Come ormai è noto, non tutti i bersagli sono celebrità. Ci sono, per esempio, le persone molestate da ex coniugi o amanti. La fase pericolosa si raggiunge quando il persecutore arriva a pensare: “Se non posso averlo (o averla), nessun altro potrà”. Majim Wright, uno dei maggiori esperti del settore, sottolinea come i più vulnerabili siano coloro che hanno contatti con il pubblico, e in particolare le donne. In altre parole, non è necessario che l’oggetto del desiderio compaia in televisione o sul grande schermo. Può essere la cameriera di un ristorante del quartiere, la cassiera della banca locale. O magari una collega di lavoro.
È quanto accadde a Kris Welles, giovane impiegata della Conlans Furniture Company di Missoula, nel Montana. Efficiente e rispettata, responsabile delle vendite, nel 1985 Kris era stata promossa direttore generale.
Nello stesso periodo, alla Conlans Furniture Company lavorava come magazziniere un certo Wayne Nance. Di carattere introverso, Nance sembrava tuttavia provare simpatia per Kris, che con lui si mostrava sempre cordiale e amichevole. In realtà, la giovane intuiva il temperamento umorale dell’uomo, e ne era spaventata. Ciononostante, nessuno avrebbe potuto criticare le prestazioni lavorative di Wayne. Al magazzino, era quello che lavorava più di tutti.
Ciò che né Kris né suo marito Doug, commerciante d’armi, sapevano, era che Wayne aveva sviluppato per la ragazza una vera e propria ossessione. La spiava di continuo e teneva uno scatolone pieno di sue istantanee, biglietti scritti di suo pugno e così via.
I Welles e la polizia di Missoula ignoravano inoltre che Wayne Nance era un assassino. Nel 1974, aveva molestato sessualmente e quindi pugnalato una bambina di cinque anni. In seguito si scoprì che aveva legato, imbavagliato e ucciso parecchie donne adulte, tra cui la madre del suo migliore amico. Particolare allarmante: i delitti avevano avuto luogo in contee vicine a quella dove Nance abitava attualmente. Ma il Montana è scarsamente popolato, ed è raro che una giurisdizione di polizia sappia cosa accade nelle altre.
Una notte, Nance irruppe nell’abitazione dei Welles, fuori città. I due coniugi avevano un cane, che tuttavia non lanciò l’allarme. Armato di pistola, l’aggressore sparò a Doug, lo legò nello scantinato, quindi costrinse Kris a salire in camera dove la legò al letto con l’intenzione di stuprarla. La donna lo conosceva bene, e lui non si curò in alcun modo di nascondere la propria identità.
Nel frattempo, Doug era riuscito a liberarsi e, benché indebolito dalla perdita di sangue, riuscì a impadronirsi di un fucile posato sul tavolo. Lo caricò con un proiettile, e facendo appello alle poche forze rimastegli arrancò su per le scale. Attento a non far rumore, salì al secondo piano e sul pianerottolo si fermò, la vista già annebbiata, per prendere la mira.
Sapeva di dover colpire Nance prima che questi lo vedesse, perché in caso contrario non avrebbe avuto alcuna speranza. Premette il grilletto. L’aggressore cadde all’indietro, ma subito dopo si rialzò e fece per avventarglisi contro. Consapevole di non poter lasciare la moglie da sola, Doug fece l’unica cosa possibile: caricò Nance usando il fucile come una clava e continuò a colpirlo finché Kris non poté alzarsi e correre in suo aiuto.
A tutt’oggi, rimane uno dei pochi casi in cui le vittime hanno reagito e ucciso l’aggressore. La loro storia ha del miracoloso, e più volte li abbiamo invitati a Quantico perché la raccontassero agli allievi. I Welles costituiscono un ottimo esempio di vittime che si trasformano in eroi e, dopo aver conosciuto l’inferno ed esserne usciti vivi, sono estremamente uniti, persone ricche di calore e sensibilità.
Al termine di una delle loro presentazioni, un agente domandò: «Se Wayne Nance fosse sopravvissuto e non fosse stato condannato a morte… sareste riusciti a mantenere il saldo equilibrio psicologico di cui date prova?».
