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作者:意- John Douglas 当前章节:15496 字 更新时间:2026-6-22 23:22

Danielle dorme nella stanza accanto. Non le è stato fatto alcun male, e al suo risveglio dice di non aver sentito nulla.

Minnick e George tornano di sotto, e senza dire nulla chiedono al dottor Wolsieffer di ricostruire l’accaduto. È stato destato all’alba da un rumore, racconta lui. Temendo che sia entrato qualcuno, ha preso la pistola che tiene nel comodino ed è sceso dal letto senza svegliare la moglie.

Sulla porta, scorge in cima alle scale un uomo dalla corporatura robusta e lo segue non visto di sotto. L’uomo improvvisamente scompare, e Glen comincia a perlustrare il pianterreno alla sua ricerca.

Ma ecco che alle spalle qualcuno gli passa intorno al collo un laccio o forse una corda. Lui ha la prontezza di lasciar cadere la pistola e afferrare il laccio. Con un calcio colpisce all’inguine l’aggressore, che allenta la stretta. Ma prima di poter voltarsi, Glen viene colpito alla testa e perde i sensi. Appena rinviene, chiama il fratello.

Le sue ferite non appaiono serie né alla polizia né ai paramedici arrivati sul posto. Una contusione alla nuca, dei segni sul collo, qualche leggero graffio sulle costole e sul petto. Ma non vogliono correre rischi, e Glen viene trasportato al pronto soccorso. Neppure il medico che lo visita giudica preoccupanti le sue condizioni, ma poiché il dentista sostiene di essere svenuto, decide di trattenerlo.

La polizia sospetta di Wolsieffer fin dall’inizio. Quale malintenzionato avrebbe scelto una finestra del secondo piano per introdursi in casa, e per di più quando era già giorno?

Sotto la finestra in questione è stata effettivamente trovata una scala, ma è vecchia e non sembra in grado di reggere il peso di una persona, inoltre, è stata appoggiata al muro alla rovescia e non ha lasciato alcun incavo nel terreno morbido. E sui pioli e sul tetto vicino alla finestra non ci sono le tracce di rugiada o d’erba che un intruso avrebbe certamente lasciato.

Elementi contraddittori sono presenti anche in casa. Non è stato asportato nulla di valore, neppure i gioielli che pure si trovano in bella vista nella camera da letto. E se l’intruso mirava a uccidere, perché lasciare vivo un uomo, e per di più armato, per andare a ucciderne, ma non a violentarne, la moglie?

Sono soprattutto due i fattori di disturbo. Se Glen è stato afferrato per il collo e stretto con tanta forza da fargli perdere i sensi, perché sulla gola non sono visibili escoriazioni? Ancora più misterioso è il fatto che né lui né Neil siano saliti di sopra per accertarsi che Betty e Danielle stessero bene.

A confondere ulteriormente le acque, il dottor Wolsieffer continua a modificare la sua versione. Fa dell’intruso una descrizione sempre più particolareggiata. Portava una felpa scura, una calza sul viso, e aveva i baffi. Ma il dentista si contraddice in più punti. Ad alcuni famigliari ha detto di essere rimasto fuori fino a tardi quel venerdì sera, ma di aver parlato con la moglie prima di coricarsi. Con la polizia, invece, sostiene di non averla svegliata. In un primo tempo riferisce che da un cassetto della scrivania sono scomparsi circa milletrecento dollari, ma ritratta quando gli inquirenti trovano la ricevuta attestante che quel denaro è stato depositato in banca. All’arrivo della polizia è semisvenuto e incoerente, ma in ospedale, quando viene informato della morte della moglie, ammette di aver sentito la telefonata di uno degli agenti.

Col proseguire delle indagini, Glen Wolsieffer elaborò versioni sempre più complicate. Il numero degli aggressori salì a due. Aveva già ammesso di aver avuto una relazione con una sua ex assistente, aggiungendo però che tra loro tutto era finito un anno prima. In seguito, tuttavia, confessò di averla vista – e di aver avuto con lei rapporti sessuali – pochi giorni prima dell’omicidio. Inoltre, aveva trascurato di informare gli inquirenti di un’altra relazione che intratteneva contemporaneamente con una donna sposata.

