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作者:意- John Douglas 当前章节:15515 字 更新时间:2026-6-22 23:22

Ora le autorità disponevano finalmente di un elemento solido, concreto. Una volta in possesso delle impronte rilevate dall’esperto, la polizia dell’Illinois si concentrò nuovamente su alcuni dei primi sospetti, in particolare su Paul Main, il vicino di casa. Sfortunatamente, Campbell non riuscì a eseguire il raffronto tra le impronte dentali rilevate a Main e quelle che figuravano nelle fotografie, e anche il tentativo di rintracciare John Prante andò a vuoto.

Furono prese altre iniziative per risolvere il caso, e fra queste la convocazione di un celebre sensitivo dell’Illinois, il quale, pur ignorando tutto del delitto, affermò di sentire uno sgocciolio d’acqua. Per la polizia, si trattava di un chiaro riferimento al cadavere di Karla. Ma oltre a dire che l’assassino viveva nei pressi della ferrovia (circostanza affatto insolita nella contea di Madison), il medium non offrì altro aiuto.

Nel luglio del 1981, Don Weber e quattro suoi collaboratori parteciparono a un seminario sul ruolo della medicina legale nelle indagini criminali. Informato della presenza di Weber, il dottor Campbell gli suggerì di mostrare le foto del caso Brown al dottor Lowell Levine, docente di odontologia presso l’Università di New York e uno dei relatori. Levine, pur asserendo che alcune ferite erano certamente state provocate da denti, ritenne di non poter esprimere un parere conclusivo. Suggerì tuttavia di riesumare il corpo di Karla; una bara, sostenne, è un ottimo deposito per le prove.

Non avevo mai incontrato Levine, ma ne conoscevo la reputazione. Si era occupato del caso Francine Elveson, a New York, e doveva aver fatto un ottimo lavoro, perché quando Bill Hagmaier e Roseanne Russo intervistarono Carmine Calabro presso la Clinton Correctional Facility, scoprirono che l’uomo si era fatto estrarre tutti i denti al fine di evitare di autoincriminarsi in appello. Il dottor Levine andò a dirigere l’unità medico-legale dello Stato di New York.

Nel marzo 1982, Weber e due agenti della polizia di Stato parteciparono all’annuale sessione di addestramento destinata alla Squadra Metropolitana Casi Importanti di St. Louis. C’ero anch’io, e Weber descrive il nostro incontro nel suo affascinante resoconto del caso, Silent Witness, scritto in collaborazione con Charles Bosworth jr. Dopo il mio intervento, lui e i colleghi mi chiesero se le tecniche da me illustrate erano applicabili al caso di cui stavano occupandosi. Stando a Weber, io mi dissi felice di collaborare e li sollecitai a chiamarmi a Quantico.

La riesumazione sarebbe stata per lui causa di estrema tensione. Inoltre, Weber avrebbe dovuto ribadire il suo fermo proposito di risolvere il caso a ogni costo. A quel punto, non era improbabile che il soggetto si scoprisse facendo domande in giro, o addirittura contattando direttamente la polizia. Era importante che l’esumazione venisse ripresa dalle telecamere, perché forse il nostro uomo sarebbe stato presente, ansioso di accertarsi delle condizioni del cadavere. Se le condizioni di questo fossero state definite «buone», il suo livello di stress sarebbe ulteriormente salito, e forse si sarebbe accentuata la sua tendenza all’isolamento. Da parte loro, gli investigatori dovevano cominciare a tenere le orecchie aperte nei bar e nei locali pubblici, per scoprire se di recente qualcuno avesse modificato in modo eclatante il proprio comportamento. Al tempo stesso, uno di loro avrebbe trasmesso tramite la stampa un messaggio di comprensione: sappiamo quello che sta passando l’assassino, sappiamo che non era intenzionato a uccidere e che ora è oppresso da un grave fardello.

Illustrai, quindi, una strategia simile a quella utilizzata nel caso Stoner. Una volta identificato un sospetto, era importante che non venisse arrestato subito, ma lasciato a bollire nel suo brodo per qualche settimana.