Marito e moglie si scambiarono una lunga occhiata. «Quasi certamente no» rispose Doug Welles.
18
LA BATTAGLIA DEGLI STRIZZACERVELLI
Che genere di persona può aver fatto una cosa simile?
Bob Ressler e io ci trovavamo a Joliet, nell’Illinois, dove avevamo intervistato Richard Speck. Stavo guardando il notiziario della CBS nella mia camera d’albergo, quando venne mandato in onda un servizio su Dan Rather che intervistava un altro assassino, Thomas Vanda, lui pure detenuto nel penitenziario di Joliet. Vanda era stato arrestato per aver ucciso una donna a pugnalate. Aveva passato buona parte della sua vita negli istituti psichiatrici, e ogniqualvolta veniva dichiarato guarito e dimesso commetteva un nuovo crimine. L’omicidio per cui era attualmente detenuto era il terzo.
Chiamai Ressler per dirgli che dovevamo assolutamente parlare con Vanda. Da quel poco che avevo visto, mi sembrava l’incarnazione della personalità inadeguata. Con la facilità con cui era diventato un assassino, avrebbe potuto diventare un piromane, o un dinamitardo.
Il giorno dopo tornammo al carcere e Vanda acconsentì a incontrarci. Il nostro lavoro lo incuriosiva, e non riceveva molte visite. Prima del colloquio, esaminammo il suo fascicolo. Thomas Vanda era di razza bianca, alto un metro e settantacinque circa e prossimo alla trentina. Aveva un che di molliccio, e sorrideva molto, ma gli occhi erano inquieti, il viso deformato dai tic, e si strofinava senza sosta le mani. Insomma, era a tutti gli effetti il tipo cui non si voltano volentieri le spalle. Volle sapere come era riuscito in televisione, e quando gli assicurai che era telegenico si rilassò e scoppiò a ridere. Fra le altre cose, ci raccontò di far parte di un gruppo che studiava la Bibbia e che da quell’attività pensava di ricavare grande giovamento. Forse era vero, ma io ho conosciuto una quantità di detenuti che, con l’avvicinarsi del momento in cui verrà discussa la libertà condizionata, si scoprono religiosi per dimostrare che non costituiscono più un pericolo.
Dopo l’intervista, chiesi di parlare con lo psichiatra che lo aveva in cura. Questi mi dette del suo assistito una valutazione molto positiva: Vanda reagiva bene sia alla terapia psichiatrica sia a quella farmacologica. Accennò anche al gruppo di studi biblici, e aggiunse che se il processo di riabilitazione fosse proseguito a quel ritmo, presto avrebbe potuto essere rilasciato sulla parola.
Gli chiesi se sapesse di quali reati si era macchiato. «No, e neppure voglio saperlo» fu la risposta. «Con tutti i detenuti che devo seguire, non ne avrei il tempo.» E, aggiunse, preferiva che nulla condizionasse il suo rapporto con i pazienti.
«Mi permetta di dirle che cosa ha fatto Thomas Vanda» insistei, e passai a raccontargli come quell’individuo asociale e solitario si fosse unito a un gruppo religioso e, una sera, avesse invitato fuori la giovane donna che coordinava gli incontri. Lei rifiuta, e Vanda, come sempre succede ai tipi come lui, la prende male. La picchia fino a farle perdere conoscenza, poi si impadronisce di un coltello e con quello la pugnala ripetutamente. La giovane è ormai agonizzante quando lui introduce il pene in una ferita dell’addome ed eiacula.
Quella poveretta è ridotta a una bambola di stracci e il suo sangue imbratta anche l’aggressore che, pur evidentemente incapace di spersonalizzarla, riesce nondimeno ad avere un’erezione. È facile capire che è la collera, e non il sesso, la molla dell’omicidio. L’assassino non è tanto preda di pulsioni sessuali, quanto di rabbia e risentimento.
