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作者:意- John Douglas 当前章节:15499 字 更新时间:2026-6-22 23:22

La ragazza però non si faceva illusioni. L’uomo non si era premurato di nasconderle la propria identità, ed era evidente che una volta sola con lui nei boschi si sarebbe trovata in guai seri. Era riuscita a fuggire quando erano già in aeroporto, mentre il suo inseguitore era occupato a caricare a bordo le provviste, e durante la fuga aveva incontrato il poliziotto.

La descrizione che fece del rapitore si attagliava perfettamente a Robert Hansen. Sui quarantacinque anni, l’uomo era cresciuto nello Iowa, ma da diciassette viveva nella zona di Anchorage, dove lavorava come fornaio ed era considerato un membro importante della comunità. Era sposato «aveva un figlio e una figlia». Accompagnata dalla polizia a casa sua, a Muldoon, la ragazza lo riconobbe, così come riconobbe l’aeroplano di sua proprietà, un Piper Super Cub.

Hansen reagì con sdegno alle accuse. Sostenne di non aver mai conosciuto la ragazza, che, aggiunse, stava con ogni probabilità cercando di ricattarlo. «Come si fa a violentare una prostituta?» disse.

E aveva un alibi. La moglie e i due figli si trovavano in Europa per l’estate, e la sera del sequestro lui aveva invitato a cena due soci d’affari. I due confermarono la sua versione, e, non disponendo di alcuna prova certa, la polizia si trovò nell’impossibilità di imputare formalmente Hansen.

Ma le autorità restavano convinte che ci fosse sotto qualcosa. Nel 1980, alcuni operai che effettuavano degli scavi in Eklutna Road si erano imbattuti nei resti di una donna. Il cadavere era stato parzialmente divorato dagli orsi, e l’autopsia rivelò che la vittima era stata pugnalata a morte e quindi sepolta a poca profondità. Nota semplicemente come «Annie di Eklutna», la giovane donna non era mai stata identificata né era mai stato catturato il suo assassino.

Alcuni mesi dopo, in una cava di ghiaia presso Seward, fu rinvenuto il cadavere di Joanne Messina, e infine, nel settembre del 1982, nei pressi del Knik River, alcuni cacciatori trovarono il corpo della ventitreenne Sherry Morrow. Ballerina topless in un locale, Sherry era scomparsa nel novembre dell’anno precedente. Le avevano sparato tre volte e i bossoli rinvenuti sulla scena appartenevano a un Ruger Mini-14 calibro.223, un fucile per la caccia grossa. Sfortunatamente, si trattava di un’arma molto diffusa in Alaska e l’identificazione del proprietario non si prospettava facile. Ma una peculiarità c’era; sugli abiti della vittima non vennero individuati fori di proiettili, il che significava che al momento della morte era nuda.

A quasi un anno esatto di distanza, un altro corpo venne scoperto in una tomba poco profonda sulle sponde del Knik River. Era quello di Paola Golding, una segretaria che, rimasta disoccupata, aveva accettato un posto in un bar topless. Anche a lei era stato sparato con un Ruger Mini-14. Era scomparsa in aprile, ossia due mesi prima del sequestro della prostituta diciassettenne. Dopo quest’ultimo ritrovamento, il Criminal Investigation Bureau dell’Alaska decise di mettere sotto sorveglianza il signor Hansen.

Benché la polizia Io sospettasse già da tempo, io desideravo poter lavorare senza alcuna pregiudiziale, e nel corso del nostro primo abboccamento telefonico dissi: «Parlatemi prima dei delitti e quindi del sospetto».

Mi descrissero gli omicidi rimasti irrisolti e riferirono la versione data dalla giovane prostituta. Da parte mia, illustrai il probabile scenario e descrissi un individuo che, dissero i miei interlocutori, era molto simile al sospetto. E finalmente mi parlarono di Hansen, del suo lavoro, della sua famiglia, della posizione che occupava all’interno della comunità, nonché della sua reputazione di cacciatore. Mi sembrava il genere di individuo capace di commettere simili crimini?

