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作者:意- John Douglas 当前章节:15475 字 更新时间:2026-6-22 23:22

Ancora una volta fu lo sceriffo Metts a coordinare le ricerche. Io, intanto, cominciavo a risentire della pressione. Nel nostro lavoro, se non si vuole rischiare la pazzia è indispensabile mantenere un certo grado di distacco e di obiettività. Ma conservare il distacco si era rivelato difficile nel caso Smith, e questo nuovo, orribile sviluppo lo rese impossibile. La piccola Debra aveva solo nove anni… era coetanea di mia figlia Erika, e come lei aveva gli occhi azzurri e i capelli biondi.

Nonostante la differenza di età fra le due ragazze, le circostanze e il modus operandi sembravano indicare un unico sequestratore. Il dipartimento dello sceriffo e la mia unità concordavano con me, e bisognava quindi prendere in considerazione la sinistra possibilità di avere a che fare con un serial killer. Lewis McCarty venne a Quantico portando con sé il materiale relativo ai due casi.

Le nuove informazioni, tuttavia, non fecero che rafforzare in Walker e Wright la convinzione di aver elaborato un profilo corretto.

Il soggetto era quasi certamente un bianco. Entrambi i crimini avevano connotazioni sessuali ed erano necessariamente opera di un maschio adulto, insicuro e inadeguato. Le vittime erano bianche e noi sapevamo che, di norma, questi assassini scelgono vittime appartenenti al loro stesso gruppo etnico. Esteriormente, l’uomo si presentava educato e timido; aveva scarsa stima di sé ed era probabilmente sovrappeso o comunque poco attraente. Dicemmo a McCarty che quasi certamente aveva cominciato a manifestare un numero sempre più alto di comportamenti compulsivi. Doveva essere dimagrito, forse beveva più del solito, non si radeva regolarmente e parlava in modo quasi ossessivo dell’omicidio. Certamente seguiva con estrema attenzione i notiziari televisivi e raccoglieva ritagli di giornale. In casa sua, inoltre, si sarebbe trovato materiale pornografico, soprattutto di natura sadomasochista. Attualmente, stava godendosi la celebrità, il potere che sentiva di esercitare sulle vittime e sull’intera comunità, la propria capacità di manipolazione. Come avevo temuto, nell’impossibilità di mettere le mani su una vittima che corrispondesse alla sua fantasia e ai suoi desideri, aveva finito per scegliere la più vulnerabile fra quelle che il caso gli metteva a disposizione. L’età aveva reso Shari ragionevolmente accessibile, ma ritenevamo che l’assassino non si sentisse altrettanto a suo agio con la scelta di Debra Helmick, e non prevedevamo quindi telefonate alla famiglia di lei.

McCarty tornò a casa con un elenco di ventidue voci, tra conclusioni e caratteristiche del soggetto. «So com’è» disse a Metts. «Ora non dobbiamo far altro che scoprirne il nome.»

Ma per quanto gratificante fosse per noi la sua fiducia, di rado le cose sono così semplici. Polizia ed FBI perlustrarono la zona in cerca di Debra, ma senza esito alcuno. A Quantico, intanto, ingannavamo l’attesa cercando di prepararci a qualsiasi sviluppo. A un certo punto, dietro insistenze di Ivey e dello sceriffo Metts, mi recai personalmente a Columbia in compagnia di Ron Walker. Era il nostro primo viaggio da quando lui e Blaine Mcllwain mi avevano salvato la vita a Seattle.

Levv McCarty, che era venuto a prenderci all’aeroporto, ci condusse sui luoghi dei due sequestri. Era una giornata calda e umida perfino per noi, abituati al clima della Virginia. Non ne ricavammo elementi nuovi, ma io ero sempre più convinto che il nostro uomo conoscesse perfettamente la zona e fosse del posto, anche se molte delle telefonate che aveva fatto agli Smith erano interurbane.

