Ne ipotizzarono una condotta post-crimine caratterizzata da assenze dal lavoro, dimagrimento, cambiamenti nell’aspetto e consumo d’alcol. Particolare ancora più importante, si dissero persuasi che l’uomo avrebbe parlato del delitto con un famigliare o con qualcuno che gli era molto vicino. E su questo punto si sarebbe dovuto far leva per arrivare all’arresto.
Sapendo che il soggetto avrebbe seguito con attenzione gli sviluppi del caso, Roy e Jim decisero di pubblicizzare il profilo facendosi intervistare dalla stampa locale. L’unico elemento su cui mantennero il riserbo fu quello razziale. Non volevano che un eventuale errore imprimesse alle indagini una direzione sbagliata.
Diedero invece molto risalto al pericolo in cui versava il depositario delle confidenze dell’assassino, e lo invitarono a contattare le autorità prima che fosse troppo tardi. Due settimane e mezzo più tardi, si rivolse alla polizia un uomo che aveva partecipato ad alcune rapine con l’assassino. Questi fu fermato e incriminato formalmente grazie a certe impronte del palmo rinvenute sulla scena del delitto.
Si trattava di un ventiduenne di colore che abitava a quattro isolati di distanza dalla casa di Donna. Scapolo, viveva con la sorella da cui dipendeva economicamente. Al momento dell’omicidio era in libertà condizionata per stupro. Riconosciuto colpevole, fu condannato a morte. È stato giustiziato poco tempo fa.
Ho ribadito spesso ai miei collaboratori che dovremmo ispirarci al «Cavaliere solitario», il quale, dopo aver collaborato con la giustizia, si allontana in silenzio.
Chi erano quegli uomini mascherati? Si sono lasciati dietro questo proiettile d’argento.
Quelli? Oh, venivano da Quantico.
Anche Roy e Jim lasciarono in silenzio la città. Erano arrivati a bordo di un aereo privato dell’FBI, ma tornarono a casa in classe turistica, stipati fra vacanzieri e ragazzini urlanti. Noi però sapevamo ciò che avevano fatto, e così tutti coloro che avevano beneficiato del «proiettile d’argento».
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QUANDO SI COLPISCONO QUELLI CHE SI AMANO
Un giorno, mentre rivedeva alcune pratiche nel suo ufficio di Quantico, Gregg McCrary ricevette la telefonata di uno dei dipartimenti di polizia compresi nella sua regione. Volevano illustrargli uno di quei casi dolorosi che si verificano anche troppo spesso.
Una ragazza-madre aveva appena lasciato il suo appartamento al pianterreno di un condominio con il figlioletto di due anni. Prima di salire in macchina, era stata aggredita da dolorosi crampi allo stomaco e costretta a precipitarsi nel bagno condominiale, vicino alla porta di servizio. La donna abitava in un quartiere tranquillo, dove tutti si conoscevano, e raccomandò al piccolo di non uscire.
Sono passati quarantacinque minuti quando la donna esce dal bagno; il bambino non c’è più. Non ancora allarmata, va a cercarlo fuori, e nel parcheggio trova uno dei suoi guantini. In preda al panico, torna nel suo appartamento e chiama il 911. All’operatore urla che il figlio è stato rapito. La polizia arriva poco dopo e batte a tappeto la zona. Inutilmente.
I media si impadroniscono della storia. La donna compare in televisione per rivolgere un appello ai rapitori. Pur comprensiva, la polizia non vuole correre rischi e la sottopone al test del poligrafo. La donna lo supera senza difficoltà. Consapevoli dell’importanza della rapidità nei casi di sequestro, gli investigatori si rivolgono a Gregg.
Fra il materiale da lui esaminato, c’è la registrazione della chiamata al 911. Qualcosa non lo convince. Ma ecco che si verifica un nuovo sviluppo. La madre riceve un pacchetto per posta. Il mittente non è indicato, e non c’è alcun biglietto, ma contiene il gemello del guanto rinvenuto nel parcheggio. È sufficiente per farla crollare.
