Mi accorgo che il suo linguaggio del corpo sta gradualmente cambiando, e, forte delle poche informazioni in mio possesso, continuo: «Ma con l’ultima le cose sono andate diversamente. Lei non era come le altre. Le ha permesso di rivestirsi dopo averla violentata. Le ha coperto la testa, qualcosa che non aveva fatto con le prime quattro. Per la prima volta, la prospettiva di uccidere non la faceva sentire bene.»
L’esperienza mi ha insegnato che quando cominciano ad ascoltarti con attenzione significa che hai centrato il bersaglio. «Lei le aveva detto qualcosa per cui non desiderava più ucciderla, ma lo ha fatto ugualmente.»
Improvvisamente lui arrossisce. Sembra quasi in trance e io capisco che sta rivivendo quei momenti. Esitante, mi dice che la donna gli aveva confidato che il marito era molto ammalato, forse prossimo alla morte. Era preoccupata per lui. Forse è una bugia, forse no, non ho modo di saperlo. Ma è chiaro che Davis ne è rimasto turbato.
«Ma non mi ero nascosto il viso, lei mi aveva visto in faccia e ho dovuto ucciderla, ho dovuto.»
«Le ha preso qualcosa, vero?» faccio io.
Lui annuisce di nuovo e confessa di avere prelevato dal portafogli della vittima una fotografia scattata a Natale e raffigurante lei, il marito e il figlio.
È la prima volta che vedo Charlie, ma mi sembra di conoscerlo bene. «È andato al cimitero, non è vero?» L’accentuarsi del rossore conferma i miei sospetti: ha seguito gli sviluppi del caso sui giornali, scoprendo così il luogo di sepoltura della donna. «Ci è andato perché quest’ultimo omicidio non la faceva sentire a posto. E ha lasciato qualcosa sulla tomba.»
Gli altri detenuti ascoltano affascinati. Non hanno mai visto Davis comportarsi in quel modo. «Ha lasciato qualcosa sulla tomba» ripeto. «La foto, non è vero, Charlie?»
Lui annuisce più volte.
Non stavo giocando a fare lo stregone, come forse pensavano gli altri. Le mie erano semplici ipotesi, ma basate sulle esperienze e le ricerche precedenti. Per esempio, i miei colleghi e io avevamo scoperto che c’era molto di vero nel vecchio cliché dell’assassino che va a visitare la tomba della sua vittima, anche se non necessariamente per i motivi da noi immaginati.
Il comportamento riflette la personalità.
Uno dei motivi per cui il nostro lavoro è necessario sta nei cambiamenti intervenuti nel panorama criminale. Tutti noi siamo al corrente degli omicidi legati al traffico di droga che infestano le nostre città, e i delitti con armi da fuoco sono ormai all’ordine del giorno. Ma in passato gran parte dei crimini, e soprattutto quelli più violenti, si verificavano fra persone legate fra loro.
Oggi non è più così. Ancora negli anni Sessanta, la percentuale degli omicidi risolti superava il novanta per cento. Oggigiorno, nonostante gli eccezionali progressi della scienza e della tecnologia, nonostante l’avvento dell’era informatica, nonostante i poliziotti siano meglio addestrati e dotati di strumenti più efficaci, il numero dei casi risolti sta diminuendo. Sempre più numerosi sono i reati commessi da e contro «sconosciuti», e in molti casi non esistono moventi su cui lavorare, perlomeno non moventi ovvi o «logici».
Un tempo, molti degli omicidi e dei crimini violenti erano relativamente facili da risolvere, perché quasi sempre erano il risultato dell’esasperazione di sentimenti comuni a tutti: collera, avidità, gelosia, interesse, vendetta. Era sufficiente risolvere il problema emotivo perché il delitto o i delitti cessassero.
Qualcuno moriva, sì, ma di norma la polizia sapeva chi e che cosa cercare.
