«Chi è?» grida.
La risposta è un proiettile che fortunatamente lo manca. Jud si butta a terra, ma la seconda pallottola lo colpisce al braccio sinistro. La casa è immersa nel buio. Jud cerca di nascondersi dietro il letto matrimoniale. «Chi è?» ripete. «Cosa volete?»
Un terzo proiettile va a conficcarsi nel letto. Jud, intanto, sta riesaminando mentalmente le tecniche di sopravvivenza e cercando di capire quale arma usino i sicari. Se si tratta di una Smith & Wesson, rimangono ancora tre colpi. Se è una Colt, due soltanto. «Ehi!» grida. «Perché volete uccidermi? Prendete quello che volete e andatevene. Non vi ho visto, non c’è bisogno che mi ammazziate.»
Nessuna risposta, ma il chiarore della luna gli consente finalmente di scorgere una sagoma. Ormai è convinto di star per morire. Non c’è via di scampo. Ma non gli va che gli agenti che l’indomani invaderanno l’appartamento possano dire: «Quel povero bastardo. Non ha neppure tentato di reagire». Decide di vendere cara la pelle.
La prima cosa da fare è recuperare la pistola, che è sul pavimento dall’altra parte del letto. Ma un letto matrimoniale di quelle dimensioni si dilata fino a diventare un prato, quando qualcuno ti tiene sotto tiro.
Poi una voce grida: «Non muoverti, bastardo!».
Protetto dal buio, Jud comincia a strisciare.
È lento, terribilmente lento. Finalmente stringe le dita intorno al bordo del letto e con un salto si scaraventa dall’altra parte, ma atterra con la mano destra sotto il torace. È ferito al braccio sinistro e quella mano non ha più la forza sufficiente ad agguantare la pistola.
Proprio in quel momento il sicario salta sul letto e gli spara a distanza ravvicinata.
La sensazione è quella di essere stato colpito dal calcio di un mulo. Jud ancora non lo sa, ma il proiettile gli è penetrato nella schiena, ha perforato il polmone destro, si è infilato nel terzo spazio intercostale ed è uscito dal petto per andare a infilarsi nella mano destra.
Ora il killer è in piedi davanti a lui. Gli sente il polso. «Ti ho beccato, bastardo» biascica prima di uscire.
Jud è in stato di shock. Non sa più dove si trova né cosa gli stia succedendo.
Ma certo, pensa poi; è di nuovo in Vietnam. Sente l’odore del fumo, vede le vampe di fuoco. Ma non riesce a respirare. “Forse non sono davvero in Vietnam” si dice allora. “Forse sto solo sognando. Ma se è un sogno, perché faccio tanta fatica a respirare?”
A fatica riesce a rimettersi in piedi. Va barcollando verso il televisore e lo accende. Sul video compare Johnny Carson di «Tonight». Ray allunga la mano per toccare lo schermo e lascia sul vetro una striscia di sangue umido. Ha sete. Arranca fino al bagno e quando si china sul lavabo si accorge finalmente del proiettile incastrato nella mano destra e del sangue che gli sgorga dal petto. Adesso ricorda. Torna in camera, si sdraia ai piedi del letto e aspetta la morte.
Ma fa il poliziotto da troppo tempo, non è da lui cedere in quel modo. Quando gli agenti arriveranno, domani, dovranno vedere che ha lottato. Si alza di nuovo, va al telefono e compone lo zero. All’operatrice che gli risponde si qualifica come un agente federale; gli hanno sparato, dice. Lei lo mette immediatamente in contatto col dipartimento di polizia della contea di DeKalb.
A rispondere è un giovane agente di sesso femminile. Jud parla a fatica; è stato drogato e ha perso molto sangue.
«Un agente dell’FBI?» ripete incredula la donna, poi lui la sente gridare al sergente che in linea c’è un ubriaco che sostiene di essere dell’FBI. Cosa deve fare? L’altro le dice di riattaccare. È a quel punto che interviene l’operatrice. «È tutto vero» spiega. «Bisogna mandare subito qualcuno.»