Più elementi avessero avuto gli investigatori, più alte sarebbero state le probabilità di una confessione. Sarebbe inoltre stato opportuno tenere nella stanza dell’interrogatorio un oggetto legato all’omicidio (il sasso del caso Stoner).

Com’era prevedibile, i miei ospiti mi chiesero come avessi fatto a ricavare tanti dettagli dal semplice esame del materiale. È una domanda cui non so mai rispondere, benché Ann Burgess abbia notato che in me è molto accentuato l’elemento visivo, e che durante le discussioni tendo a dire «vedo» piuttosto che «penso». Ciò è dovuto probabilmente alla forzata lontananza dalla scena del delitto e alla conseguente necessità di ricrearla nella mia mente.

La mia descrizione, dissero gli investigatori, si adattava in particolare a due indiziati: Paul Main e il suo amico John Prante. Il giorno dell’omicidio, entrambi si trovavano nelle immediate vicinanze e uno di loro, Prante, beveva birra. Le loro versioni non avevano mai coinciso del tutto e se questo era forse attribuibile allo scarso livello intellettivo e al bere, non si poteva tuttavia escludere che uno o entrambi avessero mentito. Per certi versi, era Prante quello che meglio si attagliava al mio profilo: si era mostrato cooperativo con la polizia e una volta calmatesi le acque aveva lasciato la città per tornare solo in un secondo tempo.

Perché non usare nei confronti di entrambi la strategia da me delineata? Né avrebbe guastato un tocco di drammaticità in più, assicurato da una donna che fingendosi Karla li chiamasse in piena notte per singhiozzare al telefono: «Perché? Perché?». Nel giro di una settimana o dieci giorni, la polizia avrebbe sicuramente avuto qualche riscontro dall’uno o dall’altro, e a quel punto sarebbe ricorsa a informatori – amici, conoscenze, colleghi di lavoro – per estorcere una confessione, o almeno un commento all’interessato.

La riesumazione del cadavere avvenne il 1° giugno del 1982, secondo modalità conformi ai miei suggerimenti. Scoprii in quell’occasione che ottenere la collaborazione della stampa è più facile nelle piccole città che nei grossi centri, dove i giornalisti sono più inclini a sospettare che li si voglia manipolare. Da parte mia, credo che una forma di collaborazione tra organi di informazione e rappresentanti della legge sia fondamentale, purché non comprometta l’integrità di nessuno. Non ho mai chiesto a un giornalista o a un reporter di mentire, né di produrre resoconti incompleti. Mi è successo però di passargli informazioni che desideravo arrivassero a un particolare soggetto. Quando i giornalisti si mostrano disponibili con me, io faccio altrettanto con loro, e, in alcune circostanze, gli ho assicurato l’esclusiva di un caso.

Il cadavere di Karla era in condizioni sorprendentemente buone. La nuova autopsia fu eseguita dalla dottoressa Mary Case, vice anatomopatologo della città di St. Louis. A differenza di quanto avvenuto durante il primo esame, la dottoressa Case accertò che la morte era sopravvenuta per annegamento. Riscontrò inoltre una frattura al cranio e rilevò le impronte dei denti necessarie agli investigatori.

Intanto, la campagna pubblicitaria continuava. Tom O’Connor, della polizia di Stato, e Wayne Watson, dell’Unità frodi e falsificazioni, andarono a parlare con Main, apparentemente per accertare la legittimità di alcuni aiuti statali da lui ricevuti. Accennarono quindi all’omicidio, e benché l’uomo negasse ogni coinvolgimento, apparve evidente che ne seguiva con attenzione gli sviluppi e che era a conoscenza di informazioni riservate. Per esempio, quando Watson gli fece notare che fra le sue precedenti residenze non aveva nominato Acton Avenue, Main si giustificò dicendo che stava cercando di dimenticare il trattamento ricevuto dalla polizia nel corso delle indagini. «Parla della ragazza cui hanno sparato e che poi è stata strangolata e cacciata in un barile d’acqua?» osservò Watson.

