Dopo avere elaborato un profilo dettagliato, Gregg McCrary studiò gli sviluppi comportamentali del soggetto e, quando la polizia scoprì un cadavere mutilato, comprese che il killer tornava a visitare le proprie vittime. Esortò quindi gli inquirenti a setacciare i boschi nel tentativo di trovare una delle donne che ancora risultavano scomparse. Se ci fossero riusciti, e avessero messo il luogo sotto sorveglianza, prima o poi l’assassino sarebbe caduto nella trappola.
Dopo parecchi giorni, la polizia dello Stato di New York individuò un corpo nel Salmon Creek, lungo la Statale 31. Contemporaneamente, l’ispettore John McCaffrey notò un uomo a bordo di un’auto parcheggiata su un ponticello gettato su quello stesso fiume. L’uomo, che venne arrestato, si chiamava Arthur Shawcross.
Interrogato da una squadra di investigatori guidati da Dennis Blythe, della polizia di Stato, e da Léonard Boriello, del dipartimento di polizia di Rochester, Shawcross confessò svariati delitti. Il processo, intentatogli per dieci omicidi, ruotò intorno all’interrogativo: era o non era affetto da infermità mentale al momento degli assassinii?
La difesa chiamò a testimoniare la dottoressa Dorothy Lewis, una nota psichiatra del Bellevue Hospital di New York, autrice di un’importante ricerca sugli effetti della violenza sui minori. La Lewis era arrivata alla conclusione che spesso, se non addirittura sempre, il comportamento criminale violento era dovuto a una combinazione di traumi e violenze infantili e patologie fisiche organiche, quali l’epilessia, alcuni tipi di ferite e di tumori, eccetera. C’è naturalmente il caso di Charles Whitman, il venticinquenne studente di ingegneria che nel 1966 salì sulla torre dell’orologio dell’Università del Texas, a Austin, e aprì il fuoco sui passanti. Prima che la polizia lo abbattesse, novanta minuti dopo, Whitman aveva ucciso sedici persone e ferito altre trenta. In precedenza, il giovane si era lamentato di periodici accessi di furia omicida, e l’autopsia evidenziò la presenza di un tumore nel lobo temporale del cervello.
Era stato il tumore a scatenare la furia omicida di Whitman? È impossibile dirlo con certezza, ma la Lewis voleva dimostrare alla giuria che una forma di epilessia da lei diagnosticata come «stato parziale di accesso complesso» provocata da una piccola cisti benigna nel lobo temporale, e lo stress da trauma bellico post-Vietnam, uniti alle violenze fisiche e agli abusi sessuali che l’imputato sosteneva di aver subito dalla madre, rendevano Shawcross non responsabile dei reati commessi. La psichiatra affermò che al momento delle uccisioni l’uomo si trovava in uno stato di fuga mentale; i ricordi che ne aveva erano sconnessi, se non addirittura inesistenti.
Una delle pecche di tale ragionamento è che a distanza di mesi Shawcross fu in grado di raccontare nei dettagli gli omicidi commessi. In alcuni casi, guidò Boriello e Blythe alla scoperta di cadaveri mai rinvenuti dalla polizia. Probabilmente, aveva rivissuto quegli episodi talmente tante volte da conservarne un ricordo più che preciso.
Aveva inoltre intrapreso alcune iniziative per evitare di essere scoperto. Dopo il suo arresto, scrisse alla sua ragazza (Shawcross aveva anche una moglie) una lettera lucidissima in cui sosteneva di sperare in un verdetto di infermità mentale, perché avrebbe preferito di gran lunga finire in un istituto psichiatrico piuttosto che in carcere.
Shawcross sapeva quello che diceva. I suoi guai con la legge erano iniziati nel 1969, quando era stato arrestato per furto con scasso e incendio doloso a Watertown, a nord di Syracuse. Meno di un anno dopo, nuovamente arrestato, confessò di aver strangolato un bambino e una ragazza. Quest’ultima era stata anche sessualmente molestata. Per quei due delitti, Shawcross fu condannato a venticinque anni di carcere. Uscì sulla parola dopo averne scontati quindici.
