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作者:意- John Douglas 当前章节:15495 字 更新时间:2026-6-22 23:22

Russell non sembrava tipo da commettere crimini tanto efferati. Responsabile di una lunga serie di piccoli furti, era un nero sulla trentina, affascinante e con una vasta cerchia di amicizie. Neppure la polizia di Mercer Island, che lo conosceva bene, riusciva a credere alla sua colpevolezza.

Nel 1990, era ancora insolito imbattersi in omicidi a sfondo sessuale interrazziali, ma col crescere del lassismo e della tolleranza ci rendemmo conto che l’aspetto razziale perdeva via via di importanza. Soprattutto per quanto riguardava individui sofisticati come Russell, che frequentava donne sia di colore sia bianche.

La svolta si ebbe quando il difensore d’ufficio, Miriam Schwartz, presentò al giudice Patricia Aitken, della corte d’assise della contea di King, un’istanza predibattimentale in cui chiedeva processi separati, sulla premessa che i tre omicidi non erano stati commessi dallo stesso individuo. I rappresentanti dell’accusa, Rebecca Roe e Jeff Baird, si rivolsero a me perché dimostrassi il contrario.

Io menzionai lo stile «blitz» che aveva caratterizzato tutte e tre le aggressioni. I tre omicidi erano stati commessi nell’arco di appena sette settimane, e in un arco di tempo tanto breve era improbabile che il responsabile modificasse il modus operandi, a meno che qualcosa non andasse storto, e si rendessero necessarie «migliorie». Ma ancora più significativo era l’aspetto «firma».

Tutte e tre le donne erano state abbandonate nude in pose provocanti, umilianti. Non solo: il messaggio sessuale delle posture cresceva di volta in volta. La prima vittima, lasciata nei pressi di alcuni contenitori per rifiuti, aveva le mani intrecciate e le gambe incrociate all’altezza delle caviglie. La seconda giaceva su un letto con un cuscino sotto la testa, le gambe aperte e ripiegate, un fucile in vagina e ai piedi scarpe rosse col tacco alto. L’ultima era stata adagiata sul suo letto con gambe e braccia divaricate, un profilattico in bocca e il secondo volume di Joy of Sex sotto il braccio sinistro.

E se le aggressioni a sorpresa erano necessarie all’esecuzione del delitto, non si poteva dire altrettanto delle posizioni fatte assumere alle vittime.

Illustrai la differenza tra la «messa in scena» e la «messa in posa». La «messa in scena», dissi, compare nei crimini in cui il soggetto cerca di depistare le indagini inducendo la polizia a farsi dell’accaduto un’idea non rispondente al vero. E il caso dello stupratore che tenta di spacciare per un banale furto con scasso la violazione di domicilio. Si tratta, quindi, di un aspetto del MO. La «messa in posa» costituisce la «firma».

«Non capita spesso che la vittima venga usata per convogliare un determinato messaggio… questi sono i delitti dettati dalla collera, dal desiderio di potere. L’eccitazione sta nella caccia, nell’uccisione, nel modo in cui viene lasciata la vittima e nella consapevolezza di stare sconfiggendo il sistema»

Non ebbi quindi esitazioni ad aggiungere: «Le possibilità che il responsabile sia uno solo sono elevatissime».

In questo senso testimoniò anche Bob Keppel, investigatore capo presso l’ufficio del procuratore generale di Stato. Sostenne che degli oltre cento casi da lui seguiti, soltanto in dieci era stato riscontrato l’elemento «messa in posa» e nessuno aveva presentato tutti gli elementi dei tre in questione.

Con ciò, non intendevamo dire che Russell era sicuramente il colpevole, ma che i tre omicidi erano stati commessi dallo stesso individuo.

La difesa decise di convocare un esperto che confutasse le mie dichiarazioni, e paradossalmente la scelta cadde sul mio ex collega e compagno di studi Robert Ressler, il quale, ormai in pensione, collaborava con il Bureau come consulente.