«No, no» ribatté Main con foga. «Non le hanno sparato!».

Più o meno all’epoca della riesumazione, si presentò alla polizia di Wood River un certo Martin Higdon. Era stato compagno di liceo di Karla Brown, disse, e la recente pubblicità riservata al caso aveva fatto sì che se ne parlasse nel suo ambiente di lavoro. Pensava che la polizia dovesse sapere che, stando a una sua collega, durante una festa tenutasi poco tempo dopo l’omicidio, un uomo aveva dichiarato di essere stato a casa di Karla il giorno della sua morte.

Contattata da O’Connor e White, la donna, che rispondeva al nome di Vicki White, confermò tutto. Lei e suo marito Mark avevano partecipato a una festa a casa di Spencer e Roxanne Bond, e in quell’occasione lei aveva parlato con un uomo che aveva conosciuto al Lewis and Clark Community College. Questi le aveva appunto detto di essere stato a casa di Karla il giorno dell’omicidio, e menzionato il fatto che la ragazza era stata morsa su una spalla. Stava per lasciare la città, aveva aggiunto, perché temeva di essere sospettato. Al momento, tuttavia, Vicki aveva pensato che fossero solo chiacchiere e non gli aveva prestato troppa attenzione. L’uomo si chiamava John Prante.

Come faceva a sapere delle impronte dei denti, quando la polizia ne era venuta a conoscenza solo due anni più tardi?, si chiesero i due investigatori. Il padrone di casa, Spencer Bond, confermò la versione dei White e ricordò inoltre che Main gli aveva fornito alcuni dettagli sul ritrovamento di Karla. Main aveva avuto quelle informazioni da Prante, o viceversa? Al poligrafo, Prante se l’era cavata meglio, ma né Weber né la polizia pensavano che Main avesse il coraggio di perpetrare un simile delitto, e neppure che fosse così intelligente da stornare i sospetti sull’amico.

Bond aveva visto di recente Prante, al volante del suo vecchio Volkswagen Minibus rosso. Il fatto di avere sbagliato modello mi sembrò significativo, perché proprio in quel periodo stavamo cominciando a notare tra i serial killer una spiccata preferenza per i furgoni. Basti pensare a Bittaker, a Norris e a Pennell. Nel retro di un furgone si può fare quello che si vuole senza essere visti. Può essere un ottimo posto per uccidere.

Non mi sorprese apprendere che John Prante si era fatto crescere la barba. In occasione di un incontro con lui, Bond acconsentì a portare addosso un microfono, e pur non ammettendo nulla Prante rivelò numerosi punti di contatto con il mio profilo. Al Lewis and Clark, aveva studiato saldatura. Dopo l’omicidio aveva lasciato la città. Era divorziato e aveva difficoltà di rapporto con le donne. Era molto interessato alle indagini.

Il 3 giugno, giovedì, l’ufficio di Weber ottenne dal tribunale un’ordinanza che obbligava Prante a farsi rilevare le impronte dentali. A lui, Don Greer assicurò che se le impronte non avessero coinciso sarebbe stato libero da ogni sospetto.

Subito dopo aver lasciato lo studio dentistico, Prante chiamò Weber per sapere come procedessero le indagini. Weber ebbe la prontezza di fare ascoltare la telefonata anche al suo assistente Keith Jensen. In questo modo, evitava il pericolo di venire allontanato dal caso in quanto potenziale testimone. In quella telefonata, Prante modificò la sua versione per quanto riguardava la sua sosta a casa di Paul Main.

Altre informazioni vennero raccolte dalla polizia nel corso di un secondo colloquio tra Bond e Prante e di una conversazione registrata tra Bond e Main. Quest’ultimo si spinse fino a insinuare che Karla avesse suscitato le ire di Prante respingendo le sue avances; interrogato dalla polizia, disse di ritenere Prante responsabile dell’omicidio. Dopo una conversazione privata con questi, tuttavia, ritrattò.