Negli ultimi anni, invece, è emersa una nuova figura di criminale violento: il serial killer, che non si ferma finché non viene arrestato o ucciso, che fa tesoro dell’esperienza e perfeziona il proprio modus operandi di delitto in delitto. Ho usato il termine emersa perché in certa misura questo criminale esiste da sempre, benché Jack lo Squartatore, che agì a Londra nel 1888, sia abitualmente considerato il primo serial killer moderno. Se uso il genere maschile è perché, per motivi che approfondiremo più avanti, i serial killer sono virtualmente tutti uomini.
È molto probabile che l’omicidio in serie sia un fenomeno molto più antico di quanto noi immaginiamo. Le strane leggende incentrate su streghe, vampiri e lupi mannari non sono forse altro che un tentativo di spiegare delitti tanto atroci da risultare incomprensibili agli abitanti delle piccole comunità di una volta, sebbene oggi non ci stupiscano più. I mostri dovevano essere necessariamente creature soprannaturali; non potevano essere come gli altri.
Assassini e stupratori seriali tendono inoltre a essere i criminali più sconcertanti, inquietanti e difficili da catturare. Questo in parte perché a motivarli sono fattori ben più complessi di quelli, tutto sommato elementari, elencati prima. A sua volta, questa complessità ne rende più intricato il modello comportamentale e li allontana da sentimenti normali quali la compassione, il senso di colpa o il rimorso.
A volte, l’unico modo per individuarli sta nell’imparare a pensare come loro.
Se qualcuno teme che io stia diffondendo importanti segreti suscettibili di agevolare il compito a potenziali criminali, si rassicuri. È vero che sto parlando dell’elaborazione di un approccio comportamentale alla personalità criminale, di analisi del crimine e di strategia processuale, ma neppure volendo potrei trasformare queste spiegazioni in un corso di know-how. Tanto per cominciare, impieghiamo almeno due anni per addestrare gli agenti destinati alla mia unità, i quali peraltro arrivano già muniti di un ragguardevole bagaglio di esperienza. Inoltre, più un criminale è abile e più si sforza di depistarci, più indizi comportamentali si lascia alle spalle.
Come Sir Arthur Conan Doyle disse per bocca del suo Sherlock Holmes: L’eccezionalità costituisce sempre un indizio. Più anonimo e comune è un delitto, più diventa difficile risolverlo. In altre parole, più informazioni comportamentali abbiamo, più completi saranno il profilo e l’analisi che offriremo alla polizia locale.
Ancora: migliore è il profilo fornito, maggiori saranno le possibilità di restringere la rosa dei sospetti e arrivare così all’individuazione del colpevole.
E questo mi porta a correggere un’altra inesattezza. L’Unità investigativa di supporto, che è parte del Centro nazionale per l’analisi del crimine violento dell’FBI di Quantico, non cattura criminali. Permettetemi di ripeterlo: non cattura criminali. Sono i dipartimenti locali di polizia a farlo e, se consideriamo le incredibili pressioni cui sono sottoposti, dobbiamo riconoscere che svolgono quasi sempre un ottimo lavoro. Da parte nostra, cerchiamo di aiutarli a imprimere la giusta direzione alle indagini e suggeriamo alcune tecniche preventive tese all’individuazione del criminale. Una volta che la polizia ha proceduto all’arresto – la polizia, non noi –, tentiamo di elaborare una strategia che nel corso del processo aiuti la pubblica accusa a far emergere l’autentica personalità dell’imputato.
Siamo in grado di fare tutto questo grazie alle ricerche che svolgiamo e all’esperienza. È probabile che un dipartimento di polizia del Midwest si trovi per la prima volta ad affrontare degli omicidi seriali, mentre la mia unità si occupa di centinaia, se non di migliaia di casi analoghi. Come dico sempre ai miei agenti: «Per capire l’artista, dovete studiarne l’opera». Nel corso degli anni ho esaminato molte «opere» e parlato in modo approfondito con gli «artisti» più dotati.