Gli amici di Betty Wolsieffer riferirono che, benché innamorata del marito, la donna era stanca del suo comportamento e soprattutto delle sue uscite del venerdì sera. Pochi giorni prima di morire, aveva detto a un’amica che, se le cose non fossero cambiate, avrebbe assunto una posizione decisa.

Consigliato dal suo legale, dopo quei primi colloqui Glen rifiutò di parlare con la polizia, che si concentrò di conseguenza sul fratello Neil, il cui comportamento era altrettanto bizzarro. Sostenendo l’inaccuratezza del poligrafo, Neil rifiutò di sottoporsi all’esame, e solo in ottobre, dopo molte insistenze da parte della famiglia di Betty e a causa della pressione esercitata dai media, acconsentì a incontrare gli inquirenti in tribunale.

Alle dieci e quindici del mattino – il colloquio era fissato per le dieci – Neil, che viaggiava a bordo della sua piccola Honda, rimase ucciso in uno scontro frontale con un furgone Mack. Al momento dell’incidente, stava allontanandosi dal tribunale. L’inchiesta portò a un verdetto di suicidio, anche se in seguito si ipotizzò che l’uomo avesse inavvertitamente superato la svolta e stesse cercando di tornare indietro. Non lo sapremo mai con certezza.

A un anno di distanza, la polizia di Wilkes-Barre aveva raccolto molte prove indiziarie a carico di Glen Wolsieffer, ma nulla che ne giustificasse l’arresto. Sulla scena del delitto erano stati trovati i suoi capelli e le sue impronte digitali, ma si trattava della sua camera da letto. Gli inquirenti ipotizzarono inoltre che l’uomo si fosse liberato dell’arma e di eventuali indumenti insanguinati gettandoli nel fiume prima dell’arrivo di Neil. Per procedere all’arresto, c’era la necessità che un esperto dichiarasse che il crimine era stato commesso da una persona che conosceva la vittima.

Nel gennaio del 1988, la polizia di Wilkes-Barre mi chiese un’analisi del delitto. Arrivai abbastanza in fretta alla conclusione che era effettivamente opera di qualcuno che conosceva bene la vittima e che aveva seminato falsi indizi allo scopo di depistare le indagini. Poiché la polizia disponeva già di un sospetto, invece di elaborare un profilo puntai a fornirle gli strumenti che ne giustificassero l’arresto.

Un omicidio di quel genere, di giorno e in quel quartiere, perpetrato in una casa con due auto parcheggiate nel viale, si poteva senz’altro definire un crimine ad alto rischio, e il movente del furto era quindi estremamente improbabile. In tanti anni di ricerca e lavoro, non ci era mai capitato di imbatterci in un ladro che entrasse da una finestra del secondo piano e, senza fare alcun controllo, scendesse subito di sotto.

Poiché nulla dimostrava che l’assassino fosse arrivato sul posto armato, era logico ipotizzare un omicidio non premeditato. La signora Wolsieffer non era stata violentata, e ciò rendeva improbabile anche il movente dello stupro. Tutte queste considerazioni restringevano la rosa dei potenziali moventi.

Un omicidio per strangolamento è quasi sempre un omicidio di natura personale. Certo non è un metodo che sceglierebbe uno sconosciuto, soprattutto dopo essersi dato la pena di programmare un’irruzione in casa della vittima.

Intanto, la polizia continuava con metodicità a costruire il caso. Erano convinti di conoscere l’identità dell’assassino, ma non c’erano prove sufficienti per istituire un processo.

Nel frattempo, Glen Wolsieffer si trasferì a Falls Church, Virginia, nei pressi di Washington DC, dove avviò un nuovo studio. Negli ultimi mesi dell’89, venne spiccato a suo carico un avviso di custodia cautelare che si basava in prevalenza sulla mia relazione. II 3 novembre 1989, trentotto mesi dopo l’omicidio, un’operazione congiunta della polizia di Stato, di contea e locale portò all’arresto di Wolsieffer nel suo studio.

