Due giorni dopo, il cadavere nudo del ventisettenne Nathaniel Cater affiorò nel fiume, non lontano dal punto in cui un mese prima era stato ritrovato Jimmy Ray Payne, ventun anni. Mancavano le prove per arrestare Williams e ottenere un mandato di perquisizione, ma il giovane fu messo sotto stretta sorveglianza.
Quando se ne accorse, Williams fece di tutto per scoraggiare i suoi pedinatori: non esitò neppure a fermarsi sotto la casa del commissario Lee Brown suonando furiosamente il clacson. In casa aveva allestito una camera oscura, e fu visto mentre dava alle fiamme del materiale fotografico. Lavò anche la macchina.
Wayne Williams si adattava perfettamente al profilo; possedeva perfino un pastore tedesco. Ammiratore della polizia, anni addietro era stato arrestato per essersi finto agente. Nuovamente interrogati, alcuni testimoni ricordarono di averlo visto in Sigmon Road durante le ricerche del cadavere inesistente. Si scoprì inoltre che aveva partecipato al concerto di beneficienza.
Convocato dai federali, si mostrò cooperativo e rifiutò l’assistenza legale. Dai rapporti che ricevetti, ricavai l’impressione che l’interrogatorio fosse stato pianificato male e condotto in maniera troppo brusca e diretta. E tuttavia sentivo che Williams era «raggiungibile». Seppi inoltre che al termine dell’interrogatorio l’indiziato era rimasto nei paraggi ancora per un pezzo, apparentemente desideroso di parlare con i poliziotti. Ma quando quel giorno se ne andò, io ero ormai certo che non sarebbero mai riusciti a strappargli una confessione. Williams accettò di sottoporsi all’esame del poligrafo, che ebbe esiti negativi. In seguito, quando la sua casa venne perquisita, furono trovati dei testi che insegnavano a manipolare la macchina della verità.
Il mandato fu firmato il 3 giugno. Benché Williams avesse provveduto a lavare l’auto, la polizia trovò capelli e fibre che lo collegavano a ben dodici omicidi… proprio quelli che io avevo indicato come opera dello stesso assassino.
La posizione dell’indiziato si aggravò ulteriormente quando Larry Peterson, del Georgia State Crime Lab, identificò le fibre come appartenenti a indumenti che alcune delle vittime avevano indossato prima di scomparire. La connessione era ormai certa.
Il 21 giugno, Wayne Bertram Williams fu arrestato per l’omicidio di Nathaniel Cater. Le indagini, intanto, continuavano. Ressler e io ci trovavamo alla Hampton Inn, vicino a Newport News, in Virginia, per parlare a un raduno della Southern States Correctional Association, quando venne annunciato l’arresto. In un articolo uscito su «People» il marzo precedente, avevo illustrato alcuni elementi del profilo dell’assassino di Atlanta, affermando tra l’altro che ritenevo fosse di colore; fu quindi quasi inevitabile che qualcuno del pubblico chiedesse la mia opinione sul recente arresto.
Illustrai a grandi linee il caso, il ruolo che l’FBI vi aveva avuto e le modalità di elaborazione del profilo. Esso calzava perfettamente all’arrestato, e con cautela aggiunsi che se la sua colpevolezza fosse stata accertata, «sarebbe apparso un candidato idoneo a un’alta percentuale dei delitti».
Ignoravo che il mio interlocutore fosse un giornalista, ma se anche lo avessi saputo credo che la mia risposta non sarebbe stata diversa. Il giorno dopo, il «Newport News-Hampton Daily Press» citò le mie parole, ma estrapolandole dal contesto, così che il loro autentico significato risultava alterato.
La voce si sparse in fretta, e nel giro di ventiquattr’ore ne parlavano gli organi di informazione di tutto il Paese. Sull’«Atlanta Constitution» un titolo di testa recitava: «Agente FBI: Williams potrebbe averne massacrati molti».
Divenni il bersaglio dei media, telecamere ingombravano la hall dell’albergo e il corridoio su cui si apriva la mia camera.