«Quella donna mi ha salvato la vita» mi racconterà Jud più tardi. Lui a quel punto è svenuto e riprenderà conoscenza solo più tardi, quando i paramedici gli applicano la maschera d’ossigeno.
«Non ce la farà» sente dire da qualcuno.
Lo portano al DeKalb General Hospital, dove è di turno un chirurgo del torace. Sdraiato su una lettiga del pronto soccorso, con i medici che gli si affaccendano intorno, Jud finalmente capisce.
Con la chiarezza che gli viene dall’avere sfiorato la morte, pensa: “Questa non è una rappresaglia. Di gente in galera ne ho mandata tanta, ma nessuno avrebbe potuto avvicinarmisi fino a questo punto. Dev’essere opera di qualcuno di cui mi fido”.
Quando lo trasferiscono nell’unità di terapia intensiva, è già arrivato John Glover, dell’ufficio di Atlanta. Come Jud, anche Glover è nero, e affezionatissimo al collega.
«Trova mia moglie» gli bisbiglia Jud. «Fatti dire da lei quello che è successo.»
Glover pensa che sia in delirio, ma i medici lo contraddicono. Il paziente è perfettamente lucido.
Jud rimane in ospedale ventun giorni. La sua stanza è sotto sorveglianza; i sicari potrebbero tornare per finire il lavoro. Le indagini, nel frattempo, segnano il passo. Sua moglie si è mostrata sgomenta per l’accaduto e ha ringraziato il Signore di avere risparmiato il marito. Se solo quella sera fosse stata a casa!
Un’intera squadra di agenti si occupa del caso. Jud lavora nella polizia da molto tempo e potrebbe essersi fatto molti nemici. Passano un paio di mesi prima che Jud possa riprendere la sua vita, e un giorno si mette a esaminare i conti che si sono accumulati dal giorno dell’aggressione. L’importo di una bolletta telefonica, più di trecento dollari, gli strappa un gemito, ma l’indomani in ufficio annuncia ai colleghi che proprio quella bolletta è la chiave di tutto. Jud è la vittima e non dovrebbe seguire il proprio caso, ma gli altri lo ascoltano.
Sulla bolletta figurano molte telefonate a Columbus; dalla compagnia telefonica Jud si fa dare il nome dell’abbonato cui corrisponde il numero chiamato. Poiché si tratta di uno sconosciuto, va a parlargli accompagnato da alcuni colleghi. L’uomo è un predicatore che a Jud pare quanto mai ambiguo. Nega qualunque coinvolgimento nel tentato omicidio, ma i federali non sono disposti a mollarlo tanto facilmente. La vittima è uno dei nostri, gli spiegano; vogliamo inchiodare i responsabili. E cominciano a emergere alcuni fatti. A Columbus, il predicatore è noto come un uomo in grado di «sistemare le cose». In ottobre è stato effettivamente avvicinato dalla signora Ray, ma, sostiene, ha rifiutato la sua proposta.
Lei allora gli dice che deve assolutamente trovare qualcuno e chiede di usare il suo telefono. Pagherà le chiamate, assicura. Stando al predicatore, la signora Ray telefona a un vecchio vicino di Atlanta che ha combattuto in Vietnam con Jud ed è un buon tiratore. «Dobbiamo sistemare questa faccenda!» gli dice.
A coronare il tutto, il predicatore afferma che le telefonate non gli sono mai state pagate.
Gli agenti tornano ad Atlanta per parlare con l’ex vicino. Messo sotto pressione, l’uomo ammette che la signora Ray gli ha chiesto come poteva procurarsi un sicario ma, giura, lui ignorava che il bersaglio fosse Jud.
Comunque sia, le dice di non conoscere nessuno nel ramo, e la mette in contatto con suo cognato. Questi a sua volta le presenta un altro tizio, che accetta il lavoro e ingaggia altri due uomini, gli esecutori.
La signora Ray, il cognato dell’ex vicino, l’uomo che ha accettato il contratto e i due sicari vengono incriminati e giudicati colpevoli di tentato omicidio, cospirazione e violazione di domicilio. Vengono condannati ciascuno a dieci anni, il massimo della pena.
