L’interrogatorio si protrasse per quasi tutta la giornata, e Ron e io, che aspettavamo nell’ufficio di Metts, venivamo costantemente aggiornati. Nel frattempo, alcuni agenti perquisivano l’abitazione di Bell. Come avevamo previsto, le sue scarpe erano perfettamente allineate sotto il letto, sulla scrivania ogni oggetto era sistemato con cura, e altrettanto ordinato era il bagagliaio della sua auto vecchia di tre anni. Sulla scrivania vennero trovate istruzioni scritte per raggiungere la casa dei genitori; non erano meno accurate di quelle che avevano portato al ritrovamento della Smith e della Helmick. C’era più materiale pornografico di quanto ipotizzato nel profilo. Gli uomini della Scientifica trovarono alcuni capelli di Shari nel letto, e un francobollo commemorativo identico a quello incollato sulla busta contenente il testamento della ragazza. Quando poi la foto di Bell venne mostrata durante il notiziario televisivo, il testimone oculare del rapimento di Debra Helmick lo riconobbe immediatamente.
Non fu difficile ricostruire il background dell’omicida. Fin dall’infanzia, Bell era stato coinvolto in svariati «incidenti» a sfondo sessuale, ma aveva ventisei anni quando aveva perso del tutto il controllo e cercato di costringere una diciannovenne sposata a salire sulla sua auto minacciandola con un coltello. Per evitare il carcere, aveva accettato di sottoporsi a una terapia psichiatrica, che però aveva abbandonato dopo due sole sedute. Cinque mesi più tardi, aveva usato una pistola per persuadere un’universitaria a seguirlo. Condannato a cinque anni, era stato rilasciato sulla parola dopo ventun mesi di detenzione. In seguito, nuovamente arrestato per aver fatto telefonate oscene a una bambina di dieci anni, si era dichiarato colpevole ottenendo per la seconda volta la libertà condizionata.
Intanto, però, Bell non confessava, e neppure l’ascolto dei nastri riuscì a fargli cambiare idea. Dopo circa sei ore chiese di parlare personalmente con lo sceriffo Metts, ma neppure questo servì.
Ecco perché, nel tardo pomeriggio, Ron e io siamo ancora nell’ufficio dello sceriffo quando Metts e il procuratore distrettuale Don Meyers arrivano con Bell. È grasso e molliccio e mi ricorda una frittella. «Sai chi sono questi ragazzi?» lo apostrofa Meyers. «Questi ragazzi sono dell’F-B-I. Sai, sono stati loro a elaborare quel profilo che ti sta a pennello. E ora vogliono scambiare due parole con te.» Lo fanno sedere su un divano bianco ed escono lasciandoci soli con lui. Io sono seduto sul bordo del tavolino da caffè, proprio di fronte a Bell. Ron è alle mie spalle. Indosso camicia e pantaloni bianchi; io la chiamo la mia tenuta alla Harry Belafonte, ma su quello sfondo candido mi conferisce un che di clinico, quasi di soprannaturale.
Comincio illustrando a Bell alcuni dei risultati del nostro studio e sottolineo come, grazie alla nostra ricerca, siamo perfettamente in grado di capire le motivazioni dell’individuo responsabile di quegli omicidi. Gli dico che, se ha continuato a negare ogni responsabilità, è perché sta cercando di soffocare pensieri che gli creano disagio.
«Grazie alle interviste con questi soggetti, ho scoperto fra l’altro che del loro passato non si viene quasi mai a sapere la verità» gli spiego. «E di solito, quando si verifica un crimine del genere, per la persona che lo ha commesso è come precipitare in un incubo. Sono talmente tanti gli elementi di disturbo nella sua vita… problemi finanziari, coniugali, con la propria ragazza…» Lo vedo annuire, come se si riconoscesse nelle mie parole.
«Per noi, Larry, il problema è che, una volta in tribunale, l’avvocato non ti permetterà di salire sul banco degli imputati, e ti negherà la possibilità di spiegarti. Di te si conosceranno solo gli aspetti negativi, si saprà soltanto che sei uno spietato assassino. Come ho detto, molte delle persone che commettono questo tipo di crimini precipitano in un incubo e il mattino dopo, quando si svegliano, non riescono a credere di averli davvero commessi.»