Ora, esaminiamo la situazione punto per punto. Per cominciare, se chiedete a me o a quasi tutti i poliziotti, i pubblici ministeri e gli agenti federali con cui ho lavorato nel corso degli anni, otterrete l’unanime risposta che una condanna a venticinque anni di carcere per aver stroncato due giovani vite è un’autentica oscenità. Secondo, per giustificare il rilascio anticipato del colpevole, credo che si debba partire da una delle due seguenti opposte premesse.
Premessa numero uno: a dispetto del pessimo background del soggetto in questione, a dispetto della famiglia disfunzionale da cui proviene, delle presunte violenze subite, del passato violento o di qualunque altra cosa, la vita in prigione è stata un’esperienza così meravigliosa, catartica e spiritualmente edificante che grazie a essa Shawcross ha visto la luce, compreso i propri errori, e, grazie alla buona influenza del carcere, ha deciso di voltare pagina e di trasformarsi in un cittadino integerrimo.
Improbabile? Che ne pensate allora della premessa numero due?
La vita in carcere era talmente orribile, talmente traumatica e torturante che, a dispetto del suo pessimo background, del costante desiderio di stuprare e uccidere bambini, la sola idea di tornarci riusciva insopportabile a Shawcross, il quale ha deciso di fare qualunque cosa per evitare di ripetere una simile esperienza.
Già, anche questa appare improbabile. Ma se non si accetta nessuna delle due premesse, come diavolo è possibile rimettere in libertà un uomo come questo, senza prendere in considerazione la forte probabilità che uccida di nuovo?
È chiaro che alcuni assassini hanno più probabilità di altri di tornare a uccidere. Ma per quanto riguarda i serial killer e i delitti a sfondo sessuale, io concordo con il dottor Park Dietz: «È difficile immaginare in quali circostanze questi individui dovrebbero essere restituiti alla società civile». Ed Kemper, più brillante e più percettivo di gran parte degli assassini da me conosciuti, ammette con estremo candore che non dovrebbero mai rilasciarlo.
La verità è che di atrocità ne sono state commesse troppe. Richard Marquette, che poco più che ventenne aveva già numerosi precedenti per tentato stupro, aggressione e percosse, arrivò a violentare, uccidere e mutilare dopo un’esperienza sessuale fallimentare avuta con una donna che aveva abbordato in un bar di Portland. Fuggì, finì nella lista dei principali ricercati dall’FBI e venne arrestato in California. Condannato all’ergastolo per omicidio di primo grado, fu rilasciato sulla parola dodici anni dopo, e uccise e sezionò altre due donne prima di venire nuovamente catturato. Ma che cosa, in nome di Dio, spinse la commissione per la concessione della libertà sulla parola a ritenere che non fosse più pericoloso?
Non posso parlare a nome dell’FBI, né del Dipartimento di giustizia o di chiunque altro, ma per quanto mi riguarda preferirei di gran lunga assumermi la responsabilità di tenere in carcere un assassino che potrebbe uccidere ancora piuttosto di pensare che con il suo rilascio ho causato la morte di un innocente.
È tipicamente americana la convinzione che le cose siano sempre suscettibili di miglioramento, e che sia possibile riuscire in qualunque cosa ci si impegni. Ma più passa il tempo, più considero con pessimismo le possibilità di riabilitazione di certe categorie di criminali. Ciò che hanno sperimentato da bambini è spesso terribile, ma questo non significa necessariamente che a certi danni si possa riparare in un secondo momento. E contrariamente a quello che giudici, avvocati della difesa e operatori sociali vorrebbero forse credere, la buona condotta in carcere non basta a garantire un comportamento accettabile nel mondo esterno.