Ormai Gregg ha capito la verità. Informa la polizia che il bambino è morto, e che a ucciderlo è stata la madre.
Ecco la spiegazione di Gregg. Il primo elemento sospetto è dato dallo scenario stesso. Non c’è madre che non tema di vedere il proprio figlio nelle mani di un pervertito. Com’è possibile che abbia lasciato il bambino solo tanto a lungo? Perché non l’ha portato con sé o non ha trovato una sistemazione di ripiego? Certo, non si può escludere che le cose siano andate come lei sostiene, ma ci sono altri fattori da considerare.
Al telefono, la donna ha detto esplicitamente che il piccolo è stato «rapito». Ora, Gregg sa per esperienza che i genitori tendono a rifiutare certe orribili verità. Diranno piuttosto che il figlio è scomparso, che è scappato, che non sanno dove si trova. La scelta del termine «rapimento», invece, suggerisce un piano accuratamente concertato.
L’appello in televisione non è ovviamente incriminante di per sé; di norma i genitori che ricorrono a questo strumento sono in perfetta buona fede. È un fatto però che certe pubbliche esibizioni servono a legittimare anche i pochi che non lo sono.
Ma, per Gregg, l’elemento decisivo è la restituzione del guanto. I rapitori di bambini rientrano prevalentemente in tre categorie: coloro che mirano a un guadagno; i molestatori che cercano una gratificazione sessuale; infine gli individui solitari, instabili, spinti dal disperato bisogno di avere un bambino tutto loro. Nel primo caso, il sequestratore si metterà in contatto con la famiglia per esporre le proprie richieste, mentre negli altri due non ci sarà alcun contatto. Ma certo nessuno spedirà un oggetto appartenente al bambino per informare i famigliari dell’avvenuto. Lo sanno già.
In sostanza, la donna aveva agito secondo quelli che riteneva essere i criteri di un autentico sequestratore. Sfortunatamente per lei, non aveva idea delle reali dinamiche di questo genere di reato, e si era tradita.
Di più: aveva dei motivi per fare ciò che aveva fatto ed era riuscita a convincersi di essere nel giusto. Questo spiegava la facilità con cui aveva superato il test al poligrafo. Non soddisfatto, Gregg volle sottoporla a un secondo esame, gestito da un esperto federale: ebbe un esito completamente diverso. In risposta ad alcune domande esplicite, la donna ammise di aver ucciso il figlio e accompagnò la polizia sul luogo della sepoltura.
Come Gregg aveva sospettato fin dall’inizio, il movente era dei più banali. Rimasta incinta molto giovane, la donna si era vista esclusa dai normali divertimenti della sua età. A un certo punto, aveva conosciuto un uomo desideroso di crearsi una famiglia, il quale però non era disposto ad accollarsi un figlio non suo.
Gregg sarebbe arrivato alle stesse conclusioni anche se le autorità avessero scoperto il corpo accidentalmente, senza essere state informate della scomparsa. Il piccolo era stato sepolto in un bosco con indosso una tutina imbottita. Era stato avvolto in una coperta e quindi protetto con un sacco di plastica. Un sequestratore o un pervertito non si sarebbe preso tanta briga; quella sepoltura non denotava collera o disprezzo, bensì amore e senso di colpa.
Da sempre gli uomini si rendono colpevoli di violenza contro coloro che amano, o dovrebbero amare. Divenuto capo dell’Unità di scienza comportamentale, Alan Burgess ebbe a dire nella sua prima intervista televisiva: «La violenza si è tramandata di generazione in generazione, da quando Caino sparò ad Abele». Per fortuna, l’intervistatore non colse quella sua reinterpretazione del primo omicidio nella storia nel mondo.
Uno dei casi più sensazionali dell’Inghilterra del diciannovesimo secolo fu appunto un caso di violenza famigliare.
