Con tutto il suo carico di orrore, il caso del Tylenol era certamente un’anomalia. Non sembrava infatti che il movente fosse l’estorsione. Perché un’estorsione abbia successo, il criminale deve innanzitutto dimostrare che ha le capacità di mettere in pratica le proprie minacce. Ci riuscirà alterando una confezione del prodotto e, dopo averla contrassegnata, avvisando gli interessati con una telefonata o una lettera. Ma l’avvelenatore del Tylenol si limitò a uccidere, saltando qualsiasi fase intermedia.
Se paragonato a un estorsore tipico, il nostro avvelenatore non era particolarmente sofisticato, né altamente organizzato. Ma nei casi di minacce ben definite, l’analisi delle modalità può servire a stabilirne il reale potenziale di pericolo.
Lo stesso vale per i dinamitardi. Certe minacce vanno sempre prese sul serio, ma è indispensabile che le autorità determinino in tempi brevissimi se il pericolo è reale o meno. Di norma, nei loro messaggi dinamitardi ed estorsori utilizzano la prima persona plurale, così da sottintendere l’azione di un gruppo numeroso. In realtà, sono spesso solitari che non si fidano di nessuno.
I dinamitardi rientrano generalmente in una di queste tre categorie. Ci sono gli individui animati dal desiderio di potere, attratti dalla distruzione. Quelli convinti di avere una missione, che ricavano soddisfazione soprattutto dalla fabbricazione e collocazione degli ordigni esplosivi. E ci sono i tecnici che si sentono gratificati dalla propria abilità e competenza. Per quanto riguarda i moventi, possono essere i più disparati, e vanno dall’estorsione alla vendetta, fino al suicidio.
Le nostre ricerche hanno messo in luce uno schema generale che tende a ripetersi. Di solito i dinamitardi sono di sesso maschile e di razza bianca, mentre l’età è funzionale al tipo di bersaglio scelto. Sono di intelligenza pari, se non superiore, alla media, ma incapaci di sfruttarne pienamente le potenzialità. Sono programmatori ordinati e meticolosi, individui non competitivi, non atletici, spesso codardi e con una personalità inadeguata. Tale profilo Io si ottiene dalla valutazione del bersaglio e del tipo di ordigno utilizzato (per esempio se è più di natura esplosiva o incendiaria). Bisogna inoltre considerare i fattori di rischio associati alla vittima come all’esecutore, stabilire se la vittima è casuale o mirata e determinarne l’accessibilità, le modalità di spedizione (ad esempio per posta), e tutte le eventuali caratteristiche o idiosincrasie riscontrabili nelle componenti o nella fabbricazione della bomba.
Uno dei primi profili che mi capitò di elaborare fu quello del celebre Unabomber (dal nome in codice scelto dall’FBI, Unabom), così soprannominato perché i suoi bersagli erano le università e i loro docenti.
È possibile imparare molte cose sul conto di un dinamitardo studiandone la forma di comunicazione scelta. Quando Unabomber decise finalmente di comunicare con l’opinione pubblica scrivendo a tutti i quotidiani, era attivo da diciassette anni e aveva causato tre morti e ventitré feriti. Fra le altre cose, riuscì a rallentare temporaneamente l’attività delle linee aeree commerciali minacciando di mettere una bomba al Los Angeles International Airport.
Come molti suoi «colleghi», Unabomber faceva riferimento al gruppo FC, o Freedom Club, ma è quasi certo che si trattasse in realtà di un solitario.
Nel corso degli anni il suo profilo è stato ampiamente pubblicizzato e io lo ritengo valido ancora oggi. Sfortunatamente, a dispetto del pionieristico lavoro svolto dal dottor Brussel nel caso del «bombarolo pazzo» Metesky, quando Unabomber colpì per la prima volta, la polizia non utilizzava ancora i nostri strumenti di analisi. Di norma, non è difficile fermare un dinamitardo. La prima e la seconda azione sono le più significative in termini di comportamento e obiettivo, perché successivamente comincia a perfezionarsi e, spesso, ad agire in luoghi diversi. Col passare degli anni, inoltre, affina ed espande la sua ideologia al di là dei semplici rancori contro la società che Io hanno motivato in un primo tempo. Credo che se nel 1979 la nostra scienza avesse raggiunto il grado di sviluppo attuale la carriera di Unabomber sarebbe stata molto più breve.