Shawcross è stato un prigioniero modello praticamente sotto ogni aspetto. Era tranquillo, riservato, faceva quello che gli veniva detto e non infastidiva nessuno. Ma quello che i miei colleghi e io abbiamo scoperto, e che disperatamente abbiamo cercato di far capire a chi opera nel campo della psicologia legale e della riabilitazione, è che la pericolosità è situazionale. È molto probabile che in un contesto ordinato, dove non sono obbligati a fare scelte, gli uomini di cui parliamo si comportino bene. Spesso, però, basta restituirli all’ambiente in cui hanno già tenuto comportamenti criminali perché cambino in pochissimo tempo.
Prendiamo il caso di Jack Henry Abbot, l’assassino che in carcere scrisse In the Betty of the Beast, una penetrante e commovente biografia della sua vita di detenuto. Consapevoli del suo eccezionale talento di scrittore, e convinti che un individuo tanto sensibile e perspicace avesse diritto a un’altra possibilità, letterati del calibro di Norman Mailer si batterono per il suo rilascio. Abbot divenne il beniamino di New York. Ma di lì a pochi mesi litigò con un cameriere del Greenwich Village e lo uccise.
Come sostiene Al Brantley, ex istruttore di scienza comportamentale e ora membro dell’Unità investigativa di supporto, «il modo migliore per predire il comportamento futuro, o una futura espressione di violenza, è un passato di violenza».
Nessuno potrebbe sostenere che Arthur Shawcross aveva l’intelligenza o il talento di Jack Henry Abbot, ma anche lui riuscì a convincere la commissione a concedergli la libertà condizionata. Si sistemò a Binghamton, ma, rifiutato dalla comunità, se ne andò dopo due mesi per trasferirsi nella più vasta e anonima area metropolitana di Rochester, dove venne assunto come preparatore di insalate in una società di distribuzione alimentare. Un anno dopo, ricominciò a uccidere… Questa volta le sue vittime appartenevano a una categoria diversa, ma non per questo erano meno vulnerabili.
Dorothy Lewis sottopose più volte Shawcross a ipnosi, facendolo regredire fino ai primi anni di vita e mettere in scena alcuni episodi di violenza subiti dalla madre. Durante queste sedute, l’uomo assunse altre personalità, fra cui quella della madre stessa, nel corso di una scena che ricordava bizzarramente Psycho. (La donna, tuttavia, negò di aver mai sottoposto a violenze il figlio e lo denunciò).
Nel periodo trascorso al Bellevue, la Lewis ha documentato alcuni interessanti casi di personalità multipla in minori vittime di violenze. Sono tutti individui molto giovani e certamente incapaci di fingere. Ma come la Lewis ha dimostrato, i rari casi di personalità multipla si sviluppano quasi esclusivamente nella prima infanzia, spesso durante la fase preorale. Invece, quando si parla di personalità multipla negli adulti, quasi sempre si tratta di individui processati per omicidio. Non è strano che in questi soggetti il disturbo non si sia mai manifestato prima? Kenneth Bianchi, uno dei due cugini autori di alcuni omicidi per strangolamento a Los Angeles negli anni Settanta, dopo l’arresto sostenne di avere una personalità multipla, e altrettanto cercò di fare John Wayne Gacy.
(Scherzando, dico spesso che davanti a un assassino affetto da personalità multipla, sono dispostissimo a lasciare andare le personalità innocenti, a condizione di poter mettere sotto chiave quella colpevole).
Nel processo contro Shawcross, il capo del collegio d’accusa, Charles Siragusa, chiamò a deporre Park Dietz. Nel corso degli esami cui Dietz lo sottopose, non meno approfonditi di quelli condotti dalla Lewis, l’imputato rivelò molti dettagli relativi agli omicidi. Pur non pronunciandosi esplicitamente sulla loro veridicità, Dietz li giudicò perlomeno attendibili. Non riteneva, tuttavia, che Shawcross fosse un soggetto maniacale; non riscontrò in lui amnesie né altri disturbi della memoria, e non poté stabilire alcun nesso tra il suo comportamento e patologie neurologiche. Qualunque fossero i suoi problemi mentali o emozionali, concluse, Arthur Shawcross capiva la differenza tra il bene e il male, era stato in grado di decidere se uccidere o meno, e almeno in dieci occasioni, se non di più, aveva deciso di farlo.
