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作者:意- John Douglas 当前章节:15988 字 更新时间:2026-6-22 23:22

Per molto tempo i tutori dell’ordine hanno cercato nel DSM elementi di guida e definizioni, ma la maggior parte di noi lo ha trovato di scarsa utilità per quanto riguarda il lavoro sul campo. Questa è una delle ragioni per cui nel 1992 è stato pubblicato il Crime Classification Manual, la cui struttura fondamentale è scaturita dalla mia tesi di dottorato. Come coautori figurano Ressler, Ann Burgess e suo marito Alien, docente a Boston. Con noi hanno collaborato altri membri delle Unità investigativa di supporto e scienza comportamentale, tra cui Greg Cooper, Roy Hazelwood, Ken Lanning, Gregg McCrary, Jud Ray, Pete Smerick e Jim Wright. Con il CCM, ci proponevamo di organizzare e classificare i crimini gravi in base alle caratteristiche comportamentali, e di spiegarli in un’ottica che un approccio strettamente psicologico, com’è quello fornito dal DSM, non consente. Per esempio, nel DSM non figura il tipo di omicidio commesso da O.J. Simpson, che compare invece nel CCM. In pratica, si è cercato di separare il grano dal loglio per quanto riguarda le prove di natura comportamentale, e di aiutare investigatori e comunità legale a distinguere tra le considerazioni che sono rilevanti e quelle che non lo sono.

Non deve sorprendere se gli imputati e i loro avvocati si aggrappano a qualunque cosa pur di schivare o alleggerire una condanna. Tra gli elementi che la difesa elencò a riprova dell’infermità mentale di Shawcross, figurava il disturbo da stress diagnosticato a molti veterani del Vietnam. Ricerche più approfondite rivelarono che Shawcross non era mai stato in combattimento. Nulla di nuovo: è una tattica usata altre volte.

Duane Samples, che squartò due donne a Silverton, Oregon, la notte del 9 dicembre 1975, basò sullo stesso disturbo la sua strategia difensiva. Solo una delle sue vittime morì, ma io ho visto le fotografie. Sembrano due autopsie. Fu Robert Ressler a scoprire che Samples non aveva mai partecipato a un’azione bellica. In compenso, la vigilia dell’attacco cui non aveva preso parte, aveva scritto una lettera in cui descriveva la fantasia che nutriva da molto tempo: sventrare una bella donna nuda.

Nel 1981, Ressler aiutò l’accusa a spiegare perché il governatore non avrebbe dovuto rilasciare sulla parola Samples. Funzionò, anche se il detenuto fu comunque rilasciato dieci anni dopo.

Samples è pazzo? O era temporaneamente pazzo quando sventrò le due donne? D’istinto, verrebbe da rispondere che chiunque commetta un’azione così orribile e perversa non può non essere «malato». Non è una tesi che intendo confutare. Ma sapeva che quello che faceva era sbagliato? E scelse di farlo comunque? Per quanto mi riguarda, sono queste le domande importanti.

Il processo ad Arthur Shawcross durò più di cinque settimane, durante le quali il rappresentante della pubblica accusa, Siragusa, dimostrò della psichiatria legale una comprensione più profonda di quanta ne abbia mai vista esibire da qualsiasi medico. Finì per diventare un eroe locale e la giuria impiegò meno di un giorno per giudicare l’imputato colpevole di omicidio di secondo grado. Quanto al giudice, si assicurò che Shawcross non avesse le opportunità di ripetere le sue gesta, condannandolo a duecentocinquanta anni di carcere.

E questo ci porta a un altro aspetto della strategia difensiva fondata sull’infermità mentale, un aspetto di cui molti non sono consapevoli: è una tesi che alle giurie non piace, e di rado la accolgono.

Non la amano, credo, per due ragioni. È semplicemente poco credibile che a muovere i pluriomicidi sia un impulso a tal punto irresistibile. Non è mai successo che un serial killer provasse un bisogno di uccidere così irrefrenabile da farlo davanti a un poliziotto.