Fu tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta che cominciammo a sviluppare in modo sistematico il lavoro dell’Unità di scienza comportamentale, destinata in seguito a divenire Unità investigativa di supporto. E benché molti dei libri che parlano di noi, come ad esempio il memorabile Silenzio degli innocenti di Tom Harris, siano inclini alla drammatizzazione e a voli di fantasia, è pur vero che i nostri predecessori sono da ricercarsi più nella narrativa criminale che nel crimine vero e proprio.
C. August Dupin, il detective dilettante creato da Edgar Allan Poe nel suo classico I delitti della via Morgue, è stato forse il primo esperto di comportamento criminale della storia. Il racconto di Poe costituisce il primo tentativo di utilizzare una tecnica attiva per smascherare il colpevole e di conseguenza liberare da ogni sospetto l’innocente ingiustamente incarcerato.
Non diversamente dai membri della mia unità, Poe comprese l’importanza dell’analisi comportamentale in mancanza di prove certe. «Privato delle risorse ordinarie,» scrive «l’analista si cala nell’anima del suo avversario, si identifica con lui e spesso gli basta una sola occhiata per individuare gli unici metodi tramite i quali indurlo in errore.»
C’è un’altra piccola analogia che vale la pena di menzionare. Monsieur Dupin preferiva lavorare nella solitudine del suo studio, con le finestre chiuse e le tende tirate, così da escludere ogni intrusione del mondo esterno. I miei colleghi e io, invece, non abbiamo la possibilità di scegliere. I nostri uffici presso l’Accademia di Quantico si trovano parecchi piani sottoterra e, privi di finestre, erano stati inizialmente concepiti per fungere da quartier generale delle autorità di polizia in caso di emergenza nazionale. Spesso ne parliamo come della «Cantina», e diciamo che siamo sepolti più profondamente dei morti.
Il romanziere inglese Wilkie Collins si occupò di analisi comportamentale in opere avveniristiche per il suo tempo quali La dama in bianco (basata su un avvenimento reale) e Moonstone. Ma fu l’immortale creazione di Sir Arthur Conan Doyle, Sherlock Holmes, a proporla al mondo intero. Per noi è un grande onore venire paragonati a questo personaggio letterario e io mi sentii davvero lusingato quando, durante le indagini su un caso di omicidio nel Missouri, il «St. Louis Globe-Democrat» mi definì «il moderno Sherlock Holmes».
È interessante notare come, mentre Holmes lavorava ai suoi sconcertanti e complessi casi, nella vita reale Jack lo Squartatore uccideva prostitute nell’East End londinese. Le due figure hanno esercitato un tale impatto sulla fantasia collettiva che molti racconti «moderni» scritti da ammiratori di Conan Doyle hanno calato sulla scena dei delitti di Whitechapel, tuttora irrisolti, il nostro investigatore.
Nel 1988, mi venne chiesto di analizzare i delitti di Jack lo Squartatore in un programma televisivo a diffusione nazionale. Ne parleremo più avanti.
Fu soltanto più di un secolo dopo i racconti di Poe e a settant’anni dalla creazione di Sherlock Holmes che l’analisi comportamentale si trasferì dalla letteratura alla vita reale. Verso la metà degli anni Cinquanta, New York City fu scossa dalle esplosioni del «bombarolo pazzo», responsabile di oltre trenta attentati distribuiti in un arco di quindici anni. I suoi obiettivi erano di preferenza luoghi pubblici quali la Grand Central Station, la Pennsylvania Station e il Radio City Music Hall. Io allora ero un bambino e vivevo a Brooklyn e ricordo il caso molto bene.
Non sapendo più che pesci prendere, nel 1957 la polizia si rivolse a uno psichiatra del Greenwich Village, il dottor James A. Brussel, che esaminò le fotografie scattate sui luoghi degli attentati e analizzò le lettere di sfida che il dinamitardo indirizzava ai giornali. Ne trasse una serie di conclusioni altamente significative, tra cui il fatto che il soggetto era un individuo paranoico che odiava il padre, era ossessivamente amato dalla madre e viveva in una città del Connecticut. In chiusura della sua relazione, Brussel consigliò alla polizia:
Cercate un uomo robusto, di mezza età. Nato all’estero, cattolico romano. Scapolo. Vive con un fratello o una sorella. È probabile che quando lo troverete indossi un vestito a doppio petto. Abbottonato.
