.
L’uomo che aveva inciso il nastro dichiarava di essere l’assassino di Atlanta e faceva il nome delle vittime più recenti. Era chiaramente bianco, di sicuro originario del Sud, e annunciava che avrebbe ucciso «altri marmocchi negri». Nominò inoltre una località lungo la Sigmon Road della contea di Rockdale, dove a suo dire si trovava un altro cadavere.
Fui io a soffocare l’eccitazione che subito si era diffusa tra gli ascoltatori. «Non è l’assassino» affermai. «Ma dovete prenderlo, altrimenti continuerà a chiamare e diventerà un elemento di distrazione.»
Ero certo di avere ragione, soprattutto perché una situazione analoga si era verificata quando con Bob Ressler ero andato in Inghilterra per tenere un corso a Bramshill, l’Accademia nazionale di polizia (ed equivalente inglese di Quantico), a circa un’ora di viaggio da Londra. Allora nel Paese imperversava lo «squartatore dello Yorkshire», che ispirandosi apparentemente agli omicidi di Whitechapel uccideva donne, soprattutto prostitute, a colpi di bastone e di pugnale. Fino a quel momento le sue vittime erano otto, e le tre che erano riuscite a sfuggirgli non erano state in grado di farne una descrizione. Si era scatenata una caccia all’uomo che non aveva precedenti in Gran Bretagna, e la polizia era arrivata a interrogare quasi un quarto di milione di individui.
Polizia e giornali avevano ricevuto missive con cui «Jack lo Squartatore» confessava i suoi crimini. Poi all’ispettore capo George Oldfield arrivò per posta una cassetta della durata di due minuti in cui un uomo sfidava la polizia e prometteva di colpire ancora. Il nastro venne duplicato e diffuso in tutto il Paese, nella speranza che qualcuno riconoscesse la voce registrata.
Avevamo saputo che a Bramshill in quei giorni c’era John Domaille, responsabile delle indagini. A lui era stato detto che erano arrivati due agenti federali esperti in profili e che una collaborazione sarebbe stata auspicabile. Al termine delle lezioni, Bob e io siamo al pub dell’Accademia quando arriva Domaille. Riconosciuto da qualcuno al bar, gli si avvicina e comincia a parlare. Dal linguaggio del corpo capiamo che sta deridendo «i due americani».
Di lì a poco John Domaille ci raggiunge e si presenta. «Vedo che non ha con sé neppure un fascicolo» osservo io.
Lui incomincia a scusarsi; il caso è complicato e non sarebbe facile fornirci le informazioni necessarie in così poco tempo, eccetera eccetera.
«Nessun problema» ribatto. «Di casi ne abbiamo anche troppi. Mi va benissimo restarmene seduto qui a bere.»
Quest’approccio disinvolto, alla «prendere o lasciare», risveglia l’interesse degli inglesi. Quando uno ci chiede quali elementi utilizziamo per tracciare il profilo, lo invito a farci una panoramica del caso. Il soggetto, mi dice lui, approfitta delle donne che si trovano in una posizione vulnerabile e le aggredisce a sorpresa con un martello o un coltello. Dopo averle uccise, le mutila. La voce registrata sul nastro era troppo sofisticata per appartenere a un assassino di prostitute, così dico: «In base alla sua descrizione e al nastro che ho ascoltato a casa, direi che non è lo “Squartatore”. State perdendo tempo».
Spiegai quindi che il vero assassino non aveva alcun desiderio di comunicare con la polizia. Si trattava, dissi, di un solitario sulla trentina, spinto da un odio patologico verso le donne. Aveva lasciato la scuola piuttosto presto e forse guidava un furgone con cui girava parecchio. Uccidendo le prostitute, si proponeva di punire il loro sesso in generale.
«Lo temo anch’io» fu l’unico commento di Domaille, che poi cambiò argomento. Quando, il 2 gennaio 1981, il camionista Peter Sutcliffe venne arrestato con l’accusa di essere lo «Squartatore», si scoprì che assomigliava pochissimo all’autore della registrazione. Questi si rivelò essere un poliziotto in pensione che aveva un vecchio conto da saldare con l’ispettore Oldfield.
Dopo aver ascoltato il nastro arrivato dalla Georgia e parlato con la polizia di Conyers e di Atlanta, elaborai uno scenario che ci avrebbe consentito di smascherare l’impostore. Proprio come «Jack lo Squartatore», questi si esprimeva in tono sprezzante, altezzoso. «È evidente che vi considera degli imbecilli» dissi. «Tanto vale sfruttare la circostanza.»
Consigliai loro di recarsi in Sigmon Road, ma di perquisire l’altro lato della strada… di mancarlo, cioè, completamente. Lui avrebbe assistito di sicuro alla scena, e con un po’ di fortuna sarebbero riusciti ad arrestarlo. In caso contrario, avrebbe certamente telefonato per dare degli idioti agli investigatori.