Mi sorprese moltissimo apprendere che Bob era disposto a fornire una simile testimonianza e, per dirla francamente, ero convinto che avesse torto marcio. Ma come abbiamo riconosciuto molte volte, il nostro lavoro non è una scienza esatta, e Bob era quindi autorizzato ad avere la sua opinione. Da allora, capitò spesso che noi due ci trovassimo in disaccordo, e il caso più eclatante si ebbe quando si trattò di stabilire se Jeffrey Dahmer fosse o meno infermo di mente. Bob si allineò con la difesa, mentre io appoggiai Park Dietz, secondo il quale l’imputato era capace di intendere e di volere.

Ma rimasi ancora più stupito quando Bob non si presentò all’udienza predibattimentale sostenendo di avere altri impegni, e al suo posto mandò un altro agente in pensione, Russ Vorpagel. Russ ha un’intelligenza brillante ed è stato campione di scacchi, ma l’elaborazione dei profili non era la sua specialità e io ritenevo che i fatti fossero contro di lui. Dopo che ebbe confutato la mia tesi, dovette subire un serrato controinterrogatorio da parte di Rebecca Roe, e in ultimo il giudice Aitken si pronunciò a favore di un unico processo.

Ripetei la mia deposizione nel corso del dibattimento. Quando si arrivò a parlare dell’omicidio Beethe, l’avvocato Schwartz affermò che il fidanzato della ragazza aveva avuto sia l’opportunità sia il movente per uccidere. Nei delitti a sfondo sessuale non tralasciamo mai di esaminare la posizione dei coniugi o degli amanti, ma nel caso specifico era mia ferma convinzione che il responsabile fosse un «esterno».

Dopo quattro giorni di consultazione, la giuria, composta da sei uomini e sei donne, giudicò George Waterfield Russell Jr. colpevole di un omicidio di primo grado e di due omicidi di primo grado aggravati. Fu condannato al carcere a vita senza la possibilità di essere rilasciato sulla parola, e tradotto nel carcere di massima sicurezza di Walla Walla.

Col tempo abbiamo perfezionato l’analisi della «firma» al punto che oggi testimoniamo regolarmente nei processi intentati a serial killer. Altri esperti hanno deciso di seguirmi su questo cammino, e fra questi Larry Ankrom e Greg Cooper.

Nel 1993, Greg Cooper ebbe un ruolo importante nella condanna di Gregory Mosely, che aveva violentato, percosso e pugnalato due donne in due diverse giurisdizioni della Carolina del Nord. Come già accaduto nel processo Russell, sarebbe stato difficile ottenere lo stesso verdetto in due processi distinti. Entrambi erano tenuti a dimostrare l’eventuale collegamento fra i due casi, e dopo aver esaminato il materiale Greg pensò di poterlo fare.

La chiave di lettura della «firma» stava, sostenne, nell’accanimento dimostrato dall’assassino. Entrambe le vittime erano donne sole sulla ventina, portatrici di un leggero handicap e frequentatrici dello stesso night-club. Proprio da quel locale erano state rapite a un paio di mesi di distanza l’una dall’altra. Entrambe erano state gravemente percosse, si potrebbe dire percosse a morte, se il decesso non fosse sopravvenuto per strangolamento. Una era stata pugnalata dodici volte, e l’autopsia aveva rilevato tracce di penetrazione vaginale e anale. In un caso, l’analisi del DNA aveva permesso di accertare che il liquido seminale rinvenuto sulla vittima era quello di Mosely. Gli omicidi erano stati perpetrati in località isolate, e altrettanto isolati erano i luoghi in cui i cadaveri erano stati abbandonati.

Durante il primo processo, Greg testimoniò che la «firma» indicava un sadico la cui inadeguatezza era ben espressa dalla scelta delle vittime. A differenza di molti soggetti disorganizzati, lui uccideva solo dopo aver mutilato i corpi. Mirava quindi a un controllo fisico ed emotivo totale; voleva provocare dolore fisico e da esso traeva piacere.