Quando Leo Boriello gli chiese perché si fosse reso colpevole di quei delitti, Shawcross rispose semplicemente: «Sbrigavo una faccenda».
È raro che gli psicotici autentici, quelli che hanno perso ogni contatto con la realtà, commettano crimini gravi, e quando lo fanno, di solito sono così disorganizzati che vengono arrestati nel giro di poco tempo. Richard Trenton Chase, che aveva ucciso alcune donne perché convinto di aver bisogno del loro sangue per rimanere in vita, era psicotico. In mancanza di sangue umano, si accontentava di quello che trovava, e una volta rinchiuso in un istituto psichiatrico, continuò a catturare conigli e a iniettarsene il sangue nel braccio. Catturava anche uccellini, cui staccava la testa con un morso per berne poi il sangue. Lui faceva sul serio. Ma un uomo accusato di dieci omicidi, per riuscire a cavarsela deve saper fingere molto bene.
Nel corso del dibattimento, Shawcross mantenne un atteggiamento di immobilità, quasi di catatonia, come se fosse in trance e incapace di capire ciò che accadeva intorno a lui. Ma gli agenti della scorta riferirono che, lontano dagli occhi dei giurati, si lasciava andare, diventava loquace, e a volte addirittura scherzava. Shawcross sapeva bene quale fosse la posta in gioco.
Uno dei criminali più intelligenti, ingegnosi e, devo dire, più affascinanti che ho conosciuto è Gary Trapnell. Era entrato e uscito dal carcere per buona parte della sua vita di adulto, e in un’occasione riuscì a convincere una ragazza a far atterrare un elicottero nel cortile della prigione e a portarlo via. Nei primi anni Settanta, in occasione di uno dei suoi crimini più sensazionali, il sequestro di un aereo, Trapnell è a bordo del velivolo, e cerca di negoziare le condizioni per la sua fuga. Ed ecco che senza alcun preavviso alza il pugno e grida: «Liberate Angela Davis!».
«“Liberate Angela Davis”? Che diavolo c’entra?» Nulla nel background di Trapnell suggeriva un suo coinvolgimento nelle cause radicali. Perché allora quella rivendicazione? Doveva essere pazzo; non c’è altra spiegazione».
Quando lo intervistai nel penitenziario federale di Marion, Illinois, gli chiesi chiarimenti in proposito.
«Quando mi resi conto che non l’avrei fatta franca, capii che avrei passato momenti difficili. E mi dissi che se i fratelli neri avessero pensato che ero un prigioniero politico, forse non mi avrebbero fatto il culo sotto la doccia» fu la risposta.
Dunque in quel momento Trapnell non era solo razionale, ma stava addirittura pianificando il proprio futuro. Anche lui scrisse le sue memorie, sotto il titolo The fox is crazy, too, da cui attingemmo molte informazioni che si rivelarono utili nell’ambito di varie trattative. Quando il soggetto avanza una richiesta improvvisa e del tutto inaspettata, questo può significare che è già passato alla fase successiva, e il negoziatore ha la possibilità di sintonizzarsi su di lui.
Un giorno Trapnell mi disse una cosa che trovai di enorme interesse. Se gli avessi indicato una qualsiasi patologia scegliendola a caso dall’ultima edizione del DSM, il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, il giorno dopo lui sarebbe stato in grado di convincere qualunque psichiatra di esserne affetto. Trapnell era molto più in gamba di Shawcross, ma non è necessaria tanta immaginazione per capire che le tue probabilità di uscire sulla parola aumentano se allo psichiatra racconti di sentirti molto meglio, e di non essere più interessato a molestare ragazzine. In modo analogo, addurre come attenuante uno stato di fuga mentale sarà più convincente se la giuria ti vedrà giorno dopo giorno in uno stato di semitrance.