«È successo troppo in fretta» disse lui a uno degli agenti. «Ci siamo finiti dentro. Era tutto talmente confuso.» In seguito, tuttavia, sostenne di essersi riferito all’aggressione subita, non all’omicidio della moglie.

Benché all’epoca avessi deposto come esperto nei tribunali di parecchi Stati, la difesa mi definì «stregone vudu», e alla fine il giudice decise di non farmi testimoniare. La pubblica accusa fu tuttavia autorizzata a utilizzare il materiale da me fornito, e questo, insieme con il lavoro della polizia, fu sufficiente a garantire un’imputazione per omicidio non premeditato.

Erano molte le incongruenze che caratterizzavano il caso Wolsieffer: la scala traballante e mal posizionata, il tentativo di spacciare l’omicidio per un delitto a sfondo sessuale, l’inconsistenza delle tracce di strangolamento. Ma l’elemento più eclatante era la totale illogicità del comportamento del presunto intruso. Chiunque si introduca in una casa per commettervi un crimine, si preoccuperà prima di ogni altra cosa della minaccia maggiore, che in questo caso era senza dubbio costituita da un uomo alto più di uno e ottanta, del peso di oltre cento chili e per di più armato.

Un investigatore dev’essere sempre pronto a cogliere certe incongruenze, e a noi l’esperienza ha insegnato a non fermarci mai alle apparenze. Per certi versi, siamo come attori che si preparano a interpretare un ruolo. L’attore cerca di andare oltre quello che c’è scritto nel copione, si sforza, cioè, di cogliere il significato nascosto del testo.

Un esempio tipico è dato dall’omicidio di Carol Stuart, avvenuto a Boston nel 1989. Prima ancora che si arrivasse alla soluzione, il caso divenne celebre e minacciò la stabilità della comunità urbana coinvolta.

Una notte, Carol e il marito Charles attraversavano Roxbury per tornare a casa dopo aver partecipato a una lezione sul parto naturale. Mentre erano fermi a un semaforo, vennero aggrediti da un nero di corporatura robusta, che sparò a Carol, trent’anni, uccidendola, e quindi rivolse l’arma contro il ventinovenne marito di lei. Ferito all’addome, questi rimase in sala operatoria per ben sedici ore. Inutilmente i medici del Brigham and Women’s Hospital si prodigarono per salvare Carol. Prima che morisse, le fu praticato il taglio cesareo, ma il piccolo Christopher sopravvisse solo poche settimane. Charles era ancora in ospedale quando ebbe luogo il funerale della moglie.

La polizia di Boston entrò immediatamente in azione, fermando tutti gli uomini di colore che rispondevano alla descrizione fatta da Charles, e finalmente questi ne indicò uno.

Presto, però, la sua versione cominciò a mostrare punti deboli. Suo fratello Matthew arrivò a dubitare che la rapina avesse mai avuto luogo quando Charles gli chiese di aiutarlo a liberarsi di una borsa contenente gli oggetti che si riteneva fossero stati trafugati dall’assassino. L’indomani, dopo che il procuratore distrettuale ebbe annunciato la sua intenzione di accusarlo dell’omicidio della moglie, Charles si suicidò buttandosi da un ponte.

La comunità nera si sentì comprensibilmente offesa dalle accuse mosse da Stuart. Solo sei anni prima, Susan Smith aveva falsamente accusato un uomo di colore del rapimento dei suoi due figli. In quel caso, tuttavia, e grazie anche alla collaborazione dei media e delle autorità federali, lo sceriffo era arrivato alla verità in pochi giorni.

Ciò non accadde nel caso Stuart, anche se ritengo che le cose sarebbero andate diversamente se la polizia avesse analizzato la versione dell’uomo a fronte di ciò che era realmente accaduto sul luogo del delitto. Non capita spesso che qualcuno si spinga fino a rischiare la morte per camuffare i suoi veri intenti. Ma proprio come nel caso Wolsieffer, quando un presunto aggressore si accanisce prima sulla persona che costituisce la minaccia minore – quasi sempre una donna –, una ragione deve pur esserci. Se il suo scopo è la rapina, l’aggressore tenterà sempre di neutralizzare prima la vittima più pericolosa. Quando questo non succede, bisogna scoprire il perché.