Presso l’ufficio dello sceriffo venne indetta una riunione a cui partecipai insieme con Ron, Bob Ivey e Lew McCarty. L’ufficio di Metts era vasto e impressionante: lungo più di sette metri e alto tre, aveva le pareti coperte da certificati e ricordi. C’era tutta la sua vita su quei muri, e agli encomi ufficiali per aver risolto casi di omicidio si affiancavano i ringraziamenti delle girl-scout.

Lo sceriffo prese posto dietro la massiccia scrivania e noi ci accomodammo a semicerchio intorno a lui.

«Ha smesso di chiamare gli Smith» si lamentò Metts.

«Lo costringeremo a ricominciare» replicai io.

Benché il profilo da noi elaborato fornisse un valido aiuto alla polizia, aggiunsi, era necessario costringere il soggetto a uscire allo scoperto. Passai quindi a illustrare alcune delle tecniche che avevo in mente. Quando dissi che ci sarebbe stata utile la collaborazione di un giornalista locale, qualcuno che simpatizzasse con noi e non cercasse di batterci sul tempo, Metts suggerì Margareth O’Shea, del «Columbia State». La donna acconsentì a raggiungerci in ufficio, e lì Ron e io le illustrammo in termini generali la personalità criminale e le riferimmo le conclusioni raggiunte in merito all’assassino di Shari.

L’uomo seguiva con attenzione la stampa, le dicemmo. Come molti altri criminali del suo tipo, tornava sulla scena del delitto o sui luoghi di sepoltura delle vittime, e se lei fosse riuscita a toccare le corde giuste avremmo potuto attirarlo allo scoperto e prenderlo in trappola. O, in mancanza di meglio, indurlo a riprendere le telefonate.

La O’Shea accettò di collaborare, e McCarty e io ci recammo dagli Smith per esporre loro il nostro piano. Si trattava di usare Dawn come esca e, com’era prevedibile, Robert Smith si mostrò riluttante a mettere in pericolo la vita dell’unica figlia rimastagli. Ma benché condividessi le sue preoccupazioni, sentivo che quella era la nostra migliore opportunità, e pensavo che Dawn avesse l’intelligenza e il coraggio necessari.

Quando la giovane mi mostrò la camera della sorella, rimasi colpito dalla collezione di koala di Shari. Ce n’erano di tutte le forme e colori, e Dawn mi disse che la raccolta era stata molto importante per Shari e che tutti i suoi amici ne erano a conoscenza.

Riflettei a lungo in quella stanza, sforzandomi di comprendere la personalità della sua ex occupante. Ero sempre più convinto che fosse possibile catturarne l’assassino, a condizione che si facessero i passi giusti. Dopo aver scelto un piccolo koala con le braccia spalancate, spiegai alla famiglia che di lì a pochi giorni – il tempo sufficiente a garantirci la copertura della stampa – avrebbe avuto luogo un servizio commemorativo di Shari al Lexington Memorial Cemetery, e che durante la funzione Dawn avrebbe deposto sulla tomba un mazzo di fiori e il piccolo koala. C’erano ottime probabilità che l’assassino partecipasse al servizio, e probabilità ancora più alte che tornasse nel cimitero dopo la cerimonia per prendere il pupazzo.

Margaret O’Shea ebbe l’accortezza di farsi accompagnare da un fotografo del giornale. Poiché la lapide non era ancora pronta, avevamo provveduto a far costruire un leggio in legno chiaro, su cui era stata collocata la foto di Shari. A turno, i membri della famiglia pregarono per lei e per Debra, poi Dawn legò il piccolo koala allo stelo di una rosa. Fu, nell’insieme, una cerimonia commovente, nel corso della quale gli uomini di Metts presero discretamente nota del numero di targa delle auto di passaggio. Mi preoccupava la collocazione della tomba, molto vicino alla strada, e temevo che risultasse un deterrente per l’assassino, ma non c’era modo di ovviare all’inconveniente.

Il giorno dopo, le fotografie furono pubblicate sul giornale. L’assassino di Shari non andò a prendere il koala, credo, proprio a causa della vicinanza della tomba alla strada. Ma ritelefonò. Era mezzanotte passata da poco quando Dawn rispose a una chiamata da parte di «Shari Faye Smith».