Questo è, tra parentesi, il motivo per cui non credo che l’evirazione costituisca un deterrente efficace, benché ad alcuni di noi appaia una soluzione allettante. Per quanto grave, una simile mutilazione non basta a fermare gli stupratori, né emotivamente né psicologicamente. Lo stupro nasce dalla rabbia, e se si tagliano le palle a qualcuno, il risultato sarà soltanto un uomo molto arrabbiato.
«Lei è disgustoso, Douglas!» fu la reazione dello psichiatra. «Fuori dal mio ufficio!»
«Io sono disgustoso?» ribattei. «Lei avrà la possibilità di raccomandare Thomas Vanda per il rilascio sulla parola, eppure dei suoi pazienti non sa un bel niente. Come può pretendere di capire, se non si è neanche preso la briga di guardare le foto del delitto, o leggerne i rapporti? Ne ha mai esaminato la dinamica? Si sforza di ricostruire il comportamento che lo ha provocato? Sa se il colpevole ha cercato di farla franca? Se ha tentato di costruirsi un alibi? Come diavolo fa a stabilire se è pericoloso o no?»
Il medico non aveva risposte da darmi, e dubito di averlo trasformato in un sostenitore della mia causa, ma questo è un problema che sento moltissimo. Come ho già detto più volte, una terapia psichiatrica si basa soprattutto su quello che lo stesso paziente racconta. Un individuo che in circostanze normali si rivolge a un terapeuta ha tutto l’interesse a rivelargli ciò che prova e sente davvero. Un detenuto ansioso di essere rilasciato, d’altro canto, ha tutto l’interesse a raccontare quello che il terapeuta vuol sentirsi dire. Ed Kemper e Monte Rissell, tanto per nominarne due, erano in terapia mentre uccidevano, ed entrambi riuscirono a non farsi scoprire. Anzi, gli psichiatri di entrambi riferirono che stavano «facendo progressi».
Molti giovani psichiatri, psicologi e assistenti sociali sono pieni di ideali, e spasimano dalla voglia di guarire i loro pazienti. Si sforzano di valutarli, senza capire che anch’essi sono esperti giudici di uomini! Il detenuto impiegherà poco tempo a capire se il terapeuta è effettivamente competente, e se non lo è, lui non avrà grosse difficoltà a minimizzare la portata del crimine commesso e del suo impatto sulle vittime. Sono pochi i criminali disposti a spifferare i particolari più rilevanti a chi non li conosce già. Ecco perché una preparazione adeguata era la condizione sine qua non per i nostri colloqui in carcere.
Come il medico di Thomas Vanda, sono molti gli operatori che si rifiutano di apprendere i dettagli più truculenti delle imprese dei loro assistiti, così da non sviluppare pregiudizi. Ma come dico sempre ai miei allievi, se si vuol capire Picasso, bisogna studiarne l’opera. Se si vuole capire la personalità criminale, bisogna studiarne il crimine.
La differenza sta nel fatto che psichiatri e psicologi partono dalla personalità per desumerne il comportamento. Noi, invece, partiamo dal comportamento, e da esso risaliamo alla personalità.
Esistono naturalmente prospettive diverse per quanto riguarda la responsabilità criminale. Il dottor Stanton Samenow, psicologo, collaborò con il defunto Samuel Yochelson, psichiatra, all’elaborazione di uno studio sul comportamento criminale presso il St. Elizabeth’s Hospital di Washington, DC. Dopo anni di ricerche sul campo, che gradatamente lo portarono a respingere buona parte delle nozioni precedentemente acquisite, nel suo pregevole saggio Inside the Criminal Mind Samenow arrivò alla conclusione che «i criminali pensano in modo diverso dagli individui responsabili». Secondo lui, il comportamento criminale non è attribuibile tanto a una malattia mentale, quanto a una tara caratteriale.
Il dottor Park Dietz, che collabora spesso con noi, ha dichiarato: «A nessuno dei serial killer che ho avuto modo di studiare o visitare era applicabile la formula della totale infermità mentale, ma al contempo nessuno di loro era normale. Tutti erano affetti da turbe mentali. Ma nonostante questi disturbi, legati alla sfera sessuale e al carattere, agivano sapendo quello che facevano e sapendo che era sbagliato. E sceglievano di farlo ugualmente».