La polizia acconsentì e, come io avevo previsto, l’uomo si fece vivo per insultarla. A quel punto la trappola era pronta e non fu difficile mettergli le mani sopra. Come misura cautelativa, venne perquisito anche il lato di Sigmon Road da lui indicato, ma naturalmente non si trovò alcun cadavere.
Di false piste se ne presentarono altre. Nei boschi in cui erano stati ritrovati i primi resti, gli investigatori recuperarono una rivista pornografica con le pagine imbrattate di liquido seminale. Il laboratorio scientifico dell’FBI fu in grado di rilevare le impronte digitali latenti e da queste risalire all’uomo che aveva eiaculato sul giornale. Era di razza bianca, proprietario di un furgone, e lavorava come disinfestatore.
Il simbolismo psicologico è perfetto; per questo tipo di sociopatie, fra sterminare scarafaggi e sterminare bambini neri il passo può essere molto breve. In più, sapevamo già che molti serial killer hanno la tendenza a tornare dove hanno ucciso o scaricato la loro vittima.
Del nuovo sviluppo vengono informati il direttore dell’FBI, il procuratore generale e perfino la Casa Bianca. Tutti sono ansiosi di annunciare la cattura dell’infanticida e viene preparato anche un comunicato-stampa. Io però non sono convinto. Tanto per cominciare, l’uomo è bianco. In più, è felicemente sposato. Mi persuado che la sua presenza nel bosco è dovuta a un altro motivo.
Interrogato, l’uomo respinge ogni addebito. Quando gli mostrano la rivista che porta le sue impronte, fa un’ammissione. Sì, stava percorrendo quella strada e ha gettato il giornale fuori dall’auto. La versione non regge: l’uomo teneva una mano sul volante, l’altra intorno al pene, come avrebbe potuto scaraventare un oggetto fuori dall’auto e farlo atterrare al di là degli alberi?
Rendendosi conto di trovarsi in guai seri, l’indiziato si decide a spiegare che la moglie è vicina al parto e che da mesi non hanno rapporti sessuali. Piuttosto di ingannare la donna che ama, ha preferito comprare la rivista e approfittare dell’ora di intervallo per sfogarsi in solitudine.
Come non compatirlo? Il poveretto aveva voluto soltanto godere di qualche attimo di intimità, e adesso perfino il presidente degli Stati Uniti sa che si è masturbato nel bosco.
Dopo la cattura dell’impostore di Conyers, pensai che la polizia sarebbe stata finalmente libera di concentrarsi sulle indagini. Non avevo però valutato correttamente un aspetto, e cioè il ruolo attivo della stampa.
Pur avendo previsto che l’attenzione suscitata dalle sue imprese sarebbe diventata motivo di gratificazione per il killer, non avevo considerato che avrebbe reagito specificamente ai resoconti degli organi di informazione.
Questi, infatti erano talmente avidi di notizie che avevano assicurato un’ampia copertura anche all’infruttuosa perquisizione di Sigmon Road. Di lì a poco, tuttavia, un cadavere venne effettivamente trovato in quella strada; era quello del quindicenne Terry Pue.
Per me, quest’ultimo ritrovamento costituisce uno sviluppo estremamente significativo e l’inizio dell’elaborazione della strategia che avrebbe portato alla cattura del killer. È evidente che l’uomo segue con attenzione la stampa e reagisce a quanto i media raccontano. Sa che la polizia non troverà alcun cadavere in Sigmon Road, dato che lui non ve ne ha portati, ma decide di dare una dimostrazione della propria superiorità, nonché del proprio disprezzo. È perfettamente in grado di scaricare un cadavere in Sigmon Road, se vuole! Altera così il suo schema di comportamento e percorre in macchina trenta o quaranta chilometri con l’unico scopo di mettere in atto la sua sfida. A questo punto, a noi non resta che cercare di sfruttare questo nuovo corso d’azione.
Se ci fossi arrivato prima, avrei certamente messo la strada sotto sorveglianza, ma ormai era troppo tardi.
In compenso, avevo altre idee. Frank Sinatra e Sammy Davis Jr. erano attesi ad Atlanta per un concerto a favore delle famiglie delle vittime. L’evento aveva creato un clima di grande attesa, e io ero assolutamente certo che il killer sarebbe stato presente. Ma come individuarlo tra ventimila e più persone? Con Roy Hazelwood, avevamo già stabilito che era un ammiratore della polizia. E se proprio questa fosse stata la chiave? «Offriamogli un biglietto gratis» suggerii io, e alla reazione stupita dei poliziotti e dei federali spiegai: «Informeremo la cittadinanza che a causa della grande affluenza prevista è stato deciso di aumentare il numero degli addetti al servizio d’ordine. Il compenso offerto sarà minimo, i candidati dovranno essere muniti di mezzo proprio e la preferenza sarà accordata a chi potrà dimostrare di avere già fatto esperienze analoghe. Effettueremo le selezioni e utilizzeremo un sistema televisivo a circuito chiuso. Eliminati i gruppi che non ci interessano – donne, anziani eccetera –, ci concentreremo sui giovani di colore. Ciascuno di loro dovrà compilare un questionario in cui avremo inserito domande tese a stabilire i suoi rapporti con la polizia. Otterremo probabilmente un gruppo di dieci o dodici individui da controllare più a fondo».
