La reception dell’albergo riferì di una richiesta di questo tipo, ma gli uomini del servizio segreto che si precipitarono sul posto si trovarono davanti una coppia anziana che in quella camera aveva passato la prima notte di nozze e che in seguito vi era tornata spesso.
In agosto, i servizi segreti ricevettero altre due lettere firmate «C.A.T.» e indirizzate all’«Ufficio del Presidente, Washington, DC». Erano state spedite da Bakersfield, California. Poiché molti di questi assassini viaggiano per il Paese seguendo la loro preda, si diffuse la preoccupazione che l’attentato fosse imminente. Nelle lettere si diceva: «Essendo sano di mente & sano di corpo, mi assumo il compito di organizzare quanti più Cittadini degli Stati Uniti a portare le armi e a sterminare dal mio Paese i nemici interni».
L’autore farfugliava in modo sconnesso di «Torture & Inferno» che aveva conosciuto, e ammetteva la possibilità di restare ucciso «nel mio tentativo di portare alla Giustizia la feccia che sta in cima».
Dopo averle studiate con attenzione, arrivai alla conclusione che queste due lettere fossero semplici imitazioni. Tanto per cominciare, erano scritte in corsivo e non in lettere maiuscole, e il presidente Reagan non era chiamato «Il Diavolo», bensì «Ron». Pensavo che a scrivere fosse stata una donna, e benché i sentimenti che esprimevano fossero certamente negativi, non ritenevo che ci fosse un pericolo reale.
La storia dell’autentico «C.A.T.» era ben diversa. Ero dell’avviso che l’approccio migliore fosse uno «stallo tattico» che lo tenesse impegnato in un dialogo finché non lo avessimo individuato. Scegliemmo un agente dei servizi segreti perché interpretasse la parte del giornalista, e io gli spiegai che avrebbe dovuto sollecitare «C.A.T.» ad aprirsi con lui, così da poterne scrivere «tutta la storia».
Una volta ottenuta la sua fiducia, avrebbe dovuto proporgli un incontro, ma a tarda sera e in un luogo defilato, con la scusa che la riservatezza gli stava a cuore perfino più che allo stesso «C.A.T.». Pubblicammo sul «New York Post» un’inserzione accuratamente preparata, cui «C.A.T.» rispose. Tra lui e il nostro uomo iniziarono conversazioni regolari. Pensavo che «C.A.T.» chiamasse da una struttura pubblica quali la Grand Central o la Pennsylvania Station, o forse da una biblioteca o da un museo.
Più o meno a quell’epoca, l’FBI ricevette un’altra valutazione da parte del dottor Murray Miron, il noto esperto di psicolinguistica dell’Università di Syracuse. Murray e io avevamo collaborato a ricerche e articoli e io lo giudicavo il maggior esperto del suo ramo. Nella sua analisi, Murray scrisse che non riteneva più «C.A.T.» pericoloso, ma solo un imbroglione assetato di pubblicità che trovava gratificante manipolare persone importanti. Era dell’avviso che fosse necessario catturarlo, ma a differenza di me non lo vedeva come una minaccia.
Finalmente, il 21 ottobre 1982, riuscimmo a tenere «C.A.T.» al telefono il tempo sufficiente a sorprenderlo in una cabina di Penn Station. Si chiamava Alphonse Amodio Jr., aveva ventisette anni, era di razza bianca, nativo di New York e diplomato.
Abitava a Fiorai Park, in un appartamento soffocante e infestato dagli scarafaggi. La famiglia d’origine presentava gravi disfunzioni e la descrizione che la madre fece di lui coincideva con il profilo. «Lo odia [il mondo] e sente che l’odio è ricambiato» riferì la donna agli agenti. Descrisse anche i bruschi cambiamenti d’umore del figlio. Da anni Alphonse collezionava ritagli di giornali e aveva riempito due casellari di cartellette etichettate col nome di vari politici. Da bambino, aveva sofferto di una balbuzie così accentuata da ritardarne l’iscrizione a scuola. Entrato nell’esercito, era stato congedato quasi subito per essersi assentato senza permesso. A parte il fatto che nel suo diario si definiva spesso un «gatto dei vicoli», non si trovò nulla che spiegasse la scelta del soprannome.