Dopo essersi assicurato di star parlando proprio con Dawn, e aver ribadito che: «Tu sai che non è uno scherzo, vero?», l’uomo fece una dichiarazione raggelante: «Dio vuole che tu raggiunga Shari Faye. È solo questione di tempo. Questo mese, il prossimo, quest’anno, il prossimo. Non potranno proteggerti in continuazione». Poi le chiese se avesse sentito parlare di Debra May Helmick.

«Be’, no.»

«La bambina di dieci anni? H-E-L-M-I-C-K?»

«Della contea di Richland?»

«Sì.»

«Uh-huh.»

«Okay, ascolta bene. Prendete la Uno a nord… la Uno a ovest. Girate a sinistra all’altezza di Peach Festival Road o del Bill’s Grill, proseguite attraverso Gilbert per cinque chilometri, svoltate a destra, la strada sterrata prima di arrivare al segnale di stop di Two Notch Road, superate la catena con il cartello “vietato l’ingresso”, percorrete cinquanta metri, poi altri dieci a sinistra. Debra May sta aspettando. Che Dio ci perdoni tutti.»

Andava facendosi sempre più audace e aveva smesso di usare il dispositivo di alterazione della voce. Benché minacciata, Dawn si sforzò di tenerlo al telefono il più a lungo possibile, e fra le altre cose gli chiese notizie delle foto della sorella, mai arrivate.

«Evidentemente le ha l’FBI» replicò il suo interlocutore, mostrando così di capire perfettamente quale fosse il nostro ruolo nelle indagini.

«Niente affatto» fu pronta a replicare Dawn. «Se così fosse, ce le avrebbero date. Hai intenzione di spedirle?»

«Oh, sì» replicò lui con tono noncurante.

«Io invece credo che tu mi stia prendendo in giro. Mi avevi detto che stavano arrivando, e invece non è arrivato nulla.»

Stavamo facendo progressi, ma il pericolo per Dawn si era moltiplicato, e la responsabilità ricadeva su di me. Intanto, i tecnici dei laboratori sottoponevano l’unica prova concreta che avevano a disposizione – il testamento spirituale di Shari – a ogni esame possibile e immaginabile. Il fatto che fosse scritto su un foglio rigato strappato da un taccuino diede a uno degli analisti l’idea vincente.

Grazie all’impiego di un congegno detto Està, in grado di individuare sulla carta le impressioni anche leggerissime lasciate dai fogli precedenti, il tecnico ricostruì parzialmente una lista della spesa e nove numeri di quella che sembrava una sequenza di dieci: 205-837-138.

Il 205 è il prefisso dell’Alabama, mentre l’837 corrisponde a una centrale di Huntsville. Con la collaborazione dell’ufficio sicurezza della Southern Bell, il laboratorio poté verificare i dieci possibili numeri telefonici di Huntsville, e quindi effettuare controlli incrociati per stabilire eventuali collegamenti con le zone di Columbia e Lexington. Risultò che svariate settimane prima del rapimento di Shari uno degli abbonati aveva ricevuto molte telefonate da un’abitazione distante solo una trentina di chilometri dalla casa degli Smith. Era l’indizio più promettente in cui ci fossimo imbattuti fino a quel momento, e un ulteriore controllo ci permise di scoprire che la casa apparteneva a una coppia di mezza età, Ellis e Sharon Sheppard.

Accompagnato da parecchi dei suoi uomini, McCarty si precipitò a casa Sheppard. I due coniugi si mostrarono cordiali e disposti a collaborare, ma a parte il fatto che il cinquantenne Ellis lavorava come elettricista, tra lui e il profilo da noi elaborato non c’erano altri punti in comune. Gli Sheppard erano felicemente sposati da molti anni e nel loro passato non c’era nulla di sospetto. Ammisero senza difficoltà di avere fatto quelle telefonate a Huntsville, dove il figlio prestava servizio presso l’esercito, ma sostennero di essere stati fuori città all’epoca dei due omicidi.

McCarty, tuttavia, aveva lavorato a lungo con noi e aveva fiducia nell’esattezza del nostro profilo. Lo illustrò agli Sheppard e chiese loro se conoscevano qualcuno che corrispondesse a quella descrizione.

