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作者:意- John Douglas 当前章节:15617 字 更新时间:2026-6-22 23:22

Non sono un esperto di procedure dibattimentali, ma sapevo che anche in quel caso il trucco stava nel «mettersi nei panni». Che cosa mi avrebbe turbato di più?, mi chiesi. E la risposta fu: essere interrogato da qualcuno già convinto della mia colpevolezza.

«Dovrà tenerlo inchiodato su quel banco il più a lungo possibile» dissi a Mallard. «Fino a farlo crollare. Williams è una personalità rigida, supercontrollata. È un ossessivo-compulsivo. Dovrà tenerlo sotto pressione, alimentare la tensione andando a esaminare ogni aspetto della sua vita, anche quelli che le sembreranno irrilevanti. E quando lo avrà logorato ben bene, dovrà toccarlo, proprio come ha fatto Binder. Quello che è utile alla difesa è utile anche all’accusa. Prima che i suoi avvocati abbiano la possibilità di obiettare, gli chieda a bassa voce: “Aveva paura, Williams, quando ha ucciso quei ragazzini?”.»

E al momento giusto, Mallard lo fa. Durante le prime ore di controintcrrogatorio, Williams è inamovibile. Inciampa in una serie di piccole incongruenze, ma questo non basta a scuotere la sua imperturbabilità. Metodicamente, Mallard ne esamina tutta la vita e al momento buono gli appoggia una mano sul braccio e con il suo cantilenante accento della Georgia domanda: «Com’era, Williams? Che cosa provava quando stringeva le dita intorno alla gola delle sue vittime? Aveva paura?».

E con un filo di voce Williams risponde: «No».

Si riprende subito e la sua collera esplode. Punta il dito contro di me, gridando: «Stai facendo di tutto per adattarmi a quel profilo, ma non contare su di me!».

Continua a farfugliare sciocchezze su quei «babbei dell’FBI», e la difesa non sa più che pesci pigliare, ma l’esito del processo è segnato. Saranno alcuni degli stessi giurati a dirlo. Per la prima volta, avevano visto l’altra faccia dell’imputato e compreso la violenza di cui era capace.

Dopo quell’esplosione, la sola speranza di Williams stava nel recuperare almeno in parte la simpatia che aveva suscitato nel corso del dibattimento. «Vedrà, Jack» dissi a Mallard. «Tempo una settimana, e si darà malato.» Non so perché avessi indicato proprio quella scadenza, ma esattamente una settimana dopo le udienze furono interrotte e Williams venne ricoverato d’urgenza per forti dolori al ventre. I medici lo dimisero senza aver riscontrato alcuna patologia.

Nella sua arringa, Mary Welcome mostrò alla giuria un ditale chiedendo: «Condannerete quest’uomo sulla base di prove che starebbero in un ditale?». Mostrò quindi un frammento del tappeto verde che aveva nel suo studio. Non era forse un colore dei più comuni? Come si poteva condannare un uomo solo perché aveva un tappeto verde?

Quel giorno, andai con altri agenti nell’ufficio della Welcome, e approfittando della sua assenza prelevammo alcune fibre dal tappeto. Gli esperti che le esaminarono al microscopio furono in grado di dimostrare che erano completamente diverse da quelle del tappeto di Williams.

Il 27 febbraio, dopo undici ore di camera di consiglio, la giuria pronunciò un verdetto di colpevolezza per entrambi gli omicidi. Williams fu condannato a due ergastoli, che sta scontando presso la Valdosta Correctional Institution, nella Georgia meridionale.

A dispetto di quanto affermano i suoi sostenitori, sono dell’idea che siano state le prove comportamentali e scientifiche a inchiodare Williams. A dispetto di quanto affermano i suoi detrattori, sono dell’idea che nessuna prova certa lo collegasse ai delitti avvenuti nella sua città tra il 1979 e il 1981. A dispetto di quanto piacerebbe credere ad alcuni, ad Atlanta e in altre città i bambini, bianchi e neri, continuano a morire misteriosamente. Non c’è un solo assassino, e la verità è senza dubbio sgradevole. Ma per il momento non ci sono le prove né la volontà per arrivare a imputazioni formali.