Jud e io ci incontravamo di tanto in tanto in relazione al caso di Atlanta, e qualche tempo dopo lui cominciò a cercarmi. Non ero uno dei suoi colleghi di ufficio, ma conoscevo bene la tensione cui era stato sottoposto, e probabilmente sentiva di aver trovato in me l’interlocutore più adatto. Fra le altre cose, mi confessò di aver provato sofferenza e imbarazzo per il modo in cui la sua vita privata era stata messa in piazza.
Il Bureau voleva fare qualcosa per Jud, e pensò di trasferirlo nell’ufficio operativo di un’altra città. Ma dopo aver ascoltato le sue confidenze, decisi che un trasferimento non era consigliabile. Ne parlai con John Glover, di Atlanta.
«Se lo trasferite,» dissi «lo priverete dell’appoggio di cui gode in ufficio. Concedetegli un anno, il tempo di vedere le figlie ben sistemate presso la zia che lo ha allevato.» Se doveva essere trasferito, aggiunsi, allora il posto migliore era l’ufficio di Columbus, dove conosceva molti dei suoi ex colleghi poliziotti.
Per qualche tempo Jud rimase nella zona Atlanta-Columbus, poi si spostò a New York, dove lavorò soprattutto per il controspionaggio. Divenne inoltre uno dei coordinatori dell’ufficio profili, il tramite tra la polizia locale e la mia unità di Quantico.
Quando nel nostro gruppo si resero disponibili dei posti, Jud si unì a noi insieme con Roseanne Russo e Jim Wright. In seguito, Roseanne ci lasciò per l’ufficio operativo di Washington e il controspionaggio, e quando io divenni capo dell’unità Jim Wright mi sostituì come responsabile del programma elaborazione profili.
Jud sosteneva che la nostra proposta lo aveva colto di sorpresa, ma a New York si era rivelato un coordinatore eccellente, e con noi lavorò magnificamente fin dall’inizio. Imparava in fretta, ed era dotato di grandi capacità analitiche. Da poliziotto, aveva visto molti dei casi di cui ci occupavamo, e di essi ci forniva una nuova prospettiva.
Quando insegnava, Jud parlava spesso dell’attentato di cui era stato fatto oggetto e delle sue ripercussioni. Aveva addirittura un nastro su cui era registrata la sua telefonata alla polizia, e a volte lo faceva sentire in aula. In queste occasioni, però, preferiva lasciare la stanza.
Io ne rimasi entusiasta. Erano talmente tanti gli elementi – le impronte, il sangue sul televisore – suscettibili di essere male interpretati o di apparire privi di significato. Se ci avesse lavorato su, gli dissi, avremmo avuto a disposizione un prezioso strumento didattico.
Lo fece, e il caso Ray divenne uno dei più interessanti e istruttivi del nostro programma. Quanto a Jud, quell’elaborazione fu un’autentica catarsi. «È stata una rivelazione» disse. «Mi sono trovato immerso in una realtà fino a quel momento sconosciuta. Di persone che mettono un contratto sulla testa del coniuge ce ne sono più di quante ci piaccia credere. E l’imbarazzo dei famigliari è tale che spesso preferiscono mettere tutto a tacere.» Jud trovò infine la forza di restare in aula ad ascoltare la registrazione con i suoi allievi.
Quando Jud entrò a far parte della mia unità, avevo già svolto molte ricerche sul comportamento dopo il crimine. Ormai sapevo che, a dispetto degli sforzi dell’esecutore, buona parte delle sue azioni successive al crimine sono fuori del suo controllo. Jud, dal canto suo, cominciò a interessarsi al comportamento che precede il delitto. Eravamo già consapevoli dell’importanza dei fattori scatenanti, ma Jud arrivò a dimostrare l’utilità di concentrarsi sul comportamento e le relazioni interpersonali prima che un crimine avesse luogo. Un cambiamento radicale, oppure sottile ma significativo nella condotta del proprio compagno, può significare che ha già cominciato a pianificare un mutamento delle proprie condizioni. Un coniuge che diventa improvvisamente più disponibile e compiacente, forse è già arrivato a considerare come inevitabile e imminente quel mutamento.
