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作者:意- John Douglas 当前章节:15591 字 更新时间:2026-6-22 23:22

Verso la fine del 1982, parecchia gente morì improvvisamente quanto misteriosamente nell’area di Chicago. Nel giro di poco tempo, la polizia cittadina riuscì a individuare un elemento di grande significato: tutte le vittime avevano ingerito delle capsule di Tylenol contenenti cianuro. Quando la capsula si rompeva nello stomaco, la morte era rapida quanto certa.

Ed Hagarty, dell’ufficio operativo di Chicago, mi chiese di collaborare alle indagini. Non avevo mai lavorato a un caso con quelle caratteristiche, ma immaginavo di poter attingere dall’esperienza accumulata. Nel gergo dell’FBI, il caso venne battezzato «Tymurs».

Il problema principale era dato dalla casualità delle uccisioni. L’assassino non individuava vittime specifiche, né esisteva una scena del delitto, e le analisi consuete non ci avrebbero fornito direttamente alcuna informazione.

Si trattava di omicidi apparentemente senza movente, o meglio, con moventi che si distaccavano da quelli tradizionali e più facilmente riconoscibili quali l’amore, la gelosia, l’avidità o il desiderio di vendetta. Impossibile capire se l’avvelenatore voleva colpire la ditta produttrice, la Johnson & Johnson, uno dei negozi che vendevano il prodotto, una persona in particolare o la società in generale.

Da parte mia, ritenevo che gli avvelenamenti fossero assimilabili ai sassi scagliati sulle auto di passaggio e agli ordigni esplosivi piazzati a caso. Tutti crimini il cui responsabile non vede mai in faccia le vittime. Di conseguenza, mi feci l’idea che l’assassino fosse più interessato a sfogare la propria collera che a infierire su un gruppo o una categoria precisi. Spesso, se messi a confronto con le loro vittime, questi individui hanno ripensamenti o mostrano rimorso.

Considerata l’affinità con altri delitti casuali, sentii di avere raggiunto una certa comprensione della personalità del soggetto. Anche se di norma avevamo a che fare con categorie diverse di reati, per molti aspetti il suo profilo ci risultava familiare. Le nostre ricerche ci avevano infatti dimostrato che chi uccide in maniera indiscriminata senza cercare pubblicità di norma è motivato soprattutto dal risentimento. Ero convinto che il nostro uomo attraversasse fasi di profonda depressione e che la sua vita fosse caratterizzata da innumerevoli insuccessi.

Da un punto di vista statistico, era probabile che rientrasse nella tipologia dell’assassino tipico: maschio, di razza bianca, di età compresa fra i venticinque e i trent’anni, solitario e di abitudini notturne. Dopo gli omicidi si era recato alle case delle vittime o ne aveva visitato le tombe, forse per lasciarvi qualcosa che per lui rivestiva un particolare significato. Inoltre, ritenevo che si fosse scelto un lavoro quanto più vicino possibile al potere e all’autorità: autista di ambulanze, guardia giurata, cittadino dell’ordine e così via. Probabilmente aveva anche qualche esperienza di natura militare, nell’esercito o nei marines.

Pensavo anche che in passato fosse stato sottoposto a cure psichiatriche e a terapie farmacologiche. La sua auto aveva almeno cinque anni, e benché in cattive condizioni voleva simboleggiare potere e forza… Con ogni probabilità era una Ford del modello preferito dai dipartimenti di polizia. Più o meno all’epoca del primo avvelenamento, aveva sperimentato un fattore scatenante di stress per cui forse detestava la società. Ora che il caso era stato reso noto ne discuteva con chiunque fosse disposto ad ascoltarlo nei bar, nei negozi, e, naturalmente, con la polizia. Il potere implicito nei delitti commessi ne aveva certamente rafforzato l’ego, ed era quindi ragionevole ritenere che tenesse un diario e ritagliasse dai giornali gli articoli che parlavano di lui.