Con questa testimonianza, Greg aiutò la pubblica accusa a presentare anche il secondo omicidio. Mosely venne riconosciuto colpevole e condannato a morte. E con una condanna analoga si concluse il secondo processo, che ebbe luogo nove mesi dopo.

Durante la prima testimonianza, mentre Greg descriveva la personalità dell’imputato, Mosely non gli staccò gli occhi di dosso, e la sua espressione tetra era quanto mai eloquente. “Come diavolo fai a sapere queste cose?” sembrava pensare.

E quando si rividero in occasione del secondo processo, sibilò agli agenti della scorta: «Ecco il figlio di puttana che cercherà di incastrarmi un’altra volta!».

Secondo la prassi, per strappare una condanna nei casi di omicidio era necessario presentare prove conclusive e testimoni oculari se non addirittura una confessione, o, in alternativa, prove indiziarie soddisfacenti. Ma grazie al nostro lavoro, ora polizia e pubblica accusa hanno un’altra freccia nel loro arco. Di norma, il nostro contributo da solo non basta a garantire una condanna, ma associato ad altri elementi contribuisce spesso a stabilire un collegamento tra vari reati e a portare a una conclusione soddisfacente.

I serial killer fanno un gioco pericoloso. Maggiore è la comprensione che abbiamo della loro metodologia, maggiori sono le possibilità di fermarli.

14

CHI HA UCCISO IL PROTOTIPO DELLA RAGAZZA AMERICANA?

Chi ha ucciso il prototipo della ragazza americana?

Era questo l’ossessionante interrogativo che per quattro anni scandì la vita nella cittadina di Wood River, Illinois. Un interrogativo che, tra gli altri, tormentava l’ispettore Alva Busch, della polizia di Stato, e Don Weber, pubblico ministero della contea di Madison.

La sera di martedì 20 giugno 1978, Karla Brown e il suo fidanzato Mark Fair organizzarono una festa a base di birra e musica per gli amici che li avevano aiutati a traslocare al 979 di Acton Avenue, a Wood River. La casa, bianca e a un solo piano, sorgeva lungo un viale alberato, e i due giovani avevano dedicato le ultime due settimane a metterla in ordine. Per la ventitreenne Karla e il ventisettenne Mark, quella casa significava un nuovo, eccitante inizio: dopo un fidanzamento di cinque anni, il giovane aveva finalmente superato le sue esitazioni e si era detto pronto alla convivenza. Karla stava per laurearsi presso un college locale, Mark lavorava come apprendista elettricista, e davanti a loro si stendeva un futuro sereno.

Mark Fair sapeva di essere stato fortunato a trovare una ragazza come Karla Lou Brown, autentica incarnazione della tipica ragazza americana. Alta non più di un metro e cinquanta, Karla aveva lunghi capelli biondi e ondulati, una splendida figura e un sorriso da reginetta di bellezza. Alla Roxana High School era stata l’idolo dei ragazzi e l’invidia delle compagne. Tutti la ricordavano come un tipino sveglio, tutto pepe. Gli amici più intimi conoscevano la sensibilità e la natura introspettiva che si accompagnavano alla sua personalità estroversa, e la sapevano legatissima a Mark, un ragazzo forte, atletico, che la superava in altezza di oltre trenta centimetri. Insieme, Karla e Mark formavano una splendida coppia.

Dopo la festa, i due tornarono nel vecchio appartamento di East Alton per preparare gli ultimi scatoloni; speravano di trascorrere la notte successiva nel nuovo alloggio.

Una sua ex compagna di stanza, tuttavia, la pensava diversamente.

Il padre di Karla era morto quando lei era ancora piccola e la madre, Jo Ellen, aveva sposato in seconde nozze Joe Sheppard Sr., da cui aveva successivamente divorziato. La ragazza sostenne che Karla non era mai andata d’accordo con Sheppard, che la picchiava e ronzava intorno alle sue amiche. Anche Sheppard, quindi, doveva essere annoverato tra i sospetti. La sera del delitto, inoltre, l’uomo era arrivato sul posto e aveva tempestato di domande la polizia. Come ho già avuto modo di notare, non è insolito che un assassino tenti di avvicinare gli inquirenti e di intrufolarsi in qualche modo nelle indagini. Tuttavia, non c’era nulla che collegasse Sheppard all’omicidio.

