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作者:意- John Douglas 当前章节:15381 字 更新时间:2026-6-22 23:22

All’inizio gli inquirenti non disponevano neppure di un computer, e cinquantanni non sarebbero bastati per valutare in modo adeguato le informazioni che andavano raccogliendo. Se un caso simile si presentasse oggi, credo che l’organizzazione iniziale sarebbe più efficiente e la strategia meglio definita. Resterebbe, nondimeno, un caso difficile. Quelle prostitute conducevano un’esistenza errabonda, e spesso la loro scomparsa era volontaria. Molte di loro usavano pseudonimi, e l’identificazione diventava ancora più problematica. Era difficile individuare e autenticare referti medici e impronte dentali, e, a peggiorare la situazione, i rapporti tra loro e la polizia erano quanto meno precari.

Nel maggio del 1983, fu trovata un’altra prostituta morta. Completamente vestita, aveva un pesce ficcato in gola, un altro posato sul seno sinistro e una bottiglia di vino infilata tra le gambe. Era stata strangolata con un laccio o una corda sottile. La polizia attribuì anche questo delitto al «killer di Green River»; io, invece, ero incline a giudicarlo un omicidio di natura personale. La vittima non era stata scelta a caso. L’assassino la conosceva bene e aveva sfogato su di lei la propria rabbia.

Verso la fine di quell’anno, i cadaveri erano ormai dodici e altre sette donne risultavano scomparse. Una delle uccise era incinta di otto mesi. Fu a quel punto che la task force mi chiese di recarmi sul posto. Mi stavo occupando di vari casi, ed ero sempre più vicino al crollo psicofisico, ma quando gli investigatori di Green River dissero di aver bisogno di me, capii che avrei dovuto trovare il tempo anche per loro.

Ero certo che il mio profilo descrivesse con esattezza il killer, ma sapevo che si sarebbe adattato anche a molte altre persone, alcune delle quali forse già coinvolte. Più a lungo si fosse protratta la situazione di stallo, maggiori sarebbero state le possibilità che altri assassini entrassero in gioco. La Sea-Tac Strip, dopotutto, era il luogo ideale per uccidere. Di prostitute ce n’erano in abbondanza, e poiché molte battevano lungo tutta la West Coast, da Vancouver fino a San Diego, non sempre ci si accorgeva in tempo della sparizione di una di loro.

Ero dell’avviso che le tecniche attive fossero più importanti che mai. Queste avrebbero potuto includere la convocazione di riunioni pubbliche presso le scuole rurali, per prendere nota dei partecipanti; l’utilizzo dei media per dipingere uno degli investigatori come un «superpoliziotto», così da indurre il killer a contattarlo; la pubblicazione di articoli commoventi sulla vittima incinta, per suscitare rimorso nel responsabile; la sorveglianza di località isolate che avrebbero potuto venire scelte per abbandonarvi altri cadaveri, e molte altre.

Andai a Seattle in dicembre, e portai con me Blaine Mcllwain e Ron Walker, due nuovi elaboratori di profili, perché potessero farsi un po’ d’esperienza sul campo. Fu una decisione che in seguito si rivelò importante perché, come ho già avuto modo di raccontare in un precedente capitolo, furono proprio loro a salvarmi la vita.

Quando tornai al lavoro, nel maggio 1984, «il killer di Green River» era ancora sconosciuto, e lo è tuttora, a più di dieci anni di distanza. Io continuai a fornire la mia consulenza alla task force, ormai trasformata in una delle più imponenti cacce all’uomo della storia americana. Col proseguire delle indagini e il ritrovamento di molti altri cadaveri, mi convinsi che erano all’opera parecchi assassini, i quali, pur presentando caratteristiche comuni, «lavoravano» indipendentemente l’uno dall’altro. La polizia di Spokane e di Portland mi sottopose i casi di moltissime prostitute assassinate o scomparse, ma non trovai alcun nesso tra questi e gli omicidi di Seattle. Anche la polizia di San Diego riteneva probabile un collegamento con alcuni delitti verificatisi in quella città. Nel complesso, la task force di Green River indagava su più di cinquanta decessi, e gli oltre milleduecento sospetti iniziali si erano ridotti a un’ottantina. Tra questi figuravano fidanzati e protettori delle vittime. Un tizio di Portland da cui una prostituta era fuggita dopo esserne stata minacciata, e un intrappolatore che faceva base a Seattle. In certi periodi, capitava addirittura che venissero sospettati membri della polizia. Ma prove certe non emersero a carico di nessuno, e a un certo punto mi persuasi che i killer fossero almeno tre, se non di più.