Da alcuni riferimenti presenti nelle lettere, si arrivò a ipotizzare che il dinamitardo fosse un impiegato o un ex impiegato della Consolidated Edison, l’azienda elettrica cittadina, e che nutrisse del rancore verso di essa. Ristretta in questo modo la rosa dei sospetti, si passò al raffronto del profilo redatto dallo psicologo con quello dei dipendenti, e si arrivò così a George Metesky. L’uomo aveva lavorato per la Con Ed negli anni Quaranta, prima dell’inizio degli attentati. All’epoca dell’arresto, abitava a Waterbury, nel Connecticut, ed era effettivamente un uomo robusto, scapolo, di mezza età, nato all’estero e di religione cattolica romana. Il profilo conteneva una sola inesattezza: Metesky viveva con due sorelle nubili. Quando l’agente di polizia gli ordinò di seguirlo al comando, riemerse dalla camera da letto con indosso un abito a doppio petto… abbottonato.
Invitato a illustrare la tecnica utilizzata, il dottor Brussel spiegò che di norma uno psichiatra parte dall’esame del soggetto per cercare di predirne le possibili reazioni in situazioni specifiche. Lui aveva fatto l’opposto, sforzandosi di dedurre la personalità del criminale dalle sue azioni.
Da allora sono passati quasi quarant’anni, e il caso del «bombardo pazzo» sembra piuttosto semplice.
Ma all’epoca costituì un’autentica pietra miliare nello sviluppo di quella che in seguito doveva diventare l’applicazione della scienza comportamentale nelle indagini criminali. Il dottor Brussel, che successivamente collaborò con la polizia di Boston al caso dello «strangolatore di Boston», fu in questo campo un vero pioniere.
Benché venga spesso definito deduttivo, il lavoro di Brussel e dei suoi seguaci si basa in realtà sul metodo induttivo… ossia, parte dall’osservazione di alcuni fattori specifici per arrivare a conclusioni più ampie. Quando arrivai a Quantico, nel 1977, gli istruttori dell’Unità di scienza comportamentale, fra i quali figurava Howard Teten, stavano cominciando ad applicare le idee dello psichiatra ai casi loro sottoposti. Si trattava, tuttavia, soltanto di un esperimento non supportato da alcun lavoro di ricerca.
Ho già parlato dell’importanza di saper calarsi nei panni del killer sconosciuto. Attraverso la ricerca e l’esperienza abbiamo scoperto che altrettanto importante – e molto doloroso – è mettersi in quelli della vittima. Solo quando si ha un’idea precisa di quale sia stata la sua reazione all’orrore che stava piombandole addosso è possibile comprendere appieno il comportamento e le reazioni dell’omicida.
Per conoscere il criminale, bisogna studiarne il crimine.
Nei primi anni Ottanta, la polizia di una cittadina della Georgia mi sottopose un caso inquietante. Una graziosa quattordicenne, majorette presso la locale scuola superiore, era stata rapita alla fermata dell’autobus, distante non più di un centinaio di metri dalla sua abitazione. Il suo cadavere, parzialmente denudato, fu scoperto qualche giorno dopo in un bosco tradizionalmente frequentato da coppiette, a una quindicina di chilometri di distanza. La ragazza era stata violentata e uccisa con un colpo alla testa. Vicino al cadavere giaceva un grosso sasso incrostato di sangue.
Per cominciare la mia analisi, dovevo scoprire tutto il possibile sul conto della vittima. Benché sveglia e graziosa, era ancora una ragazzina, e chi l’aveva conosciuta mi assicurò che non era mai stata una civetta, che non beveva né faceva uso di droghe e che aveva sempre tenuto un comportamento cordiale e amichevole. L’autopsia rivelò inoltre che era vergine al momento della violenza.