Per uscire, Ressler e io dovemmo ricorrere alla scala antincendio.
Di ritorno a Quantico, trovai una situazione a dir poco difficile. Tutto stava a indicare che un agente federale, intimamente coinvolto nelle indagini, si fosse espresso per la colpevolezza di Wayne Williams molto prima che questi venisse regolarmente processato. Cercai di spiegare al capo unità Larry Monroe ciò che era realmente accaduto, e lui e il suo vice, Jim McKenzie, mi aiutarono a gestire i rapporti con l’Ufficio per la responsabilità professionale.
Ero nella biblioteca di Quantico quando Monroe e McKenzie vennero a chiamarmi. Ebbi tutto il loro appoggio. Io ero l’unico del gruppo a lavorare a tempo pieno ai profili, Atlanta aveva significato per me enorme dispendio emotivo, e l’unico ringraziamento che ottenevo era la minaccia di un rimprovero ufficiale per colpa di una scorrettezza della stampa.
Ci avevano sempre detto che il nostro lavoro comportava grandi rischi e grandi guadagni. Per come la vedevo io, dissi ai miei superiori, c’erano solo rischi e nessun guadagno. Non ne valeva la pena, aggiunsi gettando la mia borsa sul tavolo. McKenzie riconobbe che probabilmente avevo ragione, ma ribadì che loro desideravano aiutarmi.
Quando arrivai in sede, la prima cosa che mi chiesero fu di firmare una dichiarazione in cui rinunciavo ai miei diritti. Lavorare per la giustizia nel mondo esterno non significava necessariamente che la si praticasse nel nostro ambiente. Mi venne mostrata una copia del numero incriminato di «People».
«Non era stato ammonito a non rilasciare interviste di questo genere?»
No, risposi. L’intervista era stata approvata. E alla convention stavo parlando dei serial killer in termini generali quando qualcuno aveva menzionato Williams. Avevo formulato la risposta con grande attenzione, e non potevo venire considerato responsabile se in seguito era stata travisata.
Mi tennero sui carboni ardenti per quattro ore. Dovetti stendere un memoriale in cui riesaminavo l’accaduto nei dettagli, e dopo nessuno si curò di darmi qualche anticipazione su quello che mi attendeva. Dopo aver dato al Bureau tanta parte di me, dopo avergli sacrificato anche la famiglia, ecco che rischiavo di venire sospeso senza stipendio, se non addirittura licenziato.
Nelle settimane successive ero così depresso che al mattino non sarei mai sceso dal letto.
Fu allora che ricevetti una lettera di mio padre. Anche lui, mi scriveva, un tempo era stato allontanato dal suo lavoro alla «Brooklyn Eagle», e anche lui aveva reagito sprofondando nella depressione, sopraffatto dalla sensazione di aver perduto ogni controllo sulla propria vita. E mi spiegava in che modo si era risollevato, e aveva trovato la forza di sopravvivere giorno per giorno. L’incidente si era già chiuso da un pezzo, e io giravo ancora con la sua lettera nella ventiquattore.
Cinque mesi più tardi, l’Ufficio per la responsabilità professionale mi inviò una lettera di biasimo firmata dal direttore Webster in persona.
Ne fui irritato, ma ero troppo indaffarato per perdere tempo a rimuginare. Seguivo casi in tutto il territorio degli Stati Uniti e il processo a Wayne Williams si avvicinava. Era importante che sopravvivessi giorno per giorno.
Il processo ebbe inizio nel gennaio del 1982. Ci vollero sei giorni per completare la selezione della giuria, che alla fine risultò composta in prevalenza da neri. Benché lo ritenessimo responsabile di almeno dodici omicidi, Williams era imputato di due soltanto, quelli di Nathaniel Cater e Jimmy Ray Payne. Per ironia del destino, le uniche sue vittime di età superiore ai vent’anni.
Williams era difeso da due avvocati di Jackson, Mississippi, Jim Kitchens e Al Binder, e da Mary Welcome, di Atlanta. Nel collegio della pubblica accusa figuravano invece Gordon Miller e Jack Mallard, viceprocuratori distrettuali della contea di Fulton. A causa del mio contributo alle indagini, l’ufficio del procuratore distrettuale mi invitò a collaborare in qualità di consulente, e per buona parte del dibattito rimasi seduto al tavolo dell’accusa.