È importante non dimenticare che l’infermità mentale è un concetto legale, non una valutazione psichiatrica. Non significa che qualcuno è o non è «malato», ma che è, o non è, responsabile delle proprie azioni.
Ora, se volete credere che Thomas Vanda è mentalmente infermo, non sarò certo io a contraddirvi. Ma quando avremo valutato con attenzione i dati in nostro possesso, dovremo accettare che, qualunque sia la malattia da cui i Thomas Vanda di questo mondo sono affetti, potrebbe non essere curabile. Se lo accettassimo, non verrebbero rilasciati così in fretta e messi nelle condizioni di continuare a fare ciò che hanno cominciato.
Negli ultimi tempi si è parlato molto del concetto di infermità mentale, ma non è la prima volta. È infatti un tema che la giurisprudenza angloamericana affronta da secoli, risalendo fino allo Eirenarcha di William Lambard, o a Dell’ufficio dei giudici di pace, redatto nel Cinquecento.
La prima enunciazione organizzata di infermità mentale che sia mai stata utilizzata contro un’imputazione formale è la M’Naghten Rule, del 1843. Prende il nome da Daniel M’Naghten, che nel tentativo di uccidere il primo ministro inglese, sir Robert Peel, ne eliminò invece il segretario privato. Fu Peel a dare una struttura organizzata alla polizia londinese, ed è appunto in suo onore che gli agenti di quella città si chiamano ancora bobbies.
L’assoluzione di M’Naghten provocò una tale reazione popolare che il capo della magistratura dovette presentarsi davanti alla Camera dei Lord per illustrarne le motivazioni. Il concetto di fondo è che un imputato non è colpevole se le sue condizioni mentali sono tali da impedirgli di riconoscere l’iniquità delle sue azioni o di capirne la natura e la qualità; in altre parole, se non è in grado di capire la differenza fra quello che è giusto e quello che non lo è.
Nel corso degli anni, la dottrina dell’infermità mentale si è evoluta in quella che spesso veniva definita il «test dell’impulso irresistibile», in base al quale un imputato non era colpevole se, a causa della malattia mentale, era incapace di controllare le proprie azioni o di uniformare la propria condotta alla legge.
Nel 1954, tale principio è stato pesantemente modificato dal giudice di corte d’appello David Bazelon, il quale nel processo «gli Stati Uniti versus Durham» sostenne che un imputato non è imputabile se il suo crimine è stato «il prodotto di un’affezione o una tara mentale», e se in assenza di quell’affezione o tara non lo avrebbe commesso.
L’ampiezza dell’«interpretazione Durham», e il fatto che non poneva il problema della distinzione tra giusto e sbagliato, la rese scarsamente popolare tra operatori della legge e tutori dell’ordine. Nel 1972, durante un altro caso portato davanti alla corte d’appello, «gli Stati Uniti versus Brawner», fu abbandonata a favore dell’American Law Institute (o ALI) Model Penai Code Test, che si rifaceva a M’Naghten e all’«irresistibile impulso», sostenendo che l’affezione mentale doveva comportare per l’imputato l’incapacità di valutare l’iniquità della propria condotta o di conformarla alla norma. In una forma o nell’altra, l’ALI Test ha goduto di una crescente popolarità nelle aule di tribunale.
Ma a prescindere da questa discussione, che spesso finisce per ridursi a una sterile speculazione, bisognerebbe affrontare un concetto più fondamentale, ossia quello della pericolosità dell’individuo.
Uno dei classici terreni di confronto della battaglia attualmente in corso tra gli strizzacervelli è il processo per omicidio contro Arthur Shawcross, celebratosi a Rochester, New York, nel 1990. Shawcross era accusato di avere assassinato numerose prostitute e vagabonde della zona, i cui corpi erano stati rinvenuti nei boschi circostanti la forra del Genesee River. I delitti si erano protratti per più di un anno, e negli ultimi casi i cadaveri erano stati mutilati dopo la morte.