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作者:意- John Douglas 当前章节:16043 字 更新时间:2026-6-22 23:22

Con l’inizio della caccia, iniziava anche la parabola discendente. «L’eccitazione» riferì Hansen a chi lo interrogava «stava nell’appostamento, nell’agguato.»

Confermò inoltre i nostri sospetti circa il suo background. Era cresciuto a Pocahontas, Iowa, dove suo padre lavorava come fornaio. Da ragazzino Robert era stato un taccheggiatore e aveva mantenuto tale abitudine anche in età adulta. I suoi problemi con le ragazze ebbero inizio alle superiori, quando si trovò emarginato dalla balbuzie e dall’acne. «Ogni volta che guardavo una ragazza lei si girava dall’altra parte.» Prestò servizio militare nell’esercito e a ventidue anni si sposò. Seguì una sequela di detenzioni per incendio doloso e furto con scasso, quindi il divorzio dalla prima moglie e un nuovo matrimonio. Dopo la laurea di lei, si erano trasferiti in Alaska per cominciare una nuova vita. I guai con la legge, tuttavia, continuarono per molti anni ancora, e fra i reati di cui venne imputato figuravano aggressioni sessuali contro donne che apparentemente l’avevano respinto. Come molti altri serial killer, all’epoca dei fatti Hansen guidava un «Maggiolone» Volkswagen.

Il 27 febbraio 1984, Hansen si dichiarò colpevole di quattro omicidi, uno stupro, un sequestro, detenzione illegale di armi e svariati furti. Fu condannato a quattrocentonovantanove anni di prigione.

Uno dei primi quesiti sollevati dal caso Hansen fu se l’assassino fosse uno soltanto. Si tratta di una questione spesso cruciale nell’analisi investigativa criminale. Più o meno all’epoca del ritrovamento della prima vittima di Hansen, ero stato chiamato dal dipartimento di polizia di Buffalo per collaborare alle indagini su una serie di omicidi a sfondo apparentemente razziale.

Il 22 settembre 1980, un quattordicenne di nome Glenn Dunn era stato ucciso a colpi d’arma da fuoco nel parcheggio di un supermercato. Secondo i testimoni oculari, a sparare era stato un giovane di razza bianca. Il giorno dopo, toccò a Harold Green, trentadue anni, ucciso in un fast-food nel sobborgo di Cheektowaga. Quella notte, nello stesso quartiere in cui era morto Dunn, Emmanuel Thomas fu ammazzato davanti alla propria abitazione. E l’indomani fu la volta di Joseph McCoy, ucciso a Niagara Falls. A un primo esame, solo due fattori accomunavano tutti gli omicidi: le vittime erano tutte di colore e l’arma del delitto era una calibro.22; com’era prevedibile, di quest’ultimo particolare si impadronì subito la stampa.

La tensione razziale crebbe a Buffalo. Molti esponenti della comunità nera accusarono la polizia di non proteggerli in modo adeguato. Ma la situazione doveva peggiorare ancora. L’8 ottobre, il cadavere di un tassista di colore di settantun anni, Parler Edwards, fu rinvenuto nel bagagliaio della sua auto, nel sobborgo di Amherst. Gli era stato asportato il cuore. L’indomani toccò a un altro tassista nero, il quarantenne Ernest Jones, il cui corpo fu scoperto sulle sponde del Niagara River. Anche a lui era stato strappato il cuore e il taxi, coperto di sangue, era stato abbandonato a circa tre chilometri di distanza, entro i confini della città. Il giorno dopo, venerdì, un bianco grosso modo rispondente alla descrizione del killer entrò nella stanza d’ospedale del trentasettenne Collin Cole e, dopo avere annunciato: «Odio i negri», cercò di strangolarlo. Solo l’arrivo di un’infermiera salvò Cole da morte certa.

La città era in subbuglio; le autorità temevano una reazione dei gruppi attivisti di colore. Dietro richiesta di Richard Bretzing, dell’ufficio federale di Buffalo, arrivai in città quel fine settimana. Bretzing è un tipo solido e un’ottima persona, membro della cosiddetta «mafia mormone» dell’FBI. Non dimenticherò mai il cartello che teneva appeso nel suo ufficio e che diceva più o meno così: «Un uomo che fallisce nella propria casa, ha fallito nella vita».