Se il processo si tenesse oggi, sarei autorizzato a testimoniare sul modus operandi, sulla «firma» e sui collegamenti tra i vari delitti. E in caso di condanna, verrei consultato in merito alla pericolosità futura dell’imputato. Ma nel 1982, il nostro lavoro non aveva ancora ottenuto un riconoscimento ufficiale.
Il caso costruito dall’accusa poggiava soprattutto su circa settecento esemplari di peli e fibre, meticolosamente analizzati da Larry Peterson e dall’agente speciale Hai Deadman, un esperto del laboratorio federale di Washington. Benché Williams fosse imputato di due soli omicidi, il codice penale della Georgia consentiva all’accusa di presentare casi collegati, circostanza non prevista dalle leggi del Mississippi, e per cui la difesa non sembrava preparata. Il problema dell’accusa, d’altro canto, stava nell’immagine che l’imputato proponeva di se stesso. Con i suoi occhiali spessi, i modi garbati e amichevoli, Williams assomigliava più al ragazzo della porta accanto che a un feroce assassino.
La pubblica accusa non si illudeva sulla possibilità che Williams accettasse di deporre, ma io ero di parere diverso. Lo giudicavo abbastanza arrogante e sicuro di sé da credersi capace di manipolare il dibattimento così come aveva manipolato opinione pubblica, stampa e polizia.
In un incontro riservato che si svolse nell’ufficio del giudice Clarence Cooper, Binder preannunciò l’intervento di un illustre psicologo legale di Phoenix, Michael Brad Bayless, il quale avrebbe testimoniato che Williams non corrispondeva al profilo elaborato, e che era incapace di uccidere. Il dottor Bayless aveva avuto tre colloqui con l’imputato.
«Benissimo» replicò Miller. «Citatelo, e noi citeremo un agente dell’FBI che ha predetto per filo e per segno tutto quello che è accaduto finora.»
«Merda» fu la reazione dell’avvocato difensore. «Vogliamo conoscerlo.»
Finì che mi incontrai con entrambe le parti. Alla difesa illustrai le mie esperienze e aggiunsi che, se lo avessero voluto, avrei invitato uno psichiatra nostro collaboratore a studiare il caso, sicuro che la sua valutazione sarebbe stata in linea con la mia.
Binder e i suoi soci sembravano affascinati da quanto avevo da dire. Si mostrarono cordiali e rispettosi, e Binder arrivò a dirmi che suo figlio voleva diventare agente federale.
Bayless non venne chiamato a testimoniare. Una settimana dopo la fine del processo, dichiarò all’«Atlanta Constitution» e all’«Atlanta Journal» che riteneva Williams emotivamente capace di uccidere, dotato di una «personalità inadeguata», e che, a suo avviso, gli omicidi erano dovuti a «desiderio di potere e bisogno ossessivo di esercitare il controllo». Da lui, aggiunse, Williams avrebbe voluto che modificasse la sua relazione eliminando certi aspetti, o, in alternativa, che non testimoniasse affatto. Il suo bisogno di controllo, concluse, aveva causato molte difficoltà alla difesa.
L’intervento di Bayless mi sembrò di grande interesse, non solo perché corrispondeva con tanta precisione al mio profilo. Ma durante il dibattimento si verificò una circostanza altrettanto interessante.
Una sera, mentre ceno da solo nella sala da pranzo dell’Hotel Marriott, mi si avvicina un distinto signore sui quarantacinque anni che si presenta come il dottor Michael Bayless.