Dissi alla polizia che il soggetto aveva presumibilmente scritto a figure rappresentative del potere – il presidente, il direttore dell’FBI, il governatore, il sindaco – per lamentarsi di presunti torti. Aveva regolarmente firmato col proprio nome le prime lettere, e si poteva pensare che gli omicidi casuali fossero la sua vendetta contro tutti coloro che non l’avevano preso sul serio.

Ammonii inoltre gli investigatori a non attribuire eccessivo significato alla scelta del Tylenol. Si trattava infatti di un farmaco molto comune e le capsule erano facilissime da aprire. Forse il soggetto nutriva risentimento nei confronti della Johnson & Johnson, o forse aveva semplicemente apprezzato la confezione del prodotto.

Come sempre accade nei casi di omicidi indiscriminati e in città grandi come Chicago, il profilo elaborato avrebbe potuto adattarsi a un gran numero di individui. Diventava quindi importante concentrarsi sulle tecniche attive. La polizia avrebbe dovuto tenere sotto pressione il soggetto, e non dargli la possibilità di colpire ancora. Un metodo poteva consistere nel diffondere solo comunicati che parlassero di sviluppi positivi. Al contempo, ammonii gli inquirenti a non provocarlo definendolo «pazzo», come, sfortunatamente, era già accaduto.

Ancora più importante, la stampa avrebbe dovuto pubblicare articoli che personalizzassero le vittime, dato che questo genere di reato tende a disumanizzarle agli occhi dell’esecutore. Speravo che questi, messo di fronte alla morte di una dodicenne, cominciasse a sentirsi in colpa e allentasse le difese.

Suggerii di tenere una veglia notturna nei luoghi di sepoltura di alcune delle vittime, nella speranza che il nostro uomo decidesse di partecipare. Inoltre, per aggravare il suo probabile senso di colpa, consigliai che la stampa enfatizzasse eventuali anniversari associati ai delitti.

Erano molte le tattiche cui si poteva ricorrere. Fingere, per esempio, una fuga di notizie relative alle misure di sicurezza adottate per proteggere i clienti di un particolare negozio. Forse il soggetto sarebbe stato indotto a visitarlo, per assistere di persona agli effetti delle sue azioni. Oppure, il direttore di un esercizio commerciale poteva dichiarare alla stampa che era certo dell’efficienza dei suoi sistemi di sicurezza, e sicuro che l’avvelenatore non sarebbe mai riuscito a contaminare i prodotti che vi si vendevano. Ancora: polizia ed FBI potevano fingere di aver ricevuto una «soffiata» e rafforzare la protezione di un particolare negozio. Quando poi la «soffiata» fosse stata denunciata come falsa, il funzionario di polizia incaricato avrebbe dichiarato che l’avvelenatore era stato dissuaso dall’agire dall’efficienza del suo dipartimento. Sentendosi sfidato, forse l’assassino avrebbe deciso di reagire.

In alternativa, si poteva ricorrere a uno psichiatra particolarmente comprensivo che offrisse al soggetto il proprio appoggio, definendolo una vittima della società e fornendogli quindi un’opportunità per salvare la faccia. Tale sfoggio di comprensione lo avrebbe forse spinto a cercare di contattare il medico, facendo scattare la trappola.

Inoltre, se le autorità avessero caldeggiato la formazione di una task force civile che aiutasse la polizia a smistare le telefonate in arrivo, era molto probabile che il nostro uomo si sarebbe offerto volontario.

Le autorità sono sempre riluttanti a utilizzare i media o a collaborare troppo strettamente con essi. Ne ho avuto la dimostrazione in più di un’occasione. Nei primi anni Ottanta, quando il programma di elaborazione profili era ancora relativamente nuovo, venni convocato in sede per incontrarmi con la Divisione indagini criminali e il Collegio legale del Bureau e illustrare alcune delle mie tecniche attive.

Feci l’esempio di un approccio ai media che aveva funzionato egregiamente. Sulle colline di San Diego era stato trovato il cadavere di una giovane donna. Era stata strangolata e violentata, e al collo aveva un collare per cani fissato a un guinzaglio. La sua auto era stata rinvenuta lungo una delle superstrade. A quanto pareva, la donna era rimasta senza benzina e l’assassino le aveva dato un passaggio, forse l’aveva costretta a seguirlo.