Com’era mia abitudine, mi occupai prima di tutto della vittimologia. Fra gli uccisi non esistevano comuni denominatori significativi, a eccezione della razza, e, pensavo io, del fatto di essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Era invece evidente che l’assassino era uno solo e che l’unica patologia evidente era l’odio per i neri. Per il resto, i delitti suggerivano un atteggiamento di distacco.

Con ogni verosimiglianza, il soggetto si era avvicinato a organizzazioni razziste, se non addirittura a gruppi caratterizzati da valenze positive, quali ad esempio le chiese, e col tempo era arrivato a convincersi che i suoi omicidi costituivano un contributo alla causa. Ritenevo che avesse prestato servizio militare, ma solo per essere congedato prima del tempo per motivi psicologici o per incapacità di adattarsi alla vita dell’esercito. Credevo inoltre che si trattasse di un individuo razionale e organizzato, e che altrettanto metodica e «logica» fosse la sua struttura maniacale.

Quanto alle aggressioni ai due tassisti, benché il movente fosse ugualmente di natura razziale, io ero propenso a non attribuirle a lui. Riflettevano infatti una personalità disorganizzata, un soggetto sofferente di allucinazioni e con ogni probabilità diagnosticato come schizofrenico paranoide. A mio avviso, quei due omicidi rivelavano furia e un desiderio spasmodico di controllo, nonché una carica di distruttività superiore al necessario. Se i quattro omicidi e le due eviscerazioni fossero stati perpetrati dallo stesso individuo, allora tra l’omicidio di Joseph McCoy e quello di Parler Edvvards, verificatosi meno di due settimane dopo, l’assassino aveva subito una gravissima disgregazione della personalità. Una possibilità, questa, che mal si conciliava con l’aggressione in ospedale. Non solo: l’istinto e l’esperienza mi dicevano che la morbosa fantasia associata all’asportazione del cuore aveva radici lontane nel tempo. Nessuna delle vittime era stata rapinata, ma mentre i primi quattro delitti erano stati commessi con rapidità ed efficienza, era evidente che l’autore degli ultimi due aveva trascorso molto tempo sulla scena del crimine. Se gli episodi erano collegati, lo erano nel senso che lo psicopatico di essi responsabile aveva trovato ispirazione nel primo assassino.

Il 22 dicembre, nell’arco di appena tredici ore, quattro neri e un latinoamericano furono pugnalati a morte in piena Manhattan da quello che la stampa battezzò 1’«accoltellatore del centro». Altri due uomini di colore scamparono per un soffio alla morte. Il 29 e il 30 dicembre, l’accoltellatore colpì apparentemente nella parte settentrionale dello Stato, uccidendo il trentunenne Roger Adams a Buffalo e il ventiseienne Wendell Barnes a Rochester. Nei tre giorni successivi, altri tre uomini di colore di Buffalo sopravvissero ad attentati analoghi.

In quella fase delle indagini, non ero in grado di assicurare alla polizia che l’assassino della calibro.22 era anche l’accoltellatore o l’autore dell’ultima serie di delitti. Potevo però dire con certezza che si trattava di individui caratterizzati dalla stessa tipologia. Tutti i delitti erano a sfondo razziale, e tutti erano stati compiuti con una tecnica da blitz.

Nei mesi seguenti, il caso della calibro.22 registrò nuovi sviluppi. In gennaio, fu arrestato a Fort Benning, Georgia, il soldato semplice Joseph Christopher, di venticinque anni. Era accusato di aver sfregiato un commilitone di colore. La perquisizione della sua vecchia casa nei pressi di Buffalo portò alla scoperta di un grosso quantitativo di proiettili calibro.22 e di un fucile a canne mozze. Christopher si era arruolato nel novembre precedente, e all’epoca dei delitti di Buffalo e di Manhattan era in licenza.