Amodio fu ricoverato nell’ospedale psichiatrico di Bellevue. Prima del processo, dietro richiesta di David Edelstein, giudice della corte distrettuale, un assistente sociale specializzato in casi psichiatrici redasse una perizia in cui Amodio era definito gravemente disturbato e di conseguenza pericoloso per il presidente e per gli altri funzionari governativi.
Ma benché Amodio confessasse di essere «C.A.T.», gli agenti che lo interrogarono non rilevarono in lui alcun orientamento politico. A spingerlo era stato solo il desiderio di potere e di notorietà.
Ora Amodio è libero. È ancora pericoloso? Personalmente, non credo che costituisca una minaccia immediata, ma se dovesse raggiungere di nuovo uno stato di tensione intollerabile, potrebbe tornare a esserlo.
Che cosa bisogna cercare? Uno degli elementi-chiave è il tono. Se abbiamo una serie di lettere indirizzate a un politico, a una stella del cinema o comunque a una celebrità, il cui tono si fa via via più pressante e urgente («Non rispondi alle mie lettere!»), è il caso di prenderle sul serio. Poiché mantenere questa rigidità ossessivo-compulsiva è logorante dal punto di vista fisico ed emotivo, e prima o poi il soggetto finirà per crollare. Potete definirla una forma di malattia mentale, ma a me spetta il compito di stabilire quanto può essere pericolosa.
Benché avessimo intervistato alcune donne, ad esempio Lynette «Squeaky» Fromme e Sarah Jane Moore, entrambe simpatizzanti della famiglia Manson, lo studio che abbiamo condotto nelle carceri concerneva solo soggetti di sesso maschile. Succede infatti di riscontrare in una donna una personalità omicida, ma, come avrete certamente notato, i responsabili degli omicidi seriali o a sfondo sessuale finora menzionati sono esclusivamente uomini. La nostra ricerca ha dimostrato che tutti i serial killer provengono da famiglie disfunzionali e hanno un passato di violenze fisiche o sessuali, di dipendenza da droga o alcol. È evidente che le donne appartenenti a nuclei famigliari analoghi sono perfino più soggette a violenze e molestie. Perché allora solo poche di loro commettono crimini assimilabili a quelli maschili? Una donna sospettata di essere un serial killer, come ad esempio Aileen Wuornos, accusata di aver ucciso più uomini lungo le interstatali della Florida, è un evento talmente raro da attirare subito l’attenzione.
Il fatto è che non ci sono studi in grado di rispondere con certezza a questa domanda. Come alcuni hanno ipotizzato, la causa potrebbe essere legata ai livelli di testosterone, o avere comunque un’origine chimica e ormonale. Di fatto, l’esperienza ci permette di affermare con sicurezza soltanto che le donne sono più inclini a interiorizzare i fattori scatenanti lo stress. Invece di prendersela con gli altri, tendono a punirsi mediante l’alcolismo, l’assunzione di droghe, la prostituzione e il suicidio. Alcune arrivano a riproporre le violenze psicologiche o fisiche subite nell’infanzia nell’ambito della loro nuova famiglia. E fra queste è forse da annoverarsi la madre di Ed Kemper. Si tratta indubbiamente di un fenomeno aberrante, ma rimane il fatto che le donne non uccidono secondo le modalità degli uomini, e certamente uccidono molto meno.
In sostanza, che cosa si può fare per ridurre la pericolosità? Come si può intervenire nei casi di instabilità mentale o tara caratteriale prima che sia troppo tardi? Sfortunatamente, una risposta semplice o definitiva non esiste. In molti casi, la legge ha sostituito la famiglia per quanto attiene al mantenimento dell’ordine e della disciplina. Ma è una situazione rischiosa per la società, perché quando interviene la legge è ormai troppo tardi per un’opera di prevenzione, e si può soltanto cercare di impedire che la situazione peggiori ulteriormente.