Quasi sempre le minacce di bombe hanno fini estorsivi. Verso la metà degli anni Settanta, il presidente di una banca texana venne informato per telefono della presenza di un ordigno esplosivo nell’istituto.
In un lungo comunicato, il misterioso interlocutore dice che i tecnici della Southwest Bell presentatisi pochi giorni prima alla banca erano in realtà suoi uomini. Ha la possibilità di attivare l’ordigno mediante un interruttore a microonde, ma non lo farà se il presidente soddisferà le sue richieste.
A quel punto lo informa di aver sequestrato sua moglie, Louise. Lei, dice, guida una Cadillac e al mattino effettua sempre lo stesso percorso. In preda al panico, il presidente chiede alla segretaria di fare il numero di casa sua, e quando nessuno risponde si convince che il ricattatore fa sul serio.
Questi avanza la sua richiesta di denaro: biglietti usati, da dieci, cinquanta e cento. Nessuno contatti la polizia, siamo in grado di riconoscere anche le loro auto prive di contrassegno. Alla segretaria, il direttore dovrà dire che lascia la banca per quarantacinque minuti circa. Lascerà il denaro in macchina, dopo averla parcheggiata sul ciglio della strada in una zona molto trafficata. Motore e luci di posizione dovranno essere accesi.
In realtà, nel caso in questione non c’erano né bombe né sequestrati, solo un criminale particolarmente intelligente che aveva saputo individuare la vittima più vulnerabile. Tutto, nello scenario da lui allestito, aveva uno scopo, e l’effettivo intervento degli uomini della società telefonica aveva un ruolo determinante. Sapendo che il presidente della banca avrebbe telefonato alla moglie, l’estorsore l’aveva chiamata quella mattina spacciandosi per un impiegato della Southwest Bell. In seguito alle proteste per certe telefonate oscene ricevute da abitanti del quartiere, gli abbonati erano invitati a non rispondere al telefono fra le dodici e le dodici e quarantacinque, così da permettere ai loro investigatori di far scattare la trappola.
Quanto alle istruzioni relative al denaro e all’auto, costituiscono forse la parte più geniale del piano. Il presidente è convinto che le luci siano il segnale, mentre in realtà rientrano nella strategia di fuga del criminale. Questi, infatti, sa che a dispetto delle sue raccomandazioni la vittima si metterà ugualmente in contatto con la polizia, ed è risaputo che la fase più pericolosa di un’estorsione è quella del recupero del denaro. Ma avendo così sistemato le cose, se la polizia lo avesse fermato, il ricattatore avrebbe potuto tranquillamente sostenere di aver visto un’auto con le luci e il motore accesi e di essersi fermato per spegnerli. La polizia non potrà contestargli nulla, e se anche dovesse sorprenderlo con il denaro, lui potrà comunque dichiarare di aver visto il sacchetto mentre spegneva le luci e di averlo preso per consegnarlo alle autorità.
Per l’estorsore è una faccenda di percentuali. Lui ha il suo copione già scritto e non deve far altro che seguirlo punto per punto. Se la vittima di oggi non abbocca, proverà domani con un’altra. Prima o poi qualcuno ci cascherà, e lui potrà mettere le mani su un sostanzioso malloppo senza aver sequestrato nessuno né aver fatto esplodere alcuna bomba. Di norma, in questi casi proprio il copione sarà la principale prova a suo carico, dato che l’estorsore tenderà a riutilizzarlo in futuro.
Arrestato, il responsabile si rivelò un ex disc-jockey che aveva deciso di sfruttare la propria parlantina per garantirsi guadagni più a breve termine.
