Erano informazioni importantissime per me, perché mi permisero di capire quale fosse stata la reazione della giovane al sequestro e allo stupro, e di ricostruire così anche il comportamento dell’assassino. Arrivai alla conclusione che non si era trattato di omicidio premeditato, e che l’aggressore aveva reagito alla sorpresa di non venire accolto a braccia aperte (come la sua fantasia malata lo aveva invece portato a credere). Arrivai così più vicino alla personalità dell’omicida, e il mio profilo permise alla polizia di concentrarsi sul presunto autore di uno stupro verificatosi l’anno precedente in una vicina città. La conoscenza della vittima mi aiutò inoltre a elaborare una strategia da utilizzare durante l’interrogatorio del sospetto che, come avevo previsto, aveva già superato con successo l’esame del poligrafo. Discuterò in seguito questo caso, tanto affascinante quanto penoso. Per il momento, basti dire che l’uomo confessò entrambi i reati. Fu arrestato e condannato e, mentre scrivo, è in attesa di entrare nella cella della morte.
Nell’insegnare gli elementi dell’elaborazione profili e dell’analisi della scena del crimine, ci sforziamo di portare i nostri allievi ad avere una panoramica completa della storia criminale. Il mio collega Roy Hazelwood, che tenne questi corsi per parecchi anni, era solito suddividere l’analisi in tre fasi e interrogativi diversi: cosa, perché e chi.
Cosa è successo? La risposta comprende qualunque elemento potenzialmente significativo da un punto di vista comportamentale.
Perché è successo proprio in quel modo? Per esempio, perché l’assassino ha mutilato la vittima dopo averla uccisa? Sono stati trafugati oggetti di valore? Perché non c’è traccia di effrazione? Quali sono le ragioni alla base di ciascun elemento comportamentalmente significativo del crimine in esame?
Chi dunque può aver commesso questo specifico reato per queste specifiche ragioni?
Questo è il compito cui ci dedichiamo.
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IL COGNOME DI MIA MADRE ERA HOLMES
Il cognome da nubile di mia madre era Holmes, ma fatta eccezione per questa bizzarra coincidenza, nei miei primi anni di vita non ci fu altro che potesse far prevedere per me un futuro di esperto del crimine.
Sono nato a Brooklyn, New York, quasi al confine con Queens. Mio padre Jack era tipografo al «Brooklyn Eagle». Io avevo otto anni quando, preoccupato per la crescente criminalità, volle che ci trasferissimo a Hempstead, Long Island, dove divenne presidente del locale sindacato tipografi. Ho una sorella, Arlene, di quattro anni maggiore di me, e fin dall’inizio è stata lei la stella della famiglia, a scuola come nello sport.
Non ero uno studente particolarmente brillante, ma ero educato, bonario, e a dispetto del mio mediocre rendimento fui sempre popolare tra gli insegnanti della Ludlum Elementary. Mi piacevano moltissimo gli animali e in momenti diversi ospitai cani, gatti, conigli, criceti e serpenti, che mia madre tollerava per via della mia dichiarata intenzione di voler diventare veterinario. L’unica attività scolastica per cui mostravo una certa inclinazione era raccontare storie, e non è escluso che questo abbia in qualche modo influenzato la mia scelta professionale. Agli investigatori e agli analisti del crimine spetta il compito di trasformare un’accozzaglia di indizi disparati e apparentemente senza alcun nesso tra loro in una narrazione coerente, e in quest’ottica forse l’abilità narrativa è davvero una qualità utile, soprattutto quando si indaga su un omicidio e la vittima non può più raccontare la propria storia.
In ogni caso, era una capacità cui ricorrevo spesso per scansare lo studio. Una volta, ricordo, ci era stato assegnato il compito di leggere un romanzo da riassumere poi in classe. Io non l’avevo fatto e quando fu il mio turno (ancora non riesco a credere di aver avuto tanto coraggio!) inventai un titolo e un autore e cominciai a raccontare la storia di un gruppo di campeggiatori radunati intorno a un falò.