Neppure si può pretendere che sia la scuola a fornire la risposta. Non sempre gli insegnanti sovraccarichi di lavoro sono in grado di occuparsi per sette ore al giorno di un bambino proveniente da un ambiente difficile. E poi, che ne è del minore nel resto della giornata?
Spesso la gente ci chiede se i nostri studi e la nostra esperienza ci permettono di capire quali sono i bambini suscettibili di diventare pericolosi in età adulta. La risposta di Roy Hazelwood è: «Certo. Ma altrettanto può fare qualunque buon insegnante elementare». Se si riesce a farli curare in tempo e in modo adeguato, le cose possono cambiare. Un modello adulto significativo, cui ispirarsi durante gli anni formativi, può essere determinante.
Bill Tafoya, l’agente speciale che a Quantico fungeva da nostro «futurologo», auspicava un investimento almeno decennale in termini di denaro e risorse. Tafoya afferma la necessità di un ripristino su larga scala del «Progetto Vantaggio», uno dei più efficaci programmi anticrimine a lungo termine che siano mai stati messi a punto. Non crede che la risposta stia in un potenziamento delle forze di polizia, ma è favorevole alla creazione di «un esercito di operatori sociali» in grado di fornire assistenza alle donne maltrattate, alle famiglie senza casa e così via. Il tutto, supportato da programmi di incentivazione fiscale.
Non sono certo che questa sia una soluzione a tutto campo, ma costituirebbe di sicuro un buon inizio. Perché gli strizzacervelli possono disputare quanto vogliono, i miei collaboratori e io possiamo utilizzare psicologia e scienza comportamentale per contribuire alla cattura dei criminali, ma sfortunatamente il nostro intervento ha luogo solo quando il danno è già stato fatto.
19
A VOLTE IL DRAGO VINCE
La scoperta del cadavere di una sedicenne nel Green River, fuori Seattle, nel luglio del 1982, non suscitò grande sensazione. Da sempre il fiume, che collega Mount Rainier a Puget Sound, era usato come discarica abusiva, e la vittima era una giovane prostituta. Il vero significato del rinvenimento non divenne evidente alla polizia che qualche settimana più tardi, per la precisione il 12 agosto, quando il fiume restituì il cadavere di una seconda donna. Tre giorni dopo ne furono scoperti altri tre. Le vittime differivano per età e razza, ma tutte erano morte per soffocamento. Ad alcune di loro erano stati addirittura legati dei pesi nel tentativo di non farle riaffiorare. Erano nude, e in due casi furono trovati dei sassolini nella vagina.
La natura seriale degli omicidi era ormai evidente, e riportò a galla gli inquietanti ricordi dell’ultima sequela di delitti verificatisi a Seattle: il sequestro e l’uccisione di almeno otto donne da parte di un soggetto noto solo come «Ted», nel 1974. Il caso era rimasto insoluto fino a quattro anni dopo, quando un giovane brillante e di bell’aspetto, Theodore Robert Bundy, fu arrestato per una brutale serie di omicidi commessi nella sede di un’associazione femminile in Florida. In quell’arco di tempo, Bundy aveva attraversato il Paese uccidendo almeno ventitré ragazze e guadagnandosi un posto d’onore nella sala degli orrori della nostra psiche collettiva.
Incaricato delle indagini era il maggiore Richard Kraske, della divisione indagini criminali della contea di King. Kraske si rivolse all’FBI perché lo aiutasse a elaborare il profilo psicologico del «killer di Green River». Benché non tutti gli investigatori della nuova task force plurigiurisdizionale fossero persuasi dell’esistenza di un collegamento tra i vari delitti, c’era almeno un elemento comune. Le donne uccise erano tutte prostitute che lavoravano sulla Sea-Tac Strip, la Pacific Coast Highway nei pressi del Seattle-Tacoma International Airport. E ora, altre giovani donne erano scomparse.