Suggerii alla polizia di comunicare le informazioni alla stampa seguendo un preciso ordine cronologico. Per prima cosa, avrebbero dovuto descrivere il delitto e l’analisi che noi ne avevamo fatto. Quindi, enfatizzare l’importanza della collaborazione fra FBI e autorità di Stato e locali, e sottolineare che: «A costo di metterci vent’anni, lo prenderemo!». Terzo, si sarebbe dovuto annunciare che sul luogo del sequestro, e approssimativamente all’ora in cui questo era avvenuto, erano stati notati movimenti sospetti. Gli inquirenti invitavano chiunque fosse in possesso di informazioni a farsi avanti.

Se il killer si convinceva di essere stato visto (come probabilmente era davvero successo), forse avrebbe cercato di neutralizzare il pericolo, spiegando alla polizia la legittimità della sua presenza sul posto: «Stavo passando e l’ho vista ferma sul ciglio della strada. Le ho chiesto se avesse bisogno di aiuto, e quando mi ha risposto che andava tutto bene, mi sono allontanato».

Ora, la polizia si avvale abitualmente dei media per sollecitare l’aiuto della cittadinanza. Troppo spesso, però, non considera tale approccio una tecnica attiva. Mi chiedo quante volte i colpevoli si siano fatti avanti solo per essere lasciati andare perché gli inquirenti non sapevano che cosa cercare. Questo, naturalmente, non significa che i testimoni autentici debbano temere di farsi conoscere. Non c’è alcun pericolo che vengano considerati dei sospetti, mentre è probabile che il loro contributo risulti determinante per le indagini.

Nel caso di San Diego, la tecnica funzionò. Il nostro uomo si intrufolò nelle indagini e fu individuato.

«Okay, Douglas, abbiamo capito quello che intendi» fu la riluttante reazione dei miei interlocutori. «Solo, informaci ogni volta che prevedi di utilizzare questo approccio.» Nulla intimorisce una struttura burocratica più del nuovo o dell’innovativo.

Speravo che, in un modo o nell’altro, la stampa inducesse l’avvelenatore a uscire allo scoperto. Dopo un abboccamento con la polizia e l’FBI, Bob Greene, celebre columnist del «Chicago Tribune», scrisse un articolo commovente su Mary Kellerman, la più giovane delle vittime, figlia unica di una coppia che non avrebbe potuto averne altri. Quando il pezzo venne pubblicato, polizia e federali ne avevano già messo sotto sorveglianza la casa e la tomba. Credo che gran parte delle persone coinvolte la considerasse un’iniziativa priva di senso, convinte che gli assassini, tormentati o meno dal rimorso, non avessero affatto l’abitudine di visitare il luogo di sepoltura delle loro vittime. Io però le persuasi a concedere al nostro uomo una settimana di tempo.

Mi trovavo ancora a Chicago quando la polizia mise sotto sorveglianza il cimitero, e in caso di insuccesso sarebbe toccato a me affrontarne le conseguenze. Il lavoro di sorveglianza è sempre scomodo e noioso, ma lo diventa ancora di più nelle ore notturne, e soprattutto in un camposanto.

La prima notte non accade nulla, ma in quella successiva gli uomini della sorveglianza credono di sentire qualcosa. Si avvicinano alla tomba, attenti a non farsi vedere, e odono una voce che per il timbro potrebbe appartenere a un uomo dell’età indicata dal profilo.

Sta piangendo. «Mi dispiace» geme. «Non volevo. È stato un incidente.» Sta supplicando la ragazzina morta di perdonarlo.

Accidenti, pensano gli agenti, Douglas aveva ragione. Gli saltano addosso.

Ma un momento! L’uomo non si rivolge alla bambina chiamandola Mary.