Nel dicembre del 1988, andò in onda un programma televisivo a diffusione nazionale della durata di due ore. Intitolato «Manhunt live» e trasmesso in diretta, forniva informazioni sull’assassino o gli assassini, ed elencava una serie di numeri verdi a cui i telespettatori avrebbero potuto comunicare sospetti e informazioni. Io andai a Seattle per partecipare allo spettacolo e addestrare un gruppo di agenti di polizia a vagliare le segnalazioni telefoniche e a porre le domande pertinenti.

Stando alla società telefonica, nella settimana successiva furono oltre centomila le persone che tentarono di chiamare, ma solo poco più di diecimila ci riuscirono, e dopo tre settimane non c’erano più le risorse finanziarie né i volontari necessari alla gestione dell’iniziativa. Per anni Gregg McCrary tenne nel suo ufficio l’immagine di un drago che torreggiava su un cavaliere eruttando fiamme dalle narici. La didascalia diceva: «A volte il drago vince».

È questa una realtà cui nessuno di noi può sfuggire. Non riusciamo a prenderli tutti, e dato che quelli che prendiamo hanno già ucciso, violentato e torturato, per certi versi il nostro intervento è da considerarsi comunque tardivo. Lo è oggi, e ancor più lo era cento anni fa, quando Jack lo Squartatore, il primo serial killer, cominciò a popolare di incubi l’immaginario collettivo.

La trasmissione non portò alla soluzione dei delitti del Green River, ma quello stesso anno partecipai a un altro programma durante il quale attraverso l’elaborazione dei profili determinai la probabile identità di alcuni tra i più famigerati serial killer della storia. La trasmissione andò in onda in occasione del centesimo anniversario degli omicidi di Whitechapel… Il mio profilo arrivava con appena un secolo di ritardo!

I brutali delitti di Whitechapel furono perpetrati nei vicoli e nelle strade dell’East End della Londra vittoriana tra il 31 agosto e il 9 novembre 1888, e registrarono una sconvolgente escalation, nella frequenza come nella gravità delle mutilazioni inferte. Nel primo mattino del 30 settembre, l’assassino uccise due donne nell’arco di appena un paio d’ore. La polizia ricevette molte lettere di dileggio, che vennero pubblicate dai giornali; l’orrore ricevette cosi risonanza nazionale. A dispetto degli sforzi di Scotland Yard, Jack lo Squartatore non fu mai catturato e la sua identità è ancor oggi oggetto di mille speculazioni. Per anni, tra i candidati ha figurato il principe Albert Victor, duca di Clarence, il nipote più anziano della regina Vittoria e, dopo il padre Edward, principe del Galles, il primo nella linea di successione. Si presume che il duca di Clarence sia perito nell’epidemia di influenza del 1892, ma molti hanno ipotizzato che in realtà sia morto di sifilide, o avvelenato da un medico di corte, nell’intento di cancellare lo scandalo che minacciava di travolgere la monarchia. È una possibilità intrigante.

Fra gli altri candidati, nominerò Montague John Druit, insegnante in una scuola maschile, che ben si attagliava alla descrizione fornita dai testimoni oculari; il dottor William Gull, capo dei medici di corte; Aaron Kosminski, un povero emigrato polacco spesso ospite dei manicomi della zona, e il dottor Roslyn D’Onstan, giornalista di cui erano noti i legami con la magia nera.