La seconda ragione è forse perfino più semplice. Eliminate le tesi legali, psichiatriche e accademiche, quando si arriva a decidere del destino di un imputato, i giurati sentono d’istinto che certi uomini sono pericolosi. Qualunque convinzione nutrissero i rispettabili cittadini di Milwaukee circa la sanità mentale di Jeffrey Dahmer, non credo che fossero disposti ad affidare il suo futuro (e quello della loro comunità) a un istituto psichiatrico invece che a un carcere, dove la sua pericolosità poteva più facilmente essere tenuta sotto controllo.

Con questo non voglio dire che la maggior parte degli psichiatri e degli operatori del settore siano ansiosi di rimettere in libertà individui pericolosi. Ma l’esperienza mi dice che spesso non hanno gli strumenti per emettere un giudizio motivato.

Uno dei primi omicidi di cui mi occupai come elaboratore di profili fu quello di Anna Berliner, una donna anziana uccisa nella sua abitazione, nell’Oregon. La polizia locale si era rivolta a uno psicologo per conoscere le caratteristiche del soggetto che avrebbero dovuto cercare. Fra le altre cose, la donna era stata ferita al petto quattro volte con una matita. Lo psicologo consultato aveva intervistato una cinquantina di uomini accusati di omicidio, e buona parte di questi colloqui li aveva condotti in carcere. Basandosi sulla propria esperienza, disse che con ogni probabilità l’assassino era già stato in prigione, forse per droga, perché solo in prigione una matita appuntita viene comunemente considerata un’arma mortale. Chi non conosce la realtà del carcere, ragionava, non penserebbe mai di usare una normalissima matita per aggredire qualcuno.

Io, invece, espressi il parere contrario. Partendo da alcuni presupposti – l’età e la vulnerabilità della vittima, l’eccesso di violenza impiegata, il fatto che il crimine era avvenuto di giorno e che nessun oggetto di valore era stato trafugato –, indicai un soggetto molto giovane e inesperto. Non credevo che avesse consapevolmente scelto la matita come arma; era lì, e lui l’aveva usata. Il colpevole risultò essere un sedicenne incensurato che si era recato a casa della donna per chiederle un contributo a favore di una maratona cui lui non partecipava neppure.

Il punto-chiave della mia analisi era che le prove comportamentali suggerivano un assassino insicuro di sé. AI contrario, nell’aggredire una donna anziana nella sua casa, un ex detenuto non avrebbe avuto esitazioni di sorta. Una sola prova non basta a completare il quadro; anzi, nel caso di Anna Berliner, rischiò di imprimere alle indagini la direzione sbagliata.

La domanda più difficile che possano porre a noi del mestiere è se un particolare individuo è, o potrà essere, pericoloso. Per gli psichiatri, questa domanda si pone spesso nei termini di «costituire una minaccia per sé o per gli altri».

Nel 1986, ci capitò di esaminare un rullino di foto scattate nel Colorado e inviate a un laboratorio per essere sviluppate. Mostravano un uomo tra i venticinque e i trentacinque anni, mascherato e appoggiato al bagagliaio di un fuoristrada. In mano aveva un fucile e una bambola Barbie che era stata sottoposta a torture e mutilazioni di ogni genere. L’uomo non aveva infranto alcuna legge, e io fui il primo a dire che probabilmente non aveva precedenti penali. Aggiunsi però che, considerata l’età, era molto probabile che la fantasia non gli sarebbe bastata ancora per molto. Bisognava tenerlo d’occhio e interrogarlo, dissi, perché era potenzialmente pericoloso. Non so se molti psichiatri sarebbero stati d’accordo con me.

Può sembrare insolito, ma mi è capitato spesso di imbattermi in «casi Barbie», e in tutti erano coinvolti uomini adulti. Uno di questi riempì di spilli ogni centimetro della bambola e la lasciò nel giardino del locale ospedale psichiatrico. A volte, l’impiego di bambole va associato a culti satanici o vudu, ma non in questo caso. L’uomo non attribuì alla Barbie alcun nome che indicasse avversione o odio per una persona in particolare. La sua era una generica tendenza sadica che di norma implica un serio problema con l’altro sesso.