Il mattino seguente, Weber, Rushing e Greer andarono a Long Island per consultare il dottor Levine. Gli sottoposero le impronte dentali di Prante, di Main e di un terzo sospetto. Levine eliminò all’istante gli ultimi due. Non poteva affermare con assoluta sicurezza che in tutto il mondo le impronte di Prante erano le sole a coincidere con quelle rinvenute sul cadavere, ma certo apparivano identiche.

Paul Main fu arrestato con l’accusa di aver ostacolato il corso della giustizia. Prante fu invece imputato di omicidio e processato nel giugno 1983. Un mese dopo, fu riconosciuto colpevole e condannato a settantacinque anni di carcere.

C’erano voluti quattro anni, ma grazie agli sforzi congiunti di molti, l’assassino era finalmente stato consegnato alla giustizia. Quanto a me, rimasi lusingato nel ricevere copia di una lettera del viceprocuratore di Stato Keith Jensen al direttore dell’FBI. Diceva: «La comunità si sente finalmente al sicuro. La famiglia della vittima sente di aver ricevuto giustizia. Nulla di tutto questo sarebbe stato possibile senza John Douglas, i cui sforzi, credo, dovrebbero ricevere il giusto rilievo. Mi auguro che ci siano molti altri John Douglas, dotati della stessa competenza e della stessa capacità da lui dimostrate».

Parole davvero gentili, ma per fortuna già dal gennaio precedente avevo convinto Jim McKenzie, vicedirettore dell’Accademia, della necessità di avere «altri John Douglas». Lui, a sua volta, era riuscito a persuaderne il quartier generale, e fu così che in quella prima tornata mi garantii la collaborazione di Bill Hagmaier, Jim Horn, Blaine Mcllwaine e Ron Walker. In seguito sarebbero arrivati anche Jim Wright e Jud Ray.

Ciò che non aveva messo in conto era la strenua resistenza che Donna gli aveva opposto. Una resistenza che aveva suscitato in lui il timore di perdere il dominio della situazione, e rinfocolato la sua rabbia. A differenza di quanto era avvenuto nel caso Brown, l’impressione era che in questo delitto collera e bisogno di gestire la vittima avessero rivestito uguale importanza. E si trattava di collera covata a lungo. I segni sul cadavere indicavano che l’assassino aveva aggredito la vittima in cucina, per poi trascinarla in un’altra stanza e lì violentarla.

Quella sera stessa, Roy e Jim cominciarono a elaborare il profilo. Bisognava cercare un uomo di età compresa tra i venti e i ventisette anni. Di norma, negli omicidi a sfondo sessuale assassino e vittima appartengono alla stessa razza, ma convinti com’erano che l’omicidio Vetter fosse una conseguenza dello stupro, gli agenti pensarono che al caso si dovessero applicare le «regole» relative alla violenza. Stabile e quartiere erano abitati in prevalenza da neri e latinoamericani, e poiché nella zona erano numerosi gli episodi di violenza contro donne bianche da parte di neri, diventava probabile che anche in questo caso il killer fosse di colore.

Non credevano che il soggetto fosse sposato, ma forse intratteneva una relazione basata sullo sfruttamento o comunque sulla dipendenza economica. Le donne che frequentava erano più giovani e meno esperte di lui, oppure particolarmente influenzabili, perché in nessun caso lui avrebbe instaurato rapporti con soggetti che lo intimidissero. Pur di scarsa intelligenza e con un curriculum scolastico mediocre, era scaltro, e in grado di cavarsela in una rissa. Ci teneva ad apparire un duro, curava la forma fisica e spendeva molto in vestiti.

Abitava in un edificio popolare a pochissima distanza dal luogo del delitto. Svolgeva un lavoro manuale ed entrava spesso in conflitto con colleghi o superiori. A causa del temperamento esplosivo, non aveva prestato servizio militare o, in alternativa, era stato congedato in anticipo. Non aveva mai ucciso prima, ma probabilmente aveva aggredito e rubato. Roy Hazehvood era convinto che avesse precedenti per stupro o comunque aggressioni sessuali.

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