L’improvvisa cessazione dei delitti ha scatenato molte altre speculazioni, ma io credo che l’omicida sia stato semplicemente arrestato per qualche reato di minore entità, e di conseguenza costretto a interrompere la sua lugubre attività.

La trasmissione, intitolata The secret identity of Jack the Ripper, andata in onda nell’ottobre del 1988, si proponeva di esporre le prove relative al caso e le analisi di esperti di varie discipline, nella speranza di risolvere una volta per tutte l’antico enigma. Quando Roy Hazelwood e io fummo invitati a partecipare, l’FBI pensò che fosse una buona opportunità per illustrare il nostro lavoro senza dover fare riferimento a casi ancora aperti. A condurre le due ore di diretta fu Peter Ustinov, attore, regista e scrittore inglese, che seppe calarsi con grande abilità nell’atmosfera di mistero.

Per esercitazioni teoriche di questo tipo, valgono lo stesse regole e le stesse limitazioni che caratterizzano le indagini reali; il nostro prodotto sarà valido se lo sono i dati e le informazioni disponibili. Cento anni fa, gli strumenti di indagine erano alquanto primitivi. Io, però, ero convinto che se il caso ci fosse stato proposto oggi lo avremmo risolto con facilità, e che dovessimo quindi approfittare dell’opportunità concessaci.

Prima di andare in onda, elaborai un profilo utilizzando la tecnica consueta:

SOGGETTO: Jack Io Squartatore

SERIE DI OMICIDI

LONDRA, INGHILTERRA

1888

NCAVC - OMICIDIO (analisi investigativa criminale)

La sigla NCAVC si riferisce al National Center for the Analysis of Violent Crime, un programma globale avviato a Quantico nell’85 perché includesse le Unità di scienza comportamentale e investigativa di supporto e altre squadre e unità di pronto intervento.

Una volta elaborato il profilo, esaminammo i potenziali sospetti. Per quanto spettacolare fosse la candidatura del duca di Clarence, Roy e io arrivammo indipendentemente alla conclusione che il maggiore indiziato era in realtà Aaron Kosminski.

Eravamo persuasi che le lettere di dileggio indirizzate alla polizia non fossero opera del vero Jack, ma di un impostore. L’individuo che aveva commesso quei delitti non aveva la personalità di lanciare una sfida pubblica alle autorità. Quanto alle mutilazioni, indicavano un soggetto disturbato, sessualmente inadeguato, e animato da una forte collera verso le donne.

L’inadeguatezza sociale e personale dell’individuo era confermata dalle modalità dell’attacco, a sorpresa. Non avevamo di fronte una persona capace di farsi valere sul piano verbale. Le modalità fisiche dei delitti ci dicevano che l’assassino era in grado di mimetizzarsi nel proprio ambiente, così da non suscitare sospetti o timori nelle prostitute. Era un solitario, che passava la notte a vagabondare per le strade e tornava sulla scena dei delitti. E la polizia lo aveva certamente interrogato. Di tutti i candidati propostici, Kosminski si adattava al profilo molto meglio degli altri. E non era affatto vero che per le mutilazioni effettuate post mortem vi fossero necessarie conoscenze mediche. Ho da tempo imparato che i serial killer non hanno bisogno di altro che della volontà per sottoporre un cadavere alle atrocità che hanno in mente. Nessuno di quelli che ho nominato in queste pagine possedeva nozioni di carattere medico, ma questo non è certo stato sufficiente per fermarli.

Per concludere, non posso affermare con sicurezza che Aaron Kosminski era lo Squartatore, ma posso affermare con un certo grado di certezza che Jack lo Squartatore era un individuo molto simile a Kosminski. Se le indagini relative al caso si svolgessero oggi, le nostre informazioni aiuterebbero Scotland Yard a restringere la rosa dei sospetti fino all’individuazione del colpevole. Ecco perché dico che, secondo gli standard moderni, il caso di Jack lo Squartatore sarebbe facilmente risolvibile.