Il caso Williams mi procurò citazioni e lettere di elogi, e fra queste apprezzai in modo particolare quella di Al Binder, capo del collegio di difesa, che si dice impressionato dal mio lavoro.

Jim McKenzie mi aveva proposto per un premio in denaro in considerazione degli ottimi risultati da me conseguiti nel caso Williams e in altri cinque. E poiché in maggio arrivò anche la lettera di biasimo, ecco che mi ritrovavo con un elogio e una censura ufficiali per il medesimo caso. «Grazie alle sue capacità, alla sua dedizione al lavoro e alla professionalità, ha rafforzato la reputazione del Bureau in tutto il Paese, e può essere certo che i suoi servigi sono autenticamente apprezzati» recitava la lettera di encomio. La accompagnava un «sostanzioso» assegno di duecentocinquanta dollari, il che significava che avevo lavorato per un compenso di circa un nichelino all’ora! Mi affrettai a donarli al Navy Relief Fund, che si occupa delle famiglie degli uomini e delle donne che hanno perso la vita servendo il loro Paese.

Se il caso di Atlanta si riproponesse oggi, credo che arriveremmo con più celerità al colpevole, e che una maggiore efficienza caratterizzerebbe il coordinamento dei nostri sforzi. Le nostre tecniche sono più sofisticate e aderenti alla realtà. Sappiamo ricavare il massimo da un interrogatorio e come ottenere un mandato di perquisizione prima che prove preziose vengano distrutte.

Comunque, quel caso segnò una svolta determinante per la nostra unità. Entrammo finalmente in gioco, dimostrammo di che cosa eravamo capaci, e così facendo acquistammo credibilità tra le forze dell’ordine di tutto il mondo e neutralizzammo un altro killer.

Grandi rischi, grandi guadagni.

12

UNO DI NOI

Judson Ray è una delle leggende viventi di Quantico. Ma ha corso il rischio di diventare una leggenda «morta». Nel febbraio del 1982, mentre collaborava con l’ufficio federale di Atlanta, sua moglie cercò di ucciderlo.

Senza conoscerci ancora, Ray e io prendemmo rispettivamente coscienza l’uno dell’altro nei primi mesi del ‘78, in occasione del caso detto «Le Forze del Male». A Columbus, Georgia, un serial killer soprannominato lo «strangolatore della calza» aveva fatto irruzione nelle abitazioni di sei donne anziane e le aveva strangolate, ciascuna con una delle sue calze di nylon. Le vittime erano bianche, ma alcuni campioni rinvenuti sui cadaveri sembravano suggerire che l’omicida fosse di colore.

Questa era la situazione quando il capo della polizia ricevette una lettera inquietante, scritta su carta in dotazione all’esercito da, così pareva, un gruppo di sette persone che si definivano «Le Forze del Male». La lettera menzionava la razza dello strangolatore e minacciava di uccidere una donna nera in segno di rappresaglia se non fosse stato catturato entro il primo giugno, o meglio «l’uno». Sostenevano di avere già sequestralo una certa Gail Jackson, e se lo strangolatore non fosse stato arrestato entro l’uno settembre, «le vittime raddoppieranno». Nella lettera si diceva inoltre che la carta era stata rubata e che il gruppo si era formato a Chicago.

Si era avverato l’incubo di tutti gli investigatori. Un serial killer in azione a Columbus era già abbastanza spiacevole. Una reazione organizzata da parte dei «vigilantes» avrebbe lacerato la comunità.

Arrivarono altre lettere che culminarono con una richiesta di riscatto di diecimila dollari, e intanto la polizia ricercava con frenesia ma senza successo i membri del fantomatico gruppo.

Gail Jackson era una prostituta ben nota nei bar intorno a Fort Benning ed era effettivamente scomparsa.