Bell continua ad assentire.
Evito di domandargli direttamente se è lui l’assassino, perché in questa fase mi risponderebbe certamente di no. Invece, mi chino su di lui e chiedo: «Quand’è che hai cominciato a sentirti a disagio, Larry?».
«Quando ho visto una fotografia e ho letto un articolo che parlava della famiglia riunitasi a pregare al cimitero» mi risponde lui.
«Allora, sei stato tu, Larry? Avresti potuto fare una cosa del genere?»
In simili contesti, evitiamo abitualmente parole accusatorie o cruciali quali: uccidere, crimine e omicidio.
Lui mi guarda con le lacrime agli occhi. «Tutto quello che so è che il Larry Gene Bell che è seduto qui non avrebbe mai potuto, ma il Larry Gene Bell cattivo sì.»
Ormai eravamo vicinissimi alla confessione. Don Meyers, però, voleva fare un altro tentativo e io mi dichiarai d’accordo. Pensai che se Bell si fosse trovato faccia a faccia con la madre e la sorella di Shari, forse non sarebbe stato capace di controllarsi.
Hilda e Dawn acconsentono, e tocca a me istruirle su quanto dovranno dire e fare. La scena si sposta nell’ufficio di Metts. Lo sceriffo è seduto alla scrivania, e Ron Walker e io prendiamo posto ai due lati della stanza, così da formare un triangolo. Bell viene fatto entrare e sedere al centro, di fronte alla porta. Quando entrano Hilda e Dawn, invitiamo l’indiziato a dire qualcosa. Bell tiene la testa bassa, come se non avesse il coraggio di guardarle in faccia.
Dawn, invece, lo guarda dritto negli occhi e dice: «Sei tu! Lo so che sei tu! Ho riconosciuto la tua voce».
Bell non nega, ma neppure ammette nulla. Comincia invece a ripetere le osservazioni che io gli ho fatto poco prima. Dice che il Larry Gene Bell seduto lì non avrebbe mai potuto fare nulla del genere e altre stronzate. Io spero ancora che si aggrappi alla tesi dell’infermità mentale e decida di spifferare tutto.
La cosa va avanti già da un po’ quando un pensiero inquietante mi fa trasalire. E se una delle due donne fosse armata? Sono sui carboni ardenti, ma mi tengo pronto a reagire. So bene cosa vorrei fare io in una situazione del genere, e so che tanti altri genitori la pensano come me. Hilda e Dawn hanno una magnifica opportunità per uccidere l’assassino, e non c’è al mondo giuria che le condannerebbe.
Fortunatamente, non accadde nulla. Dawn e Hilda dimostrarono di avere nel sistema più fiducia di quanta ne avessi io, ma successivamente Ron verificò, e risultò che nessuno le aveva perquisite.
Larry Gene Bell venne processato per l’omicidio di Shari Faye Smith verso la fine di gennaio. A causa della sensazione suscitata dal suo caso, il dibattimento si tenne nella contea di Berkeley, vicino a Charleston. Don Meyers mi chiese di testimoniare come esperto di profili e metodi di interrogatorio.
Bell non fu chiamato a deporre e non ammise mai la propria responsabilità. Non si avvicinò mai alla verità più di quanto avesse fatto quel giorno con me. Passò buona parte del processo a prendere appunti su un taccuino identico a quello su cui Shari Smith aveva vergato il suo testamento spirituale. Dopo un mese di udienze, la giuria impiegò soltanto quarantasette minuti per giudicarlo colpevole di sequestro di persona e omicidio di primo grado. Quattro giorni più tardi, Bell fu condannato alla sedia elettrica. Fu processato separatamente per il sequestro e l’omicidio di Debra May Helmick, e il verdetto fu lo stesso.