In settembre, Alien Whitaker, del nostro ufficio operativo di Seattle, venne a Quantico per illustrarci i primi cinque casi. Come sempre facevo quando non volevo interruzioni, mi rifugiai all’ultimo piano della biblioteca e lì passai un’intera giornata a esaminare il materiale: verbali, foto delle scene dei crimini, referti di autopsia, descrizione delle vittime. A dispetto delle differenze di età, di razza e anche di modus operandi, le analogie erano sufficienti a stabilire che tutti gli omicidi erano opera dello stesso soggetto.
Il profilo che redassi era quello di un maschio di razza bianca, fisicamente molto robusto, sotto-occupato e dalla personalità inadeguata, con una buona conoscenza del fiume. Non provava alcun rimorso per le sue azioni; al contrario, pensava di avere una missione da compiere. Con le donne aveva avuto esperienze umilianti, e ora era deciso a punire quelle che considerava la feccia del loro sesso. Avvisai la polizia che, data la natura del crimine e delle vittime, sarebbero stati molti gli individui adattabili al profilo. L’uomo che dovevano cercare non era intellettualmente un gigante; i suoi crimini erano ad alto rischio e poco sofisticati. Bisognava concentrarsi su tecniche attive tese a far sì che il soggetto stabilisse qualche forma di contatto con gli investigatori. Quando lasciò Quantico, Whitaker portò con sé il profilo.
Quello stesso mese, nei pressi dell’aeroporto, in una zona di edifici destinati alla demolizione, fu trovato il cadavere ormai in decomposizione di un’altra giovane donna. Era nuda, e intorno al collo aveva un paio di calze nere da uomo. Il medico legale stabilì che era stata uccisa più o meno nello stesso periodo delle altre. Forse il killer aveva modificato il modus operandi dopo aver saputo che il fiume era sotto sorveglianza.
Come è spiegato nel resoconto di Carlton Smith e Thomas Guillen, The search far the Green River killer, il maggiore indiziato era un tassista quarantaquattrenne che si adattava alla perfezione al profilo. Si era intrufolato nelle indagini fin quasi dall’inizio, passando alla polizia presunte informazioni ed esortandola a mettersi alle costole di altri tassisti. Passava molto tempo con le prostitute e i vagabondi della Strip, aveva abitudini notturne, beveva, fumava, girava moltissimo con il suo taxi e si diceva preoccupato per la sicurezza delle prostitute. Cresciuto nei pressi del fiume, aveva alle spalle cinque matrimoni falliti, viveva con il padre vedovo, era proprietario di un’auto vecchia e mal tenuta e seguiva con attenzione sui giornali gli sviluppi delle indagini.
Prima del suo interrogatorio, fissato per settembre, la polizia chiese la mia collaborazione. In quel periodo io lavoravo a ritmi forsennati, e mi trovavo fuori città quando le autorità mi cercarono. Parlarono allora con Roger Depue, il capo dell’unità, il quale disse che sarei tornato di lì a pochi giorni e li consigliò di rimandare l’interrogatorio. Dopotutto, fino a quel momento il soggetto si era mostrato collaborativo e non progettava di lasciare la zona.
La polizia non seguì il consiglio di Depue e l’interrogatorio, che si protrasse per un giorno intero, finì per trasformarsi in un vero e proprio confronto. I risultati del test del poligrafo furono ambigui, e benché la polizia avesse messo l’uomo sotto stretta sorveglianza e continuasse a raccogliere prove indiziarie a suo carico, non fu possibile arrivare a un’imputazione formale.
Poiché non partecipai attivamente a quella parte delle indagini, non posso dire se si trattasse dell’uomo giusto. Ma la mancanza di coordinamento ostacolò grandemente le indagini nella loro prima fase, quella in cui è più probabile ottenere buoni risultati. Il sospetto è preoccupato, non sa cosa aspettarsi, ha paura. Col passare del tempo, invece, comincia a pensare che la farà franca, si sente sempre più a suo agio e perfeziona il modus operandi.