Il secondo sospetto era naturalmente lo stesso Mark Fair. Con Fiegenbaum, era stato lui a trovare il cadavere, aveva libero accesso alla casa ed era stata la persona più vicina alla vittima. Ma quando era avvenuto il delitto Mark si trovava al lavoro, e molti sostenevano di averlo visto o di aver parlato con lui. Per di più, né la polizia né gli amici e parenti di Karla dubitavano della sincerità del suo dolore.

Nei giorni successivi, la polizia sottopose all’esame della macchina della verità molte delle persone interrogate e che avrebbero potuto aver visto Karla o parlato con lei poco prima della morte. Mark, Tom e Joe Sheppard superarono il test senza alcuna difficoltà. L’unico per cui l’esame non si rivelò conclusivo fu Paul Main, uomo peraltro di scarsa intelligenza. Benché Main sostenesse che John Prante era stato con lui in veranda, e potesse quindi confermare la sua versione, lo stesso Prante asserì di essersene andato in mattinata e di non poter quindi fornire alcun alibi all’amico. Ma benché Main rimanesse fra i sospetti, neppure per lui fu possibile individuare alcun legame diretto con l’omicidio.

La morte di Karla Brown turbò profondamente Wood River, e nonostante gli sforzi della polizia locale e di Stato la soluzione del caso non sembrava imminente. Passarono i mesi, quindi un anno, poi due. Un periodo particolarmente difficile per la sorella di Karla, Donna Judson, e suo marito Terry, che venivano contattati dalle autorità quasi quotidianamente. La madre di Karla e l’altra sorella, Connie Dykstra, si erano dimostrate incapaci di reggere una simile pressione, ed ebbero con gli investigatori rapporti meno frequenti.

Fu un periodo duro anche per Don Weber, all’epoca del delitto uno degli assistenti del pubblico ministero della contea di Madison. Rigoroso sul lavoro ma profondamente sensibile, Weber era ossessionato dal desiderio di assicurare alla giustizia l’assassino di Karla, e quando nel novembre del 1980 venne nominato pubblico ministero riaprì il caso.

Non meno ossessionato era l’ispettore Alva Busch, e fu proprio grazie a lui che il caso Brown registrò finalmente sviluppi significativi.

Nel giugno del 1980, Busch si trovava ad Albuquerque, nel Nuovo Messico, per testimoniare in un processo per omicidio. In attesa che venissero presentate le istanze predibattimentali, partecipò a una conferenza presso l’ufficio dello sceriffo, a cui era presente il dottor Homer Campbell, dell’Università dell’Arizona, esperto di perfezionamento dell’immagine fotografica mediante computer. «Dottore,» gli disse Busch al termine dell’incontro «ho un caso per lei.»

Campbell accettò di esaminare le foto scattate sul luogo del delitto e durante l’autopsia, per cercare di determinare con esattezza l’oggetto con cui Karla era stata percossa.

Benché le foto in bianco e nero non gli facilitassero il lavoro, grazie alla sua sofisticata attrezzatura fu in grado di effettuare un’analisi completa e di individuare parecchi elementi importanti. Le ferite più profonde al viso erano state provocate da un martello, mentre i tagli sul mento e sulla fronte erano dovuti alle ruote del carrello del televisore. Ma fu un’altra sua informazione a imprimere alle indagini una dilazione del tutto diversa.

«A proposito dei segni dei denti,» chiese Campbell parlando per telefono a Busch «avete qualche sospetto al riguardo?»

«Quali segni?» fu tutto quello che l’ispettore riuscì a rispondere.

Campbell gli spiegò di avere individuato sul collo di Karla alcune impronte dentali abbastanza nitide da consentire un raffronto nel caso fosse stato individuato un sospetto. Una delle impronte, in particolare, non coincideva con nessuna delle altre ferite presenti.

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