È spaventatissimo, e quasi subito gli agenti scoprono che in realtà è vicino alla tomba adiacente a quella della piccola Kellerman. Lì è stata sepolta la vittima di un incidente automobilistico e l’uomo, il conducente dell’auto pirata, vi si è recato per confessare il proprio crimine.

Quattro o cinque anni dopo, la polizia di Chicago utilizzò la stessa tattica nell’ambito di un caso di omicidio rimasto irrisolto. Guidata da un istruttore dell’FBI, Bob Sagowski, cominciò a passare informazioni alla stampa più o meno all’epoca dell’anniversario del delitto. Quando l’assassino venne sorpreso vicino alla tomba, il suo unico commento fu: «Mi chiedevo perché ci impiegaste tanto».

Ma non fu così che catturammo l’avvelenatore. Anzi, non lo catturammo affatto. Venne arrestato un sospetto e condannato per una serie di reati minori connessi ai delitti, ma non fu possibile processarlo per omicidio. Le sue caratteristiche si adattavano al profilo, ma non si trovava nella zona di Chicago quando la polizia mise sotto sorveglianza il cimitero. Dopo il suo arresto, tuttavia, gli avvelenamenti cessarono.

In mancanza di un processo, non è possibile affermare con certezza se fosse davvero lui il nostro uomo. Ma è noto che una certa percentuale di serial killer viene arrestata senza che gli agenti incaricati del caso ne siano a conoscenza. Di solito, sono tre i motivi per cui un assassino smette di uccidere… a prescindere, naturalmente, da una sua autonoma decisione in tal senso. Il suicidio è frequente in certe tipologie. Oppure trasferisce altrove il suo campo d’azione. Mediante il Programma verifiche incrociate crimini violenti, stiamo lavorando per impedire che questo accada, consentendo a migliaia di giurisdizioni di scambiarsi informazioni. O ancora, viene arrestato per reati diversi – generalmente aggressione, rapina o furto con scasso – e per questi condannato.

Il caso del Tylenol ha avuto molti emuli, anche se quasi sempre gli omicidi erano dovuti a motivi più tradizionali. Nell’ambito domestico, per esempio, può succedere che l’eliminazione del coniuge venga spacciata per un caso di contraffazione di un prodotto. Nel valutare questi casi, la polizia deve prendere in considerazione il numero di incidenti denunciati, stabilire se si sono verificati nella stessa località, se il prodotto è stato consumato nelle vicinanze del luogo in cui si presume abbia avuto luogo la manipolazione, e approfondire i rapporti tra la vittima e chi ha denunciato il reato.

Può capitare che uccisioni indiscriminate nascondano in realtà un obiettivo preciso. E che uno stato di collera e frustrazione generico serva da copertura a un movente più tradizionale, come ad esempio il desiderio di porre fine a un matrimonio o di ereditare. Dopo la sensazione suscitata dal caso del Tylenol, una donna uccise il marito utilizzando lo stesso prodotto. Pensava che anche quella morte sarebbe stata attribuita al serial killer, ma la simulazione alquanto artigianale permise di arrivare senza difficoltà alla verità. In questi casi, di solito sono le prove medico-legali a portare all’assassino. Per esempio, analisi di laboratorio in grado di individuare la fonte del cianuro o di altri veleni.

Le stesse analisi fanno sì che sia relativamente facile inchiodare alle sue responsabilità chi altera un prodotto per poi intentare causa alla ditta produttrice, magari infilando un topo morto in una confezione di spaghetti o in una lattina di bibita. Quasi sempre, infatti, le società preferiscono la via extragiudiziale, così da evitare pubblicità negativa. Ma la medicina legale si è evoluta al punto che una società che sospetti la contraffazione di uno dei suoi prodotti può sottoporre il caso all’FBI, con ottime probabilità di vedere individuato e condannato il sabotatore. Allo stesso modo, un buon investigatore riconoscerà le azioni di falso eroismo, scenari orchestrati da un individuo per garantirsi il riconoscimento da parte dei suoi pari o dell’opinione pubblica in generale.

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