Inventavo il seguito a mano a mano che andavo avanti e intanto mi chiedevo fino a quando la fantasia avrebbe continuato ad aiutarmi. Arrivato al punto in cui un grosso orso stava per avventarsi sui campeggiatori, mi arenai. Cominciai a balbettare e alla fine, vinto, dovetti confessare di avere inventato tutto. Forse era la coscienza a rimordermi, e questo dimostrerebbe che non ero un criminale incallito. Comunque confessai, sgradevolmente consapevole di avere meritato un brutto voto che mi avrebbe messo in imbarazzo davanti ai miei compagni.
Ma con mia grande sorpresa, maestra e compagni erano rimasti affascinati dal mio racconto e mi esortarono a finirlo comunque. «Dicci cosa succede dopo.» Finii per tornare al mio posto con il voto più alto. Per molto tempo evitai di raccontare questo aneddoto alle mie figlie perché non pensassero che il crimine paga, ma in quell’occasione capii che se si sanno vendere le proprie idee e mantenere vivo l’interesse altrui spesso si riesce a farla franca. Questa capacità mi è stata spesso d’aiuto nel convincere superiori e dipartimenti di polizia dell’utilità dei nostri servizi. Devo però ammettere che, almeno in certa misura, è la stessa capacità che a volte permette ai criminali di restare impuniti.
A proposito, i miei campeggiatori riuscirono a mettersi in salvo, e, dato il mio genuino amore per gli animali, quella da me scelta non fu esattamente la conclusione più prevedibile.
Pensando ancora di fare il veterinario, frequentai per tre estati il Farm Cadet Program della Cornell, un programma sponsorizzato dalla facoltà di veterinaria di quella università. Per i ragazzi di città era un’ottima opportunità per vivere in mezzo alla natura, e per guadagnarmi tale privilegio lavoravo dalle settanta alle ottanta ore a settimana per quindici dollari all’ora, mentre i miei compagni andavano a prendere il sole a Jones Beach. Se anche non dovessi più mungere una mucca per tutta la vita, non me ne rammaricherei più di tanto.
Il protratto esercizio fisico contribuì a mantenermi in forma per lo sport, allora la seconda grande passione della mia vita. Ero lanciatore della squadra di baseball della Hempstead High School, e a football giocavo in difesa. Ripensandoci ora, credo che probabilmente fu in quel periodo che cominciai a interessarmi allo studio della personalità. Saper lanciare con forza e precisione, scoprii presto, non bastava. Ero veloce, ma non più di tanti altri. Il trucco stava nell’influenzare il battitore, e per riuscirci bisognava avere fiducia in se stessi e rendere l’avversario il più insicuro possibile. Una regola che confermò la sua validità anche anni dopo, quando cominciai a mettere a punto le tecniche di interrogatorio.
Al liceo superavo già il metro e ottanta, e ne approfittavo. Eravamo una squadra decente all’interno di una buona federazione, e io sapevo che in campo toccava al lanciatore assumere il ruolo del leader. Possedevo un ottimo controllo, ma decisi che i battitori delle squadre avversarie non avrebbero dovuto scoprirlo. Volevo apparire imprevedibile, sbadato perfino, così da non metterli sull’avviso. Volevo pensassero che in caso contrario rischiavano di essere malmenati da questo strano tipo alto più di uno e ottanta.
Hempstead aveva una buona squadra di football, di cui io ero un robusto difensore. Compresi che anche in quell’ambito l’aspetto psicologico poteva diventare una marcia in più. Mi dissi che avrei potuto avere ragione dei giocatori più grossi se mi fossi esibito in una gamma di gemiti e grugniti e, in linea generale, se mi fossi comportato come un matto. Non ci volle molto perché gli altri difensori cominciassero a imitarmi. Quando mi trovai coinvolto in processi per omicidio in cui la difesa sosteneva la tesi dell’infermità mentale, quelle esperienze giovanili mi aiutarono a ricordare che non necessariamente chi si comporta come un pazzo non sa quello che fa.