Nel 1860, l’ispettore di Scotland Yard Jonathan Whicher si recò nella città di Frome, nel Somerset, per indagare sulla morte di un bambino di nome Francis Kent, appartenente a una famiglia di spicco della zona. La polizia locale era persuasa che il piccolo fosse stato ucciso dagli zingari, ma Whicher arrivò alla conclusione che la colpevole era la sorella sedicenne di Francis, Constance. L’importanza della famiglia e l’oggettiva difficoltà di ritenere un’adolescente colpevole di un delitto tanto efferato fece sì che il tribunale respingesse le prove prodotte da Whicher. Constance fu assolta da ogni imputazione.
Il clamore suscitato dal caso costrinse Whicher a dimettersi. Per anni, si adoperò per dimostrare la fondatezza della sua tesi, fino a quando le difficoltà economiche e una salute malandata lo costrinsero ad abbandonare l’impresa… un anno prima che Constance Kent confessasse il suo crimine. La donna fu nuovamente processata e condannata all’ergastolo. Tre anni dopo, Wilkie Collins si ispirò a questa vicenda per il suo pionieristico romanzo The Moonstone.
La chiave di lettura di molti omicidi commessi contro parenti o persone amate è «l’allestimento». Per chiunque graviti così vicino alla vittima, stornare i sospetti dalla propria persona diventa ancora più necessario. A questo proposito, uno dei casi più significativi cui ho lavorato è l’omicidio di Linda Haney Dover, uccisa a Cartersville, Georgia, il 26 dicembre 1980.
Benché separata dal marito Larry, la ventisettenne Linda era rimasta con lui in termini ragionevolmente cordiali, anzi, aveva conservato l’abitudine di fare le pulizie nella casa che avevano condiviso. E proprio in questa incombenza era impegnata quel venerdì, quando Larry uscì col figlioletto per passare la giornata al parco.
Nel pomeriggio, al loro rientro, scoprono che Linda è scomparsa e la casa è nel caos. Le lenzuola sono state strappate dal letto, i cassetti del comò sono aperti, ci sono indumenti dappertutto e sul tappeto macchie rosse che sembrano sangue. Larry chiama la polizia che si precipita sul posto e perquisisce la casa e le immediate vicinanze.
Trovano il corpo di Linda nell’intercapedine tra la casa e il terreno. È avvolta fino al collo in una trapunta, ma sotto i seni sono scoperti, i jeans abbassati fino alle ginocchia e le mutandine calate a rivelare il pube. Linda è stata colpita al viso e alla testa con un oggetto contundente e porta le ferite di molte pugnalate che secondo gli agenti le sono state inferte quando era già a seno nudo. L’arma è presumibilmente un coltello da cucina prelevato da un cassetto, ma le ricerche non danno alcun esito. (Il coltello non verrà mai trovato.) Linda è stata aggredita in camera da letto e quindi trasportata fuori; sono le gocce di sangue rinvenute sulle cosce a indicare che l’assassino ha maneggiato il cadavere.
Nulla nel passato di Linda Dover la rende una vittima ad alto rischio. Benché separata da Larry, non aveva altre relazioni. Gli unici fattori scatenanti sono forse il periodo dell’anno – quello natalizio – e le cause della fine del suo matrimonio, qualunque esse siano.
In base al materiale e alle informazioni inviatemi dalla polizia di Cartersville, conclusi che il responsabile poteva appartenere a due diverse tipologie. Nel primo caso, bisognava cercare un solitario, giovane e inesperto, che abitava nei paraggi e al quale l’opportunità di uccidere si era presentata casualmente. A tale proposito, seppi dalla polizia che di recente c’erano stati problemi con un malvivente che abitava nel quartiere e di cui molti residenti avevano paura.
Ma l’assassino poteva appartenere a un’altra tipologia, poteva cioè trattarsi di qualcuno che conosceva bene la vittima e che aveva cercato di stornare da sé i sospetti. Ora, un omicida avverte tale necessità solo nei casi di omicidio che noi definiamo «per cause personali». Anche le percosse e i traumi riscontrati sul viso e sul collo rafforzavano questa ipotesi.