Allora, Jud Ray era uno dei comandanti della polizia di Columbus. Di colore, veterano del Vietnam, sapeva che la comunità non avrebbe avuto pace finché la duplice minaccia non fosse stata neutralizzata. Le indagini segnavano il passo, ma il suo fiuto di poliziotto gli diceva che avevano cercato le persone sbagliate nel modo sbagliato. Mentre si adoperava per mantenere i contatti con le forze dell’ordine di altre località, venne a sapere del programma di elaborazione profili, e propose che il dipartimento contattasse l’Unità di scienza comportamentale.

Il 31 marzo ricevemmo dalla sede federale della Georgia una richiesta di collaborazione. A dispetto di quanto affermato nella prima lettera, eravamo certi che il collegamento con l’esercito e Fort Benning non fosse affatto casuale. Bob Ressler, che prima di entrare nell’FBI aveva fatto parte della polizia militare, decise di seguire la pista.

Di lì a tre giorni, il nostro rapporto era pronto. Nulla dimostrava che il gruppo autonominatosi «Le Forze del Male» fosse composto da sette persone di razza bianca. Anzi, ritenevamo che si trattasse di un uomo solo e di colore, il quale, dopo aver ucciso la Jackson, stava cercando di stornare l’attenzione da sé. Dalla formulazione della data (uno giugno) e dall’impiego delle misure decimali (metri e non iarde) risultava evidente che si trattava di un militare, e gli errori di grammatica indicavano un soldato semplice, forse un artigliere o un membro della polizia militare.

Aveva già ucciso due volte, probabilmente prostitute… a questo si riferiva la minaccia di raddoppiare le vittime, e forse proprio lui era lo strangolatore della calza.

Quando il nostro profilo cominciò a circolare a Fort Benning e nei locali della zona, la polizia di Columbus arrivò rapidamente al nome di William H. Hance, un nero ventiseienne in servizio presso un’unità di artiglieria del forte. Oltre all’omicidio della Jacskon, l’uomo confessò quello di Irene Thirkield e del soldato semplice Karen Hickman. Ammise inoltre di aver inventato «Le Forze del Male» per depistare la polizia.

Il vero strangolatore fu identificato in fotografia da un teste oculare: era Carlton Gary, un ventisettenne di colore cresciuto a Columbus. Catturato, riuscì a fuggire e venne ripreso soltanto nel maggio dell’84. Sia Hance sia Gary furono condannati a morte.

Ripristinata finalmente la normalità, Judson Ray prese un permesso per gestire un programma di reclutamento per tutori dell’ordine riservato a donne e minoranze presso l’Università della Georgia. Al termine, contava di riprendere il suo posto nella polizia, ma il suo passato di militare e investigatore lo portarono ad accettare un’offerta dell’FBI, che in quel periodo si trovava nella necessità di dimostrare che offriva pari opportunità di impiego ai candidati di colore. Fu assegnato all’ufficio di Atlanta, dove si rivelò un acquisto prezioso.

Ci incontrammo ancora verso la fine dell’81, durante le indagini di Atlanta, in cui Jud era attivamente coinvolto. Non solo; era sottoposto a tremende pressioni anche nella vita privata, perché il suo matrimonio, già traballante da tempo, era entrato definitivamente in crisi. Sua moglie aveva preso a bere, a insultarlo e in generale a comportarsi in modo strano. «Ho l’impressione di non conoscerla più» ebbe occasione di dire Jud. Finalmente, una domenica sera la mise davanti a un ultimatum: se non fosse cambiata, lui se ne sarebbe andato con le due figlie, rispettivamente di otto anni e diciotto mesi.

Con sua grande sorpresa, gli effetti dell’aut-aut furono quasi immediati. La donna divenne molto più sollecita con lui e le bambine. «Notai un cambiamento radicale» ricorda Jud. «Smise di bere e cominciò a circondarmi di premure. Per la prima volta in tredici anni di matrimonio, la mattina si alzava a prepararmi la colazione. All’improvviso era diventata proprio come io la volevo.»

Poi però aggiunse: «Avrei dovuto capire che era troppo bello per essere vero. Dopo, avrei potuto farne materia di lezione per le reclute… se il coniuge mostra un mutamento improvviso e drastico… non importa se in positivo o in negativo, alza le antenne».