Rinchiuso a Fort Benning, riferì all’ufficiale incaricato, il capitano Aldrich Johnson, di essere il responsabile di «quella faccenda di Buffalo». Venne imputato degli omicidi a colpi di arma da fuoco di Buffalo e di alcuni di quelli perpetrati col coltello e, dopo una serie di perizie psichiatriche contrastanti, condannato al carcere a vita. Il capitano Matthew Levine, lo psichiatra che lo visitò nell’ospedale militare di Martin, si disse sorpreso dai molti elementi in comune fra Christopher e il profilo del killer della calibro.22. Proprio come avevamo previsto, Christopher non aveva saputo adattarsi alla vita militare.

L’uomo non ammise né negò mai gli omicidi dei due tassisti. Di questi non fu accusato, e in realtà non sono facilmente collegabili agli altri, in quanto diversi sia nel modus operandi sia nella «firma». Sono, questi, due concetti importantissimi per l’analisi investigativa preliminare, e io ho passato molte ore nelle aule dei tribunali di tutto il Paese sforzandomi di spiegare a giudici e giurati le differenze esistenti tra i due.

Il modus operandi, o MO, è il comportamento acquisito. Ciò che il soggetto fa nell’esecuzione del crimine. Ha caratteristiche di dinamicità, ossia può modificarsi. La «firma», un termine che io stesso ho coniato, è ciò che il soggetto deve fare per – raggiungere l’appagamento. Ha caratteristiche statiche, ossia è invariabile nel tempo. Per esempio, è difficile che le modalità criminali di un minore rimangano immutate col passare degli anni. Tuttavia, se riesce a farla franca per il primo reato, ne trarrà insegnamento e affinerà le proprie abilità. Ecco perché diciamo che il modus operandi è dinamico. D’altro canto, se questo stesso individuo commette delitti per dominare o infliggere dolore alla vittima, si parla di «firma», ossia un elemento unico e rivelatore della sua personalità. È qualcosa che lui ha bisogno di fare.

In molti Stati, il modus operandi è l’unico strumento che la pubblica accusa ha per collegare crimini diversi. Noi, tuttavia, pensiamo di aver dimostrato che si tratta di un metodo superato. Nel caso di Christopher, un avvocato della difesa avrebbe potuto legittimamente sostenere che nei delitti della calibro.22 e in quelli di Manhattan il modus operandi era diverso. La «firma» però era molto simile… una propensione a uccidere uomini di colore scatenata dall’odio razziale.

D’altro canto, i primi quattro delitti e le eviscerazioni portano una «firma» segnatamente diversa. L’individuo che ha asportato i cuori, pur partendo da una motivazione affine, ha anche una «firma» ritualistica, del tipo ossessivo-compulsivo. Ciascuna tipologia utilizza il delitto per soddisfare un bisogno, ma i bisogni sono diversi.

La distinzione fra MO e «firma» può essere sottilissima. Prendiamo il caso di un rapinatore di banca che nel Texas fotografò i suoi ostaggi dopo averli costretti a spogliarsi e ad assumere posizioni dal significato sessuale. Ecco la «firma». Un simile comportamento non era né utile né necessario al buon fine della rapina. Anzi, trattenendo il rapinatore più a lungo nella banca, accresceva i rischi. E tuttavia, era evidentemente qualcosa di cui lui sentiva la necessità.

Un altro rapinatore, a Grand Rapids, Michigan. Anche in questo caso l’uomo costrinse gli ostaggi a spogliarsi, ma senza fotografarli. Lo fece perché i testimoni, sentendosi imbarazzati, avrebbero evitato di guardarlo e di conseguenza non sarebbero poi stati in grado di riconoscerlo. Si trattava quindi di uno strumento utile alla buona riuscita della rapina, un MO.

L’analisi della «firma» giocò un ruolo determinante nel processo contro Steven Pennell, celebrato nel Delaware nel 1989. Lavorando in stretta collaborazione con una task force composta da membri della polizia di New Castle e dello Stato del Delaware, Steve Mardigian, della mia unità, elaborò un profilo che permise alla polizia di restringere la rosa dei sospetti e mettere a punto una strategia per inchiodare il killer.