Che altro possiamo dire di questo individuo? Probabilmente, che ha torturato piccoli animali e forse continua a farlo. Ha difficoltà a trattare con i coetanei di entrambi i sessi. Da adolescente, ha manifestato comportamenti sadici o prepotenti verso bambini più piccoli. Prima o poi raggiungerà lo stadio in cui sfogare le sue fantasie su una bambola non gli basterà più. Si può discutere sulla sua sanità mentale, ma, che sia o meno ammalato, ritengo che la sua potenziale pericolosità è certa.

Ma allora, quando certi comportamenti hanno più probabilità di verificarsi? Il tizio di cui parliamo ha una personalità perdente, inadeguata, è convinto che gli altri non lo apprezzino a sufficienza. Se un giorno lo stress diventerà intollerabile, si spingerà oltre la fantasia. E se la fantasia consiste nel mutilare una bambola, allora inevitabilmente il passo successivo consisterà nell’aggredire un individuo più giovane, più debole e più mite di lui. È un codardo, e non cercherà la vittima tra chi potrebbe tenergli testa.

Ciò non significa necessariamente che se la prenderà con dei bambini. Barbie, dopotutto, raffigura una donna matura, perfettamente sviluppata, non una ragazzina in età prepuberale. Qualunque siano le deviazioni di quest’uomo, ciò che veramente desidera è il contatto con una donna adulta. Se invece la bambola torturata avesse raffigurato un bambino o un neonato, ci si sarebbe trovati di fronte a un problema diverso.

L’uomo che riempie di spilli una bambola e la lascia nel giardino del manicomio locale sarà comunque considerato un individuo disfunzionale; molto probabilmente non gli è stata concessa la patente e di sicuro lo si nota facilmente in mezzo alle cosiddette persone normali. Ma l’uomo mascherato è ben più pericoloso. Lui ha un lavoro, come dimostrano il fucile, il fuoristrada e la macchina fotografica. È libero di andare in giro a comportarsi «normalmente». Ma quando dentro di lui scatterà la molla giusta, un altro essere umano si troverà in gravissimo pericolo. Sfortunatamente, gran parte degli psichiatri e degli operatori del settore non sono in grado di fare questa distinzione. Non hanno il background sufficiente, non hanno mai toccato con mano la concretizzazione delle patologie che studiano.

Uno dei principali obiettivi del nostro studio sui serial killer era di verificare attraverso prove tangibili ciò che gli intervistati ci dicevano. In caso contrario, anche noi ci saremmo basati unicamente sui racconti dei soggetti esaminati, un metodo che è nel migliore dei casi inadeguato e nel peggiore scientificamente irrilevante.

La valutazione della pericolosità di un individuo ha molti utilizzi e applicazioni. Il 16 aprile del 1982, un venerdì, mi incontrai con alcuni agenti dei servizi segreti per discutere di una serie di lettere scritte a partire dal febbraio del 1979. Il loro autore minacciava la vita del presidente (la prima si riferiva a Jimmy Carter, le successive a Ronald Reagan) e quella di altri personaggi politici.

La prima missiva, indirizzata ai servizi segreti di New York, era firmata «Solo e Depresso». Lunga due pagine e scritta su fogli di taccuino, minacciava di «sparare e uccidere il presidente Carter o chiunque abbia il potere».

Tra il luglio del 1981 e il febbraio del 1982, erano giunte altre otto lettere; tre spedite ai servizi segreti newyorkesi, due all’FBI, una al «Philadelphia Daily News» e due direttamente alla Casa Bianca. La scrittura era la stessa, ma erano firmate «C.A.T.» Portavano i timbri di New York, Filadelfia e Washington, e in tutte «C.A.T.» esprimeva l’intenzione di uccidere Reagan, definito «Il male di Dio» e «Il Diavolo». Venivano minacciati altri politici che affiancavano il presidente, e c’era anche un riferimento a John Hinckley: «C.A.T.» prometteva di portare a termine la missione in cui lui aveva fallito.

Seguirono altre lettere, contenenti minacce anche al membro del congresso Jack Kemp e al senatore Alfonse D’Amato. Ma a preoccupare i servizi segreti erano soprattutto alcune fotografie di D’Amato e del membro del congresso Raymond McGrath, di New York City. Scattate da vicino, le foto indicavano che «C.A.T.» aveva la possibilità di mettere in atto le sue minacce.