Non è consigliabile farsi vedere insieme, osservo io, dato che l’indomani lui dovrà testimoniare per la difesa. Bayless, tuttavia, ribatte di non esserne affatto preoccupato, e dopo essersi seduto mi chiede che cosa so di lui e delle sue esperienze professionali. So parecchie cose, in effetti. Gli rifilo una lezioncina di psicologia criminale e quindi lo avverto che, testimoniando, rischia di mettere in imbarazzo se stesso e la sua professione. Prima di congedarsi, Bayless mi dice che avrebbe piacere di seguire i nostri corsi di Quantico. Con una strizzatina d’occhi, rispondo che tutto dipende da come si comporterà sul banco dei testimoni.
Il giorno dopo scopro che il dottor Bayless è ripartito per l’Arizona senza testimoniare. Al tavolo della difesa, Binder si lamenta dello «strapotere della pubblica accusa», sostenendo che spaventa i loro testi. Se anche era andata così, non ero stato io a volerlo, ma certamente non mi sarei lasciato sfuggire un’opportunità, se qualcuno me la offriva! In realtà, credo che il dottor Bayless fosse semplicemente troppo onesto per farsi usare da una o l’altra delle parti, a scapito della verità.
Deadman e Peterson avevano svolto un ottimo lavoro con le fibre e i peli, ma la tesi da loro illustrata era essenzialmente tecnica e di scarso effetto scenico. Tutto si basava sul modo in cui una fibra si torceva in una direzione e un’altra in quella opposta. I due esperti riuscirono a collegare le fibre rinvenute su tutti e dodici i cadaveri al copriletto di Williams, al tappeto della sua camera, a quello del soggiorno e alla sua Chevrolet. E in tutti i casi tranne uno riscontrarono la presenza di peli di Sheba, il cane dell’imputato.
Quando fu il turno della difesa, a contestare la deposizione di Deadman si fece avanti un affascinante personaggio del Kansas, che rivolgeva grandi sorrisi alla giuria. Alla fine, i membri del collegio d’accusa ridevano divertiti, ma io avevo tenuto d’occhio i giurati e quando chiesero il mio parere risposi: «Attenzione. Rischiate di perdere». Naturalmente ne rimasero scioccati, perché quella era l’ultima cosa che pensavano di sentirsi dire.
«Forse voi non lo avete trovato convincente» ripresi. «Ma la giuria gli crede.» Pur conoscendo la materia trattata da Deadman, io stesso avevo avuto difficoltà a seguirlo; quanto al teste della difesa, era forse stato troppo semplicistico, ma aveva usato un linguaggio molto più accessibile ai profani.
I colleghi dell’accusa furono così garbati da non dirmi quello che pensavano, ma divenne evidente che lì non ero più desiderato. Quanto a me, di casi da seguire ne avevo fin troppi; le continue assenze stavano mettendo in difficoltà il mio matrimonio, ed ero stanco e stressato. Telefonai a Monroe, a Quantico, per dirgli che tornavo a casa.
Ho appena lasciato il National Airport e mi sto dirigendo verso casa, quando ricevo un messaggio della pubblica accusa. Alcune delle mie previsioni stanno avverandosi, e mi vogliono di nuovo con loro per aiutarli a interrogare i testi della difesa.
Due giorni dopo sono nuovamente ad Atlanta. Ora sono molto più aperti ai miei suggerimenti, e la grande sorpresa arriva quando Williams si dichiara disposto a deporre. A interrogarlo è il suo difensore, Al Binder, conosciuto anche come «Squalo» perché incombe sull’interrogato proprio come uno squalo sulla sua vittima.
Binder batte sempre sullo stesso tasto. «Guardatelo! Vi sembra un serial killer? Si alzi, Wayne. Guardate come sono morbide le sue mani. Credete davvero che avrebbe avuto la forza di strangolare qualcuno con queste mani?»
Williams rimase sul banco degli imputati per diverse ore e la sua prestazione fu impeccabile. Era totalmente credibile nel ruolo della vittima innocente di un sistema razzista che, trovandosi in difficoltà, aveva deciso di fare di lui il capro espiatorio.
La domanda che ci si pose a quel punto fu: chi lo avrebbe controinterrogato? Toccò al viceprocuratore distrettuale Jack Mallard, e non fu una cattiva scelta. Con la sua voce lenta, dal dolce accento meridionale, Mallard era la persona giusta.