Non sono casi su cui è facile indagare. Il solo modo per arrivare alla soluzione sta nel convincere qualcuno a parlare, e per riuscirci bisogna avere ben compreso la dinamica della situazione. Proprio come i cambiamenti apportati alla scena di un delitto possono fuorviare gli investigatori, così il comportamento di un coniuge prima del crimine è una specie di messa in scena.
Il caso di Jud ci insegna meglio di altri quanto sia facile interpretare erroneamente certi elementi. Se fosse morto, noi saremmo quasi certamente arrivati alle conclusioni sbagliate.
Una delle prime cose che una recluta deve imparare è la necessità di non contaminare il luogo del delitto. Ma Jud, ferito e in stato di semi-incoscienza, lo aveva fatto. E per noi sarebbe stato anche troppo facile interpretare le impronte e le tracce dei suoi movimenti come il risultato di un furto finito male. I ladri, avremmo concluso, lo avevano costretto a muoversi per la stanza e a dire loro dov’erano nascosti i preziosi. Quanto al sangue sullo schermo Tv, ci avrebbe fatto pensare che Jud era sdraiato sul letto a guardare la televisione quando era stato sorpreso.
Lo stesso Jud mi disse: «Se fossi morto, lei l’avrebbe certamente fatta franca. Aveva pianificato tutto nei minimi particolari, e nel ruolo della sposa in gramaglie sarebbe apparsa del tutto attendibile».
Come ho detto, Jud e io siamo diventati ottimi amici e ora per me è quasi un fratello. Adesso è a capo dell’Unità internazionale di addestramento, e una nuova generazione di agenti e poliziotti beneficeranno della sua esperienza e delle sue capacità. Ma ovunque vada, sarà sempre uno dei nostri e dei migliori… uno dei pochi rappresentanti della legge che siano sopravvissuti a un attentato grazie alla forza di volontà, e riuscendo per di più ad assicurare i colpevoli alla giustizia.
13
LA PREDA PIÙ PERICOLOSA
Nel 1924, Richard Connell scrisse un breve racconto intitolato «The Most Dangerous Game». Parlava di un esperto di caccia grossa, il generale Zaroff, che, stanco degli animali, si era dedicato a una preda ben più intelligente e interessante: gli esseri umani.
Per quanto ne so, fino al 1980 circa, il racconto di Connell rimase confinato nel regno della fantasia, ma tutto cambiò con l’entrata in scena di un mite fornaio di Anchorage, Alaska: Robert Hansen.
Nel caso Hansen, il nostro intervento non seguì la procedura consueta. Nel settembre 1983, quando la nostra unità venne contattata, la polizia locale aveva già individuato in Hansen un possibile sospetto. Non era però certa della portata dei suoi crimini, e d’altra parte sembrava quasi impossibile che un rispettabile padre di famiglia, un pilastro della comunità, fosse l’autore di simili atrocità. Ecco come andarono le cose.
Il 13 giugno dell’anno precedente, una giovane donna terrorizzata si era rivolta a un funzionario della polizia di Anchorage. Da un polso le penzolavano un paio di manette e aveva da raccontare una storia straordinaria. Diciassette anni, prostituta, era stata avvicinata da un uomo di bassa statura, con la pelle butterata e i capelli rossi, che le aveva offerto duecento dollari per una prestazione di sesso orale in auto. Durante l’atto, l’uomo l’aveva ammanettata e sotto la minaccia di un fucile l’aveva quindi portata a casa sua, nell’elegante quartiere di Muldoon. Lì e benché le avesse assicurato che se avesse collaborato non le sarebbe accaduto nulla, l’aveva fatta spogliare e, dopo averla violentata, le aveva morso i capezzoli e cacciato un martello nella vagina. Poi l’aveva lasciata ammanettata nello scantinato ed era andato a dormire. Le era piaciuta tanto, le aveva detto al suo risveglio, che aveva deciso di portarla nel suo cottage tra i boschi col suo aereo privato; lì avrebbero avuto un altro rapporto sessuale, dopodiché l’avrebbe riportata ad Anchorage e liberata.