Il caso di Larry Gene Bell costituisce un ottimo esempio di collaborazione tra le autorità incaricate. Polizia di contea, di Stato e federali lavorarono a stretto contatto; si poté contare su una gestione sensibile quanto dinamica, su due famiglie eroiche e su una perfetta simbiosi tra la nostra analisi e le tecniche più tradizionali. Tutto questo rese possibile la cattura di un pericoloso serial killer quando era ancora all’inizio della «carriera».
L’anno dopo, Dawn Smith vinse il titolo di Miss Carolina del Sud e partecipò alle selezioni di Miss America. In seguito si sposò e divenne una cantante country & gospel. Di tanto in tanto, mi capita di vederla in televisione.
Mentre scrivo, Larry Gene Bell è ancora nel braccio della morte del South Carolina Central Correctional Facility, dove tiene in ordine perfetto la sua cella. Secondo la polizia, è responsabile dell’omicidio di parecchie altre giovani donne nella Carolina del Nord e in quella del Sud. Quanto a me, il mio lavoro di ricerca e l’esperienza accumulata mi consentono di dire che è impossibile riabilitare un individuo di tal fatta. Se mai fosse rimesso in libertà, ucciderebbe ancora. Quanto a coloro che giudicano un soggiorno così lungo nel braccio della morte una punizione troppo crudele, su un punto sono d’accordo. Ritardare l’esecuzione è certamente crudele… ma verso le famiglie Smith e Helmick, i molti che conobbero e amarono le due vittime e tutti coloro che vogliono giustizia.
17
CHIUNQUE PUÒ DIVENTARE UNA VITTIMA
Il 1° giugno 1989, un pescatore scoprì tre cadaveri che galleggiavano nelle acque di Tampa Bay, in Florida. Avvertì la guardia costiera e la polizia di St. Petersburg, che provvide al recupero. Si trattava dei corpi di tre donne, in avanzato stato di decomposizione, incaprettati con corde bianche del tipo consueto e altre di plastica gialla. Ciascuno era stato appesantito con un blocco di calcestruzzo del peso di venticinque chili legato al collo. Particolare interessante, i blocchi non erano della più comune varietà a tre fori, bensì a due. I cadaveri avevano la bocca chiusa da pezzi di nastro adesivo argenteo, e in seguito si stabilì che lo stesso nastro aveva coperto anche gli occhi al momento in cui erano state gettate in acqua. Tutte e tre portavano il reggiseno del costume e una T-shirt. L’assenza di slip indicava la natura sessuale dei delitti, benché le condizioni dei cadaveri non consentissero esami più approfonditi.
Grazie a un’auto rinvenuta nei pressi della costa, i tre cadaveri furono identificati come Joan Rogers, trentotto anni, e le sue due figlie, Michelle di diciassette e Christie di quindici. Abitavano in una fattoria dell’Ohio e quella in Florida era stata la loro prima vacanza. Erano state a Disney World e si erano fermate al Day’s Inn di St. Petersburg prima di far ritorno a casa. Il signor Rogers, che non aveva ritenuto opportuno trascurare il lavoro alla fattoria, non le aveva accompagnate.
L’esame del contenuto dello stomaco e le deposizioni dei camerieri del Day’s Inn permisero di stabilire che la morte aveva avuto luogo circa quarantotto ore prima. L’unico indizio di una certa rilevanza consisteva in un foglietto su cui erano scarabocchiate le indicazioni per arrivare dall’albergo al punto in cui l’auto era stata ritrovata. Sul retro figuravano le istruzioni per raggiungere l’hotel da Dale Mabry, una strada commerciale di St. Petersburg.
II caso suscitò una vasta eco e alle indagini parteciparono i dipartimenti di polizia di St. Petersburg e di Tampa, nonché il dipartimento dello sceriffo della contea di Hillsborough. La gente aveva paura; se tre innocenti turiste dell’Ohio potevano venire uccise in quel modo, chiunque era una vittima potenziale.
Inutilmente la polizia cercò di risalire all’autore del biglietto. La natura brutale e dichiaratamente sessuale degli omicidi, nondimeno, era allarmante e quanto mai indicativa. L’ufficio dello sceriffo della contea di Hillsborough contattò l’ufficio federale di Tampa. «Siamo di fronte a un serial killer.» Ma neppure il lavoro coordinato delle tre giurisdizioni e dei federali condusse a progressi significativi.