Dove sta la differenza fra questa tipologia e quella dell’autentico sequestratore? Entrambi sono mossi dal desiderio di guadagno, e nessuno dei due vuole esporsi più di tanto con la vittima, dato che non si propongono di uccidere. I punti di divergenza sono sostanzialmente due: di solito il vero sequestratore ha bisogno di collaboratori. E mentre l’estorsore è semplicemente un criminale intelligente, il sequestratore è un sociopatico. Uccidere non rientra nei suoi piani, ma è pronto a farlo se questo lo aiuterà a conseguire il suo obiettivo.
Steve Mardigian collaborò alle indagini sul sequestro di un vicepresidente della Exxon Corporation, rapito davanti alla sua abitazione nel New Jersey. Nell’opporre resistenza, l’uomo rimase incidentalmente ferito al braccio. I sequestratori – un ex addetto alla sicurezza della società e la moglie – non si fecero scoraggiare dall’incidente e chiusero il rapito in uno scatolone dove il malcapitato, cardiopatico, morì. La scelta dello scatolone o di un suo equivalente si spiega con il desiderio del rapitore di ridurre al minimo i contatti con la vittima, così da non personalizzarla. Nel caso di cui parliamo, una volta scoperti i sequestratori si dissero addolorati per l’esito della loro iniziativa. Tuttavia, non si erano tirati indietro, e avevano seguito il loro piano passo dopo passo senza esitazione. Avevano accettato la possibilità che qualcuno morisse per soddisfare i loro scopi, e questa è certamente una delle definizioni della sociopatia.
Il sequestro non è un crimine per cui sia facile farla franca, e un investigatore è tenuto a valutarlo con attenzione e con la giusta dose di scetticismo, prestando attenzione alla vittimologia e al comportamento prima del reato. E pur riconoscendo che chiunque è potenzialmente una vittima, dev’essere in grado di rispondere all’interrogativo: «Perché proprio questa?».
Una notte di qualche anno fa, ricevetti la telefonata di un agente investigativo dell’Oregon. Voleva parlarmi di una giovane donna che frequentava una scuola nel suo distretto, e che sosteneva di essere seguita da uno sconosciuto. Lo intravedeva nel bosco, ma quando suo padre o il suo fidanzato arrivavano sul posto, quello si era già volatilizzato. Le telefonava a casa, mai però quando con lei c’era qualcuno. Dopo svariate settimane, una sera, mentre era a cena con il suo ragazzo, la giovane era andata alla toilette. Ne stava uscendo quando qualcuno l’aveva afferrata e trascinata fuori, nel parcheggio. Lì, l’aggressore le aveva cacciato la canna di un fucile nella vagina, minacciando di ucciderla se fosse andata dalla polizia. Poi l’aveva lasciata andare. Traumatizzata, la ragazza non era stata in grado di farne una descrizione attendibile.
Ora, sembrava che la giovane fosse stata rapita mentre una sera lasciava la biblioteca. La sua auto era rimasta nel parcheggio, ai famigliari non era arrivata alcuna comunicazione e nel complesso lo scenario si presentava alquanto inquietante.
Chiesi all’agente investigativo di descrivermela. Era una brava ragazza, disse lui, ed era sempre stata un’ottima studentessa. L’anno precedente, tuttavia, aveva avuto un figlio ed era entrata in conflitto con la famiglia, specialmente con il padre. Di recente i suoi voti erano considerevolmente peggiorati, soprattutto dopo che avevano avuto inizio le molestie.
Lo pregai di non dire nulla al padre… potevo sempre sbagliarmi, ma mi dichiarai convinto che il sequestro fosse stato simulato. Chi poteva essere il suo molestatore? La giovane aveva un ragazzo fisso e fra loro non c’erano state rotture. Di solito, quando la vittima non è una celebrità, il responsabile è qualcuno di sua conoscenza. I molestatori non sono individui particolarmente abili o attenti, e se la ragazza aveva visto il suo persecutore, come era possibile che questi fosse riuscito a restare invisibile al padre e al fidanzato?
Oltre a ciò, solo lei aveva ricevuto le telefonate, che erano cessate di colpo quando la polizia aveva messo sotto controllo l’apparecchio. C’era un altro fattore da considerare: il sequestro aveva avuto luogo poco prima degli esami. Si poteva davvero parlare di coincidenza?