Lungo le interstatali 40 e 13 erano stati rinvenuti i corpi di alcune prostitute con il cranio fratturato. Le donne erano state violentate e torturate. Il profilo di Steve fu molto accurato. Asserì che il responsabile era un maschio bianco intorno alla trentina, impiegato presso un’impresa di costruzioni. Guidava un furgone che aveva già percorso molti chilometri, e con il quale girava in lungo e in largo in cerca di vittime, ostentava un’immagine da bullo e, pur avendo una moglie o una fidanzata, amava dominare le donne. Portava con sé le armi che sceglieva per ciascun delitto, e dopo si preoccupava di distruggere le prove. Conosceva bene la zona, durante l’esecuzione del delitto non manifestava picchi emozionali di particolare rilievo e avrebbe continuato a uccidere finché non fosse stato preso.

Steven B. Pennell era un bianco di trentun anni, lavorava come elettricista, guidava un vecchio furgone con cui girava in lungo e in largo alla ricerca di vittime, ostentava un’immagine da bullo, era sposato ma amava dominare le donne. A bordo del furgone aveva attrezzato un perfetto «kit da stupro», e quando seppe che la polizia lo teneva d’occhio cercò di distruggere le prove. Inoltre, conosceva bene la zona e proprio in base a tale conoscenza sceglieva le località in cui abbandonava le vittime. Quando uccideva, non sperimentava particolari picchi emotivi e colpì ripetutamente prima di essere arrestato.

La sua individuazione divenne possibile quando Mardigian suggerì di usare come esca un agente di polizia di sesso femminile. Per due mesi, l’agente Renee C. Lano batté le superstrade, nella speranza di venire abbordata da un uomo che rispondesse alla descrizione fatta nel profilo. Su una delle vittime erano state scoperte fibre blu provenienti da un rivestimento di sedili per auto, e fu questo l’elemento su cui si appuntò l’attenzione della polizia. La Lano aveva l’ordine di non salire su eventuali furgoni, ma di cercare di scoprire il più possibile sul guidatore. Finalmente avvicinata da un individuo rispondente alla descrizione, lo coinvolse in una conversazione e mercanteggiò a lungo, ma senza salire a bordo. Notando che la tappezzeria dell’abitacolo era blu, ne asportò alcune fibre con le unghie. II laboratorio dell’FBI stabilì che i due campioni erano uguali.

Durante il processo Pennell, fui chiamato a testimoniare in merito all’importanza della «firma». La difesa stava cercando di dimostrare che i delitti non erano stati commessi dalla stessa persona, in quanto molti particolari del MO variavano di caso in caso. Da parte mia, feci notare come il comune denominatore di tutti i delitti fosse la tortura fisica ed emotiva. In alcuni casi, l’assassino aveva usato pinze per torcere i seni della vittima e asportarne i capezzoli. Ad altre erano stati legati i polsi e le caviglie, e quindi erano state frustate o picchiate con un martello. Di conseguenza, benché i metodi di tortura – il MO, se volete – variassero, la «firma» restava identica: l’assassino provava piacere nell’infliggere dolore fisico e nell’ascoltare le grida delle sue vittime. Nulla di tutto questo era necessario per l’esecuzione del delitto, ma gli era indispensabile per trarne la soddisfazione di cui aveva bisogno.

In sostanza, Steven Pennell non sarebbe mai stato in grado di modificare il proprio comportamento. In eventuali futuri delitti, avrebbe forse utilizzato metodi di tortura diversi e più ingegnosi, ma non sarebbe stato capace di impedirsi di torturare. Fortunatamente per noi, lo Stato del Delaware ebbe il buonsenso di condannarlo a morte, e l’esecuzione ebbe luogo il 14 marzo 1992.

Un altro caso che mise in luce l’importanza dell’analisi della «firma» è quello di George Russell Jr., accusato nel 1990 di avere aggredito e strangolato tre donne bianche a Seattle: Mary Anne Pohlreich, Andrea Levine e Carol Marie Beethe. Fu Steve Etter a elaborarne il profilo, mentre io testimoniai al processo che si celebrò l’anno successivo. Anche in questo caso, l’accusa sapeva di non poter ottenere una condanna basata su un unico omicidio. Contro Russell, la polizia aveva raccolto prove schiaccianti in merito al delitto Pohlreich e riteneva che fossero sufficienti a suffragarne la colpevolezza anche per quanto riguardava gli altri due. Era quindi necessario trovare un comune denominatore.

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