Quando si opera all’interno di una vasta organizzazione, è normale che iniziative non proprio ortodosse debbano sottostare a una lunga trafila burocratica, e quando la mia proposta fu finalmente approvata si era alla vigilia del concerto ed era troppo tardi per metterla in atto.
Avevo un altro piano. Avremmo fatto fabbricare croci di legno alte una trentina di centimetri da distribuire ai famigliari delle vittime perché le collocassero sui luoghi dei vari delitti. Se l’iniziativa fosse stata sufficientemente pubblicizzata, il killer si sarebbe certamente fatto vedere in alcune di quelle località e forse avrebbe anche tentato di portare via una croce. E noi avremmo avuto la possibilità di incastrarlo.
Ma l’FBI impiegò settimane ad approvare il piano. Bisognava affidare l’ordine alla falegnameria di Quantico o toccava all’ufficio di Atlanta commissionarlo a terzi? Quando le croci arrivarono, erano ormai state superate dagli eventi.
A febbraio, il panico dilagava. La stampa si buttava su qualsiasi ipotesi, anche le meno attendibili. Psichiatri e psicologi si affannavano a fornire le loro interpretazioni, spesso contraddicendosi l’uno con l’altro. La vittima successiva fu il dodicenne Patrick Baltazar, il cui cadavere venne ritrovato nella contea di DeKalb, nei pressi della Buford Highway. Come Terry Pue, era stato strangolato.
Nello stesso periodo, l’ufficio del medico legale annunciò che peli e fibre trovati sul corpo di Baltazar erano identici a quelli rinvenuti su cinque delle vittime precedenti. La notizia si guadagnò ampia diffusione da parte degli organi di informazione.
E in me scattò qualcosa. Ora l’assassino sapeva che eravamo in grado di analizzare peli e fibre. Comincerà a gettare i corpi nel fiume. Già in dicembre il cadavere di Patrick Rogers era stato trovato sulla sponda del Chattahoochee River, dalla parte della contea di Cobb. Ma a quindici anni, Patrick era alto più di uno e settanta, pesava settantacinque chili ed era un emarginato che aveva già avuto qualche guaio con la legge. La polizia non considerava il suo caso collegato agli altri, ma, che lo fosse o meno, sentivo che l’omicida sarebbe ricorso al fiume per far scomparire ogni sua traccia.
Bisognava sorvegliare i corsi d’acqua, dissi. E in particolare il Chattahoochee, che delimita il confine tra la città e la vicina contea di Cobb. Ma nelle indagini erano coinvolti parecchi dipartimenti di polizia, oltre ai federali, e nessuno era disposto ad accollarsi tutto il peso dell’iniziativa. Si era già in aprile quando partì un’operazione di sorveglianza cui partecipavano l’FBI e la task force della Omicidi.
Nel frattempo, non fui sorpreso quando il South River restituì il cadavere di Curtis Walker, tredici anni. I due successivi, Timmie Hill, tredici anni, ed Eddie Duncan, ventuno, ricomparvero a distanza di un giorno l’uno dall’altro nel Chattahoochee. A differenza delle vittime precedenti, ai tre ragazzi era stata lasciata addosso solo la biancheria… un altro modo per eliminare fibre e peli.
Passarono settimane senza che nulla di nuovo accadesse. Era evidente che le autorità stavano cominciando a temere di perdere soltanto tempo, e in mancanza di progressi venne deciso che l’operazione di sorveglianza si sarebbe conclusa il 22 maggio, alla fine del turno delle sei del mattino.
Erano le due e mezza quando una recluta dell’Accademia di polizia, Bob Campbell, vide un’auto imboccare il Jackson Parkway Bridge, sul Chattahoochee, e fermarsi più o meno a metà.
«Ho appena sentito un tonfo!» riferì, piuttosto teso, allo walkie-talkie. Puntò la torcia verso l’acqua e ne colse le increspazioni. Intanto, l’auto sospetta aveva fatto dietro-front e all’uscita del ponte fu intercettata da un’autopattuglia di guardia. Al volante della station wagon, una Chevy del 1970, c’era il ventitreenne Wayne Bertram Williams. Nero, ma di carnagione molto chiara, basso e riccioluto, Williams si mostrò cordiale e pronto a collaborare. Sostenne di essere un promoter di concerti e di vivere con i genitori. La polizia lo lasciò andare, ma da quel momento lo tenne d’occhio.