La verità era che la moglie di Jud aveva deciso di farlo eliminare e stava occupandosi dell’organizzazione. Se il suo piano avesse funzionato, avrebbe evitato l’umiliazione del divorzio, si sarebbe tenuta le figlie e per di più avrebbe riscosso i duecentocinquantamila dollari dell’assicurazione.

All’insaputa di Jud, ormai da parecchi giorni due uomini seguivano ogni sua mossa, nella speranza di sorprenderlo in una situazione di vulnerabilità, e ucciderlo in fretta e senza testimoni.

Presto, però, i due sicari si resero conto di una difficoltà. Jud faceva il poliziotto da tanto tempo e aveva bene assimilato la prima regola che viene insegnata agli agenti: la mano che impugna la pistola deve essere sempre libera. E così era. Ovunque andasse, la sua mano destra sembrava sempre pronta a impugnare l’arma.

Ne parlarono con la signora Ray. Decisa a non farsi fermare da un particolare di così poco conto, lei acquistò una tazzina da viaggio e insistette perché il marito la portasse con sé. «In tredici anni non aveva mai preparato la colazione né a me né alle figlie, e ora insisteva perché mi portassi dietro quella maledetta tazza per il caffè.»

Jud si oppose. Dopo tanti anni, non pensava di poter abituarsi a guidare con la mano sinistra sul volante e la destra stretta intorno alla tazzina. Tutto questo accadeva prima che i contenitori entrassero nell’uso comune. In caso contrario, la storia avrebbe avuto forse una conclusione diversa.

I sicari tornarono dalla signora Ray. «Non riusciamo a beccarlo nel parcheggio» riferirono. «Bisognerà liquidarlo in casa.»

Concordarono di agire ai primi di febbraio. La sera stabilita la signora Ray uscì con le bambine e Jud rimase in casa da solo. I killer entrarono nell’edificio, salirono al piano in cui abitavano i Ray e suonarono il campanello. Sfortunatamente, era la porta sbagliata; al bianco che aprì loro la porta, chiesero dove fosse l’uomo di colore che abitava lì. Ignaro di tutto, il vicino spiegò che avevano sbagliato appartamento e che Ray abitava in quello adiacente.

Ma a quel punto i sicari si erano fatti vedere, e se avessero colpito quella sera il vicino di Jud li avrebbe sicuramente riconosciuti.

Così se ne andarono.

Al suo rientro, la signora Ray è convinta che tutto sia stato fatto. Un po’ esitante, passa in camera da letto, con l’idea di chiamare il 911 e riferire che qualcosa di terribile è accaduto a suo marito.

In camera, vede Jud sdraiato sul letto. Lei avanza a passi felpati. «Che diavolo stai facendo?» fa lui voltandosi a guardarla. Spaventata, la donna corre a rifugiarsi in bagno.

Nei giorni successivi, tuttavia, il suo comportamento è impeccabile e Jud comincia a credere che sia davvero cambiata. In retrospettiva, lo si potrebbe accusare di ingenuità, ma dopo tanti anni di relazione traballante è normale che il desiderio di vedere le cose migliorare cancelli ogni altra considerazione.

Due settimane più tardi, 21 febbraio 1981. Jud lavora all’omicidio di Patrick Baltazar. Per gli investigatori sta aprendosi uno spiraglio: i peli e le fibre rinvenuti sul cadavere del dodicenne assassinato sembrano coincidere con i campioni prelevati su alcune vittime precedenti.

Quella notte, la moglie prepara a Jud una cenetta italiana. Lui però ignora che la salsa degli spaghetti è piena di sonnifero. Poi la donna e le due figlie escono per andare a trovare una zia.

Jud è in camera da letto quando ha l’impressione di sentire rumori nell’appartamento. La luce dell’ingresso si abbassa. Qualcuno ha svitato la lampadina nella camera della figlia maggiore. Poi sente un mormorio soffocato di voci. Lui non lo sa, ma uno dei sicari si è perso d’animo e ora i due stanno decidendo il da farsi. Jud ignora anche come abbiano fatto a entrare, ma in quel momento la cosa ha poca importanza. Sono lì, e questo basta.

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