Il soggetto, aggiunsi, era intelligente ma non aveva frequentato l’università e svolgeva un lavoro che richiedeva un certo impiego di forza fisica. Era aggressivo e aveva una bassa soglia di tolleranza alla frustrazione. Umorale, incapace di accettare la sconfitta, al momento dell’omicidio era probabilmente depresso, forse per difficoltà finanziarie.
Quanto all’allestimento, rispondeva a una logica precisa. L’assassino non aveva voluto lasciare il cadavere all’aperto dove un altro componente della famiglia – in particolare il figlio – avrebbe potuto trovarlo. Inoltre, aveva cercato di dare al delitto una connotazione sessuale – ecco il motivo del reggiseno rialzato e delle mutandine abbassate –, ma il cadavere non portava tracce di violenza. Non solo; per evitare che estranei lo vedessero nudo, l’aveva avvolto nella coperta.
Inizialmente si sarebbe dimostrato esageratamente disposto a collaborare, ma, una volta resosi conto di essere sospettato, si sarebbe fatto ostile e arrogante. Con ogni probabilità avrebbe bevuto di più, si sarebbe drogato o forse sarebbe ricorso alla religione. Avrebbe modificato il proprio aspetto fisico o addirittura cambiato lavoro e residenza. Consigliai alla polizia di cercare qualcuno che di recente avesse mutato in modo drastico il proprio comportamento.
«Oggi è completamente diverso da com’era prima dell’omicidio» dissi.
Ciò che non sapevo era che, al momento di contattarmi, la polizia di Cartersville aveva già accusato Larry Bruce Dover di uxoricidio, e da me desiderava soltanto una conferma. Ne fui infastidito, e per più di una ragione. Tanto per cominciare, avevo casi più urgenti di cui occuparmi. Ancora più importante, l’FBI aveva corso il rischio di trovarsi in una posizione imbarazzante. Fortunatamente per tutti, il profilo si attagliava punto per punto all’assassino. In caso contrario, un abile avvocato avrebbe potuto citarmi come teste della difesa e costringermi a dichiarare che la mia elaborazione si discostava per alcuni aspetti dall’imputato. In seguito, mi sono sempre premurato di chiedere agli inquirenti se avessero già un sospetto, anche se non ho mai voluto conoscerne in anticipo l’identità.
Il 3 settembre 1981, Larry Bruce Dover fu riconosciuto colpevole dell’omicidio di Linda Haney Dover e condannato al carcere a vita.
Una variazione sul tema dell’omicidio tra consanguinei lo troviamo nell’assassinio di Elizabeth Jayne Wolsieffer, conosciuta come Betty, avvenuto nel 1986.
Poco dopo le sette del mattino di sabato 30 agosto, la polizia di Wilkes-Barre, Pennsylvania, viene chiamata al 75 di Birch Street, dove un dentista molto noto in città vive con la famiglia. Arrivati sul posto, gli agenti Dale Minnick e Anthony George trovano Edward Glen Wolsieffer, odontoiatra trentatreenne, sdraiato a terra. Ha un trauma cranico e sul collo segni di strangolamento. Con lui c’è il fratello Neil. Abita al di là della strada, spiega questi, ed è stato lo stesso Glen a chiamarlo. Era stordito, disorientato, e il suo era l’unico numero telefonico che ricordava. Chiamare la polizia, invece, è toccato a Neil.
Betty, la moglie trentaduenne di Glen, e la figlia Danielle, di cinque anni, sono di sopra, aggiunge Neil. Trattenuto dalle condizioni di Glen, lui non è ancora salito. Anzi, il ferito teme che l’intruso sia ancora in casa.
I due agenti perquisiscono la casa. Non trovano estranei, ma il cadavere di Betty nella camera matrimoniale. Giace per terra su un fianco, con la testa verso i piedi del letto. Gli ematomi sul collo, la schiuma ormai secca che le si è raccolta intorno alla bocca e il colore bluastro del viso indicano che è stata strangolata a mani nude. Le lenzuola sono macchiate di sangue, ma il volto della morta dev’essere stato ripulito. La camicia da notte, il solo indumento che indossa, è sollevata fino alla vita.