Nel 1962 ci trovammo ad affrontare la Wantagh High nella finale del Thorpe Award, disputato fra le scuole di Long Island. I nostri avversari erano molto più robusti di noi, e non era difficile prevedere che ben presto ci saremmo trovati pesti e doloranti. Prima della partita, effettuammo una serie di esercizi di riscaldamento il cui unico obiettivo era quello di intimidire il nemico. Ci disponemmo in due linee parallele e ciascuno cominciò a contrastare l’uomo che aveva di fronte, accompagnandosi con grida e grugniti di dolore. Capimmo dalle facce dei giocatori della Wantagh che stavamo ottenendo il risultato voluto. Di sicuro si dissero: “Se questi imbecilli sono così stupidi da farsi del male a vicenda, Dio solo sa quale trattamento riserveranno a noi”.
Invece, ogni cosa era stata preparata con cura e, quando la partita cominciò, facemmo in modo di mantenere in loro l’impressione che fossimo un gruppo di pazzi momentaneamente usciti dal manicomio. Il gioco fu duro ma quando la polvere finalmente calò avevamo vinto per quattordici a tredici e l’edizione 1962 del Thorpe Award era nostra.
Ebbi il mio primo contatto con la legge a diciotto anni, quando venni assunto come buttafuori in un locale di Hempstead, il Gaslight East, e successivamente al Surf Club di Long Beach. Il mio compito consisteva nell’impedire l’ingresso a tutti quelli che non avevano l’età per bere – in altre parole a tutti i ragazzi più giovani di me – e nel sedare le risse che inevitabilmente scoppiano nei locali in cui si servono alcolici.
In piedi sulla porta, chiedevo la carta d’identità a tutti i «sospetti», e quindi gli domandavo la data di nascita per vedere se combaciavano. Si tratta di una procedura standard che i ragazzi conoscono bene. Di rado un ragazzino che si è preso la briga di procurarsi un documento falso sarà così sventato da non memorizzare la data su esso indicata. Guardarli dritto negli occhi mentre li interrogavo si rivelò una tattica efficace per alcuni, soprattutto per le ragazze, che rispetto ai coetanei hanno una coscienza sociale più sviluppata.
Ma a chi era realmente determinato a entrare, bastavano pochi secondi di concentrazione per superare la prova.
Presi così l’abitudine, mentre interrogavo i ragazzi delle prime file, di tenere d’occhio quelli in coda, studiandone il linguaggio del corpo per cogliere eventuali segni di nervosismo o esitazione.
Sedare le risse era più difficile, e per riuscirci ricorrevo alla mia preparazione atletica. Se il tuo sguardo suggerisce imprevedibilità e ti comporti con un tocco di stramberia, è probabile che anche i più robusti ci pensino due volte prima di sfidarti. Se li persuadi di essere abbastanza pazzo da non preoccuparti per la tua incolumità, ti vedranno come un avversario pericoloso. Quasi vent’anni dopo, mentre lavoravamo a un programma di interviste con detenuti, apprendemmo che per molti aspetti cruciali la personalità omicida tipica è molto più pericolosa della personalità tipica del serial killer. Perché, a differenza di quest’ultimo, che sceglierà sempre e soltanto una vittima che ritiene di poter gestire e si adopererà in ogni modo per evitare la cattura, l’assassino-tipo è ossessionato dalla propria «missione», ed è disposto a morire pur di assolverla.
Un altro modo per far sì che la gente ti consideri abbastanza pazzo e irrazionale da essere imprevedibile sta nel mantenere sempre un atteggiamento conseguente, e non solo quando si è osservati. Gary Trapnell, celebre rapinatore e dirottatore di aerei da me intervistato nel carcere federale di Marion, Illinois, sosteneva di poter convincere qualunque psichiatra di soffrire di qualunque patologia mentale io menzionassi. La chiave per riuscirci, mi disse, stava nel mantenere costantemente l’atteggiamento scelto, anche quando si era soli nella propria cella, così da non doversi fermare a pensare al da farsi quando si era interrogati; proprio questa esitazione, mi informò, avrebbe rivelato il trucco.