Sicuro, risposi io. Il problema stava piuttosto nella mancanza di prove certe. Per neutralizzarlo, quindi, bisognava indurlo a confessare. I funzionari di polizia mi chiesero di recarmi sul posto per collaborare con loro.

In un certo senso, mi apprestavo a fare esattamente il contrario di quello che facevo abitualmente: sarei partito da un soggetto noto per cercare di capire se il suo background e la sua personalità fossero conciliabili con una determinata categoria di crimini.

Portai con me Jim Horn, che dall’ufficio federale di Boulder, Colorado, si era recentemente unito a noi. Ai vecchi tempi avevamo addestrato insieme le nuove reclute, e quando mi era no finalmente stati concessi quattro agenti, avevo chiesto a Jim di tornare a Quantico. Insieme con Jim Reese, Horn è uno dei due maggiori esperti di gestione dello stress del Bureau, ma nel 1983 era ancora agli inizi.

Il viaggio fino ad Anchorage fu uno dei più turbolenti e meno piacevoli che abbia mai intrapreso, e terminò con un volo notturno e quanto mai burrascoso sull’acqua. Trovammo la polizia ad aspettarci, e durante il tragitto fino al nostro albergo passammo davanti ad alcuni dei locali in cui avevano lavorato le vittime. In Alaska il clima era quasi sempre troppo rigido per consentire alle prostitute di lavorare all’aperto, e le donne preferivano trattare i loro affari nei bar, che praticamente restavano aperti giorno e notte. In quel periodo, soprattutto a causa dei grandi flussi di persone che si trasferivano lì per lavorare all’oleodotto, lo Stato dell’Alaska aveva un tasso altissimo di suicidi, alcolismo e malattie veneree. Insomma, era una sorta di versione moderna del selvaggio West.

Si respirava un’atmosfera molto strana: una situazione costante di conflittualità tra gli indigeni e chi arrivava dai «Quarantotto Stati più in basso». La città brulicava di bulli che sembravano appena usciti da una pubblicità delle Marlboro. Le grandi distanze rendevano indispensabile l’uso dell’aereo, e questo spiegava perché ne possedesse uno anche un semplice fornaio qual era Hansen.

Il caso era interessante soprattutto perché per la prima volta la nostra tecnica sarebbe andata a confortare la richiesta di un mandato di perquisizione. Ci mettemmo subito al lavoro.

Tutte le vittime note erano state prostitute o ballerine topless, parte della numerosa schiera che viaggiava su e giù per la West Coast. A causa del loro nomadismo, e anche perché le prostitute non sono solite riferire i loro spostamenti alla polizia, molto spesso la loro scomparsa veniva notata solo al rinvenimento del cadavere. Dunque l’assassino agiva secondo una logica precisa: uccideva solo donne la cui sparizione non avrebbe allarmato nessuno.

Quello che sapevamo del background di Hansen rientrava perfettamente nel quadro. Era piccolo e minuto, con la pelle butterata e affetto da balbuzie. Immaginai che da ragazzo la brutta carnagione gli avesse causato dei problemi, e che i compagni lo avessero schernito, così come per la balbuzie. Era logico pensare che avesse una scarsissima stima di sé, e forse era proprio questa la ragione del suo trasferimento in Alaska… la possibilità di un nuovo inizio in un altro Paese. Sotto il profilo psicologico, la violenza contro le prostitute è un modo per vendicarsi dell’intero sesso femminile.

Mi sembrava inoltre molto significativo che Hansen fosse noto come abile cacciatore. Con questo non voglio dire che tutti i cacciatori sono personalità inadeguate, ma l’esperienza mi ha insegnato che molti cercano di compensare la propria inadeguatezza praticando la caccia o il gioco della guerra. La balbuzie, invece, mi faceva pensare a David Carpenter, «il killer dei sentieri» di San Francisco. Ero pronto a giurare che anche in Hansen il disturbo scompariva ogniqualvolta sentiva di avere il controllo della situazione.