Jana Monroe, agente dell’ufficio operativo di Tampa, in precedenza era stata agente di polizia e investigatrice della squadra omicidi in California. Entrò a far parte della nostra unità nel settembre del 1990, e il caso Rogers fu uno dei primi di cui si occupò per nostro conto.
Alcuni membri della polizia di St. Petersburg giunsero a Quantico per presentare il caso a Jana, Larry Ankrom, Steve Etter, Bill Hagmaier e Steve Mardigian. Il profilo che questi esperti elaborarono era quello di un uomo di razza bianca e di età compresa fra i trentacinque e i quarantacinque anni; scarsamente istruito, con un lavoro nel settore della manutenzione domestica, aveva precedenti per aggressione sessuale e immediatamente prima degli omicidi era stato sottoposto agli effetti di fattori scatenanti. Non appena le acque si fossero calmate, si sarebbe probabilmente trasferito altrove, ma forse per tornare in un secondo momento.
Il profilo, tuttavia, non condusse ad alcun arresto e le indagini continuarono a segnare il passo. Poiché si avvertiva la necessità di un approccio maggiormente attivo, Jana partecipò a «Unsolved Mysteries», uno di quei programmi televisivi a diffusione nazionale che spesso danno ottimi risultati nella localizzazione e identificazione di sospetti. Ma neppure questo tentativo diede buoni frutti.
Se un sistema non funziona, ripeto spesso ai miei collaboratori, bisogna adottarne un altro, senza farsi spaventare dalle novità. Così fece Jana. Il biglietto restava l’unica traccia oggettiva, ma non aveva portato a nulla, e, poiché il caso era ormai ben noto nelle comunità di Tampa e St. Petersburg, Jana ebbe l’idea di farlo ingrandire su dei cartelloni, nella speranza che qualcuno riconoscesse la calligrafia. Gli esperti sanno che quasi nessuno è in grado di identificare una calligrafia che non sia quella di un parente o un amico intimo, ma Jana sperava che qualcuno si sarebbe fatto avanti, soprattutto se il soggetto era un violento che aveva suscitato desideri di vendetta in una moglie o in una convivente.
Parecchi uomini d’affari del posto si offrirono di finanziare l’iniziativa, e nel giro di un paio di giorni tre persone che non si conoscevano tra loro si presentarono alla polizia per identificare la calligrafia come quella di Oba Chandler, un bianco sui quarantacinque anni. Installatore non autorizzato di tettoie in alluminio, Chandler era stato citato dai tre testimoni perché il suo lavoro non aveva retto alla prima pioggia. Tutti e tre possedevano copia della lettera che Chandler aveva scritto a seguito delle denunce.
Ma Chandler si adattava al profilo anche sotto altri aspetti. Aveva precedenti per crimini contro la proprietà, percosse e aggressioni sessuali. Si era allontanato dalla zona, anche se non dalla regione, dopo che le acque si erano calmate. Quanto al fattore scatenante, sua moglie aveva appena dato alla luce un figlio che lui non desiderava.
Come spesso accade quando un caso viene reso pubblico, un’altra vittima si fece avanti. La donna aveva incontrato un uomo che forse era Chandler, il quale l’aveva invitata a uscire con la sua barca nella baia di Tampa. Benché l’amica che era con lei avesse rifiutato, la donna aveva deciso di accettare.
Quando erano stati nel mezzo della baia, lui aveva cercato di violentarla. Alle proteste di lei aveva minacciato: «Non urlare o ti imbavaglio, ti lego a un blocco di calcestruzzo e ti affogo».
Oba Chandler venne arrestato, processato e ritenuto colpevole dell’omicidio premeditato di Joan, Michelle e Christie Rogers. Fu condannato a morte.
Le sue vittime erano donne normali, che lui sceglieva quasi a caso. Episodi come questo dimostrano con raggelante efficacia come chiunque sia potenzialmente una vittima.