Capita che, una volta isolato un sospetto, non sia possibile raccogliere a suo carico le prove necessarie per un’imputazione. E questo il caso dello «strangolatore BTK» di Wichita, Kansas, che operò verso la metà degli anni Settanta.

Tutto cominciò il 15 gennaio 1974 con lo sterminio della famiglia Otero. Il trentottenne Joseph Otero e sua moglie Julie furono strangolati con le corde di una veneziana, mentre il figlio Joseph II, di nove anni, fu trovato legato al letto con la testa infilata in un sacchetto di plastica. L’undicenne Josephine era stata impiccata a una conduttura che correva lungo il soffitto dello scantinato, e indosso aveva soltanto le calze e una felpa. Lo scenario era quello di una strage premeditata: il telefono era stato messo fuori uso e il cavo portato sul posto.

Dieci mesi dopo, un giornalista di un quotidiano locale ricevette una telefonata anonima che gli segnalava un certo libro della biblioteca pubblica. Fra le sue pagine, il giornalista trovò un biglietto in cui l’assassino rivendicava la strage della famiglia Otero, ne annunciava altre e aggiungeva: «Il mio motto sarà: legali, torturali, uccidili (Bind them, Torture them, Kill them)».

Nei tre anni successivi parecchie altre giovani donne furono uccise, e una lettera spedita a una locale emittente televisiva rivelò molte cose sulla psiche del responsabile, che si era scelto da sé il soprannome: «Quante ancora dovrò ucciderne, prima di avere il mio nome sul giornale o attenzione a livello nazionale?».

In uno dei suoi comunicati, paragonava il proprio operato a quello di Jack lo Squartatore, del «figlio di Sam» e dello «strangolatore di Hillside», oscure nullità assurte alla celebrità grazie ai loro crimini. Attribuì le proprie azioni a un «demone» e a un «fattore X», scatenando un’infinità di speculazioni da parte della stampa.

Inoltre, accludeva alcuni disegni di donne nude raffigurate mentre venivano legate, stuprate e torturate. Quegli orribili schizzi non vennero pubblicati, ma mi aiutarono a farmi un’idea più precisa dell’individuo che stavamo cercando. Da quel momento in poi, non si dovette far altro che procedere per esclusione.

Com’era accaduto nel caso di Jack lo Squartatore, anche questa volta gli omicidi cessarono di colpo. Credo che la polizia interrogò l’assassino e che questi, consapevole di essere in pericolo, ebbe l’intelligenza di fermarsi prima che contro di lui si accumulassero prove schiaccianti. Spero, quindi, che il nostro lavoro sia servito almeno a neutralizzarlo. A volte, nondimeno, il drago vince.

E a volte il drago ha la meglio anche su di noi. Il morto non è l’unica vittima di un delitto. Nella mia unità, non sono stato il solo a venire sopraffatto dallo stress, e i casi di problemi famigliari o coniugali sono troppo numerosi per poter riferirli.

Nel 1993, Pam e io ci separammo dopo ventidue anni di matrimonio. È probabile che al riguardo le nostre versioni divergano, ma alcuni fatti sono innegabili. Passavo troppo tempo lontano dalle nostre figlie che stavano crescendo. E quando ero in città, ero talmente indaffarato che Pam doveva comunque cavarsela da sola. Il peso della casa e dell’educazione delle bambine ricadeva esclusivamente su di lei, che non poteva peraltro trascurare il suo lavoro di insegnante. Nel 1987, quando nacque nostro figlio Jed, io potevo contare sull’aiuto di alcuni collaboratori e non ero più costretto a passare tutto il mio tempo viaggiando. Temo però di essere arrivato a conoscere i miei figli solo poco prima di andare in pensione. Troppo a lungo li ho trascurati per dare la caccia agli assassini di altri bambini.

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