Tutti questi fattori mi permisero di farmi un’idea precisa di quanto stava accadendo. Prostitute e «danzatrici esotiche» erano state ritrovate morte in zone boscose e isolate, uccise con un fucile da caccia; in almeno un caso, la vittima era nuda al momento della morte. Secondo la prostituta diciassettenne, Robert Hansen aveva avuto l’intenzione di portarla nel suo cottage tra i boschi. Quell’estate Hansen aveva spedito moglie e figli in Europa ed era rimasto a casa da solo.

Ero convinto che, come il generale Zaroff, Robert Hansen si fosse stancato di orsi e alci, e avesse rivolto la sua attenzione a prede più interessanti. Zaroff prediligeva marinai naufragati sugli scogli, intenzionalmente non indicati dalle mappe, di cui era costellato il canale che portava alla sua isola: «Caccio la feccia della terra… marinai imbarcati su navi sgangherate… un cavallo o un segugio di razza vale venti di loro».

Hansen, credevo, considerava le prostitute più o meno nello stesso modo, individui più insignificanti di lui. E per procurarsene una non c’era bisogno di avere una parlantina sciolta. Si poteva sceglierla, imprigionarla, portarla nei boschi e, dopo averla denudata, lasciarla libera per darle la caccia con il fucile o con il coltello.

Con ogni probabilità non aveva cominciato così. Forse si era limitato a uccidere le prime, e aveva usato l’aereo per trasportarne lontano i corpi. A spingerlo era la rabbia. Certo amava sentirle supplicare di risparmiargli la vita. Poiché era un cacciatore, a un certo punto doveva aver pensato che poteva combinare le sue varie attività trasportando le prede nude in qualche zona isolata per cacciarle e ottenerne ulteriori gratificazioni sessuali. Questo avrebbe significato il dominio per eccellenza, e non si poteva dubitare che Hansen avrebbe desiderato continuare a farlo.

Furono queste considerazioni a impostare il mio lavoro. La polizia voleva da me e Jim un affidavit da sottoporre all’esame del tribunale; in esso avremmo dovuto illustrare la nostra tecnica e quello che prevedevamo di trovare nel corso di una perquisizione.

A differenza di quanto accade per un comune criminale o per coloro per cui un’arma vale un’altra, il fucile da caccia di Hansen doveva rivestire per lui un ruolo sicuramente importante. Era logico, quindi, pensare che lo tenesse in casa, anche se non in bella mostra. Più probabilmente in qualche nascondiglio, ed era quello che bisognava trovare.

Ritenevo inoltre che fosse un «collezionista», anche se non per le ragioni consuete. Sono molti gli autori di reati a sfondo sessuale che prelevano un «souvenir» della vittima e lo regalano alle loro compagne. È un simbolo del loro potere e al contempo un’opportunità per rivivere l’esperienza. E poiché Hansen non poteva certo appendere teste femminili ai muri di casa sua, bisognava pensare che raccogliesse trofei di altro genere. Dato che i cadaveri delle sue vittime non presentavano mutilazioni di sorta, immaginai che togliesse loro i gioielli e che li regalasse alla figlia o alla moglie, inventando qualche storia. Non sembrava che si impadronisse della biancheria né di altri oggetti della cui assenza ci saremmo facilmente accorti, ma forse dai portafogli aveva prelevato fotografie o altri ricordini. Inoltre, l’esperienza mi portava a pensare che tenesse un diario o comunque un elenco delle sue imprese.

Tutto stava nel riuscire a smontarne l’alibi. In assenza di rischi, i due soci non avevano esitato a confermare la versione di Hansen. Ma se fossimo riusciti ad alzare la posta in gioco, forse la situazione sarebbe mutata. La polizia di Anchorage convinse il procuratore distrettuale ad autorizzare un grand jury a indagare sul sequestro e l’aggressione della giovane prostituta che aveva identificato il fornaio. Era logico presumere che, informati di questo sviluppo e nuovamente interrogati, i due avrebbero preferito non rischiare perseverando nella menzogna.