I due coniugi si scambiarono un’occhiata e subito dopo fecero un nome, quello di Larry Gene Bell.

In risposta alle precise domande del vicesceriffo, raccontarono molti particolari interessanti. Bell aveva superato da poco i trent’anni ed era divorziato; aveva un figlio che viveva con la ex moglie. Era timido e tarchiato, e in qualità di aiutante di Ellis aveva lavorato in molte case della zona. Meticoloso e organizzato, aveva badato a casa Sheppard durante la loro assenza, e quindi se ne era tornato dai genitori, presso cui abitava. Sharon Sheppard ricordava di aver trascritto il numero di telefono del figlio e di averlo dato a Gene, nel caso avesse avuto bisogno di mettersi in contatto con loro. Ed entrambi ricordavano di essere rimasti sorpresi dal suo aspetto quando era andato a prenderli all’aeroporto: era dimagrito, non si era rasato e appariva stranamente eccitato. Aveva parlato quasi senza sosta del sequestro e dell’omicidio della giovane Smith.

Alla domanda di McCarty, Ellis Sheppard disse di avere in casa una.38 che teneva sempre carica. Quando il vicesceriffo chiese di vederla, acconsentì ad andare a prenderla, ma nel solito posto l’arma non c’era. I due uomini cercarono in tutta la casa e finirono per trovarla sotto il materasso del letto in cui aveva dormito Gene. La pistola aveva sparato da poco e al momento era inceppata. Sotto il materasso trovarono anche una copia della rivista «Hustler», la cui copertina raffigurava una bella ragazza bionda con le membra divaricate a croce. Quando poi McCarty gli fece ascoltare un brano di una delle telefonate ricevute da Dawn, Ellis affermò che la voce era quella di Larry Gene Bell. «Non ho dubbi» disse.

Erano circa le due del mattino quando Ron Walker venne a svegliarmi. McCarty gli aveva appena telefonato per riferirgli le novità e chiederci di raggiungerlo subito. Mettemmo a confronto il nostro profilo e la descrizione del sospetto, e constatammo che non c’erano praticamente discrepanze. Le foto scattate dagli uomini dello sceriffo, inoltre, rivelarono la presenza di un’auto registrata a nome di Bell sulla strada che costeggiava il cimitero. Il conducente, tuttavia, non era mai sceso.

Metts contava di arrestare Bell al mattino, quando fosse uscito per recarsi al lavoro, e mi chiese consiglio su come condurre l’interrogatorio. Suggerii di trasformare la roulotte che utilizzavano come ufficio provvisorio nella base di una vera e propria task force. Avrebbero dovuto appendere alle pareti fotografie e mappe su cui erano riportati i luoghi dei delitti, e sulle scrivanie bisognava accumulare spessi fascicoli e materiale relativo al caso. Suggerii inoltre di riempire la roulotte di agenti dall’aria indaffarata, così da dare l’impressione che la polizia avesse raccolto una quantità sorprendente di elementi a carico dell’assassino.

Ottenere una confessione non sarebbe stato facile. Nella Carolina del Sud vigeva la pena di morte, ma anche se così non fosse stato, l’assassino poteva ragionevolmente aspettarsi una condanna particolarmente severa. Da parte mia, pensavo che la tattica migliore consistesse nell’offrirgli la possibilità di salvare la faccia, consentendogli di scaricare parte della colpa sulle vittime stesse o di trincerarsi dietro una presunta infermità mentale. Capita spesso che chi è sotto accusa ricorra a questa scappatoia, anche se le statistiche dimostrano che solo raramente le giurie accettano questa tesi.

Gli assistenti dello sceriffo arrestarono Larry Gene Bell nelle prime ore del mattino. Metts lo osservò con attenzione mentre veniva condotto nella roulotte della task force. «Impallidì visibilmente» raccontò in seguito. «È chiaro che quello spettacolo lo aveva messo nella giusta prospettiva psicologica.» All’indiziato fu data lettura della legge Miranda; Bell rinunciò ai suoi diritti e acconsentì a parlare con gli investigatori.

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