In simili casi, può succedere che l’investigatore si scopra emotivamente coinvolto dalle vittime sopravvissute. È naturale prestare fede a chi si trova in uno stato di palese sofferenza. Se la sua recitazione è appena decente, se a un primo esame il crimine inscenato appare plausibile, difficilmente gli inquirenti decideranno di andare più a fondo. Si può solidarizzare con la vittima, ma la mancanza di obiettività non giova a nessuno.

Che genere di persona può aver commesso una simile azione?

La risposta a questo interrogativo può essere dolorosa, ma il nostro lavoro consiste appunto nel trovarla.

16

«DIO VUOLE CHE TU RAGGIUNGA SHARI FAYE»

Shari Faye Smith, bella e vivace studentessa dell’ultimo anno delle superiori, venne rapita nei pressi di Columbia, Carolina del Sud, mentre era ferma davanti alla cassetta della posta di casa sua. Stava rientrando dopo essersi incontrata col suo ragazzo, Richard, in un vicino centro commerciale. Erano le quindici e trentotto del 31 maggio 1985, un giorno caldo e soleggiato, e due giorni dopo Shari avrebbe dovuto cantare l’inno nazionale alla cerimonia di conferimento dei diplomi della Lexington High School.

Pochi minuti dopo, il padre Robert trovò la sua auto all’imboccatura del lungo viale che portava alla casa. La portiera era aperta, il motore acceso e sul sedile era posata la borsa di Shari. In preda al panico, l’uomo avvertì immediatamente il dipartimento dello sceriffo della contea di Lexington.

Episodi del genere non erano frequenti a Columbia, una tranquilla cittadina che sembrava incarnare il concetto stesso di «valori famigliari». Com’era possibile che quella graziosa biondina fosse scomparsa davanti a casa sua? E che razza di persone potevano aver ideato un simile rapimento?

Intuendo di trovarsi di fronte a una grossa crisi, lo sceriffo Jim Metts si affrettò a organizzare quella che doveva diventare la più grande caccia all’uomo nella storia della Carolina del Sud. Vi parteciparono uomini della polizia di Stato e agenti delle contee vicine, cui si unirono più di mille volontari. Subito dopo, Metts arrivò a scagionare da ogni sospetto Robert Smith, che aveva rivolto un pubblico appello ai rapitori della figlia. Quando la vittima è da considerarsi a basso rischio, infatti, è prassi normale valutare prima di ogni altra la posizione dei famigliari.

All’angosciata famiglia Smith giunse finalmente una telefonata. A chiamare era un uomo che con voce stranamente distorta asserì di avere rapito Shari.

«Non è uno scherzo; Shari portava un costume da bagno bianco e nero sotto la camicetta e i pantaloncini.»

La madre di Shari, Hilda, lo informò che la ragazza era diabetica e aveva bisogno di pasti regolari e di medicine. L’uomo non avanzò alcuna richiesta di riscatto, limitandosi a dire che quello stesso giorno avrebbero ricevuto una lettera.

Comprensibilmente, l’inquietudine della famiglia e degli inquirenti crebbe.

La mossa successiva di Metts riflette l’addestramento ricevuto. Sia lui sia il vicesceriffo Lewis McCarty avevano frequentato l’Accademia dell’FBI, e intrattenevano con il Bureau ottimi rapporti. Senza esitare, Metts contattò Robert Ivey, agente speciale incaricato dell’ufficio di Columbia, e la mia unità a Quantico. Poiché io non ero disponibile, al caso furono assegnati gli agenti Jim Wright e Ron Walker. Dopo aver analizzato con cura le circostanze del rapimento, i due concordarono nel giudicare il sequestratore una personalità sofisticata ed estremamente pericolosa.

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