Tutto andò come previsto. Entrambi gli uomini confessarono di non essere stati con Hansen la sera del sequestro; era stato lui a sollecitare il loro aiuto per uscire da quella che aveva definito una situazione imbarazzante.

Hansen venne arrestato per sequestro di persona e stupro, e la sua abitazione fu immediatamente perquisita. La polizia trovò il Ruger Mini-14, e l’esame balistico stabilì che era l’arma usata per i delitti. Come avevamo immaginato, c’era un’intera stanza piena di teste di animali, di corna, di uccelli impagliati e pelli usate a mo’ di tappeto. Sotto le assi del solaio vennero scoperte altre armi e gioielli di poco valore appartenuti alle vittime. Altri preziosi erano stati regalati da Hansen alla moglie e alla figlia. Furono inoltre rinvenuti una patente di guida e i documenti di identità di alcune delle donne. Non fu trovato un diario, ma qualcosa di molto simile: una mappa aerea su cui erano contrassegnati i luoghi di sepoltura dei cadaveri.

Ce n’era più che a sufficienza per incastrare il fornaio, ma senza la perquisizione ciò non sarebbe stato possibile. Per ottenere il mandato, era stato necessario dimostrare a un magistrato che c’erano indizi comportamentali sufficienti a giustificarne l’emissione. In seguito, ci capitò spesso di svolgere operazioni analoghe, e il caso più sensazionale fu forse quello di Steven Pennell, «il killer I-40», giustiziato nel 1992 per aver torturato e ucciso alcune donne che aveva attirato a bordo di un furgone appositamente attrezzato.

Nel febbraio del 1984, dopo l’arresto di Robert Hansen, io ero a casa in convalescenza dopo il crollo avuto a Seattle. Fu Roy Hazelwood, che eroicamente mi sostituiva pur senza trascurare il suo lavoro, a istruire la polizia sulle tecniche di interrogatorio.

Anche questa volta Hansen negò tutto e chiamò in causa la sua felice vita domestica e il suo successo negli affari. In un primo momento, spiegò il ritrovamento dei bossoli sparati col suo fucile sostenendo che frequentava quei luoghi per fare pratica di tiro. Secondo lui, la presenza dei cadaveri era una pura coincidenza. In seguito, tuttavia, messo davanti a prove schiaccianti e nel timore che la pubblica accusa avrebbe chiesto la pena di morte se non avesse collaborato, si decise a confessare.

Nel tentativo di giustificarsi, sostenne di aver voluto dalle prostitute che abbordava solo prestazioni orali che non avrebbe mai osato chiedere alla moglie, donna rispettabile. Quelle che lo soddisfacevano, venivano lasciate libere. Le altre, quelle che tentavano di assumere il controllo della situazione… ebbene, quelle le puniva.

Sotto questo aspetto, Hansen si rivelava molto simile a Monte Rissell. Entrambi gli uomini erano personalità inadeguate con un passato difficile. Entrambi si erano accaniti sulle donne che per placarli avevano finto piacere o sentimenti d’amicizia. Senza sapere che per queste tipologie ciò che conta è il potere e il dominio della situazione.

Hansen asserì inoltre di aver abbordato e quindi lasciato libere da trenta a quaranta prostitute, ma riesce difficile crederlo. La categoria di prostitute privilegiata da Hansen ha ritmi di lavoro serrati, ed è poco disponibile a partire in aereo con uno sconosciuto. Se mai quelle donne sbagliarono, fu nel farsi convincere a seguirlo a casa sua. Una volta lì, per loro non ci fu più scampo.

Come la sua controparte letteraria, Hansen cacciava e uccideva solo un certo tipo di donne. Non aveva mai preso in considerazione la possibilità di far del male a una donna «per bene», mentre considerava prostitute e ballerine una preda adeguata. «Non sto dicendo che odio tutte le donne, non è così… credo, però, di considerare le prostitute di un livello inferiore al mio… era come un gioco; a loro spettava lanciare la palla prima che io battessi.»

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