Quando non riuscivo a spaventare i contendenti abbastanza da evitare la rissa, ricorrevo alle mie dilettantesche tecniche di elaboratore di profili per evitare che degenerassero. Scoprii che l’osservazione del linguaggio del corpo mi permetteva di individuare i potenziali piantagrane. In quei casi, agivo sempre per primo, sfruttando l’elemento sorpresa e cercando di trascinare fuori il potenziale disturbatore senza dargli il tempo di capire che cosa stesse accadendo. Gran parte degli assassini e degli stupratori seriali diventano con l’esperienza sempre più abili nel dominare, manipolare e controllare… Le stesse capacità che io cercavo di sviluppare in un contesto ben diverso. Ma almeno imparavo.
Dopo la maturità, desideravo ancora diventare veterinario, ma la mia media non era sufficiente a garantirmi l’accesso alla Cornell, e dato che l’alternativa migliore consisteva nel seguire un analogo programma di studi nel Montana, nel settembre del 1963 mi trasferii nel cuore del Paese del Cielo Infinito.
Lo shock culturale che provai al mio arrivo a Bozeman non avrebbe potuto essere più forte.
«Saluti dal Montana,» scrissi in una delle prime lettere a casa «dove gli uomini sono uomini e le pecore nervose.» E se il Montana incarnava ai miei occhi tutti gli stereotipi della vita di frontiera, alla gente del posto io apparivo il newyorkese per eccellenza. Mi iscrissi alla sezione locale del Sigma Phi Epsilon, composto quasi esclusivamente da ragazzi del posto. Cominciai a vestirmi di nero e a esibire lunghe basette simili a quelle dei personaggi di West Side Story, e tutto sommato era proprio così che all’epoca venivano percepiti i newyorkesi come me. Insomma, cercai di cavare il meglio dalla situazione. Nelle occasioni sociali, i locali si vestivano da cow-boy e danzavano il two-step, mentre io avevo passato gli ultimi anni a seguire con religiosa attenzione Chubby Checker alla Tv per imparare tutte le possibili variazioni del twist. Grazie a mia sorella Arlene, avevo imparato presto a ballare e non impiegai molto tempo a diventare il maestro di ballo del college. Mi sentivo una specie di missionario in un Paese dove l’inglese era una lingua sconosciuta.
Non ero mai stato uno studente modello, e nel Montana i miei voti peggiorarono ulteriormente. Oltre a ciò, in quello Stato l’età legale per bere alcolici era di ventun anni, il che costituiva per me un grosso problema. Sfortunatamente, non gli permisi di fermarmi.
Ebbi il mio primo scontro con la legge quando, insieme con uno dei miei compagni del Sigma Phi Epsilon, uscii con due ragazze ospiti di un istituto per ragazze-madri. Ci fermammo davanti a un bar e io entrai per comperare una confezione di sei birre.
«Fammi vedere la carta d’identità» dice il barista. Io gli mostro una tessera falsa del Selective Service.
«Brooklyn, eh?» fa lui. «Certo che voi dell’Est siete dei gran bastardi.» Io rido un po’ imbarazzato, ma nel bar tutti si sono voltati a guardarmi. Torno fuori e ci scoliamo la birra, poi, senza che me ne accorga, una ragazza mette le lattine nel bagagliaio.
Improvvisamente accanto a noi si ferma un’autopattuglia con la sirena in funzione.
«Scendete.»
Scendiamo. L’agente comincia a perquisirci, e benché sappia che legalmente non potrebbe farlo, io tengo la bocca chiusa. Quando lui si china, mettendo in mostra la pistola e lo sfollagente, per un momento mi balena alla mente la folle idea di colpirlo con lo sfollagente, rubargli la pistola e filarmela. Per fortuna non faccio niente del genere, ma ormai ho capito che il poliziotto ce l’ha con me, così tiro fuori dal portafogli la carta d’identità e me la infilo negli slip.