Il 14 giugno 1982, la quattordicesima lettera arrivò al «New York Post». In essa l’autore annunciava che avrebbe reso pubblica la propria identità dopo aver liquidato il presidente, che chiamava «Il Diavolo». Sosteneva inoltre che nessuno lo ascoltava mai e che tutti ridevano di lui, circostanza che non mi sorprese.

Non solo: nella lettera, l’uomo concedeva al giornale «il permesso» di intervistarlo dopo che avesse portato a termine la sua storica missione. Era l’apertura che cercavamo; «C.A.T.» era desideroso, forse addirittura ansioso, di conversare con il direttore di un quotidiano. E noi gliene avremmo fornito uno.

L’analisi delle lettere mi permise di stabilire che il nostro uomo era di razza bianca, intorno alla trentina. Nativo di New York, abitava nei sobborghi della città, probabilmente da solo. Di intelligenza media, diplomato, forse aveva seguito corsi di scienze politiche o letteratura, ed era probabilmente figlio unico o il minore. In passato aveva fatto uso di droga e/o alcol, che però ora consumava solo saltuariamente. Si considerava un fallito per non aver mai soddisfatto le aspettative dei genitori o forse di altri, e poteva vantare un lungo elenco di iniziative intraprese e mai portate a termine. Ritenevo inoltre che verso i venticinque anni avesse sperimentato una situazione di stress molto pesante, dovuta forse al servizio militare, a un divorzio, a una malattia o a un lutto.

Quanto alla firma, invitai i servizi segreti a non perdere tempo in speculazioni che forse si sarebbero rivelate del tutto inutili. C’è infatti la tendenza a cercare troppi significati nei dettagli, quando spesso il soggetto sceglie un acronimo o una sigla soltanto perché lo trova di suo gradimento.

Anche in questo caso, come sempre, ai servizi segreti stava a cuore soprattutto stabilire l’effettiva pericolosità del soggetto. Fra coloro che scrivono lettere minatorie, infatti, molti non danno mai seguito alle loro minacce. Gli uomini come «C.A.T.», dissi, sono sempre alla ricerca di qualcosa. Si rivolgono a uomini politici, o a culti religiosi, senza mai trovare quello cui aspirano. Gli altri li considerano eccentrici e non li prendono sul serio, contribuendo così ad aggravare il problema. A un certo punto, trovano una missione che conferisce un senso alla loro vita. Per la prima volta sentono di avere il controllo di qualcosa; è una sensazione che apprezzano, e che li porterà a correre rischi sempre più frequenti e maggiori. E le persone che corrono rischi sono sempre pericolose.

Pensavo che il nostro uomo avesse familiarità con le armi e preferisse un attacco da vicino, anche se questo avrebbe significato la cattura. Dato che forse la sua missione aveva un carattere suicida, era altamente probabile che tenesse un diario per la posterità. A differenza dell’avvelenatore del Tylenol, «C.A.T.» non mirava all’anonimato. Quando in lui la paura della vita avesse superato la paura della morte, allora avrebbe agito. Sul luogo dell’attentato sarebbe apparso calmissimo, perfettamente in grado di mimetizzarsi. Avrebbe parlato con la polizia o con gli agenti dei servizi segreti che si fosse trovato vicino, e avrebbe dato di sé un’immagine banale e del tutto innocua. Per certi versi, assomigliava molto a John Hinckley, di cui i giornali parlavano molto, e di cui lui sapeva certo moltissime cose. Pensando che avrebbe desiderato assistere alla lettura della sentenza del processo Hinckley, suggerii ai servizi segreti di sorvegliare il Ford’s Theatre di Washington quando il verdetto fosse stato imminente. È in quel locale che fu ucciso Abramo Lincoln, e Hinckley lo aveva visitato prima di sparare a Reagan. Inoltre, consigliai loro di tenere d’occhio l’albergo vicino, dove Hinckley aveva soggiornato. Forse il nostro uomo avrebbe chiesto la sua stanza.

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