Come strategia attiva, suggerii che il padre si facesse intervistare dai media ed enfatizzasse la positività del suo rapporto con la figlia, il fatto che l’amava e che la voleva di nuovo a casa. Se ero nel giusto, la ragazza si sarebbe rifatta viva nel giro di un giorno o due, ferita e in pessime condizioni, per raccontare di essere stata rapita, violentata e scaraventata fuori da un’auto.
Tutto andò come avevo previsto. Consigliai che l’interrogatorio si imperniasse su quello che ritenevamo fosse realmente accaduto. Nessuna accusa, quindi, ma il riconoscimento delle difficoltà che ultimamente la ragazza aveva incontrato con i genitori e la scuola, e la conseguente necessità di consentirle di salvare la faccia. Una volta rassicurata, la giovane confessò senza esitazioni.
Sono casi ostici, questi. Se ci si sbaglia, infatti, le conseguenze possono sfociare in crimini atroci.
Più di frequente, certe inopportune attenzioni sono dovute inizialmente all’amore o all’ammirazione. John Hinckley «amava» Jodie Foster e voleva esserne ricambiato. Lei è un’attrice bella e famosa che frequentava Yale, mentre lui era una nullità. Quale modo migliore per creare tra loro un nuovo equilibrio che uccidere il presidente degli Stati Uniti? Nei suoi momenti di lucidità, Hinckley deve aver capito l’irrealizzabilità del suo sogno di vivere felice con lei «dopo», e tuttavia con la sua iniziativa ha raggiunto almeno un obiettivo: è diventato celebre e, anche se con una valenza negativa, il suo nome resterà perennemente associato a quello della Foster.
Come accade quasi sempre, anche per Hinckley era subentrato un fattore scatenante. Più o meno all’epoca dell’attentato, suo padre lo aveva messo davanti ad un ultimatum: doveva trovare un lavoro e mantenersi, o andarsene.
Ken Baker, dei servizi segreti, intervistò in carcere Mark David Chapman, l’assassino di John Lennon. Chapman sentiva una forte affinità con l’ex Beatle e, anche se a livello superficiale, si sforzava di imitarlo. Aveva tutti i suoi dischi e usciva con molte ragazze asiatiche, per emulare il matrimonio di Lennon con Yoko Ono. Ma come spesso accade in questi casi, finì per arrivare a un punto in cui non gli era più possibile celare la propria inadeguatezza. Incapace di accettarla, non trovò altra soluzione che uccidere il proprio eroe. È sconcertante, ma a spingere Hinckley a commettere un reato e diventare famoso (famigerato è forse un termine più appropriato) fu proprio l’esempio di Chapman.
Io ho intervistato Arthur Bremmer, autore di un attentato ai danni del governatore dell’Alabama, George Wallace, nel Maryland, dove questi era impegnato nella campagna presidenziale. Wallace non morì, ma rimase paralizzato. Bremmer non odiava il governatore. Per parecchie settimane aveva cercato di avvicinare il presidente Nixon. Vedendo inutili i suoi sforzi e spinto dal desiderio disperato di mostrare al mondo le sue capacità, aveva ripiegato su Wallace, più accessibile. In pratica, Wallace è soltanto un’altra vittima che si è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato.
È impressionante notare quanti di questi casi siano poi sfociati in un assassinio. Fra questi, uno dei più tragici è senz’altro quello della ventunenne Rebecca Schaeffer. La giovane attrice, divenuta celebre interpretando il ruolo della sorella minore di Pam Dawber nella serie televisiva «My Sister Sam», venne uccisa con un colpo di pistola davanti al suo appartamento di Los Angeles nel 1989. L’assassino era Robert John Bardo, un diciannovenne disoccupato di Tucson. Al pari di Chapman, Bardo aveva iniziato come fervente ammiratore della giovane, ma la sua ammirazione aveva finito per tramutarsi in ossessione: se non poteva avere con lei un rapporto «normale», l’avrebbe «posseduta» in un altro modo.